WHITE

Tap, tap, tap.
Colpisco la zampa della sedia con il piede senza un ritmo preciso.
Andrà tutto bene. L’ho detto ma era una bugia.
Non potevo giurarlo.

Quando Ash ha scoperto di essere malato non ha pianto.
Non lì, non subito. Avrebbe pianto dopo, anche davanti a me, come non l’avevo mai visto fare prima; perché l’avevo già visto piangere, sì, ma non in quel modo.
E anche dopo, quando sarebbe arrivato il momento di quei pianti, avrebbe continuato a sforzarsi di sorridere, poi, e dire che lui era forte, più forte di quella stupida malattia. Alcune volte non capivo se ci credesse più di me, o meno. Ma ha continuato a dirlo. Anche quando ormai non poteva più neppure alzarsi dal letto ed era così pallido e magro da farmi pensare che da un momento all’altro si sarebbe sbriciolato davanti ai miei occhi, e non sarebbe rimasto più niente.
Quando l’ha saputo però non ha pianto. Ha guardato i fogli con i risultati delle analisi e poi li ha piegati e messi via prima che io, sua madre o Brock vedessimo. Quando glieli ho presi di mano per guardare, ha cercato di ridere e ha detto che era una stupidaggine e che sarebbe stato bene prima ancora che ci accorgessimo che era malato. Non era una stupidaggine però. Ma non è stato quello che c’era scritto sui fogli a dirmi che non lo era. In quel momento quella era soltanto una parola, il suo significato vero l’avrei capito dopo. È stato il tono della sua voce.
È stato per quello che mi sono voltata verso di lui, ancora tenendo in mano i fogli con i bordi che si stavano stropicciando un po’ perché li stavo stringendo troppo, e non sono riuscita a sorridere come stava facendo lui e a credere che sarebbe guarito in un batter d’occhio, come su quei fogli ci fosse stato scritto che aveva il raffreddore.
Quello che c’era scritto era molto peggio. Ma lui sorrideva lo stesso.
«Beh? Non preoccuparti, starò bene!»
«Ash…» ho mormorato, e lui ha fatto un gesto vago con la mano, come per dirmi di non continuare.
«Starò bene.» ha ripetuto. E io ho provato a credergli.
Davvero, ci ho provato. Ci ho provato con tutta me stessa.

Faccio una smorfia vedendo il mio riflesso nello specchio.
Ho delle occhiaie tali che sembra che non dorma da giorni. Beh, probabilmente perché è vero, più o meno. Non dormo bene. Faccio fatica a prendere sonno, e qualche volta i miei sogni riguardano Ash. Sono quelli i sogni da cui mi sveglio quasi in lacrime e spaventata all’idea di addormentarmi di nuovo, ed ho bisogno di accendere la luce, perché se mi riaddormento potrei sognarlo un’altra volta e non voglio, perché poi dovrei di nuovo svegliarmi e ricordarmi che non c’è, e che essere sveglia fa schifo, e sognare era meglio. Altre volte i miei sogni sono soltanto incubi. Quelli, li preferisco.
Per non parlare dei capelli, poi. Sembra che non li pettini da una settimana.
…sì, beh, perché è vero anche questo.
Non devo andare da nessuna parte, tanto.
Non ho particolarmente voglia di fare niente, ultimamente.
Recupero il mio lettore mp3 ed infilo le cuffie, alzando il volume della musica fin quasi a stordirmi. Impedisco a me stessa di pensare, così, e lo preferisco.
Ecco cosa so fare. Alzare il volume della musica finché non riesco più a sentire i miei pensieri.
Mi stendo sul letto e serro le palpebre, raggomitolandomi. Se rimango così per un po’ forse riuscirò a dimenticarmi di tutto quanto.
Alzo ancora il volume della musica.
Made me promise I’d try
To find my way back in this life
Hope there is a way
To give me a sign you’re okay...

Lo squillo del cellulare lo sento a malapena.
Mormoro un’imprecazione fra i denti e mi libero delle cuffie, tendendo una mano per afferrare il telefono sul comò.
Lancio solo una rapida occhiata al display.
Brock. Ovvio, chi altri?
«Pronto?»
«Ciao, Misty… sono io.»
«…»
«Mi stavo chiedendo… ti va se ci vediamo, qualche volta? Così, tanto per passare un po’ di tempo insieme.»
Sospiro, girandomi sulla schiena.
«Credo di voler rimanere da sola. Scusami.»
«Non ti fa bene, sai…»
«Io sto bene.» ribatto, un po’ troppo bruscamente.
È lui a non dire nulla, ora.
«…Sono un po’ occupata. Se non ti dispiace…»
«No, figurati. Se per caso cambi idea e decidi che ti va un po’ di compagnia…»
«Ti chiamo.» finisco al suo posto. «Ciao, Brock.»
«…Ciao.»
Afferro di nuovo il lettore mp3, tornando ad infilarmi le cuffie.
All of my memories keep you here
In silent moments, imagine you’d be here...

Io sto bene.

La prima volta che l’ho visto piangere è stato durante uno dei primi ricoveri in ospedale. Forse aveva pianto anche prima, ma non davanti a me.
La dottoressa che lo aveva in cura gli aveva appena spiegato i trattamenti e i trapianti ai quali avrebbe dovuto sottoporsi. Non so se Ash avesse già ben chiaro in mente quanto rischiava, quante possibilità c’erano che quei trattamenti potessero effettivamente funzionare. La dottoressa si era premurata di non esprimere certezze. Non “guarirai”, ma “ci sono buone probabilità che tu possa guarire”. Tuttavia non so se Ash l’avesse realizzato davvero, il senso di quelle parole; se avesse realizzato che “ci sono buone probabilità che tu possa guarire” poteva anche voler dire “potresti morire”. Non so nemmeno se ce l’avessi ben chiaro in mente io, che ero seduta accanto al suo letto e non avevo il coraggio di prendergli la mano e dirgli Andrà bene.
Quando la dottoressa è uscita, e Delia con lei per continuare la conversazione senza che Ash ascoltasse, lui per un po’ è rimasto a guardare il vuoto. Poi, di scatto, ha abbassato la testa ed ha serrato la mano sul lenzuolo. Era già un po’ più magra del solito, quella mano; non eccessivamente, ma in quella stretta quasi spasmodica i tendini risaltavano tesi sotto la pelle. Quando ho distolto gli occhi dalla mano e l’ho guardato in viso ho visto che aveva gli occhi lucidi di lacrime.
«Ash.» ho sussurrato, senza sapere cos’altro dire.
Per qualche istante lui non ha detto nulla. Poi ha serrato le labbra per un secondo, come per reprimere un singhiozzo che minacciava di sfuggirgli. «E se non dovesse funzionare?» ha mormorato. La voce gli tremava appena. «Se non dovesse andare bene?»
Allora l’ho abbracciato. «Andrà bene.» ho detto, e l’ho stretto forte, perché abbracciandolo sentivo le ossa che sporgevano un po’ troppo, lo sentivo troppo magro, troppo esile, come se da un momento all’altro avesse potuto svanire davanti ai miei occhi. Se lo tenevo stretto, forse sarei riuscita anche a tenerlo lì con me. «Andrà tutto bene. Non piangere. Per favore non piangere.»
Ma tremava anche la mia, di voce e temevo che se lui avesse pianto l’avrei fatto anch’io, e avrebbe capito che non ero sicura come avrei voluto fargli credere.
«Andrà bene.» ho ripetuto ed ho sentito le lacrime riempirmi gli occhi. Quando Ash ha lasciato andare tutti i singhiozzi che si teneva dentro non ho più potuto trattenerle.
E non potevo trattenere neanche lui. Potevo tenerlo stretto, ma c’era quella parola, quella scritta sui fogli con i risultati delle analisi, che era come se gli si fosse avvolta intorno, fosse strisciata sotto la sua pelle, e lo allontanasse da me. Come se fosse stata una cosa fisica.
Era la prima volta che lo vedevo piangere così. E ricordo di aver egoisticamente pensato che avrei preferito non essere lì in quel momento, perché quei singhiozzi facevano male anche a me.
«Andrà tutto bene.» ho detto ancora una volta. Non riuscivo a dire altro. «Starai bene.»
Lui ci ha messo un po’ a calmarsi. Dopo, è rimasto appoggiato a me che ancora lo tenevo stretto, senza dire nulla.
«Scusami.» ha sussurrato alla fine, allontanandosi appena da me. La sua voce sapeva ancora di lacrime. «Non… non volevo piangere.»
«Non mi devi chiedere scusa.» ho detto io.
Lui ha stretto le mani in grembo, una sull’altra. «Andrà bene.» ha ripetuto, piano. «Hai ragione.»
Io sono riuscita soltanto ad annuire.

Ho continuato a dirglielo fino alla fine, che sarebbe andato tutto bene.
Anche quando ormai mi veniva da piangere, perché sapevo che era una bugia, e lo sapeva anche lui, anche se faceva finta di no. Anche se continuava a ripetere che ce l’avrebbe fatta, che contro quella stupida malattia avrebbe vinto lui. L’ha detto anche l’ultima volta che l’ho visto. Quasi non riusciva neppure a tirare su la testa dal cuscino, e la sua voce era appena un bisbiglio, ma ha detto che ce l’avrebbe fatta. Io ho fatto cenno di sì, e ho cercato di sorridere anche se avevo gli occhi talmente pieni di lacrime che ci vedevo a malapena. Tanto, ho dovuto trattenerle ancora sì e no per un minuto, prima che le sue palpebre ricadessero pesanti per il sonno e la sua mano lasciasse andare la mia, perché alla fine era sempre così stanco.
Non ci credeva, e io lo sapevo, però continuava a dirlo.
E glielo dicevo anch’io, comunque. Gli dicevo che presto sarebbe stato bene. Dai che quando puoi tornare a casa organizziamo una festa in tuo onore. Certo che ci torni, cosa sarebbe quella faccia?! Andrà bene. Starai bene.
Soltanto una volta lui mi ha afferrato la mano, bloccandomi a metà della frase.
«Dai…»
Io sono rimasta in silenzio, senza sapere cos’altro dire. Lui ha stirato le labbra in un sorriso, allora, e ha guardato fuori, per non dovermi più guardare negli occhi.
«È una bella giornata… spero di riuscire a tornare a casa prima che l’estate finisca.»
Ho annuito, anche se avevo capito benissimo che quella volta lo diceva soltanto per non fare male a me. E ho dovuto deglutire un peso che sapeva di lacrime.
Dopo quella volta non ne abbiamo mai parlato. Della possibilità che potesse non farcela, intendo. Neanche quando ormai era lì, quella possibilità, così reale e fisica che a volte mi sembrava che schiacciasse anche me, finché non riuscivo più a respirare. Ho sorriso e ho finto di credere a quello che dicevo; e poi ogni volta piangevo per tutta la strada di ritorno dall’ospedale, e a casa, per ore. E mi chiedevo se piangesse anche lui. Se quando non c’ero, quando non mi era permesso di stare con lui, piangesse come qualche volta faceva anche davanti a me.
La sera in cui Ash è morto io non ero lì.
Avrei voluto esserci. Avevo parlato con Delia quella mattina e sapevo che eravamo alla fine. Però sapevo anche che non poteva ricevere visite e Delia stessa mi aveva detto che era meglio che non mi muovessi da casa. Così alla fine sono rimasta. Ricordo di aver passato il pomeriggio nella mia stanza, seduta con la schiena appoggiata al bordo del letto e la musica a tutto volume nelle cuffie dell’mp3, perché almeno non potevo pensare. Sono rimasta seduta lì fino a non sentire più le gambe. Non mi sono mossa neppure quando Daisy è venuta a bussare alla mia porta per dirmi che la cena era pronta, se mi andava di scendere di sotto. Non ho toccato cibo per tutta la giornata.
Alla fine mi sono appisolata lì dov’ero, ancora seduta per terra, appoggiata al letto per metà.
Mi ha svegliata lo squillo del cellulare. L’avevo tenuto a portata di mano, perché in un certo senso lo aspettavo.
Quando ho visto lampeggiare sul display il nome Delia per un secondo ho avuto la sensazione di svenire. In tutta la vita non sono mai stata tanto terrorizzata quanto nei pochissimi attimi che ho impiegato per rispondere.
«Pronto…?»
L’ho detto in un bisbiglio, che quasi non ho sentito neanch’io.
Non c’è stato bisogno che Delia dicesse nulla. L’ho capito prima.
È bastato il silenzio.

Non so a cosa penso. A nulla, probabilmente.
Fa freddo. Mi scaldo le mani con il fiato, le stringo nelle maniche troppo lunghe del maglione. Il vento mi sferza il viso e mi fa lacrimare gli occhi, ed è solo il vento, non sono lacrime vere, davvero. È solo il vento. A un certo punto non riesco più a sopportarlo, e devo fermarmi in mezzo al marciapiede, e asciugarmi gli occhi.
È soltanto il vento. Io non sto pensando a nulla.
E non penso a nulla neanche quando sento il rombo di un motore. So solo che un istante più tardi non sono più sul marciapiede e sto correndo.
Mi fermo, serrando più forte che posso gli occhi pieni di lacrime. E aspetto.
Sento lo stridio delle ruote e mi assorda quasi, ma poi c’è silenzio e quando riapro gli occhi sono ancora qui.
Il guidatore dell’auto che ha inchiodato a meno di due metri da me mi lancia qualche insulto attraverso il vetro, poi apre lo sportello per scendere e io scappo via.
Arrivo soltanto a svoltare l’angolo perché non mi veda più, e poi devo fermarmi, perché le gambe non mi reggono.
Rimango con il fianco appoggiato alla parete aspettando che il battito furioso del mio cuore si calmi.
Non stavo pensando a niente. Davvero, non stavo pensando a niente.
Torno verso casa con le gambe che mi tremano ancora.
Daisy mi aspetta come una sentinella, immagino per farmi una ramanzina, perché sono uscita senza dirle nulla e sono stata fuori un sacco, e probabilmente si è preoccupata. Abbasso la testa e tormento le mani in grembo, aspettando. Lei però inizia soltanto a rimproverarmi, poi vede gli occhi arrossati e le lacrime, e si ferma. Sospira.
«Ma sì, per questa volta lasciamo perdere. La prossima volta però avvertimi, se ti va di stare fuori per tutto il giorno, d’accordo?»
Io annuisco, guardando per terra. Mi domando cosa direbbe se invece sapesse cosa ho fatto, o cosa stavo per fare, appena una decina di minuti fa.
Ma tanto non lo saprà, quindi mi limito ad annuire di nuovo e a mormorare che vado nella mia stanza.
Mi chiudo la porta alle spalle e ci appoggio la schiena, lasciandomi scivolare giù fino a ritrovarmi seduta per terra.
Non stavo pensando a niente.
Non voglio pensare a niente.

Al funerale io non sono andata.
Volevo, ma poi ho pensato alla bara e al suo corpo là dentro e mi sono sentita male, come se fra quelle pareti di legno ci avessero chiuso me.
Mi sono aggrappata al braccio di Brock per non cadere, o per fermarlo. «Non voglio venire.» ho mormorato. «Non… non voglio.»
Brock non mi ha chiesto nulla. Ha detto solo che andava bene, che non ci dovevo andare per forza.
Ho aspettato seduta nella mia stanza mentre a non molti chilometri da Cerulean si teneva il suo funerale.
E ho pianto.


Tu volevi fare tante cose.
Volevi diventare un Maestro di Pokemon. Il migliore, il più grande di tutti i tempi.
Volevi vedere tante cose e provare tutto quello che vedevi. Non importava quanto difficile fosse, o quanto potesse essere pericoloso. Qualche volta avevo paura per te, sai? Beh, un po’ più di qualche volta, a dire la verità. Fare cose stupide senza pensare era una delle cose che sapevi fare meglio. Immaginavo che quando sarebbe arrivato il tuo momento sarebbe stato proprio così, facendo qualcosa di molto stupido e accorgendotene troppo tardi, e guardandoti a volte avevo paura. Non avrei mai immaginato che quel momento sarebbe venuto mentre eri disteso in un letto d’ospedale e a malapena ti rendevi conto di chi avevi intorno.
Tutte quelle cose che volevi fare vorrei poterle fare io. Ma tu le avresti fatte meglio. L’entusiasmo con cui avresti provato ogni cosa, la gioia con cui avresti amato ogni singolo istante solo perché eri lì, in quel momento, e vivevi, quello un po’ te l’ho sempre invidiato. Tu volevi vivere, lo volevi con tutto te stesso, anche se avesse dovuto far male da morire alla vita ti ci saresti aggrappato piantandoci le unghie, e l’hai fatto, ma alla fine non ce l’hai fatta più comunque.
E la fine più sbagliata, più ingiusta, più immeritata, alla fine è stata il modo in cui te ne sei andato. Se fosse toccato a me, tu forse avesti pianto come ho pianto io, e avresti sentito la mia mancanza. Forse saresti stato male come io sto male ora; ma io non avrei lasciato dietro di me tante strade interrotte quante ne hai lasciate tu. Non sarebbero rimaste tante cose da fare, da vedere, che ora nessuno vedrà mai.
Se c’è qualcosa dopo, spero che tu sia felice. E deve esserci qualcosa dopo. Perché il nulla, in eterno, tu non te lo meriti.

Alzo di nuovo il volume della musica finché non riesco più a sentire nient’altro. E chiudo gli occhi.
Wake up, in the morning
I shall wake up and so shall you
And I wake up, the sun is beautiful
And it is warming you and I...

Rimango qui con gli occhi chiusi ancora per qualche minuto.
Tu volevi fare tante cose, prima di morire, Ash. La volevi, la vita. La volevi vivere. Io ce l’ho ancora e adesso non so cosa farne.
Potrei provare a farle io, tutte le cose che volevi fare. Oppure potrei provare a fare qualcosa per me stessa. Qualcosa che non sia starmene sdraiata sul letto a far finta che il mondo non esista.

Sì, beh.
Oppure potrei soltanto rimanere qui ancora per un po’.