The Swan Song
the chains to my life are strong
but soon they’ll be gone
Quando apro gli occhi – appena, perché le
palpebre sembrano pesare una tonnellata – vedo solo bianco.
È così tanto che mi schiaccia. Non riesco a respirare.
È bianco anche il dolore, penso, e non so da dove venga questo pensiero.
È bianco anche il dolore.
«Ash?»
Una mano si stringe attorno alla mia.
«Non credo che ti senta…»
«Ha aperto gli occhi poco fa, l’ho visto. Ash? Ash, riesci a sentirmi?»
Io mi sforzo di riaprirli, gli occhi. Per qualche secondo ancora non vedo
niente. Poi sbatto le palpebre, e il bianco diventa il soffitto sopra la mia
testa. Volto appena lo sguardo. Accanto a me ci sono Brock e Lucinda. Lei ha gli
occhi pieni di lacrime; e la mano che tiene la mia è sua.
«Ash.» ripete. Sento il pianto anche nella sua voce. «Sei sveglio…»
Non è una domanda, ma cerco lo stesso di risponderle e mi rendo conto di non
riuscirci. Respirare fa male. È un dolore sordo che affonda gli artigli da
qualche parte nel mio petto.
Lucinda si affretta a scuotere la testa, una lacrima le cade su una guancia.
«No, non sforzarti di parlare. Stai tranquillo…»
Si asciuga quella lacrima con la mano libera, tira su col naso. Nell’insieme
sembra che stia cercando disperatamente di non piangere. «Sei in ospedale.»
aggiunge, indovinando quello che avrei voluto chiederle.
«Cos’è… successo…?» riesco infine a bisbigliare io. È a malapena un
sussurro. Quasi non mi sento neanch’io.
«Non ti ricordi?» domanda lei e io scuoto la testa, o almeno cerco di farlo,
perché i miei ricordi si fermano a quando siamo arrivati in città.
Lei abbassa lo sguardo, si morde nervosamente il labbro. Le lacrime sembrano di
nuovo sul punto di traboccare.
«Hai… protetto me e la capopalestra dall’esplosione.» mormora, e io sto
per dirle che ancora non mi ricordo, ma poi mi fermo, perché di colpo mi torna
in mente anche il resto.
Il Team Rocket ci ha attaccati durante l’incontro in palestra. Mi ricordo
della carica di esplosivo piazzata troppo vicino alle ampie vetrate
dell’edificio, e mi ricordo di essermi reso conto di quello che stava per
succedere quando ormai era troppo tardi per voltarmi e urlare correte, e
sperare che la capopalestra e Lucinda – le uniche sufficientemente vicine da
rischiare di essere colpite – riuscissero ad allontanarsi abbastanza in tempo.
Così ho corso io, fino a trovarmi esattamente fra la bomba e loro; ed ho
spalancato le braccia per proteggerle.
Da lì in poi non ho proprio dei ricordi, ma capisco lo stesso. Capisco che la
mano invisibile che mi ha staccato i piedi da terra sbalzandomi all’indietro
ed il lampo bianco di dolore che mi ha accecato erano l’onda d’urto
dell’esplosione e le schegge della vetrata in frantumi che affondavano nel mio
corpo.
Bianco, penso. Il dolore è bianco. Accecante.
«Ti ricordi…?» ripete Lucinda e stavolta io annuisco.
Mi guardo di nuovo intorno. Vedo macchinari da ospedale, il tubicino sottile di
una flebo che si infila nel mio braccio.
«Quando… posso andarmene da qui…?» sussurro, aspettandomi che la risposta
sia non tanto presto.
Nessuno dei due mi risponde. Lucinda si volta indietro a guardare Brock, lo
interroga con lo sguardo. Lui distoglie il suo, nervoso.
«Vado a chiamare la dottoressa.» dice. Non mi guarda. «Forse è meglio che…»
La sua voce si assottiglia fino a spegnersi. Non finisce. Rimane dov’è per un
attimo, senza alzare gli occhi. «Vado.» ripete poi, ed esce di fretta.
Io guardo Lucinda.
«Cosa…?»
Non mi risponde neanche lei.
Cerco di stringere la sua mano più forte, senza riuscirci molto bene.
«Lucinda…»
«Sta arrivando la dottoressa.» bisbiglia lei. Ora lo sento ancora più chiaro,
il pianto nella sua voce. Si fa strada fra le sue parole come un’onda di
piena. E io vorrei chiederle cosa c’è, perché non mi sta rispondendo e perché
è da quando ho aperto gli occhi che sembra stare per scoppiare in singhiozzi
quando, beh, dovrebbe essere felice che io mi sia svegliato, no?, e anche
Brock, ma anche lui ha evitato di guardarmi ed è uscito senza rispondermi;
vorrei chiederle cosa c’è ma mi blocco e mi rendo conto di aver paura della
risposta.
Brock torna un paio di minuti più tardi. La dottoressa si ferma in fondo al
letto. Anche lei è bianca. Indossa il camice ed ha i capelli trattenuti da una
cuffia.
«Ash…» inizia, e io penso che non voglio sentire quello che sta per dirmi,
senza neppure sapere perché. «Le ferite che hai riportato sono… purtroppo
sono molto gravi. Le schegge di vetro che ti hanno colpito al petto hanno
danneggiato seriamente cuore e polmoni. Il solo modo per rimediare ad un danno
cardiaco così grave sarebbe con un trapianto, ma… con i polmoni così
compromessi…»
Si interrompe appena per qualche secondo, ma basta perché io abbia voglia di
gridarle di stare zitta, di non continuare.
«…neppure il trapianto purtroppo è una possibilità considerabile.»
Io non capisco. O forse sì, ma non voglio capire. Solo quando Lucinda mi
stringe la mano più forte ed abbassa la testa perché non riesce più a
trattenere i singhiozzi e io mi rendo conto che sta piangendo per me, che sta
piangendo perché sto per morire, solo in quel momento ci arrivo davvero.
«Vuol dire che sto per…?»
Non riesco a dirlo. La dottoressa annuisce piano.
«Mi dispiace…»
La sua immagine si sdoppia e triplica e infine scompone in una serie di prismi
confusi e ci metto un po’ a capire che sono le lacrime. Mi rendo conto che sto
piangendo solo quando la gola mi si chiude in un singhiozzo. Fa male anche
questo, fa un male del diavolo perfino piangere, ma ora non mi importa.
Non mi importa.
«Quanto…?» è tutto quello che riesco a mormorare. «Quanto tempo ho…?»
«Non più di qualche ora.» sussurra la dottoressa. Non aggiunge nient’altro,
non serve.
Qualche ora.
«Ash…»
È Brock. Non mi ricordo di averlo mai visto piangere, ma ora anche la sua voce
trema, incerta. Non mi volto.
«Ho cercato di chiamare tua madre…» continua. «Ma non riesco a
rintracciarla… ho provato anche a chiamare Oak al laboratorio ma…»
«Non chiamarla.» lo interrompo io. «Non voglio che venga qui per…»
Per vedermi morire avrebbe dovuto essere la fine della frase, ma i
singhiozzi mi impediscono di andare avanti.
«Non chiamarla.» ripeto e intanto penso non voglio.
Non voglio morire.
Brock rimane in silenzio. Aspetta che io riesca a calmarmi, e sono costretto a
farlo, perché non riesco a respirare. Volto la testa verso la parete e rimango
così, con gli occhi talmente pieni di lacrime che li sento bruciare.
«…Ho chiamato Misty.» dice. Piano.
Io non dico nulla.
«Sta venendo qui.» continua. «Se non vuoi… posso cercare di contattarla di
nuovo e dirle di non venire.»
Serro le labbra.
«Ash…?»
«No.» mormoro. Non so bene perché l’ho detto. «Non dirglielo. Voglio…
vederla…»
Lui esita. «Si è messa in viaggio più o meno un’ora fa.» dice infine. «Però…
ci vorrà un po’ prima che arrivi.»
Vuol dire che potrei essere già morto, quando arriverà. Continuo a guardare la
parete, anche se ormai non riesco più a distinguere nulla per via di queste
stupidissime lacrime. Solo bianco.
Annuisco.
«Va bene. Aspetterò.»
Brock non risponde. Si china verso di me e mi appoggia una mano sulla spalla, e
per un secondo vorrei urlargli di lasciarmi stare, di non toccarmi.
Tiene la mano sulla mia spalla e non dice niente. Neanche Lucinda, continua solo
a piangere e tirare su col naso.
«Pikachu dov’è…?» domando, bisbigliandolo appena.
«Al pokemon center qui vicino.» mi risponde Brock. «Ci hanno detto che ai
pokemon non è permesso entrare qui…» si ferma, esita. Riflette per un
attimo, poi riprende. «…però forse posso provare a convincere qualcuno a
fare uno strappo alla regola, per stavolta…»
Io annuisco e basta, senza dire nulla.
Brock toglie la mano dalla mia spalla e sento i suoi passi allontanarsi.
Continuo a guardare la parete e riprendo a piangere, anche se fa male, anche se
i singhiozzi sembrano lacerarmi il petto e mi soffocano. Non riesco a smettere.
Lucinda mi tiene la mano, si china su di me e cerca di stringermi in un goffo
mezzo abbraccio, tentando di non farmi troppo male.
«Stupido.» la sento singhiozzare. «Stupido idiota, non dovevi farlo…»
Continuo a piangere fino a non sentire più niente.
Riapro gli occhi. Devo essermi addormentato per un po’.
Lucinda mi tiene ancora la mano. Con l’altra volta le pagine di una rivista
che non sta davvero leggendo. I suoi occhi sono fissi.
«Ho dormito…?» domando. La mia voce risuona più debole di prima, è poco più
di un soffio; e improvvisamente ho paura di richiudere gli occhi, perché potrei
non riaprirli più.
Lei alza lo sguardo. «Per un pochino.» risponde.
«Pikapi…?»
Mi volto. Pikachu è accoccolato sulle ginocchia di Brock. Io provo a tendergli
una mano – riuscendo a malapena a sollevarla – e lui balza sul letto,
strofina il muso contro il mio fianco.
«Pikapi…»
«Ehi, Pikachu…» sussurro io. Mi sforzo di distendere le labbra nella vaga
imitazione di un sorriso mentre lascio ricadere la mano per accarezzarlo. «Ehi,
amico.»
Continuo ad accarezzarlo per un po’, fino a che non ho il braccio troppo
stanco per continuare. Mi accorgo che sto piangendo di nuovo solo quando sento
le lacrime sulle guance.
«Mi mancherai, amico…» mormoro, e stavolta non sarebbe più di un bisbiglio
nemmeno se avessi ancora voce.
Piange anche lui, e io provo a riprendere ad accarezzarlo, ma non ce la faccio.
La mia mano si solleva di qualche centimetro e poi rifiuta di obbedirmi.
«Pi…?»
«Scusami.» sussurro. «Sono stanco…»
Mi volto a guardare Brock.
«Misty…?» chiedo, conoscendo già la risposta.
«Non è ancora arrivata. Mi dispiace…»
Io scuoto la testa. «Va bene, posso aspettarla.» dico, ma mi trema la voce,
perché non so se è vero.
Torno a guardare sopra di me. C’è troppo bianco, qui. È così tanto che
sembra che tutti gli altri colori abbiano smesso di esistere. Non voglio
morire in un posto così, penso, e penso che piangerò di nuovo, ma forse ho
esaurito le lacrime, perché i miei occhi stavolta restano asciutti.
«Pikapi.» ripete Pikachu. Io provo di nuovo a sorridere.
«Va tutto bene, non piangere.» gli dico, ma non sono sicuro di averlo detto
davvero. Forse l’ho soltanto sognato.
is it a dream? all the ones I have loved
calling out my name
the sun warms my face
all the days of my life, I see them passing me by
Stavolta non apro subito gli occhi, quando mi
sveglio. Sento Lucinda e Brock parlare a bassa voce e rimango in silenzio,
ascolto.
«…non credo che ce la farà. Sono riuscito a contattarla… ha avuto un
contrattempo, il treno che avrebbe dovuto prendere è in ritardo. Non so se
riuscirà ad arrivare in tempo… prima che…»
«Ma Ash vuole vederla… deve riuscire a resistere finché non arriva…
ma ha ancora tempo, non è vero…? Non sta per…?»
Silenzio.
«Non lo so.»
Io provo ad aprire gli occhi, ma le palpebre ora pesano così tanto che ci
riesco appena. Cerco di parlare e finisco ad annaspare cercando aria.
«Misty…»
Lucinda si china verso di me, mi accarezza il viso.
«Shh.» sussurra. «Shh, non parlare, non sforzarti. Arriva. Fra poco. Tu pensa
solo a riposare.»
Scuoto la testa, cerco di prendere fiato. Ci riesco solo per metà, come se un
peso di chissà quante tonnellate mi schiacciasse il petto.
«…non… respiro…»
«Non parlare.» ripete Lucinda. «Shh… chiudi gli occhi e riposati, Misty
arriva fra poco. Devi solo resistere ancora per un pochino.»
Io vorrei dire che ho sentito quello che ha detto Brock, e che so che non basterà
un pochino, che probabilmente sarò già morto quando Misty arriverà; ma
non riesco a respirare e provarci fa male, e così faccio come mi ha detto lei e
chiudo gli occhi, ma non subito, prima la vedo guardare Brock e vedo chiaro nei
volti di tutti e due che entrambi pensano che Misty non arriverà in tempo.
Il dolore al petto è diventato una pulsazione acuta, lancinante. Ho paura di
riaddormentarmi. Ho paura che non mi risveglierò.
Sento le mani di Lucinda che continuano ad accarezzarmi il viso, i capelli.
«Tranquillo.» sussurra. «Tranquillo…»
Io vorrei dire che ho paura, lo vorrei gridare, ma devo annaspare per riuscire
soltanto a riempirmi d’aria i polmoni. Voglio vedere Misty, voglio essere
ancora qui quando arriverà, ma non resisto più, non respiro.
Però cerco lo stesso di ascoltare Lucinda e calmarmi, mi sforzo di continuare a
respirare anche se fa male; anche se non so fino a quanto potrò andare avanti
sapendo che dopo questo respiro ce ne sarà un altro. Sento lei che continua ad
accarezzarmi i capelli e sento Brock dirmi «Coraggio, Ash.» e stringo la mano
di Lucinda quando lei prende di nuovo la mia, perché forse se mi tengo
aggrappato con tutta la forza che ho riuscirò a resistere, forse riuscirò ad
aspettarla.
Forse. Forse devo solo resistere ancora per un pochino.
I am longing to see you again
it’s been so long
Non riesco bene a rendermi conto del tempo che
passa. Non capisco nemmeno bene quando sono sveglio, di tanto in tanto apro gli
occhi e vedo tutto questo bianco e allora li richiudo e forse mi addormento di
nuovo. Provo a chiedere di Misty e la mia voce non la sento neppure io e allora
lascio perdere e mi riaddormento perché tanto lei non c’è.
Non riesco a respirare, fa male, tossisco e mi sembra che i polmoni mi vengano
strappati via dal petto e penso non ce la faccio, Dio, non ce la faccio.
Aspetto che lei arrivi ma –
(non ce la faccio)
– fa male forse il mio ultimo respiro è proprio questo di ora o quello
subito dopo.
Lucinda mi tiene la mano, mi dice di resistere, mi dice coraggio. Ad un
certo punto sento Brock dire che ha parlato di nuovo con Misty per telefono, che
ora non manca molto, ma forse mi sono addormentato di nuovo e sto sognando, e
quando ho di nuovo per qualche minuto la certezza di essere sveglio non ho forza
di domandare se l’ha detto davvero, non ho forza nemmeno per continuare a
respirare.
Mi addormento di nuovo e mi sveglio credo dopo pochi minuti e sto soffocando,
tossisco e Lucinda mi pulisce le labbra con un fazzoletto e io vedo macchie
rosse di sangue sul bianco.
«Sta per arrivare.» mi dice Brock e io penso che sta per arrivare non
vuol dire niente, sono ore ormai che sta per arrivare ma ancora non è
qui.
E penso anche che devo resistere, che devo farcela,
che DEVO riuscire ad aspettarla
ma è inutile ormai perché non riesco nemmeno a restare sveglio e scivolo di
nuovo nel sonno e non so quanto tempo passa
so solo che fa male e che non riesco a respirare
solo questo.
È con gli ultimi rimasugli del mio pensiero cosciente che riconosco la tua voce
e mi obbligo a riaprire gli occhi, a restare ancora per questa manciata
di attimi.
«Sono qui… Ash…?»
ci sei
sei arrivata
In mezzo a tutto questo bianco il verde dei tuoi occhi e il rosso dei tuoi
capelli sono gli unici colori.
provo a pronunciare il tuo nome e ci riesco a malapena, forse non mi senti
nemmeno
«M… Mis…»
Tu corri da me, mi prendi la mano e la stringi forte.
«Sono qui.»
Vorrei stringere la tua e non sono sicuro di riuscirci, ma a te sembra bastare.
«Sono qui, Ash, ti prego..»
piangi
forse sto piangendo anch’io
Non riesco più a vedere bene e non so se sono le lacrime o è perché ormai non
ce la faccio più.
vorrei dirti
sorridi
vorrei dirti che è l’ultima volta che ti vedo e vorrei vederti sorridere
vorrei dirti grazie per essere venuta ma –
– che MALE Cristo non ce la faccio
non ho più voce, non riesco nemmeno più a respirare
vorrei dirti di non lasciarmi la mano
perché non riesco più a vedere niente ma ho bisogno di sapere che ci sei
ho paura ti prego
non lasciarmi la mano
non lasciarmi
è l’ultima cosa che penso
non lasciarmi ora–
as I am soaring I’m one with the wind