NEVERMORE
VIII.
toda una vida de lágrimas
cede a la locura y luego calla
por amor a un dia
que jamás volverá
«Ha detto che mi ha liberata per una ragione. Che aveva bisogno di parlarti. E… che vuole qualcosa da te.»
Non le rispondo subito; prima mi ripeto mentalmente quello che ha appena detto, ma continua a non avere senso. Scuoto la testa.
«Vuole qualcosa da me? È assurdo, nemmeno ho idea di chi possa essere.»
Vera scrolla appena le spalle. «Sembrava che lei ti conoscesse. Non hai proprio idea di chi potesse essere, sicuro…?»
«Non direi.» rispondo. «Sapresti descrivermela meglio? Che aspetto aveva?»
Ci pensa, aggrottando lievemente le sopracciglia. Ha ancora in grembo la mia felpa, e ora ne sta lisciando lentamente la stoffa sulle proprie ginocchia, probabilmente senza neppure rendersene conto. «Non l’ho vista bene, te l’ho detto.» dice alla fine. «Aveva gli occhiali da sole. Poteva avere… boh, quarantacinque o cinquant’anni? E aveva i capelli rossi, e lunghi quasi fino al sedere. Ti viene in mente nessuno?»
No, che non mi viene in mente nessuno. Probabilmente sarebbe così anche se non avesse avuto gli occhiali da sole, e Vera l’avesse vista bene in viso. L’unica persona con i capelli rossi che conoscevo è morta da otto anni.
Eppure, per una frazione di secondo ho l’impressione che la descrizione di Vera corrisponda ad un qualche ricordo sepolto da qualche parte nella mia mente. Dura solo un istante, però, come certi ricordi di sogni che a volte ti tornano in mente dal nulla e poi svaniscono di nuovo prima che tu possa realmente capire di cosa si trattasse, e per quanto ti sforzi di afferrarli di nuovo non ci riesci più. Ed è questa l’impressione che ho, di qualcosa che forse ho visto in un sogno, ma un sogno fatto talmente tanto tempo fa da non ricordarlo più. Forse è soltanto la mia immaginazione. D’altro canto, solo qualche ora fa ho visto Misty in piedi davanti a me, e le ho parlato e l’ho sentita rispondermi; non so fino a che punto possa fidarmi della mia mente.
Sospiro. «Nient’altro?»
«Non so.» risponde lei. «Aveva questo… non saprei dire esattamente cosa. Qualcosa di familiare, come se somigliasse a qualcuno che conosco. Anche la sua voce.»
Sta giocherellando con la stoffa della mia felpa più nervosamente, ora, ed anche nella sua voce c’è qualcosa di insolito, come se stesse girando intorno a qualcosa ed avesse paura di avvicinarcisi troppo. Non mi guarda; abbassa gli occhi e si morde il labbro.
«Vera? C’è qualcos’altro?»
Si affretta a scuotere la testa. «No, è solo che… niente, è una sciocchezza. Lascia stare.»
Però sa che ormai la conosco troppo bene perché possa mentirmi; almeno non più di quanto io riesca a mentire a lei. Così non c’è bisogno che dica nient’altro. Riesce a resistere giusto per una manciata di istanti, poi sospira e alza gli occhi verso di me.
«È che… per un po’ ho pensato… sì, insomma, probabilmente è solo una sciocchezza, però, beh…» si ferma, ed esita per qualche secondo prima di finire. «Ho pensato che… somigliasse un po’ a Misty. Ecco. Non solo per i capelli, c’era… qualcosa che me la ricordava, non so bene che cosa. Ho anche pensato… che avrebbe potuto essere sua madre.»
«La madre di Misty è morta.» dico io.
Vera non dice nulla.
«Morì quando Misty era piccola.» continuo. «Penso che avesse… tre o quattro anni, non di più. Credeva che fosse morta di cancro. Invece fu il Team Rocket a ucciderla. Però… se sapeva come, o perché, non ha mai potuto spiegarmelo.»
Che sua madre l’aveva uccisa il Team Rocket me lo disse mentre stava per addormentarsi fra le mie braccia, a non più di un centinaio di metri dal covo di Hun e della sua banda. Io l’abbracciai e basta. Non le domandai niente. Non ha mai potuto dirmi di più perché l’ultima volta che io l’ho vista è stato il mattino successivo, con un proiettile piantato nel petto e la certezza sarei morto lì. Quando mi svegliai in ospedale accanto a me c’era Vera, e lei non c’era più.
Adesso Vera abbassa lo sguardo di nuovo, accennando un mezzo sorriso di scusa. «Sì, era solo una sciocchezza, non avrei dovuto neanche dirtelo. Magari non le assomigliava neppure così tanto… sì, insomma, ero terrorizzata, non sono poi così sicura che– »
«Ehi.» la interrompo. «Va tutto bene. Non serve che eviti di nominarla.»
«È che ho sempre paura di farti male, se pronuncio il suo nome.» sussurra. Ed è un po’ vero, perché ancora oggi basta il suo nome o qualsiasi altra cosa che la riguardi a farmi stare male, però scuoto la testa perché non c’è bisogno che sia lei a ricordarmela in questo momento ed anche perché lei, quando pronuncia il suo nome, non lo fa mai con l’intento di farmi male. Lo sento dal tono della sua voce, e lo vedo dal modo in cui mi guarda – cautamente, come se tastasse il terreno – quando lo fa.
«Ma no.» dico. Ricordo di avere ancora la pistola che James mi ha dato infilata nella cintura dei jeans quando muovendomi la sento premere contro il fianco. La sfilo con cautela e mi ritrovo a rigirarmela fra le mani. Non mi accorgo di Vera che mi guarda con apprensione finché non la sento chiamarmi.
«Ash?»
Io appoggio la pistola sul comò e sospiro. Non ci ho veramente pensato, o almeno non in modo del tutto cosciente, perciò sorprendo anche me stesso quando dico: «Ce ne andiamo.»
Lei mi guarda, dubbiosa. Forse non crede che davvero abbia detto quello che mi ha sentito dire.
«Cosa?»
«Hai sentito.» rispondo. «Ce ne andiamo. Da questa città… anche da Kanto, se serve.»
Scuote la testa. «Ma tu non hai fatto altro che dire che non puoi andartene, almeno non finché…» si blocca di colpo, realizza, e spalanca gli occhi. «L’hai…?»
«No.» la interrompo. «Ma non importa più. Al diavolo lui ed anche qualunque cosa voglia da me quella donna, non voglio restare qui se restare significa metterti in pericolo.»
Lei mi osserva con attenzione per un po’. «Tu non stai dicendo sul serio.» conclude alla fine.
«Sì invece, che dico sul serio.» ribatto. Lei mi appoggia una mano sulla spalla.
«Forse pensi di dire sul serio.» mormora. Sento di nuovo un’incertezza nella sua voce. «Però non puoi. Tu stai male, non è vero?»
Io non rispondo. Perché se le dicessi di no sarebbe assurdo.
«…cioè, lo so che stai male.» si corregge. Il tremito nella sua voce si fa più accentuato. «Mi hai detto… di avere allucinazioni. Mi hai detto che la vedi. Fino a stamattina eri certo che l’unico modo che avevi per chiudere tutta questa cosa fosse… uccidere quell’uomo. Pensi davvero che potresti… semplicemente andartene e dimenticare tutto? Ne sei sicuro?»
«…fino a stamattina non avevo davvero pensato che se non mi fossi fermato avrei potuto perdere te.» rispondo, d’impulso. Lei non dice niente. Non dico nient’altro neanch’io. Rimango a guardare i suoi occhi azzurri che si fanno lucidi di lacrime e poi lei si sporge verso di me e mi abbraccia. Continua a non dire nulla, mi tiene solo stretto per un po’.
«Ce ne andiamo domattina.» le dico, appena mi lascia andare. Lei non mi risponde. Non crede ancora che dica sul serio. Non ne sono certo neanch’io, d’altra parte.
Sospira. «Fammi vedere la gamba.» dice. Rimango in silenzio mentre lei si china per rimboccarmi i jeans fino al ginocchio con la massima delicatezza possibile, attenta a non farmi male, ed a svolgere l’ormai inutile bendaggio.
«La prima cosa che farai domani sarà andare a farti vedere da un medico.» dice, dopo aver visto la ferita. «Promettimelo.»
«Promesso.» ribatto, perché so che non si accontenterebbe di qualunque altra risposta. Lei si sporge per afferrare la cassetta del pronto soccorso, rimasta appoggiata sul letto da prima.
«Fa male?» domanda. Le dico di no, ma non riesco ad evitarmi qualche sussulto per il dolore mentre lei torna a fasciarmi strettamente la gamba con delle bende pulite. Quando finisce torna a sedersi accanto a me in silenzio.
«È tardi.» mormora alla fine. «Dovremmo cercare di dormire tutti e due.»
Io annuisco, perché davvero credo che a questo punto non avrei nemmeno la forza di alzarmi in piedi senza stramazzare a terra. Ho ancora paura di quello che potrei sognare, ma un po’ meno, perché quando mi sveglierò dall’incubo troverò Vera accanto a me, e potrò abbracciarla ed accertarmi che lei, almeno, è davvero qui ed è davvero ancora viva, che Drew non le ha fatto del male, e che non ho perso anche lei. Non è sufficiente a sovrastare del tutto i sogni in cui mi ritrovo ancora una volta a correre verso Misty senza mai poterla raggiungere prima che sia troppo tardi – non è mai stato sufficiente, in fondo – ma in parte è per questo che quando lei mi guarda e sussurra “posso dormire con te?” trovo la sua mano e la stringo forte nella mia.
«Certo.»
*
Quando mi sveglio non è ancora del tutto giorno, e rimango immobile per non svegliare Vera. Ci ha messo un bel po’ a addormentarsi, ed anche quando infine ci è riuscita il suo sonno ha continuato a sembrarmi talmente fragile e agitato – inframmezzato da respiri che per metà erano singhiozzi – che per tutta la notte non ho avuto il coraggio di muovere un muscolo. Ora dorme tranquilla. È talmente rannicchiata contro di me che le sue ginocchia premono dolorosamente contro il mio fianco, ma non provo nemmeno a cercare una posizione più comoda.
Ho sognato – qualcosa che riguardava la donna con i capelli rossi, forse – ma quando provo a ricordare scopro di non riuscirci. Non sono più sicuro neppure che la donna con i capelli rossi c’entrasse davvero qualcosa. Rimango sdraiato ad aspettare che il battito del cuore si calmi, e il respiro smetta di essere una disperata ricerca di aria. È un sogno che ho già fatto, penso, di nuovo come se fosse un pensiero non mio. Tento di capire cosa voglia dire e non trovo nessuna risposta.
Quando infine riesco a riaddormentarmi – per poco, e di un sonno solo superficiale, perché ormai non manca molto al suono della sveglia – sogno i corvi. All’inizio ce ne sono solo due o tre: sagome scure che si stagliano contro il cielo grigio di nubi. Poi ne arrivano altri. Sono così tanti da oscurare il sole come se fosse notte.
*
«Sei sicuro di dire sul serio, Ash?»
Annuisco. «Certo che dico sul serio. Ce ne andiamo da qui.»
Lei esita, ferma in mezzo alla stanza.
«Raccogli le tue cose.» le dico. «Prima ce ne andiamo e meglio è.»
Non che abbia molto da raccogliere, in realtà. Qualche vestito, la cassetta del pronto soccorso ancora aperta sul suo letto. Io faccio lo stesso raccogliendo le mie. Quando arrivo alla pistola appoggiata sul comò la osservo per qualche istante, rigirandomela fra le mani fino a ritrovarmi a guardare direttamente nell’occhio cieco della canna. Indugio ancora per un istante o due, poi la infilo nello zaino insieme alle munizioni.
Vera raccoglie la mia felpa, quella che ho usato per bendarmi la gamba. Osserva le macchie di sangue con le sopracciglia aggrottate per qualche secondo. Poi la piega con cura, lisciandone la stoffa stropicciata con le mani; e si volta verso di me.
«Ce ne andiamo, d’accordo.» dice. «E poi che succede?»
Scrollo le spalle. «Ci troviamo qualche posto in cui stare. Qualche posto in cui essere al sicuro. Dovrà esserci qualche posto in cui non ci troveranno.»
Lo sguardo che ha negli occhi non cambia di una virgola. «Non intendevo questo.» dice. «Intendevo… cosa succede a te.»
«Cosa dovrebbe succedermi?» domando, ma mi volto di nuovo fingendo di riprendere a sistemare il contenuto dello zaino, perché so dove vuole arrivare.
«Lo sai cosa voglio dire.» sospira infatti lei. «Hai intenzione di… farti aiutare, o cosa?»
Mi irrigidisco senza volerlo, serrando le mascelle e stringendo le mani a pugno.
«Non ho bisogno di farmi aiutare.»
«Ash.»
«Sto bene.» dico. Mi sforzo di stirare le labbra in un sorriso e mi volto a guardarla. «Dico davvero.»
«Hai le allucinazioni!» ribatte lei. «Vedi cose che non esistono. Non è come… non so, i tuoi incubi. Non è qualcosa da cui posso svegliarti, Ash, e non è una cosa per cui può bastarti il mio, di aiuto!»
«Vuoi che vada da uno strizzacervelli? Per cosa, per farmi mettere sotto psicofarmaci?» mi fermo, guardandola. Poi aggiungo: «Un’altra volta.»
Non risponde subito. Sostiene il mio sguardo per un po’, poi scuote la testa.
«Sì, se serve a farti stare meglio.»
Io non dico niente, perché quello che penso è che non posso stare meglio. Penso che forse se finissi quello che ho iniziato finirebbe anche tutto il resto; ma penso anche che non è solo per mettere al sicuro Vera che voglio andarmene. Penso che sì, voglio ancora uccidere quel bastardo, ma anche che c’è una parte di me – che prima era una parte minuscola e facile da mettere a tacere, ma ormai urla e non riesco più a ignorarla – che non vuole farlo. Perché immagino il momento in cui gli punterò la pistola alla testa e farò fuoco come una catarsi, come la risoluzione di tutto; ma forse non sarà nient’altro che il momento in cui ucciderò un uomo, e dopo che l’avrò fatto mi renderò conto che è ancora tutto come prima.
Mi siedo sul letto e traggo un lungo respiro, indugiando con lo sguardo sul pavimento ai miei piedi. Non vedo Vera avvicinarsi, ma la sento. La percepisco, quasi, ancora prima che tiri verso di se ed inizi ad accarezzarmi i capelli.
Mi accorgo che sta piangendo solo quando si lascia scappare un singhiozzo, ed immediatamente cerca di soffocare gli altri coprendosi la bocca con la mano, come se non fosse già troppo tardi e non l’avessi già perfettamente sentita. Mi volto di scatto.
«Io non so se ce la faccio più, Ash.» mormora. «Fa male anche a me vederti così, mi fa male e mi fa sentire inutile, perché non posso aiutarti, non riesco più neppure a capire cosa davvero ti passa per la testa, e perché… perché ancora dopo otto anni fai incubi su di lei e lo so che quando ti svegli non è me che vorresti vedere, e qualunque cosa io faccia non sarà mai abbastanza perché… perché non sono lei, ecco perché.»
«Vera– » inizio, con un filo di voce. Lei mi ferma.
«Fa’ finta che non abbia detto niente.» dice. Mi lascia andare e si asciuga le lacrime, tira su col naso. «Adesso passa. A me passa.»
Io non so che dire.
Non so che dire perché mi pare che qualunque cosa in questo momento non cambierebbe un bel niente.
E non so che dire perché anche se sarebbe giusto che le dicessi che non è così, che se non ci fosse stata lei con me non avrei mai avuto la forza di far trascorrere ogni singolo giorno di questi otto anni, e almeno una parte di me lo pensa davvero, questo. Ma c’è un’altra parte che continua a gridare che quello che lei ha appena detto è vero, che se non sto bene adesso e probabilmente non starei bene neppure se di anni ne fossero passati venti o trenta o trentacinque è perché il vero motivo che avevo per far passare le giornate e le settimane e i mesi l’ho perso otto anni fa, e quello che rimane di me da quel giorno ancora non ha trovato un modo per rimettersi in piedi.
L’Ash Ketchum di un tempo era una persona di cui tutto si poteva dire, forse, meno che fosse incompleta. Poi è successo qualcosa, e per la precisione quel qualcosa aveva l’aspetto di un cumulo di macerie che ha ridotto la mia gamba destra ad un ammasso di carne lacerata e ossa spezzate, e già che c’era ha anche sbriciolato qualsiasi certezza io avessi mai avuto. Se non ci fosse stata Misty allora, forse avrei continuato per chissà quanto a limitarmi a guardar passare il tempo, andando in pezzi dal di dentro di più ogni giorno. Misty è stata il mio appiglio, la cosa che mi ha dato la forza di alzare la testa e rimettermi a camminare; e ancora oggi, anche se sono passati otto anni, quando ho bisogno di appoggiarmi a qualcosa è lei che cerco. E cado rovinosamente a terra ogni volta.
Forse sarebbe stato meglio che avessi detto qualcosa. Perché questo silenzio che riempie la stanza tanto che sembra non ci sia più spazio per l’aria da respirare dice troppe cose, e le dice tutte insieme.
«Ce ne andiamo.» dice Vera. Guarda per terra. «Come vuoi tu.»
«Vera…»
«No.» mi interrompe. «Non dire niente. Preferisco così.»
Non dico niente davvero, perché anche se volessi non saprei neppure da dove cominciare. Raccolgo lo zaino e mi alzo. Lei fa lo stesso.
In corridoio cerco un’altra volta di parlarle.
«Vera. Ascoltami– »
«No, Ash.» ripete. Ed anche se lontano e quasi impercettibile, sento di nuovo un tremito leggero nella sua voce. «Non dire niente. In questo momento potresti solo peggiorare le cose.»
E io mi dico che probabilmente ha ragione. Però insisto.
O almeno ci provo, perché appena cerco di iniziare a parlare lei si volta di scatto e mi guarda, e mi interrompe di nuovo.
«No, ascoltami tu. Non è per quello che ti ho detto prima, o almeno… non solo, Ash.»
Si volta di nuovo ed affretta lievemente il passo, fino a darmi le spalle.
«Ho paura per te. Non so quando riuscirai a capirlo. Ho paura che continuerai ad autodistruggerti come stai facendo ora, e che prima o poi arriverà un momento in cui quello che io posso fare per aiutarti non sarà più abbastanza. Non so nemmeno se sia abbastanza ora. E…» per un momento l’insicurezza nella sua voce si fa più accentuata. Si ferma ed esita per un istante, per riprenderne il controllo. «…mi manca il modo in cui sorridevi quando c’era lei. L’altra notte, quando ti ho chiesto se l’avevi sognata… mentre dormivi avevi quel sorriso, e mi sono resa conto che era da così tanto tempo che non lo vedevo che mi è venuta voglia di mettermi a piangere, perché mi sono resa conto anche di quanto tempo è che non stai davvero bene.»
«Io sto bene.» tento di ribadire, per l’ennesima volta. Lei sospira.
«Ash, non sono stupida.» dice.
Siamo arrivati nella hall, intanto. Lei si sistema sulle spalle lo zaino che finora aveva tenuto in mano, continuando ad andarci a sbattere con la caviglia mentre camminava. Sospira di nuovo.
«Sei davvero sicuro, Ash?»
Sto per rispondere che sì, sono sicuro, ma non lo faccio perché l’infermiera Joy del pokemon center mi si avvicina e richiama la mia attenzione appoggiandomi una mano su un braccio. Mi volto.
«Ash Ketchum?» domanda, con un sorriso lievemente nervoso.
Aggrotto le sopracciglia. «Sì, sono io. Perché?»
«C’è una chiamata per te su uno dei telefoni pubblici del pokemon center. Hanno fatto il tuo nome ed hanno detto di dover parlare con te.»
Si volta e mi fa cenno di seguirla fino ai telefoni. Io non capisco.
«Le ha detto per caso chi è?»
«No.» dice. Si stringe nelle spalle con un’espressione di scusa sul viso. Sorride ancora, ma ha una ruga sottile disegnata in mezzo alla fronte ed uno sguardo preoccupato negli occhi. «Ha soltanto detto il tuo nome e poi che ha bisogno di parlare con te e che è importante.»
Mormoro un “grazie” confuso ed afferro il ricevitore del telefono che mi sta porgendo, posando lo zaino per terra. Lei mi sorride di nuovo e si allontana discreta mentre porto il telefono all’orecchio.
«Pronto?»
La voce che mi risponde è innaturale, quasi meccanica. Sembra provenire più da una macchina che da un essere umano, e ci metto un po’ a capire che la persona all’altro capo del filo deve stare usando un qualche dispositivo per modificare la voce e renderla irriconoscibile.
«Ascoltami e non fare domande. Ho bisogno di incontrarti.»
È una voce di donna, almeno questo riesco a capirlo, nonostante il filtro. «Chi diavolo sei?» esclamo, ma la mia domanda risuona sfiatata e molto meno decisa di quanto non fosse nella mia mente. Serro la mano sulla cornetta del telefono.
«Non fare domande, ho detto.» ripete la donna. «Dobbiamo incontrarci. C’è una strada sul retro del pokemon center in cui ti trovi. Seguila per un centinaio di metri, finché non troverai un vicolo alla tua destra. Sarò lì dopo il tramonto.»
«Chi diavolo sei?!» ripeto, stavolta con più energia. «Perché dovrei fidarmi?»
C’è qualche istante di silenzio. Poi: «Perché ha a che fare con lei. Con Misty.»
Il cuore prende a battermi così forte nel petto da darmi l’impressione che voglia uscirne. Mi sforzo di respirare e ci riesco solo a stento.
«Come sai di Misty…?» riesco a mormorare alla fine. La mano con cui tengo il telefono ha preso a tremare.
«So molte cose.» dice. «Più di quanto immagini. Su di lei ed anche su di te. Così come so che in questo momento sei in piedi accanto al telefono, che dietro di te c’è la tua ragazza e che prima di rispondere hai appoggiato a terra lo zaino.»
Il mio sguardo scatta in direzione della finestra, poi altrettanto di scatto mi volto per guardarmi alle spalle, rischiando di tirarmi dietro tutto il telefono. Incrocio lo sguardo di Vera che mi osserva con evidente preoccupazione, ma nient’altro.
Dall’altro capo del filo mi arriva una risatina. «Non agitarti. Non ho intenzione di fare del male né a te né a lei.»
«Dove accidenti sei…?» mormoro, rauco.
«Niente domande.» ripete. «Questa sera dopo il tramonto. Segui la strada sul retro del pokemon center per un centinaio di metri, poi svolta nel vicolo alla tua destra. È facile da ricordare, vero? Oh, e quasi dimenticavo: vieni da solo. Non preoccuparti per Vera, dubito che qualcuno le si avvicinerà di nuovo. Io ogni caso, dille di restare dove altre persone possono vederla.»
Io appoggio la mano libera alla parete, stringendola a pugno.
«E se decidessi di non venire?»
C’è un’altra pausa. «Diciamo soltanto che io lo eviterei, se fossi in te.» mi risponde poi. Poi c’è uno scatto, e poi – anche se esclamo “No, aspetta!” a voce tanto alta che anche l’infermiera Joy al bancone alza la testa spaventata – il segnale di libero.
Rimango ad ascoltarlo per non so quanti secondi, poi metto giù il ricevitore, con il cuore che continua a correre ad una velocità almeno doppia al normale. Quando Vera mi appoggia una mano sulla spalla sussulto, e a stento riesco a non ritrarmi prima di realizzare che è lei.
«Ash? Chi era?»
Mi volto. Non so che sguardo ho in questo momento, né cosa ci veda lei; ma qualunque cosa sia la spaventa a morte. Glielo leggo in viso alla perfezione.
«Non lo so.» dico.
«Ash, cosa… che cosa voleva? Cos’è successo?»
Potrei dirle niente. Potrei dirle che chiunque fosse e qualunque cosa volesse non ha importanza, e stasera dopo il tramonto potremmo essere non qui ma lontani quanto più possibile da Varis Town e, se siamo fortunati con le coincidenze fra pullman e treni di cui non ho avuto il tempo di controllare gli orari, anche in procinto di lasciare Kanto. Naturalmente continuerebbe a chiedermi chi fosse al telefono e cosa mi abbia detto finché non le direi tutto – o almeno tutto quello che so, che in effetti non è molto di più di quello che sa lei – ma prima che riesca a farsi dire tutti ci saremmo già lasciati alle spalle Varis. Penso tutto questo in una frazione di secondo, e poi, invece di dirle che non è niente e che dobbiamo andarcene, appoggio la schiena alla parete e lascio andare l’aria che ho nei polmoni in un lungo sospiro.
«Era una donna.» dico. «Ha detto… che deve incontrarmi. Stasera.»
Vera spalanca gli occhi ancora di più. «Era lei.» dice, e io penso alla donna con i capelli rossi. «Ma tu non… non la incontrerai, vero? Ti ha detto che cosa vuole da te?»
Scuoto la testa alla seconda domanda. Alla prima, non so cosa rispondere. Alla fine, senza neanche sapere perché, rispondo: «Devo.»
«Devi?» mi fa eco lei. «Perché? Ash, cosa succede?»
«Non lo so, cosa succede.» mormoro. Mi lascio scivolare lungo la parete fino a ritrovarmi seduto per terra. Vera si affretta ad accovacciarsi accanto a me. Trova la mia mano e la stringe, e l’altra me la appoggia sul viso, obbligandomi anche se con dolcezza a voltarmi verso di lei.
«Ash. Mi stai facendo paura. Spiegami.»
«Ha detto che deve incontrarmi.» ripeto. «Mi ha detto il luogo e l’ora. E… mi stava osservando, perché sapeva delle cose che non avrebbe potuto sapere, se non mi avesse visto. Sapeva cosa stavo facendo in quel preciso momento. E ha detto…»
Deglutisco, scoprendo una gola talmente secca che la sento schioccare dolorosamente. Certo di distogliere lo sguardo e Vera me lo impedisce, voltandomi di nuovo verso di sé.
«…ha detto che sa di Misty, e che quello che deve dirmi ha a che fare con lei.» finisco.
Non dice nulla. Non mi aspettavo altro che silenzio, in effetti. E di silenzio ce n’è anche troppo, perché rimaniamo zitti tutti e due a lungo. Alla fine lei lascia andare un respiro tesissimo, e sussurra: «E tu ci andrai?»
«Ci devo andare.» rispondo. «Devo sapere cosa vuole.»
Devo sapere cosa sa di Misty, e se sa qualcosa che non so io.
Vera non mi risponde. Mi stringe la mano fra le sue, forte, come se avesse paura di lasciarmi andare.
*
All’appuntamento ci vado con il cuore in gola e la pistola di James infilata nella cintura dei jeans.
Ho detto a Vera di promettermi che stavolta non si sarebbe allontanata per nessun motivo dalla hall del pokemon center, dove sarebbe rimasta sotto lo sguardo dell’infermiera Joy ed anche di qualche occasionale visitatore. E le ho detto che se non mi avesse visto tornare avrebbe dovuto chiamare la polizia, e continuare a non muoversi da lì anche dopo averlo fatto. Ovviamente questo l’ha terrorizzata, ma almeno ho la certezza – o almeno la speranza – che stavolta sia al sicuro.
Il sole è quasi tramontato del tutto. Fa freddo, fuori, nonostante abbia smesso di piovere; soffia un vento ghiacciato e umido che s’infila nei vestiti e fa quasi lacrimare gli occhi. Una lattina vuota rotola verso di me, sbattendo rumorosamente contro l’asfalto. La fermo istintivamente appoggiandoci sopra un piede, poi la allontano con un calcio. Allo sbatacchiare sonoro dell’alluminio contro il bordo del marciapiede risponde il grido rauco di un corvo.
Procedo lentamente, un po’ per via della gamba che non ha ancora smesso di fare male ed un po’ perché continuo a guardarmi alle spalle, con la sensazione di essere osservato. Cosa stai facendo? domanda la voce di Misty nella mia testa; ed io scrollo le spalle, perché non lo so.
Quando raggiungo il vicolo che la donna mi ha descritto al telefono mi fermo, e chiudo la mano sul calcio della pistola. Rimango in piedi in mezzo al marciapiede per un minuto buono prima di decidermi ad andare avanti. Ho il cuore che batte così forte che faccio quasi fatica a respirare, me lo sento pesare nel petto come un macigno. «Avanti.» sussurro infine a me stesso, perché non scoprirò chi è quella donna e cosa sa di Misty se resto qui impalato, ed è per questo che sono qui. Riprendo a camminare.
Nel vicolo già dopo pochi passi è molto più buio, perché è quasi notte ormai e la luce dei lampioni ci arriva solo a malapena. D’istinto sfilo la pistola dalla cintura dei jeans e disinserisco la sicura, tenendo il braccio disteso lungo il fianco e la canna dell’arma puntata verso terra. Avanzo con cautela di qualche passo, i muscoli tesi come corde.
«Non ti serve, quella. Puoi metterla via.»
Mi volto talmente di scatto che rischio di scivolare sull’asfalto ancora umido di pioggia, ed istintivamente, senza neanche pensare a quello che sto facendo, stendo il braccio con cui impugno la semiautomatica rivolgendola verso il punto da cui ho sentito provenire la voce. E poi mi fermo. Del tutto.
E smetto di pensare, di collegare i pensieri in modo logico. Forse smetto anche di respirare davvero.
Perché non ho fatto fuoco, no, ma in compenso qualcosa nel mio petto si è spezzato in due e fa un dannato male del diavolo, così tanto che mi sembra di non riuscire nemmeno a riempirmi d’aria i polmoni.
Perché per un secondo – o forse più di uno, perché potrebbe essere passato un secondo come potrebbero esserne passati dieci o venti o un intero minuto, per quello che ne so – la mia mente cerca di convincermi di qualcosa che è del tutto assurdo. Impossibile. Perché c’è qualcosa, non saprei dire che cosa, forse nella corporatura della sagoma che si staglia nitida nella luce scarsa dei lampioni o nel modo che ha di muoversi, o forse nel suono della sua voce o nel colore dei capelli che le scendono sciolti sulle spalle e sulla schiena o in tutte queste cose insieme, che mi fa pensare È lei.
Ed anche se c’è ancora, da qualche parte, una voce ancora razionale nella mia mente che strepita che no, non è possibile, e che non è lei, non è abbastanza per impedire alla mano con cui impugno la pistola di cominciare a tremare – come tutto il resto del mio corpo, probabilmente – ed al braccio di ricadere lentamente lungo il fianco.
«Così va meglio.» dice la sagoma. Poi fa qualche passo verso di me e l’illusione svanisce. Le somiglia, le somiglia incredibilmente, ma non è lei. È una donna sulla cinquantina d’anni, con i capelli di un rosso più scuro e spento e leggermente mossi, non lisci come i suoi.
Non è lei.
Però le somiglia. Le somiglia così tanto che quando mi si avvicina ancora e mi toglie di mano la pistola, ancora rivolta verso qualche punto imprecisato fra l’asfalto e le sue caviglie, io non faccio nessuna resistenza perché sono troppo occupato a fissarla. Non le vedo gli occhi, perché porta un paio di occhiali da sole anche adesso che è quasi del tutto buio; ma quello che riesco a vedere del suo viso mi ricorda così tanto lei che il peso che mi schiaccia il petto impedendomi di respirare bene ancora non si dissolve.
Mi restituisce la pistola dopo aver inserito la sicura. «Se non fai attenzione qualcuno potrebbe farsi male.» afferma, con un sorrisetto. Ed è così suo anche quel sorriso, quel particolare modo di piegare le labbra, che ancora non riesco a reagire. Anzi, non riesco neanche a pensare, che diamine. Chiudo le dita sul calcio della pistola solo per riflesso automatico quando lei me lo preme contro il palmo.
È poco più bassa di me, come forse sarebbe lei ora se fosse vissuta. Sotto la giacca di pelle un po’ troppo grande che indossa la sagoma del suo corpo è esile come la sua.
«Mi sarebbe piaciuto incontrarti in circostanze migliori.» dice. Ed io mi riscuoto di colpo. Ho la sensazione di essermi appena risvegliato da un sogno.
«Chi sei?»
«Ho molti nomi.» risponde. «Quello vero, però, con cui credo tu abbia sentito parlare di me almeno qualche volta, è Rose.»
Rose.
Non capisco ancora.
È come se tutti i pezzi del puzzle fossero lì, davanti a me, ma non riuscissi in nessun modo ad incastrarli insieme. Forse perché l’immagine che dovrebbero formare non ha nessun senso.
«Rose…?»
Lei sorride di nuovo. È un sorriso che distende solo le labbra senza illuminare il resto del volto, come se cercasse senza riuscirci di celare un dolore incredibilmente profondo. Penso a quello che Vera mi ha detto stamattina sul modo in cui io sorrido, ed improvvisamente mi sembra di capire.
«Sono la madre di Misty.»
E io scuoto la testa, perché il senso dell’immagine che dovrei mettere insieme ancora non lo trovo.
«La madre di Misty è morta.»
Il sorriso rimane. Solleva le mani portandole ai lati della testa e si sfila lentamente gli occhiali da sole. Mi guarda dritto negli occhi, e per una manciata di istanti qualcosa si conficca di nuovo nel mio petto affondando in profondità e facendo dannatamente male. Perché sono identici ai suoi, quegli occhi. I capelli sono più scuri, ed i lineamenti del viso sono solo simili, ma gli occhi sono identici.
«Devo somigliarle molto, a giudicare dalla tua espressione.» dice, ed io ho la sensazione che la sua voce provenga da molto lontano, perché l’unica cosa che esiste in questo momento sono quegli occhi di quell’esatta sfumatura a metà fra il verde e l’azzurro, un colore che non avevo mai visto uguale in nessun’altra. «Non hai torto, comunque. Rose Waterflower è davvero morta il dieci ottobre del 1993, dato che ormai questo nome non appartiene più a nessuno. Quindi sì, pensarla in questi termini non è sbagliato.»
Continuo a non capire. Ma non posso dirlo, perché quegli occhi sono ancora fissi nei miei, così scuoto la testa e basta.
«Credo di doverti delle spiegazioni.» prosegue lei, e io penso che sì, me le deve eccome. «È vero, Rose Waterflower è morta vent’anni fa. Ma è morto un nome. Un nome è molto, ma non è tutto.»
«Misty ti credeva morta.» riesco infine ad articolare. Lei annuisce. Il suo sguardo colma improvvisamente di tristezza.
«Lo so. E le sue sorelle lo credono tuttora.»
Io non so bene perché le credo, in realtà. Non so perché sono ancora qui e perché sto ascoltando le parole di una donna che sostiene di essere qualcuno che è morto da vent’anni. So soltanto che questi occhi qui non possono appartenere a nessun altro che a lei, e se non è lei quella che ho davanti allora dev’essere qualcuno che ha a che fare con lei molto da vicino. Perché potrebbe mentirmi o trovare il modo di ingannarmi su qualunque cosa, ma non su questa.
«Perché?»
«Perché era l’unico modo che avevo per proteggerle.» un’ombra le oscura lo sguardo, e per la prima volta da quando si è tolta gli occhiali da sole i suoi occhi si distolgono dai miei. «Anche se non è stato abbastanza, forse.»
«Cosa vuol dire?» domando. Lei non mi risponde.
«Cosa ti ha detto Misty di me?» domanda invece. Torna ad alzare lo sguardo verso di me e la sua espressione torna impassibile.
«Mi disse che eri morta di cancro.» rispondo. «O almeno… era quello che lei pensava. Poi mi disse che era stato il Team Rocket a ucciderla, ma non ha mai… potuto spiegarmi perché.»
Lei annuisce, pensosa.
«Dovrò spiegarti più di quanto non credessi, dunque.»
Sì, deve spiegarmi più di quanto creda eccome. Perché mi stava osservando, prima di tutto. E cosa vuole.
Non è quello che intende lei però, perché non è da lì che inizia a spiegare. E quello che dice mi spiazza totalmente.
«Facevo parte del Team Rocket.»
E io penso che il Team Rocket è stato la causa originale di tutto. Penso che se non fosse stato per il Team Rocket allora non ci sarebbe stata neanche una banda di ex agenti disposti ad ucciderci per riavere i documenti rubati e tornare a farne parte, e che è colpa del fottutissimo Team Rocket se Misty è morta. Penso tutto questo e sento ogni singolo muscolo e tendine del mio corpo irrigidirsi e tendersi per la voglia di colpire questa donna.
«Fu molto tempo fa.» prosegue. Se si è accorta di quanto in questo momento io abbia voglia di farle del male non lo dà a vedere. «Molto prima che nascesse Misty. Prima ancora che nascesse Daisy, la maggiore delle mie figlie. Avevo quindici anni.»
Quindici anni, mi ripeto mentalmente. L’età che aveva lei. E l’età che avevo io quando la vita mi è franata addosso.
«Non ci rimasi a lungo. Tre anni. Ma allora fui una dei migliori, tanto da ottenere uno dei titoli più alti che si possano ottenere all’interno del Team nel giro di un anno. C’è gente, là dentro, che agogna un titolo simile senza riuscire mai neppure ad avvicinarcisi. Fu per questo che quando decisi di andarmene il capo non gradì.»
«“Deve aver ereditato il talento da sua madre.”» dico, quasi automaticamente, recuperando da chissà dove una frase che credevo di aver seppellito in fondo alla mia memoria. «Un’ex agente del Team Rocket disse questo di Misty. Questo voleva dire, allora.»
Scrolla le spalle.
«Immagino di sì.»
«Perché lasciasti il Team?» domando. Lei sospira appena. Il suo sguardo si perde.
«Per lo stesso motivo per cui tu, stamattina, stavi per lasciare questa città, immagino.» risponde. «Il più banale ed il più vitale motivo al mondo. Per stare con la persona che amavo senza dover temere ogni giorno che quello che facevo potesse mettere in pericolo la sua vita.»
Non rispondo.
«Mi sbagliavo, però.» va avanti lei. «Con l’uomo che amavo e con le nostre figlie potei passare soltanto diciotto anni, e vissi ognuno di quegli anni nella paura, perché sapevo che Giovanni mi stava tenendo d’occhio. Me lo faceva notare. Era il suo modo per dirmi che qualunque cosa facessi e qualunque vita scegliessi ero ancora sua. Ho passato quegli anni a temere per la vita dell’uomo che amavo e delle mie figlie, più che per la mia. Sapevo che i piani di Giovanni possono essere a lungo termine, e che prima o poi avrebbe fatto la sua mossa. E così è stato: ha atteso che avessi una vita perfetta, e che iniziassi a convincermi che avrei potuto tenermela, quella vita. E poi me l’ha tolta.»
«Perché me lo stai raccontando?»
«Perché ci sono cose che devi sapere.» mi risponde. «Ma non capirai, se non sai che cosa c’è dietro; perciò lasciami parlare.»
Non dico niente. Vorrei dirle di sbrigarsi, allora, e di arrivare al punto in fretta; ma obbligo me stesso a trattenere le parole in fondo alla gola.
«Nella primavera del 1993 mi ammalai. Mi fu diagnosticato il cancro. In realtà i sintomi erano provocati da una sostanza chimica che il Team Rocket aveva prodotto e a mia insaputa mi aveva somministrato. Mortale quanto il cancro, ma a quella esisteva un antidoto. Scoprii queste cose grazie ad alcuni contatti da cui traevo le mie informazioni quando ero un’active del Team. Sospettavo, capisci? Così indagai. E una volta scoperto cos’era in realtà che mi stava uccidendo riuscii anche a procurarmi un antidoto.
«Non dissi una sola parola a nessuno. Se il Team Rocket mi voleva morta sarei dovuta morire, o oltre a me ne avrebbero pagato le conseguenze le persone che amavo. Il mio compagno, le nostre figlie. Così Rose Waterflower è morta il dieci ottobre 1993. Dopo essere scampata alla morte grazie all’antidoto assunsi un farmaco che causa la sospensione apparente di qualunque funzione vitale. Quando mi risvegliai dallo stato di morte apparente andai da Giovanni. Volevo ucciderlo. Ma ero ancora una persona singola contro un’organizzazione intera, e gli agenti di Giovanni mi scovarono ed immobilizzarono molto prima che potessi riuscire anche solo a ferirlo.
«Giovanni fu molto sorpreso dal fatto che fossi riuscita a scampare alla morte. Disse che mi rivoleva nel Team, che un simile talento non poteva andare sprecato. Ovviamente rifiutai e lui mi minacciò, dicendomi che se così stavano le cose non avrei mai dovuto cercare di intralciarlo, o sarebbero state le mie figlie a pagarne le conseguenze.»
«Cos’ha a che fare tutto questo con me…?» domando. La mia voce risuona rauca per non so bene quale motivo.
Non mi guarda direttamente, quando riprende a parlare. Il suo sguardo indugia sul mio volto senza incrociare mai i miei occhi.
«Non tornai alla mia vita. Rose Waterflower era morta, e morta sarebbe rimasta. Da quel giorno ho continuato a cercare un modo per colpire Giovanni. Ho usato nomi falsi credendo che se anche avesse sentito parlare di qualcuno che stava cercando di porre fine al Team Rocket non avrebbe potuto capire che si trattava di me almeno finché non mi avesse vista di persona, e quando sarebbe successo per lui sarebbe stato troppo tardi per fare qualsiasi cosa. Poi però ho iniziato a sospettare che lui sapesse. Non potevo agire da sola, vedi; non contro l’intero Team. Cercai aiuti fra i miei vecchi contatti, fra persone con cui avevo lavorato. E in un modo o nell’altro il mio nome finiva sempre per saltare fuori. Così ho iniziato a temere. Pensai anche di lasciar perdere tutto, di appropriarmi definitivamente di una delle mie identità false e ricominciare da capo dimenticandomi il Team, dimenticandomi Giovanni, e dimenticandomi anche di Rose. Ci ho anche provato, qualche volta, ma non funzionava mai, e poi non avevo l’assoluta certezza che Giovanni sapesse di me. Temevo che potesse iniziare a considerarmi una minaccia, sì, ma non lo sapevo. Così sono andata avanti. Per anni. E poi quando ho saputo…»
Si ferma. Comprime le labbra fino a farle sparire in una linea sottile.
E io capisco cosa ha saputo. E i pezzi del puzzle di colpo si incastrano con una violenza tale da lasciarmi stordito.
«…ho capito che dovevo fermarmi. E l’ho fatto.»
E stavolta vorrei non capire. Lo vorrei con tutto me stesso.
Ma capisco, capisco tutto quanto, capisco anche troppo e se prima avevo voglia di colpirla ora mi prudono dannatamente le mani, ora per rimanere calmo devo serrare i pugni fino ad affondare le unghie nei palmi.
«Mi stai dicendo… che se Misty è morta sei tu la causa…?»
«Non lo so con certezza.» mi risponde. Continua a non guardarmi negli occhi. «Ma sì, almeno una parte della colpa potrebbe essere mia. Se in origine Giovanni ha iniziato a darvi la caccia, potrebbe essere a causa di quello che ti ho appena detto.»
Io scatto. Non per colpirla, ma per bloccarla piantando le mani contro il muro ai lati della sua testa, obbligandola a guardarmi.
«Perché non sei intervenuta allora?» grido, quasi. «Se sapevi tutto, se ci stavi tenendo d’occhio, perché non sei intervenuta per aiutarci?! Perché non hai impedito che tua figlia fosse uccisa?!»
«Non lo sapevo.» dice, piano. La sua voce trema appena. «Fino a che non ho avuto la notizia della sua morte non sapevo niente. Speravo che se mi fossi tenuta quanto più possibile lontana dalla vita delle mie figlie, se non mi fossi neppure avvicinata a loro, allora sarebbero state al sicuro.»
«Allora come sai di me?» ringhio. «Come sai chi sono?»
«Da quando ho saputo della sua morte ho cercato ogni informazione possibile. Ho ricostruito il passato pezzo per pezzo. So chi è stato a ucciderla, e perché. E so di te.»
«Allora saprai anche cosa ne è stato della mia vita da quando lei è morta!» le urlo in faccia. «Ed hai comunque il coraggio di venire a dirmi che sei tu la responsabile?!»
«Era mia figlia.» sibila. Si libera di me bruscamente. «Non sei il solo ad aver sofferto per la sua morte.»
«Io almeno ho cercato di proteggerla! Ho fatto tutto quello che potevo!» urlo. «Tutto quello che potevo! E tu dov’eri?!»
«Stavo cercando un modo per poter stare con le persone che amo.» risponde. «Senza dover temere per la loro vita ogni giorno. È quello che vorresti anche tu, no?»
Io ho ancora voglia di mollarle un pugno. Ma obbligo me stesso a calmarmi, anche se devo sforzarmi per riuscirci.
«Che cosa vuoi da me?»
Lei mi guarda.
«Ti ho tenuto d’occhio.» dice. «Per tutti questi anni. Aspettavo un’occasione. Ora finalmente ho visto cosa saresti disposto a fare pur di vendicare la sua morte.»
Aspetto.
I suoi occhi così assurdamente identici a quelli di Misty sono fissi nei miei.
«Voglio che tu uccida Giovanni.»
CONTINUA…