NEVERMORE
VII.
you live long enough to hear the sound of guns
long enough to find yourself screaming every night
Riesco quasi a sentirlo, il clic dentro la mia testa. Lo scatto meccanico, secco, di un meccanismo che va fuori posto, che deraglia. E smette di funzionare come dovrebbe.
Ricomincia ancora da qui, penso – quasi come se fosse un pensiero non mio – e poi mi ritrovo a domandare a me stesso: Cosa? Che cosa ricomincia? e stavolta nessun pensiero alieno mi risponde.
L’altro pensiero, però, rimane. Ricomincia. Il vuoto, capisco allora. Tutto questo vuoto che riempie l’aria e spreme fuori l’ossigeno rendendola quasi irrespirabile, che mi schiaccia e mi pesa sul petto come un macigno, e mi opprime i polmoni, minacciando di spezzarmi le costole. Lo stesso vuoto di quando se n’è andata lei.
Non so bene per quanto tempo rimango inginocchiato a terra a guardare il vuoto, senza neppure sapere se sto aspettando – desiderando? – di vederla ricomparire davanti ai miei occhi come poco fa, o se ne ho il terrore. Forse tutt’e due le cose.
Quando infine mi tiro su – a fatica, perché la gamba mi fa ancora dannatamente male, e devo appoggiarmi alla parete per non cadere – un altro pensiero alieno mi colpisce con una violenza tale che per una manciata di secondi rimango semplicemente qui, per metà in piedi e per metà accasciato contro il muro, con la sensazione che il tempo si sia fermato: È morta! E se fosse morta?
Il tempo non si è fermato, e mi riscuoto di colpo quando un tuono fa vibrare i vetri della finestra. Piove davvero forte, ora. Mi tiro su di scatto, scaricando il peso sulla gamba sana.
Non è morta. Vera non è morta. Drew l’ha portata da qualche parte. Ma la troverò, e arriverò prima che le faccia del male, prima che sia troppo tardi. Stavolta sistemerò tutto.
Quel pensiero però rimane, e mi assale di nuovo mentre raggiungo zoppicando il letto e mi lascio cadere seduto sulle lenzuola in disordine
(È morta. È tutto finito. Lei non esiste più. Io non esisto più.)
e non se ne va neppure quando cerco di scacciarlo scuotendo la testa con forza.
No. Non va bene, non posso permettere alla mia mente di portarmi fuori strada. Se voglio ritrovare Vera devo agire, subito. E non posso agire se permetto alla paranoia di prendere il sopravvento sui miei pensieri.
Mi tremano le mani, tanto che faccio fatica a sciogliere il nodo della fasciatura improvvisata con la mia felpa. La ferita alla gamba sanguina ancora. Fa pure ancora un male del diavolo, anche se non riesco ad accertarmi con chiarezza di quanto sia effettivamente brutta, per via di tutto questo sangue. Beh, brutta lo è di sicuro. Il proiettile mi ha attraversato il polpaccio da parte a parte. La fasciatura è inzuppata di sangue sia davanti che dietro.
Mi serve la cassetta del pronto soccorso che è nello zaino di Vera, ma lo zaino di Vera è abbandonato sul pavimento, lontano dalla mia portata. Stringo i denti e zoppico fino a lì, cercando di evitare quanto più possibile di scaricare il peso sulla gamba destra. Fa male, maledizione. Quando riesco finalmente a tornare al letto il sudore mi cola dalla fronte.
Recupero la felpa e torno a tamponare la ferita, cercando di bloccare il sangue. Forse sarebbe più saggio che andassi in ospedale. Ma il tempo che ho è già poco, ad ogni secondo che passa potrebbe essere già troppo tardi; perciò devo centellinarli, i secondi. Non posso permettermi di sprecarne nessuno.
Nella cassetta del pronto soccorso trovo delle bende ed una boccetta di disinfettante. La boccetta la tengo in mano per una manciata di istanti, esitando.
«Oh, al diavolo…»
Quando verso il disinfettante direttamente sulla ferita il bruciore è mostruoso. Cerco di comprimere le labbra per impedirmi di urlare, ma è inutile e mi ritrovo a lasciar andare qualcosa che è a metà fra un ruggito a denti serrati e un grido vero e proprio. È come se avessi infilato la gamba nel cherosene e le avessi dato fuoco. Che male, cazzo. Cazzo.
La vampata di bruciore passa quasi subito, per quanto intensa, e io riprendo fiato appoggiando la nuca alla parete alle mie spalle. Il tempo, mi ripeto. Lo stai sprecando, pezzo di idiota.
Recupero le bende ed inizio ad avvolgerle strettamente attorno alla gamba. Si macchiano di sangue quasi subito, ma non quanto temevo e senza che le macchie si allarghino in modo troppo preoccupante.
«Coraggio.» mormoro a me stesso, e provo ad alzarmi, per verificare quanto a lungo la gamba possa reggere il peso del mio corpo. Non abbastanza. Forse posso arrivare in corridoio; forse perfino giù in strada ed oltre, se faccio particolarmente attenzione. Di certo però non posso correre. Torno a sedermi, e passo in rassegna il contenuto della cassetta del pronto soccorso di Vera, cercando qualcosa che possa aiutarmi con il dolore.
L’unica cosa che trovo sono delle aspirine. Ne butto giù due pensando che probabilmente non dovrei, non dopo quello che ho preso ieri notte e non con lo stomaco più vuoto di una stanza vuota come questa, ma è un pensiero di protesta assai debole e lontano in qualche angolo della mia mente, che riesco facilmente a mettere a tacere. Mi rimane in bocca il sapore amaro delle pillole.
Rimango seduto sul letto, con la testa fra le mani e gli occhi chiusi, aspettando che il dolore si plachi. Ho voglia di piangere, ne ho una voglia disperata, ma continuo a sforzarmi di trattenere ogni singola lacrima, ogni singhiozzo; anche se mi fa male il petto e gli occhi mi bruciano.
Ed ho voglia di vederla.
Misty.
Per quanto sia ignobile – è Vera quella che è ancora viva, ed è Vera quella che posso ancora trovare, che devo ancora trovare e portare in salvo – non è lei che vorrei fosse qui in questo momento. Cioè, ovviamente sì, vorrei che fosse qui ed al sicuro. Ma non quanto vorrei che fosse qui Misty. Ho disperatamente voglia di vederla, di toccarla. È un bisogno così forte da essere quasi fisico. Mi sembra di non aver mai desiderato nient’altro così intensamente in tutta la mia vita, neanche lei, o almeno non così da anni ormai, da quando il dolore per la sua morte ha cominciato a scemare e diventare sopportabile.
La desidero così tanto che quando riapro gli occhi quasi mi aspetto di trovarmela di nuovo davanti, come poco fa. Ma la stanza è vuota e silenziosa come prima.
La mia visuale si confonde dietro le lacrime che mi riempiono gli occhi.
Li richiudo, allora. Rimango così per qualche secondo, rimuginando un pensiero che non ho neanche il coraggio di formulare per intero.
Quando li riapro la vedo. Davanti a me.
Rimango immobile, perché ho paura che se batto le palpebre, se respiro, allora sparirà.
Lei non dice niente. Non sorride. Rimane semplicemente in piedi davanti a me, così vicina che potrei tendere una mano e toccarla, se non avessi la certezza che quella mano resterebbe sospesa a mezz’aria senza toccare un bel niente.
«…aiutami.» mormoro alla fine. Somiglia terribilmente ad un singhiozzo, ed ora non potrei respirare neanche se volessi perché ho la gola chiusa, bloccata da un peso che sa di lacrime. «Ti prego aiutami…»
Lei rimane immobile ancora per un istante. Poi scuote la testa, piano, e sorride appena appena. È un sorriso triste.
«Non posso.» dice. E Dio, anche la voce è davvero la sua. «Non posso aiutare.»
Non è quello che avrebbe detto lei, non quello che avrebbe detto davvero; ma non importa. Ho bisogno di toccarla, di sentirla, così tendo davvero la mano, ma lei non c’è più.
«No!» esclamo, quasi senza rendermi conto che sto urlando; «No, ti prego, non andartene!» ma già prima di aver finito di pronunciare quelle parole so che non c’è più nessuno ad ascoltarmi, e che non c’è mai stato.
Non posso aiutare.
L’hai persa. Come hai perso anche me.
«…non andartene…»
La mia mano incontra solo il vuoto, e ricade giù senza essersi poggiata su niente.
Non riesco più a trattenermi. I singhiozzi mi sfuggono dal petto come un fiume in piena, e devo lasciarli andare, per forza, o soffocherò. Ci metto un po’ a reprimerli, e a smettere di piangere.
Non posso restare ancora qui. Devo trovare Vera, devo portarla in salvo. Il dolore alla gamba si è acquietato un po’, ma non ho il coraggio di scaricarci sopra il peso del mio corpo. Non ho nemmeno il coraggio di provare.
Non posso aiutare.
Non è quello che avrebbe detto lei. La voce era quella giusta, esattamente come la ricordo. Esattamente come la sento nei miei sogni da otto anni, tutte le volte che corro per cercare di salvarla. Le parole, però, quelle no.
Allora richiudo gli occhi, e cerco in fondo alla mia mente la sua voce. Quella vera, non quella delle mie allucinazioni; quella che a volte mi sembra ancora di sentire anche se sono otto anni che non la sento davvero. Quella che dice solo cose che la vera Misty avrebbe detto.
Coraggio, Ash, sussurra la voce di Misty nella mia mente; e suona molto più reale di quella che ho sentito poco fa. Coraggio, Ash. Ti aiuto io.
Allora annuisco. Spazzo via le lacrime con il dorso della mano, e mentre mi alzo in piedi per un istante – uno solo – mi sembra quasi di sentire il suo braccio cingermi la vita, per non lasciarmi cadere.
*
Ho lasciato laggiù la pistola, quando sono corso via gridando il nome di Vera. Non ho perso tempo a cercare di raccoglierla, e certamente se anche ci avessi provato quel maledetto non me l’avrebbe lasciato fare. Ora, però, mentre torno là, mi pento di non aver almeno provato a recuperarla.
Sta ancora piovendo. Ho i jeans e la maglia appiccicati addosso, completamente zuppi, e rivoli d’acqua che colano dai capelli. Se qualcuno mi vedesse in questo momento penserebbe che ho l’aspetto di un mezzo annegato, forse. Sto anche tremando di freddo, ma anche se voglio arrivare là più in fretta possibile non ho il coraggio di iniziare a correre per togliermi prima da sotto questo diluvio. Ho paura che la gamba possa smettere di nuovo di reggermi.
Solo quando arrivo davanti all’edificio abbandonato abbandono ogni precauzione.
Corro verso l’ingresso con il cuore in gola. La mia mente registra di sfuggita un dettaglio che mi colpisce come una mazzata in mezzo allo stomaco, perché anche se mi sforzo di reprimere quel pensiero e soffocarlo c’è una parte della mia mente che capisce cosa significa.
(Non c’è più la macchina)
Irrompo nell’edificio con tanta foga che quando la porta si spalanca senza incontrare nessuna resistenza rischio di perdere l’equilibrio e finire con la faccia a terra. Mi fermo appena oltre la soglia, con il cuore che batte così forte che mi sembra stia per scoppiare, e me lo sento davvero in gola, non è soltanto un modo di dire, come un nodo pulsante che mi impedisce di respirare bene.
«Vera! VERA!»
La mia voce echeggia nelle stanze vuote fino a che non c’è di nuovo silenzio. Non c’è più nessuno, qui. Lo so da quando ho visto che la Golf nera non è più parcheggiata qua fuori; forse lo sapevo anche prima. Eppure lo stesso continuo a correre, passo da una stanza all’altra spalancando le porte con tanta violenza da mandarle a sbattere contro le pareti e continuando a ripetere il suo nome – Vera, Vera, Vera – anche se è palese ormai che non sono qui, che lei non è qui. Ma non posso fermarmi. Non posso, perché se smetto di correre, se smetto di gridare, allora dovrò rendermi conto davvero che lei non c’è, e che se non è qui allora non ho idea di come trovarla.
«VERA!»
Mi fermo solo quando arrivo all’ultima stanza. Mi fermo perché non c’è più niente. Solo la porta che sbatte contro la parete spinta dal mio impeto, sbriciolando l’intonaco reso friabile dall’umidità; solo vecchi mobili abbandonati coperti da lenzuola sudice. Solo un’altra stanza vuota. Lei non c’è. La mia mente respinge il concetto, rifiuta di capire cosa significhi davvero. Deve essermi sfuggito qualcosa, deve esserci qualche posto in cui non ho controllato, per forza. Deve essere così.
Ma non c’è. Ho controllato ogni stanza, ho spalancato ogni porta. Ed ho gridato per tutto il tempo. Se lei fosse qui, se chiunque fosse qui, non avrebbe potuto non sentirmi.
Eppure non me ne convinco del tutto finché non avanzo nella stanza di qualche passo, e faccio scorrere le dita sul telo sporco che copre uno dei mobili. È pieno di polvere. Probabilmente non c’è neppure entrato nessuno, qui, almeno non di recente.
Non è qui. E di colpo io davvero non ho più forze.
Appoggio la schiena contro il mobile e mi lascio scivolare giù, fino a ritrovarmi seduto per terra. Raccolgo le ginocchia contro il petto e ci stringo intorno le braccia.
Non so per quanto tempo rimango così.
Non riesco nemmeno più a piangere.
Vorrei farlo, perché forse così questo dannato peso che mi blocca la gola e mi schiaccia i polmoni se ne andrebbe, e potrei respirare. Ma stavolta i singhiozzi non vengono. Non vengono neanche le lacrime. Non ho più forza nemmeno per piangere.
L’hai persa. Come hai perso anche me.
Come hai perso anche me.
Continua a risuonarmi nella mente senza sosta. Mi stordisce, quasi, copre il rumore della pioggia, copre qualunque altro suono.
Vera…
Quando infine mi riscuoto lo faccio di colpo. Talmente di colpo che mi volto, e mi accanisco contro il mobile a cui stavo appoggiato. Continuo a colpirlo fino ad avere le nocche scorticate e rosse di sangue, e non mi fermo neanche allora; e forse ora sto piangendo, non lo so, non riesco più a rendermene conto, ma non importa.
«Maledetto… dannato… bastardo…»
Mi fermo solo quando non ho più fiato, con la fronte e le mani strette a pugno tanto da farle tremare appoggiate al legno e la schiena scossa dagli spasmi dei singhiozzi.
Devo fare qualcosa. Devo…
Ho con me il cellulare. Non l’ho lasciato al pokemon center sperando nell’eventualità, per quanto remota, che Vera potesse riuscire a trovare un modo di contattarmi.
Non ho con me il pezzo di carta con il numero di Jessie, ma non importa. Lo conosco a memoria.
Compongo il numero ed aspetto, ascoltando il segnale di libero.
«Pronto.»
È Jessie. Ed è brusca, nervosa. Sicuramente non è felice di sentirmi.
«Jessie.» dico. Devo sforzarmi per impedire alla mia voce di tremare. «Mi serve aiuto. Per favore. Avete detto che avrei dovuto richiamarvi solo se avessi avuto un motivo dannatamente serio, e, beh, ce l’ho, il motivo dannatamente serio.»
Non risponde. Aspetta e basta.
Io esito. Devo obbligare me stesso a respirare prima di riuscire a dirlo.
«…hanno… preso Vera.» riesco a mormorare alla fine. «L’hanno portata via. Non so dove. Dovete aiutarmi… vi prego…»
Per qualche istante c’è ancora silenzio.
«Ti passo James.» dice infine lei. Sento fruscii, qualche parola mormorata. Poi la sua voce.
«Ash?»
«Mi serve aiuto.» ripeto. Rinuncio a cercare di mantenere ferma la mia voce. «Vera…»
«Sì, Jessie me l’ha detto.» mi interrompe lui. C’è una pausa. «Posso accettare di aiutarti.» dice poi. «Ma non so cosa ti aspetti. Tutta questa faccenda non c’entra col Team Rocket. Noi non c’entriamo più niente col Team Rocket.»
«Mi serve… soltanto qualcuno.» sussurro. Devo spremerle fuori, le parole, spingerle fuori dalla gola una ad una. «Non… non credo… di potercela fare da solo.»
C’è un’altra pausa. Più lunga, stavolta.
«Verrò.» dice alla fine James, ed almeno una parte infinitesimale del peso che mi schiaccia si dissolve. «Non siamo lontani da lì. Fra mezz’ora sul retro del pokemon center, d’accordo?»
«Sì.» rispondo, e mormoro un “grazie” talmente tremante da essere a malapena comprensibile. James riattacca.
Mi alzo in piedi lentamente, trattenendo a stento un’esclamazione di dolore per la gamba che ha ripreso a far male.
Devo tornare al pokemon center.
*
James arriva da solo. Non ci sono né Jessie né Meowth con lui.
Sono fuori sotto la pioggia da ben più di mezz’ora. Ma ormai sono anche talmente fradicio che non fa più alcuna differenza.
Mi alzo in piedi mentre la moto inchioda ad un metro scarso da me, centrando in pieno una pozzanghera e sollevando spruzzi d’acqua.
«Jessie non è voluta venire.» è la prima cosa che mi dice. Appoggia il casco sul sedile della moto e mi guarda. «Non posso certo biasimarla. Ha paura.»
«Tu no?» domando.
Lui mi guarda ancora per un secondo o due, poi abbassa gli occhi e scrolla le spalle. «Ho pensato di dovertelo, almeno questo.»
Dovrei lasciar correre, penso; ma prima che finisca di formulare il pensiero è già troppo tardi. Ancora non ho imparato a riflettere prima di agire o prima di aprire bocca, a quanto pare.
«Ah sì? Hai pensato di dovermelo? E perché, pensi forse che se mi aiuti adesso mi dimenticherò che otto anni fa hai portato Misty a morire?! È questo che– »
Non mi aspettavo la sua reazione, e non riesco a reagire in tempo quando lui mi afferra per le spalle e mi spinge contro la parete dietro di me. Sbatto la schiena con forza sufficiente a rimanere senza fiato per qualche istante.
«Stammi a sentire, ragazzino.» mi dice James, ora guardandomi dritto negli occhi. «Ho accettato di aiutarti. Se è per questo che mi hai chiesto di venire, ci metto meno di niente a risalire in sella e lasciarti ad annegare in qualunque sia la merda in cui sei andato ad infilarti. È vero, se la tua ragazza è morta forse una parte della colpa è mia, ma non l’ho uccisa io. Non m’interessa il tuo perdono. Chiaro?»
Abbasso lo sguardo. «Chiaro.» borbotto. Lui mi lascia andare.
«Allora vedi di piantarla di comportarti come un idiota.» conclude. «Spiegami cos’è successo.»
Io sospiro. Improvvisamente mi sento più esausto che mai.
«Sono stato là.» dico. «Nel loro covo. Volevo… uccidere l’uomo che ho visto, quello che ha avuto a che fare con la morte di Misty. Dovevo farlo. Devo farlo, o impazzirò del tutto. Ma era una trappola. C’è… c’è anche Drew con loro. E mentre io ero là lui…»
Mi fermo, e inghiottisco a vuoto, lo sguardo fisso sull’asfalto ai miei piedi.
«…ha portato via Vera…»
James non dice nulla per una manciata di istanti.
«Dov’è il loro covo?» mi domanda poi.
«Qui vicino.» rispondo. «Ma non c’è più nessuno là. Ci sono già stato.»
«È comunque un punto di partenza.» afferma lui. «Immagino che tu non ne abbia nessun altro, no?»
Scuoto la testa.
«Allora torniamoci.» dice. Si infila di nuovo il casco della moto e rimonta in sella. Noto che sta guardando le macchie di sangue sulla stoffa dei miei jeans. «Sali, forza. Ti do un passaggio. Non mi sembri esattamente in ottima forma.»
«Sto bene.» ribatto. Ma salgo comunque sulla moto dietro di lui.
«Dovrai indicarmi la strada.» mi dice, mentre mette in moto. Grido un “d’accordo” in risposta, cercando di sovrastare il fracasso del motore.
Siamo davanti all’edificio abbandonato in pochi minuti. Scendo dalla moto e mi stringo le braccia attorno al corpo, perché sto tremando talmente forte che le ultime indicazioni che ho dato a James su dove svoltare per arrivare qua erano a malapena comprensibili; ma è inutile, perché sono zuppo da capo a piedi, e neppure strofinandomi le braccia riesco a ricevere un briciolo di calore. James mi lancia un’occhiata, poi si volta per sollevare il sedile della moto e chinarsi sullo scomparto al di sotto.
«Hai ancora la pistola?»
Io faccio cenno di no. «L’ho persa.»
«Allora prendi questa.» dice. Si volta porgendomi un’altra semiautomatica, ed in mano ha un’altra pistola per sé. Più pesante della mia, sicuramente anche dal calibro più elevato ed assai più letale.
«Non ci sarà nessuno.» mormoro. Ad ogni buon conto, tuttavia, impugno l’arma e disinserisco la sicura. James scrolla le spalle mentre fa la stessa cosa.
«Precauzione.» ribatte, con noncuranza. «Andiamo.»
Entra per primo e io lo seguo. So già che non troveremo niente, ma parte di me si sforza comunque – quasi contro la mia volontà – di conservare almeno un briciolo di speranza. Giusto quel tanto che basta perché io continui a seguire James, con la semiautomatica stretta fra le mani poco ferme, e non molli tutto quanto adesso.
James si china ad esaminare le impronte sul pavimento. La maggior parte sono mie; è facile riconoscerle: sono quelle che non hanno ancora finito di asciugarsi, ed hanno trasformato la polvere in una poltiglia fangosa e grigiastra. Ma ce ne sono anche altre, impronte fresche nella polvere asciutta; e sono quelle che James sta osservando.
«Hai pensato di avvertire la polizia?» mi domanda, mentre si rialza. Io non rispondo subito, perché non ci ho pensato. Proprio per niente. Ci penso adesso, e scuoto la testa.
«No.» dico. «Potrei mettere Vera ancora più in pericolo. Se sapessero di avere la polizia alle calcagna, forse… forse Drew potrebbe addirittura arrivare ad ucciderla. Ha cercato di uccidere me.»
Lui annuisce, senza voltarsi. Io continuo a seguirlo mentre passa alla stanza successiva. Credo che sia convinto anche lui, ormai, che qui non troveremo niente; tuttavia non si ferma e non esita.
«Cosa c’entra Drew in tutta questa faccenda?» mi chiede invece.
«Non lo so.» sospiro. «È pazzo. Si è alleato con loro. Vuole uccidere me perché gli ho portato via Vera, e vuole lei per… per… oh, maledizione, non lo so. Non voglio pensarci.»
Mi porto una mano alla testa, massaggiandomi le tempie. James non dice nulla. Continua soltanto ad avanzare.
Quando finiamo di perlustrare ogni singola stanza si ferma, senza voltarsi. «Non c’è niente qui.» sospira. «Avevi ragione.»
Io mi sforzo di respirare, ed è un respiro che somiglia così disperatamente un singhiozzo da spingermi a serrare le labbra e desiderare che non ce ne siano altri. James si volta.
«Possiamo dare un’occhiata nei paraggi.» mi dice. «Dubito comunque che troveremo, qualcosa, ma– »
«Non ho nulla da perdere.» lo interrompo. Respiro di nuovo, cercando di allentare la morsa che sa di lacrime che mi stringe di nuovo la gola. «Andiamo.»
*
È buio quando torniamo al pokemon center. Credo sia notte fonda, anche se non ho idea di che ore siano. Non abbiamo trovato niente, ovviamente. Abbiamo perlustrato ogni singolo edificio disabitato, ogni singolo cantiere o garage o parcheggio che fosse accessibile, ma niente. Non sono da nessuna parte, lei non è da nessuna parte. Come se si fosse volatilizzata. Il pensiero che mi ha assalito mentre mi rialzavo a fatica dal pavimento della stanza mia e sua al pokemon center – è morta – mi cala di nuovo addosso, e lo fa con tanta violenza che mi sento male, e ho solo voglia di chiudere gli occhi e non riaprirli mai più. Quando scendo dalla moto devo aggrapparmi alla recinzione del cortile e servirmi di tutta la forza di volontà che mi rimane per non stramazzare a terra. E ci riesco per miracolo, perché la gamba ha ripreso a fare un male del diavolo.
Non ho più forza. Di nessun tipo. Né fisica, né mentale.
James mi scruta con attenzione. «Ascoltami.» dice poi. «Adesso mangia qualcosa e poi vattene a dormire.»
«Sto bene.» mormoro, per tutta risposta. Il tono della mia voce suona spudoratamente falso perfino alle mie, di orecchie.
«Sì, certo.» sospira lui. «Dico sul serio. Mi stupisce non averti ancora visto crollare a terra svenuto, ma non credo che ormai manchi molto. Per cui ora metti qualcosa nello stomaco, vattene a letto e cerca di farti almeno qualche ora di sonno. Non puoi riuscire a reggere nient’altro, ora come ora, a meno che non mi sia perso qualche dettaglio, tipo che in questi otto anni sei diventato Superman. Domattina riuscirai a pensare più chiaramente. La troveremo.»
Respingo le sue parole con un gesto vago della mano. «Non credo che riuscirei a mangiare niente.» sussurro, guardando per terra. «E nemmeno a dormire.»
«Balle.» ribatte. «Hai la faccia di uno che non dorme da una settimana, al novanta percento appena appoggi la testa sul cuscino crolli. Al limite prendi qualcosa per dormire. Ne hai bisogno, stammi a sentire per una volta.»
Non posso dirgli che è meglio che eviti di prendere qualsiasi cosa, dopo il cocktail di medicinali che ho già buttato giù nelle ultime ventiquattr’ore. Ma non è neanche vero che non riuscirei a dormire, non del tutto, almeno; in realtà non voglio. Non voglio sognare. Ho un profondo terrore di quello che potrei vedere stanotte, dopo aver chiuso gli occhi.
Probabilmente però non riuscirò a convincere James a lasciarmi in pace se non lo assecondo, così sospiro e borbotto un “d’accordo” accondiscendente. Quando mi dirigo verso il pokemon center – continuando a concentrare tutta la forza che mi rimane nelle gambe, per continuare a reggermi in piedi – lui mi segue, probabilmente per accertarsi che faccia davvero quello che mi ha detto, e non abbia detto di sì soltanto per togliermelo di torno. Che è quello che volevo fare, in effetti.
L’interno del pokemon center è silenzioso e buio. Probabilmente la gente normale dorme profondamente, a quest’ora.
Trovo a tentoni l’interruttore in corridoio. La luce giallastra delle lampade mi acceca per un istante, e devo sbattere le palpebre.
Sospiro, quando arrivo davanti alla porta della mia stanza. Ho voglia di non entrare affatto, e accovacciarmi sul pavimento e aspettare qui che il sole sorga; forse tutti i fantasmi che infestano la mia mente se ne rimarrebbero al di là di quella porta. Ma c’è James che continua a tenermi d’occhio; così afferro la maniglia e spingo la porta verso l’interno – e, un attimo, non avevo chiuso e lasciato le chiavi nella hall quando sono venuto via? Com’è che adesso…
La porta si apre piano piano. I cardini cigolano appena.
La luce del corridoio disegna una lama giallastra sul pavimento della stanza.
C’è una figura minuta seduta sul bordo del letto, al buio. Alza la testa quando la luce la raggiunge.
E io sono certo che per un secondo o due il mio cuore smetta di battere.
«…Vera…»
Per un istante sono certo che sia anche lei un’allucinazione. Per un istante sono certo che James sia ancora sulla soglia a guardarmi correre come un disperato verso un letto vuoto, perché non può essere qui, non può essere vero, ma è solo un istante perché poi la raggiungo e la stringo e sento che è qui davvero, che si aggrappa a me, e scoppia in singhiozzi nel mio abbraccio.
«Vera.» ripeto. È tutto quello che riesco a dire. Qualunque altra parola rimane bloccata da qualche parte in fondo alla gola, rifiuta di uscire. Riesco soltanto ad abbracciarla, e quando la bacio sento il sapore delle sue lacrime sulle labbra, mie e sue, e mi rendo conto che anch’io sto piangendo. Non importa. Ora non importa più niente.
Il colpo di tosse alle mie spalle mi fa ricordare della presenza di James. Si schiarisce la voce di nuovo e io mi volto.
«…Credo di non servirti più.» afferma. Io scuoto la testa.
«Grazie… per…» riesco a mormorare. Lui mi azzittisce, con un gesto brusco della mano che per metà è un cenno di saluto. Poi esce dalla stanza.
Io torno a voltarmi verso Vera. Lei tira su col naso, senza curarsi di asciugarsi le lacrime. Le accarezzo i capelli, ravviandoglieli e allontanandoglieli dal viso.
«Stai bene…?» sussurro. Non ho il coraggio di lasciarla andare. Ho paura che se smetto di toccarla svanirà anche lei. «Dov’eri? Che cos’è successo…?»
«Drew.» bisbiglia lei. «È stato lui… che…»
La sua voce si frammenta in una serie di singhiozzi quasi isterici e non può più andare avanti. Io la abbraccio di nuovo, forte, e continuo ad accarezzarle i capelli.
«Shh.» sussurro. «Shh, è tutto passato, è tutto finito ora, ci sono io. Va tutto bene.»
Aspetto che riesca a calmarsi un po’, poi appoggio le mani sulle sue spalle e la allontano da me quel tanto che basta per poterla guardare negli occhi.
«Ti ha fatto del male? Ti ha fatto… qualcosa?»
Scuote la testa. Ha gli occhi pieni di lacrime. «No. Non ha… forse voleva, ma non… non mi ha fatto niente.»
Lascio andare l’aria che avevo trattenuto nei polmoni e la abbraccio di nuovo. «Tranquilla.» ripeto. «Ora è tutto a posto. È tutto a posto. Tranquilla.»
La sento annuire. La tengo stretta ancora per un po’ senza dire nulla, perché tutto quello che voglio in questo momento è essere sicuro che sia davvero qui, e ancora non ci credo. Lei singhiozza ancora un po’, con le dita serrate sulla stoffa della mia maglia; ma ora sono singulti che si vanno pian piano acquietando, come quelli dei bambini quando hanno pianto a lungo, ed anche se non hanno più lacrime non riescono ancora a smettere.
«È venuto qui mentre tu eri via.» mormora alla fine, quando le riesce di calmarsi. Sono solo poche parole, ma mi colpiscono come una coltellata al petto.
«Mi dispiace, Cristo, sono un maledettissimo idiota…»
Scuote la testa. «Mi avevi detto di restare dove c’erano altre persone. L’ho fatto, per un po’, ma poi… ho iniziato a dirmi che non ero davvero in pericolo, che Drew non mi avrebbe davvero fatto del male, e poi… ero preoccupata per te, completamente terrorizzata, tanto che non riuscivo a rimanere ferma, così sono tornata in camera, e… e…»
La stringo più forte.
«Drew era già qui… era nascosto dietro la porta ad aspettarmi…»
In tutto questo io riesco a pensare soltanto che sono un idiota, cazzo, che sono un fottuto coglione per essere caduto nella trappola che quel figlio di puttana mi ha teso e averla lasciata sola esattamente come lui voleva. Scuoto la testa.
«Non dovevo lasciarti qui da sola.»
«Sono stata imprudente.» sussurra. Le trema la voce. «Ma davvero n-non credevo che Drew potesse davvero…»
Non finisce. Io non dico niente, perché non so cosa dire, a parte continuare a ripetere che sono un idiota, ma a che serve? E che altro potrei dire? “Mi dispiace”? Quello servirebbe forse a qualcosa? Così rimango in silenzio, e anche lei, per un po’. Mi accorgo che ha in grembo la mia felpa, quella sporca di sangue che ho usato per bendare la ferita alla gamba.
«Era qui dietro la porta ad aspettarmi.» riprende, dopo un po’. «All’inizio ero così terrorizzata che non riuscivo nemmeno a muovermi. Così non ho… neanche reagito. Lui mi ha afferrata. Mi ha tappato la bocca con una mano, così non potevo gridare. Mi ha detto che se non facevo quello che mi diceva lui, mi avrebbe fatto male, così… sono rimasta ferma, non ho neanche provato a difendermi. Mi ha portata fuori dal retro e mi ha fatta salire in macchina. Volevo… mentre guidava… volevo provare a colpirlo e prendere il volante, ma penso che lui abbia capito, perché mi ha guardata, e mi ha detto che se provavo a fare qualche stronzata mi avrebbe uccisa, e poi… e poi avrebbe ucciso anche te…»
Si ferma perché è di nuovo sul punto di piangere. Io continuo a tenerla stretta. Sento che sta tremando, appena appena, e io vorrei poter fare qualcosa di più che stringerla e accarezzarla, ma non so cosa.
«Ha guidato per un po’.» continua. «Non so dove mi abbia portata esattamente. Quando mi ha fatta scendere dalla macchina ero… così terrorizzata che non riuscivo nemmeno a respirare… mi ha afferrata per un polso e mi ha trascinata dentro un edificio, io mi sono messa a gridare che mi stava facendo male, e a gridargli di lasciarmi, ma non mi ascoltava, era come se non mi sentisse nemmeno, e poi mi ha detto che sono una troia e mi ha detto altre cose e mi ha spinta contro il muro e ho pensato che… che…»
Ora sta davvero piangendo. Si ferma di nuovo, affonda il viso contro la stoffa della mia maglia, soffocandoci i singhiozzi.
«È tutto passato.» sussurro, e mentre lo dico un peso invisibile mi chiude la gola. La stringo ancora più forte, perché è qui, perché è viva, perché non so cosa le abbia davvero fatto Drew ma ora è qui ed è l’unica cosa che importa davvero, anche se sono un fottutissimo idiota, anche se non è certo merito mio se infine Drew non le ha davvero fatto del male, anche se sarebbe ancora con lui, se fosse stato per me. Ma è qui e posso stringerla, posso affondare le mani nei suoi capelli e posso sentire il suo odore, posso sentirla rannicchiarsi contro di me. «È tutto finito, shh, sei al sicuro… shh…»
«Mi sono messa a piangere.» riesce a balbettare alla fine, con la voce che sa ancora terribilmente di lacrime. «Mi sono messa a piangere e allora non so, è cambiato qualcosa, è cambiato lui, è cambiato il suo sguardo. Stava semplicemente lì e mi guardava piangere e all’improvviso era come… se non avesse mai davvero voluto farmi male e non capisse com’era finito lì, e allora ho pensato… ho pensato che mi avrebbe lasciata andare, invece poi mi ha afferrata di nuovo e mi ha spinta dentro una stanza… sono caduta per terra e lui ha detto che adesso doveva pensare a cosa fare di me, ma penso che lo sapesse, penso che all’inizio lo sapesse ma poi non ne abbia avuto il coraggio, ed e per questo che non sapeva più cosa fare di me, e poi ha chiuso la porta e l’ho sentito armeggiare con la serratura, allora mi sono alzata e mi sono messa a gridare che doveva farmi uscire, che non poteva lasciarmi lì, che tu mi avresti trovata o che qualcuno mi avrebbe sentita gridare, ma in fondo sapevo che non era vero, perché mi aveva portata in un posto talmente sperduto che non saresti mai riuscito a trovarmi, e neanche c’era qualcuno che potesse sentirmi…»
«Come hai fatto a scappare…?» domando. Ora trema anche la mia, di voce; di nuovo.
Lei scuote la testa. «Non ho fatto tutto da sola.» mormora. «Anzi, non ho fatto nulla. Ho continuato a gridare per un po’, poi ho capito che non era neanche più lì fuori ad ascoltarmi, se n’era andato e mi aveva lasciata lì, così mi sono seduta per terra e ho ricominciato a piangere… e dopo un po’… non so esattamente dopo quanto, forse alcune ore… ho sentito di nuovo qualcuno armeggiare con la serratura, e ho pensato che era tornato, e che era tornato per uccidermi, ma non era lui, l’ho capito dopo un po’… perché ha continuato ad armeggiare con quella serratura per un po’, come se stesse cercando di forzarla invece di aprirla con la chiave, e Drew la chiave ce l’aveva, l’aveva usata per chiudermi dentro… ha continuato per un po’, poi ha smesso. Poi c’è stato uno sparo e la serratura ha ceduto di colpo.»
Si rannicchia contro di me, sistemandosi meglio fra le mie braccia.
«Era una donna. Mi ha detto di seguirla senza dire niente e senza fare domande. Ero talmente terrorizzata che ho obbedito e basta. Mi ha fatta salire su una macchina e mi ha riportata qui, assurdo, no?, neanche ho idea di chi fosse e mi ha riportata qui… mi ha detto di non lasciare la stanza per nessun motivo, e che si sarebbe occupata lei di Drew. Così sono rimasta qui. E ti ho aspettato. E ho trovato questa.»
Tormenta fra le mani la stoffa della mia felpa, appallottolata sulle sue ginocchia. «C’è del sangue sopra. Ho creduto… Ash, ho creduto che tu fossi…»
Si ferma. Si libera dal mio abbraccio e mi guarda.
«Sto bene.» dico. «Il tipo dell’ex Team Rocket… mi ha sparato ad una gamba. Ho usato la felpa per bendarmi, è da lì che viene il sangue. Nulla di grave, tranquilla.»
Sa benissimo che se dico “nulla di grave” può tranquillamente aspettarsi pure che da un momento all’altro crolli a terra morto, perciò si china precipitosamente ad esaminare la mia gamba destra. La macchia di sangue sui jeans si è molto allargata nonostante la fasciatura. La pioggia ha cercato di lavarla via, riuscendo soltanto a sbiadirla vagamente.
«Mio Dio, Ash.» sussurra lei. Delicatamente mi tira su i jeans. Le bende, sotto, sono praticamente zuppe di sangue. Vera sfiora la fasciatura con le punte delle dita in una sorta di carezza lieve, attenta a non farmi male.
«Non è niente.» tento di minimizzare.
«Devi farla vedere da un dottore.» ribatte. «Sul serio stavolta. Ti ci porto io di peso, se serve.» mi guarda e scuote la testa, sospira. Ha di nuovo gli occhi lucidi di lacrime, anche se ora si sforza di trattenerle. «Il sangue sulla felpa… ho pensato che tu– »
«Sto bene.» ripeto, interrompendola. Distendo le labbra in un sorrido. «Non pensarci più.»
Non penso neanch’io, mentre la tiro verso di me e la bacio di nuovo. Per poco non perdiamo l’equilibrio tutti e due, ma non importa, e non smetto di baciarla. È qui. Non grazie a me, ma è qui e sta bene. Eppure, mentre la bacio, al di là del sollievo e della gioia di rivederla e della voglia di stringerla e toccarla c’è qualcosa che fa così terribilmente male che rischia di seppellire tutto il resto. È così che sarebbe dovuta andare a finire otto anni fa, penso, e all’improvviso ho di nuovo tremendamente voglia di piangere. È così che sarebbe dovuta andare a finire otto anni fa, e se fosse stato così ora non sarei ridotto all’ombra di quello che ero un tempo, e lei sarebbe ancora qui.
Poi ricordo improvvisamente quello che Vera ha detto poco fa.
«Quella donna…» inizio. «Quella che ti ha liberata. Non hai idea di chi fosse?»
Fa cenno di no.
«Non l’avevo mai vista prima.» mormora. «Non l’ho vista bene neanche ora, veramente. Aveva un paio di occhiali da sole, e continuavo a pensare che era strano, visto quanto stava piovendo fuori. Non potevo vederle gli occhi così. Però… aveva qualcosa di vagamente familiare, non saprei dire esattamente cosa. E aveva i capelli rossi.»
«Rossi…?» ripeto.
Qualcosa di vagamente familiare, non saprei dire esattamente cosa.
Aveva i capelli rossi.
Mi si stringe lo stomaco.
Vera mi guarda e capisce quasi subito.
«No.» sussurra. «No Ash, non era lei.»
Cerco di sorridere, per non dare a vedere quanto quel “non era lei” mi abbia strappato il cuore dal petto. Perché sarebbe immensamente stupido, no?, ammettere che per un secondo l’ho sperato davvero. Sarebbe patetico. Ma riesco perfettamente a immaginare quando possa apparire falso quel sorriso. «Ovvio, certo che no.» mormoro, e la mia voce risuona tremendamente incerta.
Lei abbassa gli occhi e per una manciata di istanti non dice nulla. Si passa una mano sul viso, spazzando via i segni delle lacrime.
«Ash… quella donna mi ha detto anche un’altra cosa.» dice alla fine. Riprende a tormentare fra le mani la stoffa della mia felpa.
«Che cosa?» domando.
Lei mi guarda.
«Ha detto che mi ha liberata per una ragione. Che aveva bisogno di parlarti. E… che vuole qualcosa da te.»
CONTINUA…