NEVERMORE
VI.
and the violence
causes silence
Mi sveglio in piena notte con una nausea tale che riesco a malapena ad arrivare in bagno prima di crollare sulle ginocchia e vomitare.
Rinuncio quasi subito a tentare di alzarmi, dopo. Appena mi rendo conto che le gambe probabilmente non mi reggeranno.
Quando sento aprirsi la porta però provo di nuovo a tirarmi su da terra perché non voglio che mi veda così, anche se immagino che provare a dirle che sto bene non servirebbe a molto. Mi si capovolge lo stomaco di nuovo e devo vomitare un’altra volta.
Vera richiude piano la porta alle proprie spalle e mi raggiunge, accovacciandosi accanto a me. Mi appoggia una mano sulla schiena mentre io mi accascio di nuovo davanti alla tazza del water.
«Devi vomitare ancora?» mormora. Scuoto la testa.
«Credo… credo di no.» rispondo. Intanto penso che ormai potrei pure evitare direttamente di toccare cibo, se questa è la fine che fa qualunque cosa io mandi giù.
Lei annuisce. Rimane per qualche istante al mio fianco, accarezzandomi la schiena, poi si alza per riempirmi un bicchiere d’acqua. Bevo lentamente, tentando di impedire al mio stomaco di rivoltarsi di nuovo.
«Meglio?» mi domanda Vera, quando appoggio a terra il bicchiere vuoto. Annuisco.
«Almeno credo…»
Lei si alza di nuovo, stavolta per tirare lo scarico del water. Poi torna ad inginocchiarsi al mio fianco. Esita per qualche secondo, serrando nervosamente le labbra; poi scuote la testa, sospira.
«Ash, che cos’hai?»
«Sto bene.» rispondo, e mi aspetto quasi che mi molli un ceffone. Sorrido – o almeno ci provo – per avvalorare il concetto, e tento di tirarmi su da terra e poi ci rinuncio di nuovo, limitandomi a sedermi sul pavimento. Mi viene da vomitare di nuovo. Mi serve tutta la mia forza di volontà per obbligare quello che rimane della mia cena a rimanersene al suo posto.
«Non prendermi in giro.» dice lei brusca. «Mi credi stupida? Lo vedrebbe chiunque che stai male! Sono preoccupata Ash, non sto scherzando…»
Io sospiro. «D’accordo, non sto bene, ma non preoccuparti, okay? Torna pure a dormire. Ti raggiungo fra poco. La nausea mi è passata.»
Lei mi guarda, praticamente incredula.
«Ash.»
«Cosa?» mormoro stancamente io.
«Stai male!» esclama. «E mi stai nascondendo qualcosa, e te lo scordi che io mi muova da qui finché non saprò esattamente cos’è che non mi stai dicendo!»
Sospiro di nuovo. Abbasso la testa, appoggiando la fronte ai palmi delle mani. Per qualche istante penso di inventarmi qualcosa, ma mi rendo conto di avere la mente troppo vuota per poter formulare qualunque scusa anche solo vagamente plausibile. Sono troppo stanco.
«Apri l’armadietto dei medicinali. Sulla parete dietro di me.»
Non capisce.
«Cosa…?»
«Fallo e basta, d’accordo?» la interrompo. Stavolta lei non dice nulla. Mi sento il suo sguardo addosso senza bisogno di alzare la testa, e non ho bisogno di farlo per immaginare i suoi occhi azzurri che mi scrutano cercando di leggermi nella mente e la ruga quasi invisibile disegnata fra le sue sopracciglia aggrottate. Dopo un paio di secondi la sento alzarsi. Mi gira intorno e si ferma dietro di me. Sento il cigolio lievissimo dell’anta dell’armadietto.
«Cerca la scatoletta blu e bianca. Sul ripiano in basso.»
Aspetto. La immagino sfiorare con le punte delle dita le confezioni allineate sul ripiano, passandole in rassegna. L’istante in cui la immagino fermarsi è quello in cui si ferma davvero.
«Xanax…?» legge, in tono interrogativo.
«È un ansiolitico.» dico, sempre senza alzare la testa. «Serve a…»
«Lo so che cos’è.» mi interrompe. «C’ero anch’io quando te lo prescrissero. Ma che c’entra adesso?»
«Fra gli effetti collaterali ci sono capogiri e nausea.» rispondo.
Ora ha capito.
«L’hai preso?» il tono della sua voce ora è diverso. È arrabbiata. «Ash, cosa diavolo…»
«Volevo smettere di sognare.» dico io, piano.
La sento sospirare di nuovo, agitata. Pochi istanti dopo torna a inginocchiarsi davanti a me e mi appoggia le mani sul viso, obbligandomi a guardarla.
«Quanto ne hai preso?»
«Due pastiglie.» rispondo. «Sto bene. Non ho sognato almeno. E la nausea ora mi è passata.»
«Tu sei un idiota.» mormora lei. Scuote la testa, per un secondo ho l’impressione di vedere i suoi occhi luccicare di lacrime. «Non puoi metterti a prendere medicinali così a casaccio! Vuoi… rischiare di finire in ospedale per un’overdose, vuoi rischiare di morire?! Per l’amor del cielo, Ash, cosa diavolo stavi pensando?»
«Ho preso solo due pastiglie.» ripeto stancamente. «Non è abbastanza per– »
Mi azzittisce con uno schiaffo.
Rimango in silenzio, con la testa piegata di lato. Sento il bruciore diffondersi sulla guancia dove Vera mi ha colpito, ma non è quello a fare davvero male.
Non dice niente neanche lei. Non subito, almeno. Prende fiato in un respiro che somiglia un po’ a un singhiozzo.
«Ash tu questi sogni li hai sempre fatti.» sussurra alla fine. «Non è stato solo quello, vero…? Non è soltanto per i sogni.»
Non rispondo.
«Ash.» ripete lei.
Non trovo il coraggio di guardarla. «Certo che è soltanto per i sogni.»
«Non è vero.» ribatte lei. «Ieri quando sei svenuto non avevi ancora preso quelle pillole, vero…? Quello che cos’era?»
«Solo un capogiro.» ripeto io. So benissimo che però non mi crederebbe neanche se lo ripetessi all’infinito, e poi mi sento troppo male per riuscire a essere convincente.
«Piantala.» dice lei. «Piantala di trattarmi come una stupida, Ash. Per favore!»
Io di nuovo non dico nulla. Se le rispondessi penserebbe certamente che sto impazzendo – e avrebbe ragione, credo.
«Ash…» mormora ancora una volta, piano.
Io non alzo lo sguardo. Mi stringo le ginocchia al petto e abbasso la testa, obbligandola a togliermi le mani dal viso.
«…Vedo delle cose.»
«Vedi delle cose…?» ripete lei senza capire. «Cosa vuol dire.»
«Vuol dire quello che ho detto.» ribatto, brusco. «Allucinazioni, chiamale come vuoi.»
C’è una lunga pausa.
Non dico nient’altro. Vera tende una mano verso di me e mi sfiora il viso, agitata.
«Ash… Ash per favore guardami. Tu hai bisogno d’aiuto. Quanto… da quanto tempo va avanti questa cosa?»
«L’ho vista nello specchio.» rispondo. Continuo a non guardarla. «La mattina in cui mi hai trovato qui in bagno. E poi… quando mi hai visto svenire. Anche se lì… non avevo davvero visto qualcosa, è stata più… una sensazione, come se avessi a malapena intravisto qualcosa. Poi mi sono quasi convinto davvero di aver avuto solo un capogiro… però poi…»
Vera aspetta.
Deglutisco a vuoto.
«…l’ho vista.» sussurro. «In piedi davanti a me. Come vedo te ora.»
«Misty?» mormora piano Vera, anche se non ha davvero bisogno di chiedermelo. Io annuisco.
Lei serra le labbra fino a farle sparire in una linea sottile; lo vedo con la coda dell’occhio. È pallidissima.
«È impossibile.» sussurra, troppo velocemente per dare l’impressione di crederci davvero, e capisco benissimo che sta cercando una spiegazione che non sia Ash sta perdendo il lume della ragione. «Non puoi averla vista, magari hai solo…»
«Ho solo che cosa?» la interrompo. La mia voce trema, incerta. «Visto qualcuno che le somigliava? Era davanti a me. Ed ero sveglio. Non ho visto qualcuno che le somigliava, ho visto lei. Ho alzato lo sguardo e lei era lì, mi ha sorriso. Credi che potrei sbagliarmi?»
C’è stato un periodo di tempo in cui stavo male ogni volta che vedevo qualcuno che le somigliava anche solo vagamente. Bastava una corporatura simile, dei capelli di quel colore, e anche se lo sapevo che non poteva essere lei dovevo correre fino a raggiungerla e vederla da vicino, e solo allora il mio stomaco la smetteva di contorcersi e la parte irrazionale della mia mente cessava di ripetere è Misty, è davvero lei. Non è questo il caso, però. Stavolta era in piedi davanti a me. Avrei quasi potuto tendere una mano verso di lei per toccarla, se avessi voluto – anche se probabilmente non avrei incontrato altro che aria. Ma era lì. Se chiudo gli occhi posso ancora vedere perfettamente ogni dettaglio del suo viso anche se l’ultima volta che l’ho avuta davanti davvero è stata otto anni fa.
Vera scuote la testa. Non crede che potrei sbagliarmi.
«Hai bisogno d’aiuto.» ripete, piano. «E hai bisogno di andare via da questo posto, il prima possibile, rimanere qui ti fa solo stare ancora peggio…»
«Non basterà andare via da qui.» taglio corto io. Lo so, e sono certo che lo sappia anche lei.
«Ma stavi bene prima che venissimo qui.» ribatte. Ha di nuovo gli occhi pieni di lacrime. «Se non avessi mai visto quell’uomo…»
«Non stavo bene.» la interrompo.
Lei non dice nulla. Schiude le labbra, esita, rimane in silenzio.
«Non sono mai stato bene.» continuo, più duramente di quanto non vorrei. «A te cosa sembra, Vera? Sono passati otto anni da quando è morta, otto anni cavolo, e ancora la notte sogno di vederla uccidere davanti a me. Tu questo lo definiresti stare bene?»
È vero. Sono stato meglio, questi otto anni non li ho certo passati soltanto a piangere e a svegliarmi nel cuore della notte tanto sconvolto da dover correre in bagno a vomitare. Sono stato meglio, sì, ma bene davvero no, bene davvero mai. E Vera lo sa, so che è così: me l’ha detto lei. Mi ha detto che non mi ha mai visto sorridere come mentre sognavo Misty. La verità è che sono passati otto anni e la sua assenza a volte fa ancora così dannatamente male che è come avere una spranga d’acciaio conficcata nel petto.
Per un momento ancora lei rimane in silenzio, interdetta. Poi fa cenno di no.
«Devi farti aiutare.» ripete. «Hai bisogno di farti vedere da qualcuno, Ash…»
«Non è una seduta da uno psicologo quello di cui ho bisogno.» ribatto, brusco. «Non adesso almeno.»
Lei non risponde, perché lo sa cos’è quello di cui ho bisogno – o quello di cui credo di aver bisogno, almeno. So che lo sa, ma so anche che non crede affatto che portare a termine quello che ho iniziato mi farà stare meglio. Non posso biasimarla: non ci credo tanto neanch’io, in effetti. Credo però che se lascio perdere, se me ne vado da qui e provo a dimenticare che qualcuno fra coloro che hanno ucciso Misty non ha pagato con la vita quello che ha fatto, allora davvero non rimarrà nessun pezzo di me che abbia la forza di tirare avanti. Di questo sono praticamente certo.
Lei scuote la testa piano. Ha gli occhi lucidi di lacrime. La conosco abbastanza da poter indovinare quello che vorrebbe dirmi. Non dice niente però, si limita ad alzarsi e a tendermi una mano perché faccia lo stesso.
«…Devi riposarti. Torna a letto.»
Preferisco non ribattere, e mi alzo aggrappandomi alla sua mano. Mi gira ancora un po’ la testa. Vera mi tira in piedi e poi mi circonda la vita con un braccio e mi accompagna in camera così, come se temesse di vedermi cadere a terra da un momento all’altro.
Io mi lascio andare sul letto rimanendo a guardare il soffitto sopra la mia testa. Non voglio dormire. Ho paura che sognerò, adesso.
Mi giro su un fianco e mi sporgo per afferrare lo zaino, che ho lasciato per terra ai piedi del letto. Frugo all’interno finché non trovo quello che cerco.
È una fotografia. Non ce ne sono molte di me e Misty insieme; e di solito insieme a noi c’è anche qualcun altro. Questa è la mia preferita fra quella in cui siamo io e lei soli. La conosco a memoria ormai, non ho neanche davvero bisogno di guardarla per descriverne ogni particolare. Ci sono io seduto di fronte all’obiettivo, ma non sto guardando la persona che ha scattato la foto. Sono voltato indietro perché alle mie spalle c’è Misty che mi appoggia una mano sul viso per farmi voltare e per baciarmi. Mi viene ancora voglia di piangere ogni volta che la guardo. Si è un po’ rovinata e spiegazzata ai bordi ormai, perché è l’unica che porto sempre con me.
Sfioro piano l’immagine di Misty con le dita.
«Hai anche una foto di noi due là dentro…?» mi domanda Vera.
«Ho te in carne ed ossa, non mi serve una foto di noi due.» ribatto. Lei osserva la foto.
«Sembri davvero felice lì.» sussurra. «Ash, senti… lo so che Misty ti manca ancora e che probabilmente sarà sempre così, però… no, aspetta, fammi finire. Non te ne faccio una colpa. Ma non puoi continuare a stare così. Ti stai distruggendo da solo.»
Si ferma, esita. Poi aggiunge, in un sussurro: «E fai male anche a me.»
Mi volto di scatto a guardarla.
Non so che cosa dirle. Scusami? Mi dispiace? Servirebbe forse a qualcosa?
Vera scuote la testa. «Non dire nulla.» mormora. Mi accarezza i capelli, poi si volta verso il comò su cui ha lasciato la semiautomatica, immagino per accertarsi che sia ancora lì. Si morde il labbro e io le leggo in viso che si sta domandando cosa fare. Probabilmente si chiede se non sia il caso di trascinarmi di peso nello studio di uno psicologo. Lo sguardo che ha negli occhi è lo stesso che aveva anni fa.
…Lo stesso di quando mi trovò seduto sul letto con i cocci del bicchiere rotto sparsi intorno e le mani piene di sangue.
«Dormi.» sospira alla fine. «Riposati.»
Ti stai distruggendo da solo.
Lo so, maledizione. Lo so.
Guardo la fotografia.
Mi domando cosa mi direbbe lei
(cosa mi diresti tu)
se fosse qui ora.
Forse mi chiederebbe dov’è finito l’Ash di un tempo. Quello che era capace di lottare e che si sarebbe rialzato sempre, quello che non era ancora un’ombra di sé tenuta insieme da non si sa bene cosa.
Misty, l’Ash che conoscevi tu è morto più di otto anni fa. È morto prima che morissi tu, è morto sotto al crollo che gli ha quasi ridotto in poltiglia una gamba e ha sbriciolato e calpestato tutto quello che credeva di essere. Finché ci sei stata tu, ho trovato lo stesso la forza di lottare, di sorridere davvero. Da quando non ci sei c’è una parte troppo grande di me in cui c’è solo vuoto, e a volte fatico a trovare un motivo per andare avanti con quel pezzo di me che rimane. E in otto anni questo non è mai cambiato davvero, neppure se mi sforzo di fingere che sia così, e neppure se provo con tutto me stesso ad aggrapparmi a quello che ho ora. E se provo a domandare a me stesso se ci sarà mai un giorno in cui potrò dire “sto bene” ed accorgermi che è davvero così la risposta è sempre la stessa.
Quando infine mi addormento sogno davvero.
Non è un incubo stavolta. Sogno di riconoscerla fra la folla, di correre verso di lei come tante volte ho fatto vedendo qualcuna che le somigliava. Ma non è solo una vaga somiglianza stavolta; riconosco perfettamente la sagoma del suo corpo, l’esatta sfumatura di rosso dei suoi capelli. Quando riesco a raggiungerla e ad afferrarla per una spalla per voltarla verso di me per un istante il mio cuore si ferma. Non riesco più a respirare.
«Come… fai ad essere qui…?» riesco infine a boccheggiare.
Lei scrolla le spalle. Sorride.
(E c’è una parte di me, ma così piccola che quasi non riesce a farsi sentire con tutto il resto di me che vuole solo stringerla con tutta la forza che ho, che si domanda come possa sorridermi così dopo quello che le ho fatto, dopo che non sono riuscito a salvarla.)
«Sono sempre qui.» sussurra. E io provo ad abbracciarla, provo a toccarla di nuovo, ma lei mi ferma.
«Non farlo.» mormora. È così vicina che le sue labbra sono quasi sulle mie e sento il suo respiro sul viso. «Per favore Ash, non farlo.»
Non potrei risponderle nemmeno se volessi, perché ho la voce bloccata in gola, e comunque non voglio, voglio solo stringerla, sentire che è qui, ma prima che riesca a farlo sono di nuovo sveglio e non sto toccando più niente, sono solo qui a guardare il soffitto sopra la mia testa con gli occhi sbarrati, un’altra volta.
*
Quando torno là dico a Vera di non seguirmi per nessun motivo. Lei mi afferra per un braccio.
«Non ti posso lasciar andare così.» dice. Le trema la voce, appena appena. «Vengo con te.»
«No.» rispondo, secco. «Rimani qui. E… rimani giù nella hall, o comunque in un posto dove ci sia altra gente. Non voglio che tu rimanga da sola.»
«Non rimango da sola. Vengo con te.» ribadisce, e io sono costretto a liberarmi dalla sua presa più bruscamente di quanto non vorrei.
«Ho detto di no.»
Lei serra le labbra, come sforzandosi di reprimere ogni singhiozzo che minacciasse di sfuggirle.
«Stai praticamente andando a farti uccidere.» mormora. «L’altra volta Drew avrebbe potuto…»
Non riesce a continuare e io per un secondo non riesco a ribattere, perché decisamente non ho solide argomentazioni con cui convincerla che tornerò vivo, vegeto e senza essermi beccato un proiettile da qualche parte – o più di uno, se è per questo. Ed è vero, Drew avrebbe potuto uccidermi, o avrebbe potuto farlo quel maledetto. Avrebbero perfino potuto ammazzarmi mentre ero a terra svenuto.
«Se lascio che tu vada là e ti succede qualcosa non me lo perdonerò mai.» afferma. «E poi, sentiamo, cos’è che dovrei fare? Restarmene qui a tormentarmi perché non so cosa ti sta succedendo? Perché non so neanche se sei ancora vivo?»
Sta parlando troppo in fretta ed in tono troppo acuto, come fa quando è terribilmente nervosa o agitata. Stavolta provo a risponderle, ma lei riprende a parlare prima che ne abbia il tempo e indovina quello che stavo per dire.
«Non ti azzardare a dire che andrà tutto bene o ti mollo un altro ceffone, Ash!» esclama. «Stai andando nel covo di un assassino portandoti dietro una pistola per ammazzarlo, pensi davvero che io possa essere così stupida da credere che andrà tutto bene?!»
Sospiro.
«Vera ascolta. Sai che devo andarci. Ma non ti posso permettere di venire, se dovesse succedere qualcosa anche a te…»
(se dovessi perderti come ho perso lei)
Mi fermo, deglutisco a vuoto. Lei mi guarda, con le labbra nervosamente serrate e un velo sottilissimo di lacrime imprigionato fra le ciglia.
«…non potrei davvero andare avanti…»
Non dice nulla.
Io mi sforzo di rivolgerle un sorriso, o almeno una specie, che dura meno di un secondo. Poi mi volto ed esco.
Ha iniziato a piovere. Rabbrividisco appena e tiro su il cappuccio della felpa, cercando di ripararmi almeno un po’; e mi avvio con la testa incassata nelle spalle e le mani affondate nelle tasche dei jeans.
Lei mi segue fuori. Per poco. Poi sento i suoi passi fermarsi.
«Ash, ti amo.»
Mi fermo. Non posso fare altro. E mi volto, lentamente.
Vedo i suoi occhi riempirsi di lacrime. «Tu no.» mormora, con voce così incerta che mi domando come riesca a spingere fuori le parole senza scoppiare i singhiozzi. «Lo so ormai, l’ho capito. E… va bene così, non importa, davvero. Ma non ti voglio perdere.»
La pioggia le ha appiccicato i capelli al viso.
Non posso risponderle. Non potrei neanche se volessi. Perché non posso dire che non è vero, non posso risponderle anch’io.
Così torno indietro, la afferro per un braccio tirandomela addosso quasi con violenza, e la bacio.
È un bacio che sa di pioggia, un bacio lungo, che dura abbastanza perché il mio respiro e il suo diventino la stessa cosa e i suoi capelli bagnati siano sul mio viso e dappertutto e le sue mani affondino nei miei, e le mie braccia la stringano forte. E stavolta sto davvero baciando lei, Vera; non sto baciando Misty. Forse se ne rende conto e i suoi respiri diventano singhiozzi.
«Non seguirmi.» sussurro sulle sue labbra, e corro via prima che lei abbia il tempo di rispondere.
O forse prima di sentire la voce che parla ancora nella mia testa, quella che mi domanda Che cosa stai facendo, Ash? o che forse mormora Non farlo.
Vera non mi segue. Non mi volto – penso che se lo facessi otterrei l’effetto contrario – ma non sento i suoi passi dietro di me.
Rallento solo dopo aver svoltato l’angolo. Mi fermo ed aspetto, per accertarmi che davvero non mi segua. Quando concludo che non è così riprendo a camminare, tenendo lo sguardo fisso a terra. Controllo di avere ancora la semiautomatica di Jessie assicurata alla cintura, ed anche di riuscire a muovere come si deve il braccio destro, per essere certo che la spalla – quella a cui Drew mi ha ferito di striscio – non mi tradisca quando sarò là. Fa male, ma non in modo insopportabile e ormai so reggere bene il dolore.
Mi tremano le mani. È pazzesco quanto la mia mente riesca a formulare pensieri razionali e lucidi a dispetto di quanto il mio corpo sia esausto e di quanto sia effettivamente assurdo quello che sto facendo. Sto per uccidere un uomo. Forse c’è un reale confine fra la sanità mentale e la follia, e io l’ho già scavalcato e ora mi sto muovendo dall’altra parte.
«Avanti.» mormoro a me stesso, quando infine mi fermo di fronte all’edificio abbandonato. La mia voce suona rauca e quasi estranea.
La mia mano si stringe automaticamente sul calcio della semiautomatica.
Se davvero ho scavalcato quel confine, credo che tornare indietro sia molto meno facile.
Non ho intenzione di intrufolarmi dal retro, stavolta. Quel bastardo deve sapere che prima o poi sarei tornato. E non voglio limitarmi a sbarazzarmi di lui cogliendolo di sorpresa con un singolo colpo di pistola: voglio mettergli le mani addosso. Voglio guardarlo negli occhi mentre lo farò, e voglio che lui guardi negli occhi me, e veda che cos’ha fatto.
Drew…
Sfilo la pistola dalla cintura dei jeans. Se mi intralcerà, ucciderò anche lui. Ma già mentre dico a me stesso che lo farò so che probabilmente quando gli punterò la pistola contro la mano si rifiuterà di obbedirmi fino in fondo.
La porta è aperta; non sono nemmeno sicuro che possa davvero essere chiusa. Il chiavistello sembra divelto per metà e inservibile. Mi infilo all’interno con cautela, tenendo la semiautomatica con entrambe le mani.
«Fatti vedere, maledetto.» mormoro fra i denti. L’edificio è silenzioso e apparentemente vuoto. Avanzo piano, lasciando che la porta si richiuda dietro di me con un cigolio leggero.
«Fatti vedere.» ripeto. Dai locali vuoti non mi arriva nessuna risposta.
Il battito del mio cuore mi rimbomba nel petto al punto che me ne sento quasi scoppiare. Vado avanti.
C’è polvere sul pavimento, e scatole e cartacce e lattine vuote ammucchiate negli angoli. Se non fosse per le impronte recenti dove la polvere è stata calpestata e smossa, sembrerebbe che nessuno abbia messo piede qui da mesi.
Mi fermo, lievemente scosso da un lungo brivido, perché penso allo stabilimento in rovina di cui otto anni fa Hun e la sua banda avevano fatto la loro base. Quello che ora, se non è stato raso definitivamente al suolo, è un ammasso di macerie bruciate dall’esplosione – ma forse, forse da qualche parte neppure l’incendio e neppure otto anni di pioggia e intemperie hanno potuto cancellare del tutto la macchia di sangue sul pavimento, dove lei è morta.
Sto pensando a questo quando la canna di una pistola si pianta in mezzo alle mie scapole.
Resto bloccato qui dove sono, inspirando bruscamente aria nei polmoni.
«Non muoverti.» intima la voce alle mie spalle. È la sua, la riconosco. Non l’ho sentito avvicinarsi, maledizione. Non ho sentito nulla.
Rimango immobile, il respiro serrato nel petto e i muscoli tesi e rigidi.
«Adesso posa a terra quella pistola.» mi ordina. «Lentamente.»
Io piego leggermente le ginocchia, chinandomi. Allungo verso il pavimento la mano con cui tengo la semiautomatica di Jessie. Arrivo quasi ad appoggiarla a terra. Quasi.
Sparami, figlio di troia, sparami pure, ma di certo non lo farai mentre ubbidisco ai tuoi ordini come un vigliacco.
Invece di poggiare a terra la pistola mi volto di scatto e mi avvento su di lui. Non se l’aspettava e non ha la prontezza di riflessi di reagire subito. Un colpo parte davvero, assordandomi quasi, e va a sfarinare l’intonaco della parete. Poi riesco ad afferrargli il polso e a storcerglielo, deviando almeno momentaneamente la traiettoria dei proiettili. È forte, ma l’ho colto di sorpresa e per un secondo o due riesco a tenerlo bloccato a terra, una mano a storcergli il polso e l’altro braccio a premergli sulla gola, senza lasciar andare la mia, di pistola.
Sono in vantaggio. Sono ferito a una spalla, ma è poco più che un’escoriazione superficiale e il braccio tiene, anche se lo sto gia sentendo tremare per lo sforzo e per il male. A lui però ho fatto un buco in una gamba. Ma ha comunque dalla sua un bel po’ di forza fisica che io non ho – non sono più un ragazzino, ma nemmeno ho muscoli allenati da anni di esercizio. Una ginocchiata mi raggiunge in mezzo allo stomaco. L’aria mi sfugge dai polmoni in un’esclamazione di dolore e io mollo la presa, rotolando sulla schiena. Tento di rialzarmi, ma prima che ne abbia il tempo sono io che ho addosso lui. La semiautomatica mi sfugge di mano. Sbatto la testa contro il pavimento e per un momento non vedo altro che un lampo bianco di dolore. Prima che riesca a vederci bene di nuovo un pugno mi colpisce allo zigomo destro con tanta violenza che da quel lato la vista mi si annebbia di nuovo. Non ho intenzione di incassarne un altro, però, e prima che possa colpirmi di nuovo gli afferro il braccio e mi ci aggrappo quasi, scaricando tutto il peso del mio corpo nello storcerglielo.
«L’avete uccisa!» urlo, e riesco di nuovo a sopraffarlo senza neanche sapere come, perché se non vedo più niente adesso non è per le botte ma per la furia che di colpo trabocca in ogni frammento del mio pensiero, accecandomi. «L’hai AMMAZZATA, lurido figlio di puttana, e giuro che adesso ti uccido, lo giuro davanti a Dio!»
Colpisco e colpisco. Non potrei obbligare il mio corpo a fermarsi neppure se lo volessi.
Penso a Misty distesa a morire su un pavimento sporco come questo. Penso ai suoi occhi che si spengono, al sangue che le impregna i vestiti, e davvero non posso fermarmi.
Sono talmente preso, talmente accecato dalla mia foga che quando mi blocca il pugno con la mano ci metto una frazione di secondo di troppo a realizzarlo e a reagire. Prima che possa farlo mi afferra per la gola.
Tento di liberarmi, ma è maledettamente forte e non riesco davvero a respirare. Boccheggio, con i polmoni che iniziano a reclamare aria e il sangue che inizia a pulsare con violenza nelle tempie, e tento di piantare le unghie nella sua mano per costringerlo ad allentare la presa ma non ce la faccio, non respiro e il mio campo visivo sta iniziando a scomporsi di nuovo in una confusione di puntini luminosi –
«Che diavolo pensavi di fare?!» sibila. Il suo fiato mi inonda il viso. Tento di ritrarmi, ma prima che possa anche solo provarci mi inchioda a terra, schiacciandomi con tutto il suo peso.
Non riesco quasi a vedere più nulla. Cerco disperatamente di respirare, tastando il pavimento intorno a me con entrambe le mani in cerca di qualcosa a cui aggrapparmi per tentare di scrollarmelo di dosso o di qualcosa di afferrare per colpirlo, ma non trovo niente, solo polvere. Quando alla fine riesco a sfiorare con le punte delle dita il calcio della semiautomatica sto per perdere conoscenza. Mi dibatto per afferrarla e riesco soltanto a farmela sfuggire e spingerla più lontano.
Mi lascia andare solo quando ormai sono davvero a meno di niente dal perdere i sensi. Annaspo sforzandomi di inspirare aria nella trachea schiacciata e provo a tirarmi su da terra, e riesco soltanto a crollare carponi, tossendo fino a sentire male al petto. Lui si rialza. La suola della sua scarpa si appoggia sulla mia gamba destra, schiacciandola violentemente contro il pavimento.
«Perdi… tempo.» riesco ad ansimare, fra un colpo di tosse e l’altro. «Non fa più male.»
«No?» ringhia fra i denti. «Vediamo come si può rimediare.»
La gamba non mi fa più male come otto anni fa, no, ma me la tiene bloccata a terra e non posso muovermi. Così non serve a nulla dibattermi per sottrarmi mentre lui estrae di nuovo la pistola, la punta in direzione della mia gamba destra e preme il grilletto.
Il dolore mi esplode come una folgore poco sotto il ginocchio. Lascio andare un grido soffocato e mi tiro su per stringere le mani sulla ferita mentre lui mi lascia finalmente andare, non prima di avermi mollato un calcio che mi fa quasi urlare di nuovo.
«Non ti ammazzo solo perché non devo essere io a farlo.» sibila, e io ci metto un paio di secondi per capire che si sta riferendo a Drew – che Drew non l’ha assoldato per uccidermi, ma per essere lui stesso a farlo. «Dovresti preoccuparti di quello che hai ora invece di quello che hai perso otto anni fa.»
Tiro su la testa. Lui mi guarda e ghigna. Il mio corpo arriva a capire quello che sta dicendo prima che lo faccia la mia mente, e una morsa di terrore improvviso mi stringe lo stomaco.
«Che stai dicendo…?»
Non mi risponde. Ghigna e basta.
Vera.
È una certezza che mi arriva addosso talmente di colpo che quasi mi tramortisce.
Vera. È da sola al pokemon center. E Drew non è qui.
Cazzo. Cazzo.
Mi alzo, o almeno ci provo, perché la mia gamba destra cede e mi ritrovo a terra di nuovo. Stringo i denti con forza. Scarico il peso sull’altra gamba e riesco a tirarmi su di nuovo.
Temo che lui tenti di fermarmi, ma non lo fa. Ha già fatto quello che doveva: tenermi lontano dal pokemon center per un tempo sufficiente.
Non cerco neppure di recuperare la semiautomatica. Non ho tempo.
Corro. La gamba mi fa dannatamente male e quando arrivo fuori già non riesco più a reggermi in piedi. Mi fermo appoggiandomi alla parete per non cadere, senza poter trattenere un gemito.
Sanguina. Provo a tirare su i jeans, scaricando tutto il mio peso contro il muro. Il proiettile mi ha attraversato la gamba da parte a parte.
Fa male e a stento riesco a non gridare mentre lego strettamente la mia felpa attorno alla ferita nel tentativo di fermare il sangue. Mi tiro su con i denti serrati e la fronte che gronda sudore.
Riprendo a correre nonostante zoppichi al punto che ad ogni passo mi aspetto di finire con la faccia contro il cemento.
So sopportare il dolore. Lo ripeto a me stesso, forse sperando che ripetendolo diventi vero. So sopportare il dolore.
«Vera.» ansimo. E d’un tratto non riesco più a capire se questa è la realtà o uno dei miei sogni, se sia davvero lei oppure Misty quella verso cui sto correndo.
Vedo tutto nella mia mente con tanta chiarezza che è come se l’avessi davvero davanti agli occhi.
Vedo Vera a terra. O forse vedo Misty. Le due immagini si sovrappongono e non riesco più a distinguerle.
La vedo rannicchiarsi e cercare di proteggersi la testa per difendersi dalle percosse. La vedo a terra, con gli occhi aperti e fissi ed una chiazza di sangue che si allarga sul pavimento come una macchia di acquerello.
( NO )
No. Continuo a correre. Devo farcela. Devo raggiungerla.
Devo arrivare in tempo. Stavolta.
Da qualche parte gracchiano dei corvi.
Quando arrivo al pokemon center non ho più fiato. Irrompo nella hall e poi nel corridoio su cui si affacciano le stanze da letto.
«Vera! VERA!»
Non è da nessuna parte.
Spalanco la porta della nostra stanza con tanta violenza da mandarla a sbattere contro la parete.
La stanza è silenziosa e vuota. C’è talmente tanto silenzio che ho la sensazione di esserne schiacciato, soffocato.
Eppure entro lo stesso, sentendo il battito del cuore che mi martella nelle tempie; quasi mi aspettassi che da un momento all’altro Vera potesse comparire da chissà dove.
Non c’è. Non è qui. Ci sono delle lenzuola tirate sul pavimento e i petali della rosa di Drew sparsi attorno, come se avesse lottato, cercato di resistere.
Mi fermo in mezzo alla stanza. Sto tremando in tutto il corpo.
È allora che la sento. Dietro di me.
«L’hai persa. Come hai perso anche me.»
Mi volto di scatto.
Misty è in piedi accanto alla porta. La sagoma del suo corpo è solida, fisica. Non è evanescente o confusa. La vedo come la vedrei se fosse davvero qui.
Ma non può essere davvero qui. Non può essere davvero lei. Vero…?
Non sorride.
L’hai persa. Come hai perso anche me.
Non riesco a respirare. Provo a obbligare il mio corpo a muoversi, provo a raggiungerla.
Ma la mia gamba destra cede definitivamente, e mi ritrovo di nuovo inginocchiato a terra, a guardare il vuoto.
CONTINUA…