NEVERMORE

 

V.

will I ever find my way through confusion?
am I insane?
is this where I’m supposed to stay?

«Svegliati.»

Riemergo a fatica da un sogno confuso che mi sfugge ancora prima che provi ad afferrarlo e per un momento non ricordo dove sono, cos’è successo. Poi un colpo mi raggiunge violentemente alle costole, facendomi sfuggire l’aria dai polmoni in un’esclamazione soffocata. Apro gli occhi. La prima cosa che vedo – ho la vista annebbiata, ma quella la riconosco lo stesso – è la canna di una pistola puntata verso di me.

Sbatto le palpebre, nel tentativo di mettere a fuoco chi la sta impugnando. E quando ci riesco all’inizio mi domando se non sia un sogno anche questo.

Ma c’è la fitta alle costole per il calcio che mi ha mollato a dirmi che è fin troppo reale, e mi tiro su da terra di scatto, appoggiandomi sui gomiti.

«Drew?!»

«In persona.» ringhia fra i denti, a bassa voce. «Che diamine fai qui?»

Io non rispondo. Mi tiro un altro po’ su perché non credo davvero che mi sparerà – che diamine, non credo neanche che sia davanti a me e mi stia puntando una pistola alla testa, ancora – e istintivamente porto una mano alla cintura dei jeans, ma la semiautomatica non c’è. Mi viene in mente il tonfo metallico contro il pavimento e mi ricordo di averla fatta cadere.

«Cerchi questa?» dice Drew, e mi rendo conto che la pistola che ha in mano è la mia.

«Che diavolo fai tu qui?!» riesco infine a domandare. Mi gira ancora un po’ la testa e devo puntellarmi al pavimento per sedermi, piano, perché il tutto sembra diventato un po’ più reale ora. E ora vedo anche che alle spalle di Drew c’è l’uomo che sono venuto a uccidere. Mi guarda dall’alto in basso con le braccia incrociate sul petto e la schiena appoggiata alla parete sporca e a me prudono le mani dalla voglia di saltargli addosso e prenderlo a cazzotti fino a fargli dimenticare da che parte è il cielo e da che parte è la terra e fanculo al fatto che non capisco che sta succedendo, fanculo anche al fatto che la mia pistola ce l’ha Drew e potrei ritrovarmi con un proiettile piantato da qualche parte nell’esatto momento in cui provo ad alzarmi.

«Non mi pare che tu sia nella posizione di fare domande.» dice Drew. Quello che sento nella sua voce è una furia totale e trattenuta a stento e per la prima volta penso che potrebbe spararmi sul serio. Guardo l’occhio cieco e nero della semiautomatica puntato alla mia testa e inghiottisco a vuoto.

«…Stai con questa gente, ora?» domando ugualmente, piano.

La mano con cui tiene la pistola vacilla, malferma, per un secondo.

Un attimo dopo mi afferra per la felpa tirandomi su da terra e io non tento di ribellarmi perché con l’altra mano me la punta ancora addosso, la pistola. «Ti stavo cercando, figlio di troia. Te e lei.» mi ringhia in faccia.

Ed è completamente folle, ma forse ho capito. Vera. È lei il motivo. Lei, e il fatto che gliel’ho portata via, almeno secondo la sua visione dei fatti.

Sono talmente allibito che quando mi lascia andare non riesco a tendere le mani in tempo per attutire la caduta e finisco per sbattere prima una spalla e poi una tempia contro la parete alla mia destra. Per una manciata di secondi non vedo altro che puntini luminosi e devo lottare per non svenire. Quando riesco di nuovo a vedere qualcosa Drew è di nuovo in piedi e la semiautomatica è di nuovo puntata verso di me.

«Che accidenti vuoi fare?!» riesco ad esclamare, e poi devo serrare le palpebre per un momento e portarmi una mano alla testa nel tentativo di contenere la fitta di dolore che mi attraversa le tempie. «Uccidermi perché la tua ragazza ti ha mollato?! È per questo che ti sei alleato con… loro?»

«Mi serviva qualcuno che mi aiutasse a trovarvi.» dice.

E a me sembra tutto così totalmente da pazzi che non riesco nemmeno a pensare a come reagire. Se provassi a togliergli di mano la pistola forse ci riuscirei. Se volesse spararmi, se volesse davvero – so che vuole, ma volere e premere effettivamente il grilletto sono due cose diverse – l’avrebbe già fatto e invece mi ha solo sbattuto contro il muro, per ora. Potrei afferrargli il polso e storcerglielo e se lo cogliessi di sorpresa forse riuscirei a fargliela lasciar andare.

Ma è talmente assurdo che non ci riesco. Qualcosa nella mia mente si rifiuta di collegare Drew – anche con tutto l’odio che può provare per me a causa di Vera – con la gente che ha ucciso Misty.

Con la gente che ha ucciso Misty, cazzo.

«Lo dovresti sapere cosa si prova a perdere l’unica persona che per te è tutto.» ringhia e di colpo la bolla di stupore incredulo che mi ha avvolto fino ad ora scoppia. Non penso nemmeno a cosa sto facendo, so solo che un istante più tardi gli sto storcendo il polso e so che se continuo così un altro po’ posso spezzarglielo e non mollo la presa neanche quando il boato di uno sparo mi assorda e il proiettile mi manca per pochissimo e va a sfarinare l’intonaco lurido della parete.

«Non provare… non ti azzardare neanche a ripeterlo!» urlo e mi tiro su da terra, e prima ancora di rendermi conto di cosa sto per fare gli sono addosso e lo blocco sotto di me contro il pavimento anche se ancora non sono riuscito a togliergli la pistola di mano. «Misty è morta! Tu non hai perso Vera, è lei che ha deciso di non stare con te! Tu non sai cosa voglia dire perdere una persona!»

Le ultime sillabe di quello che gli urlo non le sente, perché il secondo sparo le copre completamente. E fa male, cazzo, un dolore bruciante che mi paralizza la spalla e tutto il braccio destro e mi fa perdere la presa sul suo polso. Soffoco un grido e cerco di continuare a bloccarlo con l’altro braccio, ma non ci mette molto a liberarsi di me così. Meno di un secondo dopo sono io ad averlo addosso e la canna della pistola si pianta sotto il mio mento, piegandomi la testa all’indietro.

«Di’ addio.» ansima furioso Drew e io penso che fra un secondo sarò morto ma non riesco lo stesso a tacere.

«Fottiti.»

Sento la canna bruciante della pistola premere di più e di colpo tutto ciò che riesco a pensare, tutto ciò che mi importa, è che fra meno di un minuto sarò con lei. Arrivo, Misty.

«BASTA!»

Mi volto talmente di scatto che sento uno scricchiolio lieve alla base del collo. E si volta anche Drew, perché la pressione scompare di colpo.

Vera è in piedi a cinque o sei metri da noi. Immobile, con le mani strette a pugno tanto che le vedo tremare da qui, gli occhi spalancati e le labbra appena schiuse come se volesse dire qualcosa ma non ce la facesse e penso che sia davvero così. E sembra talmente indifesa, in questo posto, che vorrei urlarle di scappare, di andare via immediatamente, ma penso che non mi sentirebbe neppure. Non è me che guarda, non è la mia vista ad averla paralizzata così.

«…Cosa fai qui, Vera?» le domanda Drew e lei non risponde, lo guarda e basta, sembra che non abbia nemmeno il coraggio di respirare.

Drew si alza e lei arretra di un passo. Mi alzo anch’io, anche se soltanto a sedere, tenendomi la spalla insanguinata. È meno grave di quello che pensavo, è solo una ferita di striscio e il braccio riesco a muoverlo, adesso. Sanguina, ma non mi ucciderà e comunque ho sopportato di peggio.

Vera indietreggia ancora, piano piano, senza staccare gli occhi da Drew.

«Va’ via!» le urlo, anche se non mi ascolta. «Vattene da qui! Scappa!»

Scuote appena la testa. Arretra ancora mentre Drew le va incontro, con il braccio con cui tiene la pistola disteso lungo il fianco, finché non si ritrova con le spalle al muro.

«Drew.» bisbiglia, così piano che la sento appena, quando lui le si ferma davanti.

Quando lui solleva la mano libera e le sfiora il viso io non penso. Mi alzo in piedi di scatto e pochi secondi più tardi ho coperto la distanza che mi separa da loro e gli sono addosso un’altra volta. Stavolta l’ho colto davvero di sorpresa. Rotoliamo a terra entrambi. La pistola vola da qualche parte.

«Non toccarla!» urlo e da qualche parte sento uno strillo di Vera, ma qui è un casino e non riesco ad individuarla né a gridarle di nuovo di andarsene. Mollo un pugno e Drew mi afferra per la gola, cercando di invertire le nostre posizioni.

Poi vengo afferrato da dietro e non riesco a divincolarmi e solo allora mi ricordo dell’uomo. Suppongo che Drew volesse ammazzarmi di persona e avevo dimenticato che fosse qui, cazzo, e ora me lo ricordo fin troppo bene mentre mi immobilizza e ancora meglio quando mi storce un braccio dietro la schiena con tanta forza che non riesco a non gridare.

«Lasciami, figlio di puttana– »

Tento di mollare alla cieca un calcio all’indietro e non riesco a colpire niente. Vorrei ucciderlo, vorrei spezzargli ogni singolo osso, è per questo che sono venuto qui, invece non riesco neanche a liberarmi.

«Lascialo!» grida Vera. Io alzo la testa e vedo che adesso è lei a impugnare la semiautomatica. La regge con entrambe le mani, ma le tremano talmente che se facesse fuoco probabilmente colpirebbe me o la parete invece che lui.

«Mettila giù quella, Vera.» le dice Drew calmo. Lei scuote la testa. Ha gli occhi pieni di lacrime e vedo che si sta sforzando disperatamente di trattenerle, perché se piange adesso non riuscirà a tenergli testa.

«Lascialo!» urla di nuovo. «Lascialo andare o sparo!»

Io cerco di nuovo di liberarmi e l’uomo mi piega il braccio più forte. Grido a denti serrati in una specie di ringhio.

«Metti giù la pistola.» le intima. «O glielo spezzo, il braccio.»

«Non lo ascoltare!» urlo. «Va’ via da qui adesso!»

Non ascolta né me, né lui. Preme il grilletto e io serro gli occhi e abbasso la testa.

Colpisce la parete. Ma lo distrae per un secondo e la presa si allenta e quando provo a sferrare un altro calcio all’indietro colpisco qualcosa. Mi divincolo e d’un tratto mi trovo catapultato in avanti. Faccio appena in tempo ad allungare le braccia per non andare a sbattere la faccia contro il pavimento. L’urto mi si ripercuote per tutto il braccio dolorante fino alla spalla ferita e a stento riesco a trattenere un gemito.

Mi rialzo in piedi un attimo prima che l’uomo che sono venuto a uccidere riesca ad afferrarmi di nuovo. Drew tenta di bloccarmi e lo spingo a terra senza neanche sapere come, raggiungendo Vera.

«Dammi la pistola.» le dico, e lei è talmente sconvolta che per riprendermela devo strappargliela di mano mentre con l’altro braccio la stringo contro di me e contemporaneamente la tolgo di mezzo.

Punto la pistola verso l’uomo. Ne impugna una anche lui, ora. Non gliel’ho vista estrarre, ma ora ce l’ha in mano e io mi assicuro di essere in mezzo fra lui e Vera, che si aggrappa a me terrorizzata, affondando le dita nella stoffa della mia felpa.

Quello che viene dopo accade talmente in fretta che è come se non fossi io ad agire.

«Non guardare.» dico sbrigativamente a Vera. L’uomo davanti a me impugna una pistola, sì, ma anch’io, e mentre lui fa scattare il caricatore io faccio fuoco.

Non ho mirato a un punto vitale. Volevo, ma all’ultimo momento ho abbassato il braccio e ora mi maledico per averlo fatto e so bene di non potercela fare a premere il grilletto un’altra volta. Mentre lui si stringe la ferita alla gamba io afferro Vera e corro. Sento Drew urlarmi fermati, figlio di troia e un secondo prima di arrivare alla porta che spero dia sull’esterno dell’edificio lo vedo spuntare da quella che ci siamo appena lasciati alle spalle, con la pistola in mano. Ma non puoi inseguirci fuori, non impugnando un’arma da fuoco carica, neanche in quello che più che un quartiere è un ammasso di case semi abbandonate, perché non può essere sicuro che spari e grida non richiamino l’attenzione di qualcuno.

Però può spararci dietro e lo fa, e sento il sibilo del proiettile così spaventosamente vicino che per un istante non respiro neppure.

Spalanco la porta e spingo fuori Vera prima di catapultarmi all’esterno e richiuderla. Sento un altro sparo. Colpisce il legno della porta.

«Corri.» dico a Vera e la afferro di nuovo per un braccio, trascinandola con me. Ho ancora in mano la semiautomatica e solo quando siamo lontani reinserisco la sicura e torno ad infilarla nella cintura dei jeans, e poi mi fermo perché non ho più fiato.

«Idiota!» mi urla Vera. Ora non le sta più trattenendo, le lacrime, e in pochi istanti le rigano le guance. Mi assesta uno spintone con rabbia, facendomi vacillare solo appena. «Stupido idiota!»

La fermo prendendola per le spalle, perché l’ultima cosa di cui ho bisogno ora è dovermi subire una sua sfuriata, nonostante abbia ragione.

Lei prova a divincolarsi, poi rinuncia e abbassa la testa di scatto, tentando di bloccare i singhiozzi. La lascio andare e per qualche istante lei non reagisce.

«Era Drew.» dice infine, come se dovesse capacitarsene.

«Sì.» posso solo dire io.

Alza il viso. «Sei ferito.» mormora. Ha i segni lucidi delle lacrime sulle guance.

Io scuoto la testa. «È un graffio.» dico. «Non è grave.»

«Deve vederti un dottore.» ribatte lei. «Stai sanguinando.»

Mi stringo automaticamente la spalla. «Non è niente.» ripeto. «Andiamo via da qui. Troverò qualcosa per medicarmi al pokemon center.»

Non risponde. Quando mi incammino mi segue dopo una manciata di secondi.

Cammino un passo davanti a lei continuando a tenermi la spalla, che okay, non mi ucciderà, ma fa comunque male. Mi sforzo di non pensare a niente ed è inutile.

Che cosa stai facendo?, sussurra la voce nella mia mente. Non lo so, cosa sto facendo. So cosa non ho fatto, però, e so anche che avrei potuto e ho sprecato l’occasione che avevo. Non l’ho ucciso.

E so fin troppo bene che se anche adesso facessi quello che dovrei, ovvero prendere Vera e allontanarmi con lei quanto più possibile da questa città, niente di tutto questo sarebbe davvero finito. Penso a quello che ho visto, o creduto di vedere, mentre ero là dentro.

(che cosa stai facendo?)

Non lo so davvero.

 

*

 

«Fa’ piano, brucia.»

«Te lo meriti.» ribatte lei brusca. Non mi guarda negli occhi. Si è lasciata convincere a non trascinarmi in ospedale, ma mi ha obbligato a sedermi e lasciare che mi medichi la spalla. Sulle sue mani c’è il mio sangue. È qualcosa – le sue mani macchiate di rosso – che preferirei non vedere.

Vera finisce di sistemare la medicazione e ripone bende e disinfettante nella cassetta del pronto soccorso aperta sul letto; poi si pianta davanti a me con le mani sui fianchi e mi guarda.

«Cos’è successo?» mi domanda.

Penso si riferisca alla ferita. «Drew– » inizio, e lei mi interrompe.

«Non parlo della spalla!» esclama. «Quello l’ho visto, che cos’è successo! Intendevo prima

«Prima?» ripeto, senza capire.

«Sei svenuto.»

Spalanco gli occhi. «Eri già lì…?» domando, e lei annuisce.

«Ti ho visto cadere per terra. Volevo raggiungerti, ma poi è comparso Drew e…» abbassa gli occhi, non riesce a continuare. Scuote la testa con forza, come per scacciare il pensiero di lui, e torna a guardare me. «Che accidenti ti è successo? Stai male?»

«Ma no.» scuoto la testa, anche se la risposta giusta sarebbe Non ne ho idea. «Ho solo… avuto un capogiro, ecco.»

Non è vero, o meglio, non è stato solo un capogiro, ma la verità stavolta non posso dirgliela. Anche perché nemmeno io so bene quale sia.

Non mi crede, ovvio. «E da quando hai capogiri e svieni?»

«Da adesso, a quanto pare.» ribatto stancamente. Sospiro e mi lascio cadere all’indietro sul letto, rimanendo a guardare il soffitto.

«Ash?»

Non alzo la testa.

Vera si sporge verso di me. «Sul serio. Sono preoccupata. Cos’hai?»

«Non lo so.» ammetto, chiudendo gli occhi. La sento sedersi vicino a me.

«Continuo a pensare che dovresti vedere un dottore.» dice. Mi sfiora il viso, fermandosi poi sulla mia fronte come per controllare se ho la febbre.

Apro gli occhi. «Sto bene.» dico, guardandola. «Adesso è passato.»

Non è vero, e mi domando fino a che punto, guardandomi, possa capire che sto mentendo.

Misty se ne sarebbe resa conto in un istante. A lei non potevo nascondere nulla.

Vera mi guarda per una manciata di istanti, poi abbassa gli occhi. «Ash?» ripete, in un tono di voce diverso da prima.

«Cosa?»

Esita. Si tormenta le mani in grembo, giocherellando nervosamente con la stoffa della gonna. «Perché Drew era là?»

«Hai visto tutta la scena, no?» sospiro.

«Sì ma…» si ferma. Ha visto, ma non ci crede. Spera di aver visto male, di aver frainteso. Riesco a indovinare tutto questo solo guardandola.

«Sta con quella gente.» dico, piano. «Con… l’ex-Team Rocket, o quello che è. Per cercare noi.» poi mi correggo: «Me.»

«Perché?» mormora lei. Scuote la testa.

«A quanto pare non ha gradito molto che tu l’abbia mollato per me.» tento di ironizzare. Mi sento totalmente esausto ed ho voglia di chiudere gli occhi di nuovo. «Non siamo mai stati granché in buoni rapporti, non so se ricordi.»

Ed è vero. Anche quando c’era Misty e l’ipotesi che un giorno avrei finito per stare con Vera non mi avrebbe neppure sfiorato, Drew ha sempre provato antipatia nei miei confronti. Credo che abbia sempre pensato che cercassi di allontanare Vera da lui e alla fine, a quanto pare, ha avuto ragione.

Lei scuote la testa di nuovo. «Ma… da qui ad arrivare a cercare di ucciderti… non riesco a credere che avrebbe potuto farlo sul serio…»

«Credo che non l’abbia fatto sul serio soltanto perché sei arrivata tu.» ribatto. «Non ho idea di cosa avesse davvero in mente… ma mi ha detto che dovrei sapere cosa si prova perdendo una persona.»

Mi guarda, incredula.

«Non è la stessa cosa.»

«No che non lo è.» sospiro. Mi volto su un fianco, afferrando il cuscino e tirandomelo sul viso.

Vera rimane immobile per un minuto, poi si stende vicino a me e mi appoggia con delicatezza la mano sulla spalla ferita. «Ti fa male?» mi domanda, ma è chiaro che in realtà non sta pensando a me né alla mia spalla, in questo momento. Pensa a Drew.

«Non più.» mento, e in realtà non ci sto pensando neanch’io. Tutto quello che riesco a pensare è che non ho portato a termine quello che avevo intenzione di fare. L’uomo che avrei dovuto uccidere è ancora là fuori. Avrei potuto mirare al petto o allo stomaco o alla testa e non ho saputo fare di più che azzopparlo. Era uno di loro, uno dei responsabili della sua morte, e il massimo che sono riuscito a fare è fargli un buco in una gamba.

Ho ancora la semiautomatica infilata nella cintura. La sento premere contro il fianco su cui sono sdraiato, ma non ho voglia di spostarmi o cercare una posizione più comoda. Sono stanco.

Sento Vera irrigidirsi appena. «Cosa hai intenzione di fare adesso?»

Non lo so, sto per rispondere, ma poi mi rendo conto che lo so invece. «Devo tornarci.» dico.

Lei si rimette a sedere di scatto. «No.» dice. «Hai già rischiato la vita oggi.»

«Ma non ho risolto nulla.» dico io. Mi giro di nuovo sulla schiena, per guardarla. «Non posso lasciar perdere.»

Mi guarda. Per un secondo vedo di nuovo le lacrime scintillare nei suoi occhi, ma solo per un secondo.

«E Drew?» domanda, piano. «Vuoi uccidere anche lui?»

Non rispondo, perché quello che stavo per dire è Se mi costringe a farlo.

Lei torna a tormentarsi le mani in grembo, abbassando gli occhi. «È Drew.» sussurra.

«E ha cercato di uccidermi.» ribatto io.

Non so dove voglio arrivare. Penso che non lo sappia neanche lei.

Si alza, senza guardarmi, e serrando le labbra come per contenere i singhiozzi e non lasciarli uscire.

«Riposati.» mi dice soltanto. «Sei stanco.»

Io annuisco. E cerco di non pensare a quello che ho visto là dentro, anche se è inutile.

Sfilo la pistola dalla cintura. La rigiro fra le mani per qualche istante, poi la appoggio sul comò di fianco al letto. Dove posso raggiungerla in fretta.

 

*

 

Non ho davvero dormito, ma almeno ho la sensazione che riposare – se si può definire così il passare qualche ora disteso sul letto a guardare il soffitto e rimuginare – mi abbia chiarito un po’ le idee.

Non che abbia deciso cosa voglio fare, o che abbia trovato una spiegazione sensata a quello che ho visto un attimo prima di svenire. Ma almeno non ho la sensazione che mi scoppi la testa se ci penso.

È quasi buio, adesso. Sono sul retro del pokemon center. Non ho nulla da fare per cercare di far trascorrere più velocemente il tempo, e qui mi sento meno in gabbia che dentro. E fa freddo, e il freddo mi aiuta a mantenere la mente lucida, presente. Ho tirato di nuovo su il cappuccio della felpa e me ne sto qui, con la schiena appoggiata alla parete, a mollare calci di tanto in tanto alla spazzatura che il vento mi fa finire davanti ai piedi, perché altro da fare non c’è.

Quando la vedo di nuovo non c’è nessun preavviso. Nessun capogiro, nessuna voce che mi sussurra all’orecchio, nessuna strana sensazione di qualunque tipo che mi avvisi in anticipo.

Alzo gli occhi ed è lì, in piedi davanti a me.

Sembra fisica, reale, anche se non può esserlo. E mi sorride.

Sembra reale anche quel sorriso. È qui davanti a me anche se penso che niente di quello che vedo può essere vero.

Sbatto le palpebre. Sparita.

E di colpo mi sento male. Corro via senza sapere dove sto andando, torno nel pokemon center e raggiungo il bagno solo perché sono le gambe a portarmici e non cedono finché non sono davanti alla tazza del water. Crollo sulle ginocchia e cerco di vomitare, ma non ne ho davvero bisogno e riesco soltanto a rimanermene qui, con la fronte imperlata di sudore e le mani strette sul bordo di porcellana, a sperare che Vera non entri adesso perché se mi vede così da un medico mi ci porta di peso anche senza bisogno che le racconti cos’è successo fuori.

Cos’è successo fuori, appunto.

Non era davvero lì. È morta, e sono otto anni. E io l’ho vista.

L’ho vista, cazzo. Era qui. In piedi davanti ai miei occhi.

Mi alzo, tenendomi alla parete perché non sono sicuro che le gambe mi reggano. No, infatti, e mentre tento di raggiungere la parete opposta rischio di crollare in mezzo al pavimento.

C’è un armadietto dei medicinali. Non so bene cosa sto facendo mentre lo apro, e una parte della mia mente mi dice che non è prudente che la roba che c’è qua dentro sia lasciata così alla portata di tutti, ma non importa, perché è quello di cui ho bisogno adesso.

In mezzo ai flaconi di aspirina e altri medicinali leggeri individuo una confezione che riconosco.

Xanax. È un ansiolitico. Riconosco la scatola perché mi fu prescritto qualche mese dopo la morte di Misty.

Quando quel dolore che credevo di stare iniziando a lasciarmi alle spalle mi precipitò addosso di nuovo, nella forma di un’angoscia continua e soffocante, che mi rimaneva incollata addosso come se cercasse di penetrare in ogni fessura del mio corpo.

Non so quanto potrebbe essermi d’aiuto ora.

Mi rigiro la confezione nella mano poco ferma, sentendo le pillole rotolare leggermente all’interno.

Me lo ricordo, il momento in cui Vera mi disse della sua morte. Lo ricordo come se fosse accaduto ieri invece che otto anni fa.

Ricordo quel senso di incredulità totale, prima di tutto il resto. Quel senso di Non è vero, non può essere successo, è assurdo. E la convinzione che se continuo a pensare che non è successo, se continuo a respingerlo, allora forse non è successo davvero.

E ricordo le lacrime. Prima poche, incredule anche quelle, mentre penso che se lei fosse qui mi direbbe Non piangere, va tutto bene, non è successo niente; e poi ricordo che qualcosa è successo ed è proprio per questo che lei non è qui e le lacrime raddoppiano, diventano un mare che mi soffoca quando io ancora non capisco perché non ci credo veramente.

E la mia mente che gira intorno a quelle parole, “è morta”, e le respinge, senza riuscire ad afferrarne il senso.

E ricordo il momento in cui fui dimesso dall’ospedale e tornai con gli altri al pokemon center di Hawthorn. Ricordo di essermi fermato davanti al letto in cui avevo dormito con Misty, di aver guardato le lenzuola che nessuno aveva avuto il coraggio di togliere o sistemare e di aver pianto, perché sapevo che in quel letto lei non ci avrebbe dormito mai più.

Ricordo tutto perfettamente perché è accaduto. Perché otto anni fa lei è morta sul pavimento di una fabbrica in rovina, in mezzo alla polvere e al suo sangue, e io non ero neppure lì perché non lo sapevo, ero privo di sensi e l’ho saputo solo dopo. Non ho neppure visto il suo corpo, perché non potevo alzarmi e se anche avessi potuto non credo che ce l’avrei fatta; ormai però probabilmente non rimane più niente neppure di quello.

E dieci – venti? Di più? – minuti fa non era in piedi davanti a me.

Non c’è mai stata.

Mi faccio cadere sul palmo due delle compresse all’interno della confezione.

Esito, per non so quanti secondi o minuti. Poi le butto giù senz’acqua.

Rimetto tutto dov’era e mi rannicchio per terra, con la schiena appoggiata alla parete e le ginocchia strette al petto. Ci nascondo il viso, come se facendo così potessi sparire.

Non so quanto tempo passa.

Quando mi alzo mi sembra di essere rimasto seduto qui per una vita intera. Barcollo e vado a sbattere contro il lavandino, e poi in corridoio devo appoggiarmi di tanto in tanto alla parete, perché mi gira un po’ la testa.

In camera trovo Vera in piedi accanto al letto. Quando mi sente entrare si volta di scatto, sussultando, pallida e con gli occhi spalancati.

«Ash.» balbetta. «È…»

Si ferma. E io vedo che in mano ha una rosa rossa.

«L’ho trovata sul letto.» dice, parlando troppo velocemente, come fa quando è molto agitata. «Drew… lui… è stato qui…»

Poi si ferma di nuovo. Abbandona la rosa sul letto e mi viene incontro.

«Ash? Cos’hai? Stai male?»

E io vorrei dirle che non è niente, che sto bene, ma appena stacco la mano dallo stipite mi gira la testa di nuovo e quasi le frano addosso. Mi aggrappo a lei e spero che mi regga, perché ora davvero non ce la faccio.

«Ash.» ripete. Mi circonda la schiena con un braccio e mi aiuta a raggiungere il letto. «Vieni, sdraiati… che cos’hai?»

«Non è niente, adesso mi passa.» mormoro. Crollo sul letto lasciando andare l’aria che ho nei polmoni in un unico, lungo sospiro.

«Non è vero.» ribatte lei agitata. Mi accarezza i capelli, allontanandomeli dalla fronte per sentire se scotto. «Stai male. Dovresti davvero vedere un dottore, non sto scherzando…»

«Sto bene.» la interrompo io, anche se so che se provassi ad alzarmi probabilmente cadrei per terra. «Quella rosa… quando l’hai trovata?»

Si morde nervosamente il labbro inferiore, dimenticandosi per un secondo di come sto. «Circa… dieci minuti fa… sono entrata in camera e l’ho vista appoggiata sul cuscino, e la finestra era spalancata, quindi penso che sia entrato da lì…» si ferma, esita, poi finisce: «Ho paura, Ash…»

Ed ha ragione ad averne, se Drew è pazzo quanto è sembrato a me. E quella rosa, rossa, fresca e appena sbocciata, non può averla lasciata altri che lui.

«Chiudi la finestra.» le dico. «Bene. Con il paletto, se ce n’è uno.»

Annuisce e si alza, e qualche istante dopo la sento armeggiare con la finestra.

«Starò attento stanotte.» continuo. «Se sento qualcosa, o se lo senti tu, c’è quella.» indico la pistola sul comò di fianco al letto con un cenno del capo.

Si volta e scuote la testa. «Devi riposare. Dovresti vedere un dottore.»

«Posso rimandare.» taglio corto. Poi aggiungo: «Domani torno là.»

«Non ti reggi in piedi.» protesta lei.

«Mi sarà passato prima di domani.»

«Piantala di comportarti come uno stupido!» esclama, quasi incredula. «Sai, credo di conoscerti troppo bene ormai per crederti quando vuoi dare a bere di essere un supereroe.»

«Sei in pericolo, non so se te ne sei resa conto.» ribatto. Lei fa cenno di no.

«È Drew. Non potrebbe mai… non mi farebbe mai del male.»

Alzo le sopracciglia. «Fino a ieri non avrei mai detto neppure che potesse puntarmi contro una pistola carica e premere il grilletto.»

Stavolta non risponde subito.

«Allora… andiamo via.» mormora alla fine. Sento il pianto farsi strada nella sua voce. «Andiamo via da questa città. Anche da Kanto, se è necessario. Non potrà trovarci ovunque.»

«Tu potresti anche andartene.» dico, piano. «Io no. Non finché non finisco quello che ho iniziato. E lo sai.»

Lo sa, e abbassa gli occhi, senza trovare niente da replicare.

Mi raggiunge in silenzio. Invece di piegarsi di nuovo su di me prende la semiautomatica dal piano del comò.

Vedergliela fra le mani mi fa provare un brivido.

«Come si toglie la sicura?» mi domanda.

Io tendo la mano verso di lei. «Dammela.»

Le faccio vedere, e lei osserva il movimento delle mie dita con attenzione.

«Attenta.» le dico, mentre gliela restituisco.

Annuisce. «Starò attenta io, stanotte. Tu riposati.»

«Sto bene.» protesto di nuovo e stavolta non mi ascolta neppure.

«Ash.» inizia. Sospira, poi si siede sul letto accanto a me. «C’è qualcosa che non mi stai dicendo.»

C’è tutto un’insieme di cose che non le sto dicendo, in realtà. Che ho allucinazioni – perché sì, è questo che sono, per forza –, per esempio. O che ho tentato di tenerle a bada con una dose a caso di uno psicofarmaco trovato nell’armadietto del bagno.

«Non c’è niente.» ribatto invece, stancamente. «Davvero.»

Non mi crede, lo so. E per qualche istante penso che voglia protestare, invece poi si limita a sospirare e scuotere la testa.

«Riposati.» mi ripete, e si alza, allontanandosi dal mio letto.

Quando mi volto a guardarla ha in mano la rosa che Drew le ha lasciato. Se la rigira fra le dita fino a pungersi con le spine.

 

CONTINUA…