NEVERMORE
CAPITOLO IV
I follow elusive paths
oh, it seems they’ve been written in stone
and the door to a new life is closing so fast [...]
if I try, can I find solid ground
or am I just wasting time?
Mentre compongo il numero c’è una parte di me che spera davvero che non sia più attivo, e a rispondermi sia la voce registrata che ripete Siamo spiacenti, il numero da lei selezionato è inesistente.
Ma a rispondermi è il segnale di libero e io aspetto, con il cuore che batte molto più velocemente del normale. Riesco a sentirli, i battiti. Sovrastano perfino il suono monotono del telefono.
Mi rigiro fra le dita il foglietto con il numero ormai sbiadito. Quella parte di me spera ancora che nessuno risponda. Sto per riattaccare quando infine Jessie lo fa.
«Pronto?»
Esito. «Jessie.» riesco infine ad articolare. «Sono Ash.»
All’altro capo del filo c’è un momento di silenzio.
«Ma guarda.» dice poi. «Chi non muore si rivede. O risente. Scusa, battuta infelice in ogni caso.»
Non so cosa rispondere.
«Direi…»
C’è di nuovo silenzio, in cui mi pare di sentire quello che sembra un sospiro nervoso. Potrei dirle perché l’ho chiamata, adesso. Quando ci provo però mi trovo ad esitare ancora.
«…Come stai?» mi domanda Jessie. Il tono della sua voce si è addolcito; potrebbe quasi essere la domanda di un’amica.
«Tu che ne dici?»
«Non troppo bene, a giudicare dal tono della risposta.» dice lei. Io temporeggio ancora; non ho il coraggio di iniziare. Perché se lo faccio diventerà vero e non potrò più tirarmi indietro.
Jessie si schiarisce la voce. «Beh, immagino che se mi chiami a questo numero non sia per organizzare una rimpatriata. O mi sbaglio?»
Chiudo gli occhi, appoggiando la testa contro la parete. «No, infatti.»
«Bene.» sospira lei. «O male, dipende dai punti di vista. In che guaio ti sei cacciato stavolta?»
«Non mi sono cacciato in nessun guaio.» ribatto, ed in parte è vero, perché ancora non l’ho fatto e potrei ancora non farlo se mettessi giù il telefono e provassi davvero a dimenticare, come avrei dovuto fare anni fa.
«D’accordo. Allora in che guaio ti stai per cacciare?» mi domanda allora Jessie e stavolta non riesco a rispondere immediatamente, perché stavolta è la domanda giusta. Se ne accorge.
«Bingo.» dice. Sospira di nuovo.
«Ho bisogno di sapere una cosa.» dico io. «Devo… averne la certezza assoluta. Ti spiegherò poi. Otto anni fa, quando… James fece esplodere la base di Hun e dei suoi… è possibile che qualcuno di loro non fosse là dentro? È possibile che… qualcuno di loro sia sopravvissuto?»
Otto anni fa, quando Misty è morta è quello che stavo per dire. Devo sforzarmi per mantenere ferma la voce.
Per qualche istante c’è di nuovo silenzio.
«Devi chiedere a James.» mi dice poi.
«Allora passamelo.»
«Fra un minuto. Prima stammi a sentire.» si ferma per un attimo prima di andare avanti. «Non so cosa tu abbia intenzione di fare, ma a meno che tu non sia già nei guai e non abbia bisogno di tirartene fuori non andare a cercarteli, i guai. Ti sei dimenticato cos’hai passato otto anni fa? Non vuoi veramente rivivere tutto un’altra volta.»
Non voglio starla a sentire.
«Non ho dimenticato. Passami James.»
Per un momento penso che tenterà di nuovo di convincermi a lasciar perdere. Mi domando quanto si riuscisse ad intuire da quello che le ho detto. Forse – probabilmente – più di quello che intendevo. Poi sento un ennesimo sospiro e poi qualche bisbiglio attutito. Deve aver coperto il ricevitore con la mano. C’è silenzio un’altra volta. Altri bisbigli.
«Pronto?»
«James.» mi alzò in piedi, iniziando lentamente ad attraversare la stanza per darmi qualcosa da fare. Per non pensare che per la prima volta dopo otto anni sto parlando con la persona che ha portato Misty a morire e non ha fatto nulla per fermarla. Evidentemente però né la mia mente né nessun’altra parte del mio corpo si fanno distrarre da quel pensiero, perché il cuore adesso mi batte così forte che mi domando se si riesca a sentire anche all’altro capo del filo e la presa della mia mano sul cellulare si trasforma in una stretta quasi spasmodica. «Sono Ash.»
«Lo so.» mi risponde lui. «Jessie mi ha detto cosa vuoi sapere.»
Annuisco, ricordandomi solo dopo che non può vedermi.
«Quindi?»
«Chiunque si trovasse all’interno dell’edificio non avrebbe avuto possibilità di sopravvivere.» dice. «Sarebbe morto nell’esplosione prima ancora che nel crollo. Questione di pochi istanti. Mi allontanai per non rimanere coinvolto nell’esplosione e le macerie volarono fin dove mi trovavo io.»
Mi fermo in piedi davanti alla parete opposta. Ci appoggio la mano stretta a pugno, trattenendomi solo all’ultimo momento dal colpirla con violenza.
«E se qualcuno di loro non fosse stato lì?»
«Come faccio a saperlo?» ribatte James. «Io non ho visto nessuno. Ma non posso sapere se qualcuno di loro si trovava altrove. Perché me lo chiedi?»
La mano appoggiata contro la parete trema. Stringo il pugno più forte cercando di farla smettere, ma non serve a molto.
«Ho visto uno di loro.»
C’è silenzio di nuovo. A lungo, tanto che faccio in tempo ad obbligare me stesso ad andare avanti.
«Mi serve un’arma. C’è una cosa che devo fare.»
«No.» risponde seccamente lui, in fretta. «Fare cosa? Andare a vendicare la tua ragazza morta? Se hai veramente visto uno di loro, la cosa migliore che puoi fare è mettere quanto prima un centinaio di miglia fra te e il posto in cui ti trovi ora.»
«Non ti chiedo di aiutarmi.» ribatto. Faccio sempre più fatica a mantenere calma e ferma la voce. «Non ti chiedo di mettere in pericolo te o Jessie o chiunque altro. Voglio solo sapere se puoi procurarmi un’arma di qualche tipo. Altrimenti mi rivolgerò a qualcun altro.»
«Vuoi deciderti a riflettere, razza di babbeo? Cos’è che vuoi fare esattamente? Fare la stessa fine di Misty?»
«Non sei tu a decidere quello che devo o non devo fare!» lo urlo, quasi; e intanto penso Non azzardarti più a pronunciare il suo nome, sei tu che l’hai portata là. E di colpo sento emergere tutta quella rabbia che non gli ho mai sfogato contro, né a lui né a nessun altro. Di colpo penso che se fosse qui nulla mi tratterrebbe dallo stenderlo con un cazzotto. «Quando Misty ti disse che voleva andare laggiù per uccidere Hun hai forse fatto qualcosa per fermarla?! Ti sei forse rifiutato? Sapevi che si trattava di un suicidio, lo dovevi sapere e l’hai portata là comunque e lei è morta, quindi non venire a dirmi cos’è che devo fare!»
Riprendo fiato. Ho gli occhi lucidi; ci passo la mano con rabbia, sentendoli bruciare.
James non dice nulla per qualche istante. Respiro.
«Puoi procurarmi un’arma?»
«Dove ti trovi?» mi domanda.
«Si chiama Varis Town. È a Kanto.» gli spiego brevemente come arrivarci. Alla fine mi fermo e aspetto.
«Bene.» dice soltanto.
Allento appena la stretta della mano appoggiata contro la parete. «Posso contare su di voi?»
«Posso procurarti un’arma, se è quello che intendi.» risponde cauto. Ed è chiaro che qualunque cosa sia quello in cui voglio andarmi a cacciare più di così non ha intenzione di seguirmi. Lo so, e va bene così. È giusto che sia così.
«È quello che intendo.» dico.
«Bene.» dice James. «Mettendoci in viaggio adesso possiamo essere lì per domani.»
Dico che va bene. Lui esita, poi riattacca.
Rimango ad ascoltare il segnale di fine chiamata e poi il silenzio.
Quando esco dalla stanza trovo Vera seduta per terra accanto alla porta, con la schiena appoggiata alla parete. Ha gli occhi lucidi, ma non sta piangendo.
«Ho ascoltato la conversazione.» dice, quasi senza espressione. Si alza.
Non so cosa dire.
Vera tiene gli occhi bassi, si tormenta le mani. «Dimmi soltanto una cosa.» mormora. «Se… se fossi stato cosciente quando Misty è andata a uccidere Hun, se tu l’avessi saputo… non avresti fatto qualsiasi cosa pur di fermarla?»
Non posso mentire, lo so bene quanto lo sa lei. «Sì.»
«E allora come pensi che io possa limitarmi a rimanere a guardare mentre tu vai a rischiare di farti ammazzare per… per nessun motivo!» sbatte le palpebre e le lacrime le cadono sulle guance. «Non la riporterai indietro uccidendoli tutti. È morta. Rimarrà morta anche se ti fai ammazzare come un idiota.»
«Non vado a farmi ammazzare.» dico, ma con meno convinzione di quanto non avessi voluto. Forse il punto è proprio questo.
Forse non è solo vendicare la sua morte, quello che voglio.
È un pensiero che sbuca di colpo, quasi dal nulla, ma all’improvviso è come se fosse sempre stato lì. Cerco inutilmente di scacciarlo, di distogliermene prima di formularlo per intero.
«Non capisci.» dico a Vera. Abbasso lo sguardo. «È vero. È morta. E qualcuno di loro è ancora qui. Non posso dimenticare e basta. Non ce la faccio.»
Lei scuote la testa. «È vero, non capisco.» dice. Tira su col naso. «Ma neanche tu, Ash.»
Lo so, penso, ma rimango in silenzio. Penso anche che vorrei avere indosso il mio vecchio cappello per potermi nascondere sotto l’ombra della visiera. Un pensiero talmente infantile che me ne meraviglio.
E l’avevo regalato a lei, quel cappello, quando pensavo di doverle dire arrivederci un’altra volta. Ora ce l’ho io di nuovo, ma non potrei più indossarlo. Non senza che mi si contorca lo stomaco e gli occhi inizino a bruciarmi di lacrime.
Vera mi guarda per qualche istante. Poi abbassa di nuovo gli occhi, e i capelli le scivolano sul viso.
«Se… se pensi che ti lascerò andare e basta ti sbagli, Ash.» dice, e poi mi spinge da parte – mi coglie di sorpresa e mi sbilancia davvero – e apre la porta che ho appena chiuso dietro di me per entrare nella stanza e richiuderla alle proprie spalle con un tonfo.
Dovrei entrare o almeno provarci, immagino. Esito, per non so bene quanto. Poi appoggio la mano sulla maniglia e spingo piano la porta verso l’interno.
Vera è in piedi davanti alla finestra e si volta di scatto quando mi sente. Sta cercando di ricacciare indietro le lacrime.
«Sentiamo, che cos’hai da dire?»
Io scuoto la testa. «Mi dispiace.» le dico.
«Credi che basti un mi dispiace?» ribatte lei.
«Fammi finire.» dico. «Anche se forse continuerai a non capirlo… non posso limitarmi ad andare avanti. Sai… mi ricordo quello che mi dicesti anni fa. Che Misty voleva che io vivessi. E non posso farlo sapendo che chi l’ha uccisa è da qualche parte là fuori. Non è vita questa. Non è vita… svegliarmi ogni notte desiderando di morire pur di non dover fare un’altra volta quel sogno. O avere… sempre, in ogni momento… davanti agli occhi le stesse immagini. Non posso semplicemente far finta che non ci siano. Non ce la posso fare ad andare avanti così.»
Vera ha abbassato lo sguardo mentre parlavo e ora lo tiene fisso a terra. I capelli castani le sono scivolati in avanti e con la luce obliqua della finestra i suoi occhi sono in ombra.
«E pensi che ucciderlo risolverà tutto…?»
«Non lo so.» ammetto. Ed è vero. «Ma devo fare qualcosa. Devo.»
Possibile che sia davvero questo ciò di cui ho bisogno?
Sentire qualcosa che non sia unicamente la sua mancanza, anche per pochi attimi.
Avere davanti qualcuno fra coloro che hanno avuto a che fare con la sua morte e urlargli contro tutta la mia rabbia fino a non avere più voce, massacrarlo di botte finché non avrò le mani piene di sangue, mio o suo, non fa differenza. Ma non so neanche se ce l’ho davvero, tutta questa rabbia dentro, o se il peso che mi schiaccia da otto anni e che adesso mi lascia a malapena respirare è qualcos’altro.
Vera rimane zitta. Non dico nient’altro neppure io.
Rimaniamo in piedi ai capi opposti della stanza come due estranei.
*
Non so bene cosa fare di me stesso fino a sera. Vera mi evita – a ragione, immagino – e neppure io ho molta voglia di cercare di nuovo di parlarle. Mi ritrovo a percorrere nervosamente il corridoio avanti e indietro sentendomi un animale in gabbia, e più di una volta a scrutare impaziente fuori dalla finestra, anche se James mi ha detto che lui e Jessie non saranno qui prima di domani. Ho voglia di uscire, perché penso che impazzirò se rimango chiuso qua dentro, ma poi penso anche che se esco da qui non riuscirò a obbligare me stesso a rimanere alla larga da quel posto, e forse quello che l’uomo aveva in mano quando Vera mi ha trascinato via sulla bici era davvero un cellulare o un mazzo di chiavi o qualcosa del genere, ma forse no. E io sono disarmato.
Così rimango, anche se ad ogni minuto che passa ho la sensazione di essere vicino a perdere la ragione.
Sono le undici quando Vera mi dice che se mi vede un’altra volta passeggiare su e giù come un’anima in pena sarà lei ad uscire pazza.
«Vai a dormire.» dice. «Io ti raggiungo. Poi.»
Non c’è bisogno di essere un genio per capire che mi raggiungerà solo in camera, e che stanotte dormirà nell’altro letto, non nel mio.
Comunque la accontento, anche se so che non dormirò, o almeno non facilmente. Sono ancora sveglio quando un paio d’ore più tardi Vera apre piano piano la porta della stanza e raggiunge il proprio letto in punta di piedi, ma faccio finta di no, così non si sentirà obbligata a dirmi nulla. La sento infilarsi sotto le lenzuola. Quando mi arrischio ad aprire gli occhi la vedo rannicchiata su se stessa, voltata verso la parete, con la coperta tirata su quasi fino agli occhi. Tutto quello che vedo di lei sono i folti capelli castani sparsi sul cuscino.
Non dorme neanche lei. La sento rigirarsi nel letto più di una volta, e a un certo punto sento quello che potrebbe essere un sospiro ma anche un singhiozzo. E sono sicuro che anche lei sente me, e sa che sono ancora sveglio.
Sento la pendola da qualche parte in corridoio segnare le due, e poi le due e mezza, prima di riuscire a prendere sonno.
E sogno, un’altra volta. Lo stesso corridoio che in sogno ho percorso centinaia di volte senza mai raggiungerla, le stesse grida. Lei. E tutto il mio mondo che va in pezzi ad ogni passo che sembra non accorciare la distanza che mi separa dal raggiungerla, e che so che non mi permetterà comunque di arrivare in tempo. Mi fa male la gamba. Mi manca l’aria. Forse sto piangendo.
A svegliarmi – o almeno è quello che credo, finché non apro gli occhi – sono mani che mi accarezzano i capelli, riportandomi alla realtà con delicatezza.
C’è Misty sopra di me. E io non riesco neanche a pensare Dev’essere un sogno, non riesco a pensare niente, non riesco neanche a respirare.
Mi si annebbia la vista per le lacrime e quando sbatto le palpebre per tentare di scacciarle lei è ancora lì. C’è ancora anche la sua mano che continua ad accarezzarmi i capelli è se è un sogno è così fottutamente reale da fare malissimo. Mi sforzo di respirare e il risultato è una fitta acuta al petto.
E prima ancora che io riesca anche solo a provare a reagire in qualunque modo mi ritrovo i suoi capelli che mi spiovono sul viso e le sue labbra che cercano le mie.
«Che cosa stai facendo?» mi sussurra, e sento un accenno di pianto nella sua voce. «Ash, che cosa stai facendo?»
Non posso rispondere, e voglio toccarla, voglio stringerla, non mi sembra possibile che lei sia qui e voglio sentirla e non capisco perché non riesco a toccare niente, le mani vagano a vuoto, c’è solo aria; è sopra di me e sento il suo corpo, lo sento caldo, fisico, la sento vera e non è solo aria, ma le mie mani non toccano nulla perché non c’è più nulla da toccare, più nulla da sentire. Quando apro gli occhi – davvero, stavolta – lei non c’è.
Non c’è. Era soltanto un sogno.
Sono steso sul letto come probabilmente ero pochi minuti fa mentre mi illudevo di poterla abbracciare, a guardare il soffitto con il cuore che batte così forte che mi sembra stia per esplodere e il petto che mi fa male davvero perché davvero non sto respirando, ho la gola chiusa da i singhiozzi che non riesco né a trattenere né a lasciar andare e quando infine ci riesco devo schiacciare la faccia nel cuscino perché Vera non mi senta.
Era un sogno. Era un sogno, cazzo, e mi domando perché lo faccio, perché permetto alla mia mente di illudermi ancora così. Rivoglio la mia vita, la rivoglio tutta intera, perché non è vita questa, quello che dicevo oggi a Vera non era soltanto per convincerla a lasciarmi fare.
Sussulto quando sento una mano appoggiarsi sulla mia spalla, ma non alzo la testa.
«Ash.» mormora Vera. Sento il materasso avvallarsi lievemente sotto il suo peso quando si siede sul letto vicino a me. A quanto pare era già troppo tardi per evitare che mi sentisse.
Mi accarezza le spalle e io singhiozzo più forte, affondando di più il viso nel cuscino.
Vera non dice nulla, e neanch’io, perché non posso. Riesco a malapena a respirare. Non so bene quanto impiego a calmarmi del tutto, ma quando infine mi riesce di placare i singhiozzi Vera è ancora lì.
Tiro su la testa e guardo l’orologio sulla parete. Sono quasi le quattro del mattino.
«Torna a dormire.» sussurro, tornando ad appoggiare il viso sul cuscino. Lei scuote la testa.
«Rimango.» dice piano.
Vorrei dirle che non c’è bisogno, che qualunque cosa fosse ora è passata. Ma non è vero, e c’è una parte di me che teme che se chiuderò gli occhi la vedrò di nuovo e poi tornare alla realtà sarà ancora peggio. Devo prendere la mano di Vera e stringerla per essere sicuro che la realtà rimanga quella in cui io sono disteso su un letto in cui stanotte nessuno a parte me ha dormito, quella in cui Misty è morta da otto anni, e che fa male, ma è anche l’unica realtà vera.
Mentre scivolo di nuovo nel sonno senza neanche sapere come mi torna in mente la frase che lei mi ha detto nel sogno.
Che cosa stai facendo? Ash, che cosa stai facendo?
*
Sono stanco come se non avessi dormito affatto da giorni.
È Jessie la prima che arriva. La moto è la stessa di otto anni fa, un po’ più malandata e con qualche ammaccatura. Nessuna meraviglia, se anche il suo modo di guidare è rimasto lo stesso.
Si toglie il casco mentre James, un po’ indietro, la raggiunge. In otto anni è invecchiata. E ha tagliato i capelli, che ora sono più corti dei miei. Stento a crederci.
Mi squadra da capo a piedi e inarca le sopracciglia. Non può più guardarmi dall’alto in basso adesso.
«Toh, il tempo passa per tutti, a quanto pare.»
«Direi di si.» ribatto. Penso alla conversazione di ieri al telefono e a come ho perso la pazienza con James, ed evito di guardare nella sua direzione. Anche se mi sforzo non riesco ad evitare di pensare che otto anni fa ha portato Misty a morire.
«Chiariamo una cosa.» dice Jessie. Incrocia le braccia sul petto. «Né io, né James abbiamo intenzione di farci coinvolgere di nuovo in questa storia. Tra poco ce ne torniamo da dove siamo venuti e se mi chiamerai di nuovo a quel numero sarà meglio che tu abbia un motivo dannatamente serio. Chiaro?»
«Chiaro.» rispondo. «Non vi chiederò più niente. Sul serio.»
«Sarà bene.» ribatte lei. Si volta verso James e non posso evitare di seguire la direzione del suo sguardo. Stringo le mani a pugno, sentendole tremare lievemente.
Senza dire nulla, James estrae dal sottosella della moto una valigetta e me la porge. Mi guarda dritto negli occhi prima di lasciare la presa.
Mi guardo intorno, per assicurarmi che nelle vicinanze non ci sia nessuno. Nella valigetta c’è una semiautomatica.
Alzo gli occhi e annuisco. Non chiedo dove l’abbiano presa.
«La sai usare?» mi domanda James.
Estraggo la semiautomatica dalla valigetta e per qualche attimo la soppeso fra le mani.
(che cosa stai facendo?)
La frase del sogno mi riaffiora alla mente dal nulla. Cerco di scacciarla ed è inutile, non posso.
(che cosa stai facendo, Ash?)
Disinserisco la sicura. Mi volto e miro verso un punto imprecisato alle mie spalle – bidoni dell’immondizia, una catasta di assi di legno – fingendo di premere il grilletto.
«Che ne dici?»
«Che la sai usare.» sospira James.
Reinserisco la sicura. «Quanti colpi ci sono?»
«Quindici.» mi risponde. «Là dentro ci sono anche delle munizioni di riserva. È una 9 millimetri.»
Annuisco, e ripongo di nuovo la pistola nella valigetta. A questo punto non so bene cosa dire o fare, così rimango in silenzio, senza guardare James negli occhi. Temo che in questo silenzio possa dire qualcosa, che possa cercare di giustificare il suo comportamento di otto anni fa o qualunque altra cosa che riguardi Misty, ma non lo fa e in parte gliene sono grato, perché credo che se soltanto la nominasse non mi tratterrebbe nulla dal provare a rompergli almeno il naso con un pugno. L’ha portata là. L’ha portata là a morire.
«Grazie.» dico soltanto.
«Dovere.» ribatte lui, senza troppa convinzione.
Io continuo a tenere gli occhi bassi. Fa freddo, si è alzato un vento pungente che fino a poco fa non soffiava. Incasso un po’ la testa nelle spalle, nell’inutile tentativo di ripararmi.
«Potete andarvene, se volete.»
Jessie non se lo fa ripetere due volte. Si infila il casco di nuovo e si appresta a risalire in sella. James invece esita e io temo di nuovo che stia per dire qualcosa su di lei.
«Sta’ attento.» mi dice solo, invece.
Io annuisco.
«Ehi.» mi richiama Jessie, un attimo prima di rimettere in moto. «Rimarremo nei paraggi. In caso dovessi averlo, il motivo dannatamente serio, c’è sempre quel numero.»
Solo quando sono già lontani entrambi mi viene in mente che non ho chiesto loro né dove sia esattamente “nei paraggi”, né dove fossero quando li ho chiamati e dove abbiano passato questi otto anni.
Guardo la valigetta che ho in mano e sento un’altra volta la voce del sogno: Che cosa stai facendo, Ash?
«Non lo so, Misty.» rispondo al vento.
*
Non ho detto a Vera dove sto andando, ma è chiaro che lo sa. Così com’è chiaro che sa che ci sto andando con una semiautomatica infilata nella cintura dei jeans.
«Se… ti succede qualcosa…» mi ha detto, mentre cercava di fermarmi, e poi non è riuscita ad andare avanti. Non le ho detto che non mi succederà niente, perché sarebbe quasi come mentire. Non le posso promettere che tornerò tutto intero. Non le posso neanche promettere che tornerò, in realtà.
Ha scosso la testa. «Vengo con te.»
«No.» ho ribattuto. «Non se ne parla. Tu non c’entri in questa storia.»
Ho visto i suoi occhi farsi di nuovo lucidi di lacrime. Stavolta però non ha pianto.
«E dovrei rimanere qui a fare… che cosa?, mentre non so neanche se nello stesso preciso istante tu stai morendo dissanguato sul pavimento di un cazzo di edificio mezzo abbandonato?!»
Io ho sospirato, imponendomi di mantenere la calma. «Vera, ascolta. Non voglio che tu venga. E non lo vorresti neanche tu, se otto anni fa avessi visto tutto quello che ho visto io.»
«Non m’importa!» ha esclamato lei. «Non rimarrò qui come una scema mentre tu rischi di farti uccidere!»
«Ho una pistola.» le ho detto. «Solo una. Se tu vieni e sarò io a tenerla non potrò evitare di preoccuparmi anche per te. E fare quello che devo sarà più difficile.»
Stavolta ha esitato, colta alla sprovvista. Poi ha scosso la testa di nuovo, piano.
«Non sei tu che ti devi preoccupare per me, idiota.» ha sussurrato.
«Lo so.» ho risposto. «Ma non potrei evitarlo.»
Ha fatto cenno di no un’altra volta, con tanta foga che i capelli le sono volati sul viso, e le lacrime che si stava sforzando di trattenere anche. Mi ha afferrato per la vita in qualcosa a metà fra un abbraccio e un tentativo di impedirmi fisicamente di andarmene. «Ti prego!» ha esclamato. «Non puoi almeno provare a dimenticare e basta?!»
Ma ho già provato e non è servito, lo sappiamo tutti e due.
Fa ancora freddo. Ho tirato su il cappuccio della felpa che indosso ma sto comunque gelando fin nelle ossa.
Non posso essere sicuro che Vera non mi stia seguendo. Posso solo sperarlo. Se tornassi al pokemon center per controllare che sia ancora lì al sicuro a darmi del coglione non sono sicuro che poi avrei il coraggio di ripercorrere un’altra volta questa strada. Ha detto che se non mi vede tornare chiamerà la polizia, ma anche se lo facesse davvero la conosco troppo bene per credere che mentre la polizia si mobiliterà lei rimarrà ad aspettare.
Se io non dovessi tornare, la sola cosa che dovrebbe fare sarebbe allontanarsi da questa città immediatamente e quanto più possibile, e non tornarci per nessun motivo.
Non ho percorso la stessa strada dell’altra volta. Ho fatto un giro diverso, che mi porta sul retro dell’edificio abbandonato invece che davanti all’ingresso principale.
Mi fermo, portando quasi inconsapevolmente la mano al calcio della pistola.
Poco fa ho sentito di nuovo i corvi. Devono avere un nido nelle vicinanze. Mi viene in mente il sogno che ho fatto due notti fa e mi domando se avesse un significato. Niente di buono, immagino.
Se fossi dell’umore adatto forse potrei ridere amaramente di come mi sono ridotto. Ad introdurmi dalla finestra in casa altrui – sì, beh, anche se tecnicamente è abbandonata o quasi – come un topo d’appartamento.
Mentre cerco di scavalcare il davanzale perdo l’equilibrio e precipito all’interno, atterrando malamente sul piede destro. Otto anni fa non sarei riuscito a rialzarmi per il dolore. Ora non fa più così male, e la fitta che sento è appena più intensa di quella che avrei provato se fossi caduto sull’altra gamba e passa quasi subito.
Mi rialzo e sfilo automaticamente la semiautomatica dalla cintura dei jeans. La tengo bassa, con la sicura inserita, per il momento.
La stanza in cui mi trovo è vuota e piena di polvere. L’intero edificio sembra silenzioso. Quando raggiungo la porta e la tiro leggermente verso di me il cigolio dei cardini arrugginiti mi sembra assordante.
Mi fermo, ascoltando. Ho il cuore che mi batte così forte che mi domando se non si riesca a sentire anche quello.
Tolgo la sicura alla pistola.
Mi ritrovo in un corridoio angusto, vuoto e impolverato come il resto. Sento ancora silenzio. Lo percorro lentamente, attento a non fare movimenti bruschi e a non calpestare niente che potrebbe spezzarsi o rotolare via facendo rumore.
Quando sento una voce mi appiattisco di colpo contro la parete, con tanta foga da sbatterci con forza la schiena.
Rimango immobile cercando di non respirare neanche. La mano con cui tengo la pistola trema, e devo stringere più forte l’impugnatura per essere sicuro di non farla cadere.
(che cosa stai facendo…?)
Stupida pazza, è questo che hai provato tu quando sei tornata là…?
Questo terrore paralizzante e questa voglia tremenda di rinunciare e scappare lontano veloce quanto le gambe permettono?
E allora perché l’hai fatto lo stesso? Perché non sei tornata indietro…?
Le voci – perché sono più di una, ora le sento con più chiarezza – sono ancora troppo lontane perché possa distinguere le parole. Obbligo le mie gambe a riprendere a muoversi, avvicinandomi un po’ di più. Poi mi fermo di nuovo.
Cerco la sua voce da qualche parte nella mia mente. Se mi concentro abbastanza forse posso ancora sentirla. Se stringo le palpebre abbastanza forte da allontanare la realtà che mi circonda, forse la sentirò sussurrarmi che va tutto bene, che posso farcela.
Ma non c’è nessuna voce stavolta. Non la sua, almeno.
Riapro gli occhi e mi avvicino ancora.
(che cosa stai facendo?)
Mi fermo di botto. Stavolta non sembrava la frase di un sogno che rispuntava alla memoria. Stavolta è stato quasi come se fosse qui, e me l’avesse sussurrato all’orecchio.
Ma devo proseguire. Ora lo vedo, dallo spiraglio della porta da cui mi azzardo a sbirciare. Lo stesso uomo. Potrei scommetterci tutto quello che ho.
Parla con qualcuno che non riesco a vedere. Lo stipite di un’altra porta lo esclude dal mio ridotto campo visivo.
Potrei allungare il braccio con cui impugno la semiautomatica e fare fuoco. Forse la distanza – una quindicina di metri – è troppa perché possa riuscire a centrarlo. L’unica volta che ho maneggiato un’arma da fuoco è stato otto anni fa. Ma forse no. Forse potrei colpirlo mortalmente e guardarlo morire. E uccidere anche la persona con cui sta parlando, se è un altro di loro.
Eppure ora che avrei l’occasione adatta non riesco neppure ad obbligare il braccio a sollevarsi.
Faccio fatica a respirare regolarmente. La mia mente cerca di convincermi che questo non sia un qualunque appartamento abbandonato in una cittadina di Kanto, ma lo stabilimento in rovina di cui Hun e i suoi avevano fatto il loro covo. Quello da cui ho cercato di portare in salvo Misty. Quello in cui lei è morta.
E anche se mi sforzo non ce la faccio a tenere a bada del tutto quella sensazione.
Serro le labbra e provo ad andare ancora avanti. E poi mi fermo, stavolta sul serio.
Perché è impossibile, è totalmente folle, ma per un istante ho avuto l’impressione di vedere qualcosa di sfuggita, con la coda dell’occhio.
Qualcosa di simile a quello che ho visto ieri notte nello specchio del bagno.
Solo un istante
[ capelli rossi, occhi verdi, e quel sorriso incredibile e SUO ]
ma sufficiente a vedere, sufficiente a farmi rimanere immobile con il respiro bloccato in gola e i polmoni che reclamano aria ed una mano che cerca disperatamente un appiglio sulla parete alla mia sinistra, senza incontrare altro che intonaco che si sfalda sotto le mie dita.
Lei non c’è. Non posso aver visto niente del genere.
Eppure ogni parte del mio corpo cerca di convincermi del contrario e mi manca l’aria, mi gira la testa–
(che cosa stai facendo, Ash?)
–e improvvisamente mi sento mancare la terra sotto i piedi.
La pistola mi sfugge di mano – sento vagamente il tonfo metallico quando cade sul pavimento – e poi di colpo non vedo altro che nero.
CONTINUA…