NEVERMORE

 

CAPITOLO III

it’s not what it seems
not what you think, no, I must be dreaming
it’s only in my mind
not in real life, no, I must be dreaming...

Non riesco a fare niente. Non riesco a dire nient’altro, né mi sembra di riuscire a muovermi, a reagire. Guardo l’asfalto ai miei piedi e non riesco a vederlo bene, vedo ancora l’uomo vicino alla macchina e vedo anche Misty, che mi si stringe contro mentre al di là dell’angolo c’è lo stesso uomo con una pistola stretta in pugno. E vedo anche Misty nel mio sogno, a terra, con i capelli sul viso e il sangue che si allarga sul pavimento come colore acrilico diluito.

Vera stringe le mani sulle mie spalle e mi scrolla di nuovo. Le immagini si perdono come se un soffio di vento improvviso le avesse disperse.

Alzo lo sguardo.

«Ash…»

Non riesco a guardarla negli occhi. Riesco a mettere a fuoco la sua bocca, a concentrarmi sul movimento delle sue labbra, ma i suoi occhi rimangono fuori dal mio campo visivo e la sua voce mi arriva distorta, le parole si allungano come gomma da masticare. Non riesco ad afferrarne il senso.

Mi appoggia le mani sul viso, obbligandomi ad alzare la testa e guardarla.

«Ash.» ripete. È impaurita, ora me ne accorgo. «Mi spaventi così. Guardami. Uno di loro chi?»

L’ha capito benissimo quando mi ha trascinato sulla bici, ma non ci crederà sul serio finché non le risponderò. Probabilmente non ci crederà comunque.

Deglutisco a vuoto, sentendomi la gola chiusa da un peso.

«Uno di quelli che l’hanno uccisa.»

Vera spalanca gli occhi e per un momento rimane a guardarmi e basta. Poi scuote la testa. Piano.

«No.» dice. «No Ash, non puoi esserne sicuro. Sono passati otto anni. Hai solo visto quell’uomo e magari ti ha ricordato qualcuno, dopo tutto questo tempo non puoi essere sicuro che– »

Continuerebbe, se il suono del clacson di un’auto non coprisse qualunque cosa stesse dicendo. Siamo praticamente in mezzo alla strada.

L’auto – che non è una Golf, e neanche nera, nonostante la mia mente cerchi di convincermi del contrario – ci sfreccia accanto evitando per un pelo la bici di Vera.

Lei mi lascia andare e si affretta ad alzarsi per rimettere in piedi la bici e spingerla fino al bordo della strada. Poi torna verso di me, e si china a circondarmi la schiena con un braccio.

«Vieni.» mi dice, cercando di tirarmi in piedi «Mi spiegherai tutto, okay? Ma fra poco. Ora dobbiamo toglierci da qui.»

Non ho nulla da spiegare. Quello che so lo sa anche lei, anche se non ci crede. Comunque mi alzo, lentamente. Vera continua a tenermi un braccio attorno alla vita conducendomi fino alla bicicletta. Mi lascia andare per assicurarla con la catena alla recinzione esterna del pokemon center, poi mi afferra per un braccio, appena sopra al gomito. La sua mano è calda.

«Vieni.» mi ripete, e mi trascina con dolcezza all’interno dell’edificio. La assecondo, perché anche se volessi non sono certo che riuscirei ad oppormi, e comunque non ne ho motivo.

Vera mi lascia andare solo dopo avermi fatto sedere su uno dei divani nella hall. Si siede accanto a me e mi circonda le spalle con un braccio.

Torno in me di colpo. Mi appoggio a lei, aggrappandomi, quasi.

«Va tutto bene.» mi dice. «Cerca di calmarti.»

«Era uno di loro.» ripeto e stavolta mi trema un poco la voce. «Ho già visto quell’uomo. E sono… sono certo di non sbagliarmi.»

Lei continua a tenermi in quel mezzo abbraccio, ma mi afferra una spalla e la strinse con decisione.

«James fece esplodere l’edificio.»

Non rispondo.

«Sistemò della dinamite nello scantinato. Ci rovesciò della benzina e le diede fuoco. Fece saltare in aria l’intero edificio. Nessuno che si trovasse all’interno sarebbe potuto sopravvivere.»

Io guardo il pavimento ai miei piedi. «Come lo sai?»

Per un momento non mi risponde. Poi la sento sospirare, e sento che toglie il braccio dalle mie spalle.

«Sono stata là.»

Questo per un istante mi spiazza. Mi volto a guardarla, scuotendo la testa.

«Perché?»

Si morde le labbra e abbassa lo sguardo. Una ciocca di capelli le scivola sugli occhi. Vorrei tendere una mano verso di lei e scostargliela, ma mi blocco con la mano sospesa a mezz’aria. Ho un po’ paura di quello che potrei vedere, se incrociassi il suo sguardo ora.

«Avevo fatto una promessa a Misty.»

Per una manciata di attimi non riesco a dire nulla.

«Che promessa?»

C’è un attimo in cui penso che me lo dirà. Poi si passa una mano fra i capelli, allontanandoseli dal viso. Scuote la testa. «Non è importante.»

«Sì che lo è.»

«No.»

Appoggia le mani sulle mie.

«Lei non avrebbe voluto che te lo dicessi.»

Non so cosa rispondere. Vera mi guarda per un momento. Poi mi rivolge un sorriso un po’ forzato. «Non è importante, davvero.»

«D’accordo.» mormoro. Ma non è vero.

Vera mi appoggia le mani sulle spalle. «Per favore Ash, cerca di smettere di pensare a tutto quanto. Non otterrai niente continuando a rimuginarci su.»

Annuisco e so bene che ha ragione, ma non posso farci niente.

Quando Vera mi chiede di prometterle che cercherò di non pensarci più annuisco di nuovo, e le dico che posso prometterle che ci proverò, almeno. Dovrà farselo bastare.

Dovrò farmelo bastare anch’io, immagino.

 

*

 

Sono disteso sul letto con le mani intrecciate dietro la testa, a guardare il soffitto, quando Vera viene a sedersi vicino a me.

È sera. Non è tardi, ma il sole è già tramontato del tutto e non ci sono luci accese. La vedo a malapena.

«Come stai?» mi domanda.

È ovvio che so a cosa si riferisce, ma glielo domando comunque.

«Lo sai.» mi risponde lei. Io scrollo le spalle. Vera sospira e si sdraia accanto a me, appoggiando la testa contro il mio fianco.

Per qualche minuto non dice nulla. Poi la sento muoversi.

«Stanotte…» si gira verso di me e si tira su appoggiandosi su un gomito, per guardarmi negli occhi. È vicina e qualche ciocca dei suoi capelli mi finisce sul viso. «Dopo che hai avuto l’incubo… mi sono svegliata mentre tu dormivi. Stavi sognando Misty, non è vero?»

«Sì, come lo…?»

«Come lo so?» sospira di nuovo, piano, e torna a stendersi accanto a me. «Sorridevi.»

Aspetto.

Vera si rannicchia contro di me e mi appoggia una mano sul petto, in qualcosa che è solo vagamente una carezza. «Non ti ho mai visto sorridere in quel modo. Non da quando… da otto anni.»

Non so cosa dire. Vera si stringe di più contro di me.

«Mi è piaciuto vederti sorridere in quel modo. Quando sorridi di solito… è come se ci fosse sempre qualcosa che ti trattiene. Come un’ombra.»

Per un momento rimango ancora in silenzio. Poi la circondo con un braccio, tirandola ancora più vicina a me.

«Come hai fatto a sapere che stavo sognando lei…?»

La sento scrollare le spalle appena appena. «Non riesco a immaginare nient’altro che fosse in grado di renderti così felice.»

«…Tu ci riesci.»

Non ho pensato prima di dirlo, e ne sono sorpreso anch’io, non soltanto lei. Ora mi domando se sia vero.

Lei si tira su di nuovo e mi bacia sulle labbra. A lungo.

«Non è vero, ma grazie per averlo detto.» sussurra, e mi bacia di nuovo prima che io abbia il tempo di risponderle.

Continuiamo a baciarci per un po’. Dopo Vera si stende di nuovo accanto a me.

«Facciamo l’amore…?»

Si volta.

«Forse non è il caso, stasera…»

«Ti prego.» mormoro.

Ho bisogno di smettere di pensare.

Vera mi guarda per una manciata di istanti. Poi torna a sporgersi verso di me e mi bacia ancora. I suoi capelli mi spiovono sul viso come una cascata. Mentre mi bacia la sua mano scivola a slacciare i miei jeans.

Trovo – a tentoni, quasi – i bottoni della camicetta che indossa e inizio a slacciarli piano. Scosto una spallina del reggiseno per baciarle la spalla scoperta, chiarissima. Iniziamo lentamente, ma poi, quando lei si ferma per un istante e la sua gonna scivola fino alle caviglie, la afferro per i fianchi quasi con violenza, ansioso di entrarle dentro, di non pensare ad altro; la afferro come se volessi lasciarle segni sulla pelle.

«Piano.» sussurra Vera ed a me viene in mente

(ti prego non farmi male)

un altro corpo che si muove contro il mio, un altro respiro. Capelli del colore del tramonto che mi finiscono sul viso, mani che si aggrappano alle mie spalle e quasi tremano, nervose e impaurite ed impazienti insieme.

Vera si muove su di me e nel movimento dei suoi fianchi e dei miei, nel gemito che soffoca contro la mia spalla, nel respiro di entrambi che non riesco quasi a distinguere fra mio e suo, davvero riesco a smettere di pensare e c’è un momento, o forse più di uno, in cui non c’è più differenza fra realtà ed illusione e non so più cos’è vero, e fisico, e cosa è soltanto nella mia testa. Per un momento o forse più di uno non c’è più niente, solo quest’istante che non è né passato né presente né reale né immaginario ed allo stesso tempo è così intenso e così profondo da togliere il fiato, la capacità di pensare, di provare dolore, perfino di esistere.

Per quest’istante è un altro il corpo sopra al mio.

E non c’è niente, niente, ad eccezione del suo corpo e del mio a muoversi.

 

*

 

È notte fonda quando mi sveglio di soprassalto.

Vera sta dormendo. Mormora appena qualcosa nel sonno e si raggomitola su se stessa, avvolgendosi meglio nel lenzuolo, mentre io rimango steso sulla schiena ad aspettare che il cuore smetta di cercare di uscirmi dal petto ed i polmoni riprendano a funzionare senza che debba sforzarmi di inspirare aria come se avessi sul petto un peso da chissà quante tonnellate.

Ho sognato di nuovo. Sono passati anni dall’ultima volta che mi è capitato per due notti consecutive.

Ed ora mi ritrovo a dover tastare quasi freneticamente il materasso sotto di me, e spalancare gli occhi più che posso, per accertarmi di essere davvero qui. Per accertarmi che la realtà sia questa e non quella del mio incubo.

Ho sognato di nuovo lei, naturalmente.

Ed ho sognato corvi. Uno stormo di corvi, così tanti da oscurare il cielo.

Mi domando cosa possa significare. Niente di buono, immagino.

Ho bisogno di alzarmi. Lo farei di scatto, liberandomi delle coperte con un calcio; ma mi alzo lentamente ed il più silenziosamente possibile, per non svegliare Vera. Allo stesso modo richiudo la porta della stanza dopo essere uscito in corridoio.

Era un altro dei miei incubi.

Come sempre, sono abbastanza vicino da sentirla gridare. Abbastanza vicino da pensare che la raggiungerò in tempo, ma ugualmente troppo lontano per riuscirci davvero.

E anche se corro, anche se stringo i pugni e resisto alla fatica, al dolore e a tutto quello che mi tiene lontano da lei, anche se arrivo così vicino che posso quasi toccarla, non ci riesco davvero prima che la rivoltella puntata alla sua nuca faccia fuoco. Prima che non ci sia più nulla da toccare, da afferrare prima che sia troppo tardi.

Anche se corro non arriverò prima che di lei non rimanga altro che un corpo riverso su un pavimento sporco, con gli occhi sbarrati e vitrei ed una pozza di sangue attorno alla testa.

Corro in bagno tenendomi lo stomaco.

Ma non ho veramente bisogno di vomitare e riesco solo a crollare in ginocchio davanti alla tazza del water e poi rimanere a guardare il vuoto.

Non ricordo altro del sogno, ad eccezione dello stormo di corvi che si leva in volo.

Sospiro e mi rialzo, sulle gambe non esattamente ferme. Raggiungo il lavandino e apro il rubinetto, con l’intenzione di passarmi un po’ d’acqua sul viso.

Qualche istante più tardi qualunque cosa volessi fare mi viene spazzata via dalla mente con la violenza di una mazzata.

Perché quando alzo gli occhi verso lo specchio vedo il suo riflesso alle mie spalle.

E non è solo un istante, un battito di ciglia. Dura abbastanza perché possa vederla sorridere.

Quando mi volto di scatto, dietro di me non c’è nessuno.

Eppure rimango a fissare quella porzione di spazio vuoto per chissà quanto.

Eppure tendo una mano in quella direzione come se mi aspettassi di incontrare il calore del suo corpo. Ma la mia mano non si appoggia su niente.

Lei non c’è.

E io non sto toccando un bel niente. Sono qui con la mano sospesa a mezz’aria nel vuoto, come un cretino.

Non c’era. Non c’è mai stata. Ero ancora mezzo addormentato, o era un sogno ad occhi aperti o un’allucinazione o quel che accidenti era – lei non c’era. Non c’era. Non c’è.

Ora ho davvero bisogno di vomitare. Mi abbatto davanti alla tazza del water, serro le dita sul bordo di porcellana e svuoto il niente che ho nello stomaco, perché stasera ho a malapena toccato cibo. Il sapore acido della bile contro il palato mi fa venire voglia di vomitare ancora.

Non c’era. Era un’illusione ed era la dimostrazione che neanche dopo otto anni sono in grado di tirare avanti e lasciarmi tutto quanto alle spalle, neanche dopo otto anni sono in grado di guardarmi e non vedere un mucchietto di pezzi che non so come rimettere insieme.

Otto anni, cazzo. Non qualche settimana o qualche mese.

Lei non c’è e non ci sarà mai, e sono otto anni che non c’è.

Appoggio la schiena alla parete e mi stringo le ginocchia al petto come se così potessi sparire.

Se potessi farlo davvero forse sarebbe molto meglio.

Non so bene per quanto tempo rimango qui. So che non mi sono ancora mosso quando sento aprirsi la porta.

«Ash? Ecco dov’eri. Ti sto cercando da… che cos’hai? Stai male?»

Vera si precipita verso di me. Sento le sue mani appoggiarsi sulle mie braccia.

«Sei ghiacciato… santo cielo, ma hai passato la notte qui?»

Passato la notte? Per un momento non capisco cosa voglia dire. Non posso aver passato così tanto tempo seduto qui.

Vera mi strofina le braccia cercando di riscaldarmi, mi appoggia una mano sul viso facendomi alzare la testa.

«Ash? Che cos’è successo? Non riuscivi a dormire?»

Annuisco, quasi senza accorgermene. Vera mi guarda.

«Hai vomitato?»

Stavolta non aspetta una risposta. Si alza. Sento l’acqua scorrere nel lavandino. Un paio di istanti più tardi si china di nuovo verso di me porgendomi un bicchiere d’acqua.

«Ecco, bevi.»

Bevo ed appoggio per terra il bicchiere vuoto. Senza sapere cosa sto facendo, mi aggrappo a Vera e mi stringo a lei. Lei esita per un momento, poi mi circonda con le braccia.

«Hai sognato di nuovo?»

Faccio cenno di sì, con la testa contro il suo petto. Non la lascio andare.

«Ash…»

C’è una vaga sfumatura di rimprovero nella sua voce. Come se fosse l’inizio di Ash, non puoi continuare a incolparti o Ash, sono passati otto anni; e probabilmente era l’inizio di qualcosa di simile.

E lo so, me lo sono sentito ripetere almeno mille volte, ma in questo momento riesco a pensare solo che lei non c’è.

L’hanno uccisa. E dopo otto anni io sono ancora alla deriva.

Più che mai ora che so che non tutti coloro che hanno avuto a che fare con la sua morte hanno pagato come credevo.

Qualcuno di loro è ancora là fuori. Lei è morta e loro sono ancora in giro come se non fosse mai cambiato nulla.

E non ce la faccio a sopportarlo. Non posso.

 

*

 

Sto guardando il cellulare da almeno un’ora.

Potrei comporre il numero di Jessie. Ho ancora il foglietto, ormai spiegazzato, su cui otto anni fa mi scrisse il numero al quale avrei potuto contattarla se mai avessi avuto bisogno. Fu l’ultima volta che vidi lei, James e Meowth. Fu non molto dopo la morte di Misty, e non dovevo essere granché in me in quel momento, perché non ho ricordi granché chiari di quell’ultimo incontro; né, del resto, di tutto il periodo in cui la sua morte faceva ancora male come se una spranga mi avesse attraversato il petto da parte a parte impedendomi di respirare, e continuasse a scavare nelle mie carni di più ogni giorno. Ricordo che Jessie mi disse il numero, e poi dovette ritenere – a ragione – che non fossi in condizione di ricordarmelo, perché frugò nelle tasche in cerca di un pezzo di carta e vi scarabocchiò velocemente le dieci cifre prima di appoggiarlo sul comò di fianco al mio letto d’ospedale, incastrandolo sotto alla caraffa dell’acqua perché non volasse via, e dirmi che se mi fossi trovato nei guai (e sapevamo entrambi a che tipo di guai si riferisse) avrei sempre potuto mettermi in contatto con loro.

Fino ad ora non mi è mai capitato di averne bisogno.

Forse il numero non è neanche più attivo. Sono passati otto anni, del resto.

O forse sì. Forse comporrò il numero e Jessie mi risponderà e le dirò… cosa? “Ho scoperto che qualcuno di loro è ancora in giro. Mi serve un’arma, e che sia bella potente.”? Suona abbastanza idiota, messa così. E anche abbastanza suicida, in effetti.

E ad essere sincero, non sono certo che riuscirei a dire una parola, o a guardare negli occhi lei o James, se mi capiterà di incontrarli di nuovo. Fu James ad accompagnare Misty là mentre io ero privo di sensi in ospedale. E fu James a riportare indietro il suo.

Sussulto quando la porta della stanza viene spinta verso l’interno.

È Vera. Ovvio che fosse lei; eppure quasi mi faccio sfuggire di mano il cellulare quando vedo il suo viso comparire nello spiraglio fra la porta e lo stipite.

«Ash? Che stai facendo?»

Entra, e si accosta la porta alle spalle, appoggiandovisi per un momento per chiuderla senza rumore.

«Niente, stavo solo– »

«Chi vuoi chiamare?»

«Nessuno.» mento.

«Hai un cellulare in mano.» dice lei. Mi si avvicina.

Scrollo le spalle. «Già.»

«Ash?» conosco quello sguardo. È lo stesso che aveva negli occhi stamattina, in bagno, quando per poco non le ho raccontato di aver avuto un’allucinazione, o quello che era. «Non hai qualche brillante piano che comprende te che impugni un arma di qualche tipo e piombi laggiù pretendendo di fare il giustiziere, vero?»

…Beh, in effetti era più o meno questo quello che avevo in mente. Naturalmente però non posso dirlo.

Sospira. Mi si avvicina ancora, e mi appoggia le mani sulle spalle.

«Siediti. Devo parlarti.»

«Stiamo parlando.» protesto.

Lei scuote la testa. «È importate.» dice, e mi spinge verso il letto. La assecondo e lei rimane in piedi davanti a me.

Non mi guarda negli occhi.

«Ash.» dice infine. «Stammi a sentire. So che non vorresti ma fallo e basta. Misty è morta. No, non dire niente, lasciami finire. Ammettiamo che tu abbia ragione, ammettiamo che quell’uomo sia veramente chi pensi. Non puoi cambiare niente. Non puoi sistemare le cose questa volta, non puoi essere l’eroe che salva la situazione e– »

«Lo so, credi che non lo sappia?!»

«…non la riporterai indietro, Ash! Potresti uccidere quell’uomo, e cosa otterresti?»

Niente. Lo so benissimo questo.

«Rispondimi.» mi tiene ancora per le spalle, in piedi appena un passo davanti a me. Ora si abbassa lentamente, fino a trovarsi inginocchiata a terra con il viso alla stessa altezza del mio. «Uccidendolo, o… qualunque cosa sia quello che vuoi fare… non cambierai niente. Cosa pensi di ottenere?»

Io distolgo lo sguardo. Non posso guardarla negli occhi mentre dico quello che sto per dire.

«Me l’hanno portata via. Non è giusto che qualcuno di loro non abbia pagato come meritava.»

«Molte cose non sono giuste, Ash. Non è giusto che lei sia morta. Ma è così e non puoi fare niente per cambiarlo. Diventare un assassino non la riporterebbe qui.»

Volto di scatto la testa verso la parete. «Io sono già un assassino, Vera. Non so se ti è sfuggito.»

Stavolta non risponde.

«Ho sparato ad Attila, non ti ricordi?»

«Saresti morto se non l’avessi fatto. E anche Misty.»

Stringo i pugni con tanta forza che le mie mani tremano.

«È morta comunque. Se non avessi fatto niente forse sarebbe stato meglio. Se fossi morto quel giorno forse sarebbe riuscita a cavarsela. Forse sarebbe viva ora.»

Vera mi guarda incredula per qualche istante. Un momento dopo mi ritrovo con l’impronta delle cinque dita della sua mano stampata sulla guancia.

Sono così sbalordito che non riesco a dire una parola.

«Non dire… non ti azzardare mai più a dire stronzate del genere.» quasi mi urla in faccia. «Che cazzo vuol dire che sarebbe stato meglio se fossi morto?! La tua vita è importante per me, Ash!»

Non rispondo, riesco soltanto a guardarla. Il bruciore dello schiaffo sta già svanendo, ma non è quello a fare male sul serio.

«Ed è per questo che non voglio che tu faccia stupidaggini, per la miseria!» ora sta gridando sul serio ed ha gli occhi pieni di lacrime. «Te lo dico io, cosa potresti ottenere andando a fare il grande eroe o il grande giustiziere o quel che cazzo ti pare: farti ammazzare, ecco cosa. E vuoi sapere che altro otterresti? Di far vivere a me quello che tu hai vissuto in questi otto anni.»

Si ferma, per riprendere fiato. Scuote la testa.

«Ma evidentemente non è abbastanza.» dice. Piano, adesso. «Io non sono abbastanza.»

«Vera, non è– »

«Non è che cosa?» mi interrompe. Tira su col naso. «Non ami ancora Misty? Guardami negli occhi e dimmi che non è così.»

Non posso. Lo sa lei come lo so io. Abbasso lo sguardo per un istante, poi torno a guardarla.

«…non è vero.» dico. «Sai di essere importante per me.»

Scrolla le spalle. Cerca di asciugarsi le lacrime, ma è inutile, perché sta ancora piangendo.

«Credo di sì. Di sicuro tu non ti stai sforzando per dimostrarmelo.»

Non so cosa dire. Lei si passa di nuovo la mano sul viso e si alza in piedi, guardando il pavimento mentre si allontana da me.

Si ferma prima di raggiungere la porta, però. Non si volta verso di me per parlarmi.

«Vuoi sapere cosa avevo promesso a Misty?»

Trattengo il respiro. Di colpo non sono più ansioso di saperlo come lo ero ieri.

«…Che cosa…?»

Esita per un momento, poi mi risponde: «Che se le fosse successo qualcosa, mi sarei presa cura di te.»

Non riesco a dire nulla.

Vera si volta a guardarmi.

«Se davvero l’hai amata così tanto come credo, se… se davvero la ami ancora adesso – e lo so che è così, Ash, non c’è bisogno che tu dica niente… solo… permettimi di mantenere la promessa che le ho fatto.»

«Va bene.» mormoro. Ma lo dico senza guardarla negli occhi e lei sa benissimo che non è vero.

Lei annuisce e si volta e stavolta esce davvero dalla stanza.

Abbasso di nuovo lo sguardo sul cellulare.

Non so se Vera mi perdonerà mai. Forse non vivrò neppure abbastanza da farmi perdonare.

Cerco il numero di Jessie.

Perdonami almeno tu, Misty.

 

CONTINUA…