NEVERMORE

CAPITOLO II

If I lay here, if I just lay here
Would you lay with me
And just forget the world...?

«Misty!»

Una mano mi afferra per una spalla e mi scuote. Spalanco gli occhi svegliandomi di soprassalto. Mi manca l’aria. Ci metto un po’ a realizzare che ho la gola chiusa e il petto che mi fa male per lo sforzo di trattenere i singhiozzi.

C’e Vera sopra di me. Inizia ad accarezzarmi i capelli e io lascio andare il fiato che ho trattenuto nei polmoni.

«Va tutto bene Ash, tranquillo. Era solo un sogno.»

Vorrei risponderle, ma quello che ho visto in sogno mi sembra ancora più reale della sua presenza. Cerco di riprendere a respirare regolarmente e lei si china su di me e mi dà un bacio sulla fronte, e continua ad accarezzarmi i capelli, le spalle.

«Era un sogno.» mi ripete e io scuoto la testa. «È passato. Sta’ tranquillo.»

«Misty.» ripeto. Non so bene perché.

«L’hai sognata?» mi domanda Vera. Si china di nuovo a baciarmi. Mi aggrappo a lei tirandomela quasi addosso e solo quando mi sfugge un singhiozzo mi rendo conto di piangere.

Vera mi abbraccia. «Va tutto bene.» mi ripete, e vorrei dirle che no, non va tutto bene. Sono otto anni che non va più tutto bene.

«Sì, l’ho sognata.» riesco a mormorare infine. Lei mi stringe più forte.

«Ti ho sentito gridare.» dice. Si ferma, poi aggiunge: «Ti ho sentito dire il suo nome.»

«Ti ho svegliata, scusami…»

Mi libera dall’abbraccio e scuote la testa.

«Non hai nulla di cui scusarti, Ash…»

Provo a sforzarmi di rivolgerle un sorriso. Ne risulta poco più di uno scialbo incurvarsi di labbra, che dura meno di un istante. Dura finché le immagini del sogno non mi precipitano addosso di nuovo.

«Forse è perché sei stato là oggi.» mi dice Vera. «Ash, non dovresti più…»

«Non è per quello.» la interrompo. «C’era… mentre tornavo…»

Mi trema la voce, non riesco neppure a pensare le parole nell’ordine giusto.

«Mentre tornavo.» ripeto. Mi fermo. «Ti ho detto che sono caduto dalla bici. Ero distratto e un’auto… un’auto mi è quasi venuta addosso.»

«Ash– »

«L’uomo al volante…» la interrompo di nuovo. «Mi sembrava di averlo già visto e ora… ora l’ho sognato…»

Mi tiro su a sedere lentamente, appoggiando la schiena contro la parete. Vera posa una mano sulla mia. La stringo senza quasi rendermene conto.

«Ho sognato Misty.» sussurro. «Era in pericolo… c’erano delle persone attorno a lei e… e… io stavo correndo verso di lei…»

Sta venendo tutto molto più confuso di quanto vorrei. Stringo la mano di Vera più forte.

Non riesco ad andare avanti. Continuo a vedere Misty che cade immobile sul pavimento polveroso, a pochi passi da me.

«Non devi parlarmene se non vuoi.» mi dice Vera. Io scuoto la testa.

In otto anni non le ho mai raccontato dei miei sogni. Ora mi rendo conto che sto per farlo.

«Stavo correndo verso di lei.» riprendo. «E… ero vicino… ma uno di loro, una delle persone attorno a lei… aveva una pistola… e…»

Questo non posso dirlo. Non ce la faccio.

Vera spalanca gli occhi. Per un momento ho l’impressione di vederli scintillare appena di lacrime.

«Non l’ho salvata.» sussurro. «Avrei potuto… ma non…»

«Ash, era un sogno.» mi interrompe Vera. «Non puoi incolparti.»

«Lo so!»

Lo esclamo con tanta foga da farla sussultare. Abbasso gli occhi.

«Scusami… ma lo so… e so anche che anche se l’avessi raggiunta, anche se l’avessi salvata non sarebbe cambiato niente… ma vederlo… dover guardare mentre… mentre…»

Si sporge verso di me per abbracciarmi di nuovo. La fermo.

«Sto bene.» mormoro. «Uno degli uomini attorno a Misty… era l’uomo che oggi mi ha quasi investito con la macchina.»

Lei rimane in silenzio. A lungo. Poi scuote la testa, tenendo gli occhi fissi nei miei.

«Era un sogno.» ripete. «Soltanto questo. Soltanto un sogno.»

Abbasso gli occhi, desiderando di esserne convinto quanto lo è lei.

«Ash.» mi appoggia le mani sul viso, obbligandomi a guardarla. «Non era reale. Hai visto quel tipo oggi, magari somigliava vagamente a qualcuno che hai conosciuto o incontrato, e la tua mente ci ha ricamato su. Era un sogno. Ora è passato. Non ha senso continuare a rimuginarci.»

«Lo so.» mormoro. E mentre lo dico penso ad un sogno fatto otto anni fa.

Un sogno in cui vidi Misty a terra, sull’asfalto, con la pioggia a lavare via il sangue attorno al suo corpo immobile.

Annuisco, e torno a infilarmi fra le coperte arruffate. Vera mi accarezza una spalla. Si china a darmi un bacio leggero sulle labbra, mi sistema il lenzuolo.

La afferro per un braccio prima che si rialzi.

Lei mi guarda.

«Vuoi che rimanga a dormire qui?»

Annuisco, così piano che mi domando se lei se ne accorga.

Se ne accorge. Scosta le lenzuola e si infila nel letto con me. Soltanto per dormire, stasera, lo sa lei come lo so io.

Nascondo la testa contro il suo corpo. Lei mi accarezza i capelli. Mi sfugge un singhiozzo secco, senza lacrime, che fa male al petto.

Vera mi stringe a sé senza dire nulla.

Con gli occhi chiusi cerco la voce che qualche volta parla ancora in fondo alla mia mente.

La sua voce.

Quella che mi ripete che va tutto bene, che andrà tutto bene, sempre.

Quando trovo quella voce posso finalmente smettere di pensare.

 

*

 

Qualche volta racconto a Vera di Misty.

Non spesso, perché non so fino a che punto non le dia fastidio starmi a sentire. Quando le parlo di lei resta ad ascoltarmi e basta. Non mi interrompe, non fa domande. Non riesco neppure a capire se vorrebbe che smettessi.

Ma non ho mai sentito come adesso il bisogno di farlo.

«Posso parlarti di lei…?» le domando. Piano, per non svegliarla nel caso si fosse già addormentata.

La sento muoversi, rigirandosi appena fra le lenzuola per voltarsi verso di me.

«Sai che la risposta è sì.»

Annuisco, stringendomi un po’ contro di lei.

Siamo soltanto noi due. Suo fratello e Brock non viaggiano più con noi da tempo. Brock è tornato alla palestra a Pewter City. Max ha iniziato da anni il proprio viaggio.

«Una volta mi disse… che per me ci sarebbe sempre stata.»

Fa male, ripensarci adesso. Vera mi circonda con un braccio e mi accarezza la schiena.

«Mi disse che se avessi avuto bisogno di lei… avrei solo dovuto chiamarla, e lei ci sarebbe stata, sempre.»

Mi stringo di più contro il suo corpo. Lei non dice nulla.

«Me lo disse quando ero ancora in ospedale per la gamba. Non è stupido ripensarci adesso…?»

La sua mano si ferma fra le mie scapole, segue con la punta delle dita la linea della colonna vertebrale.

«Non è stupido.»

«Grazie.» dico piano. Vera rimane in silenzio per un po’.

«Quanto spesso fai ancora questi, sogni, Ash…?» mi domanda poi.

Sono io a rimanere in silenzio per un po’, ora.

«Non spesso come prima.» dico infine. Ed è vero, anche se non spesso come prima significa solo non più ogni notte. Adesso, di solito non sogno affatto. Quando capita però sono quasi sempre incubi. Rimango in silenzio di nuovo; lei aspetta. «Almeno una volta alla settimana. Qualche volta di più.»

Lei sospira.

«Ash…» inizia, poi si ferma per un momento, come per raccogliere le idee, prima di riprendere. «Ascoltami. So che… probabilmente ti sei già sentito dire questo chissà quante volte, ma ascoltami lo stesso. Non è stata colpa tua. Niente di quello che è successo è stato colpa tua.»

«Lo so.» le rispondo. Ma credo che non riuscirei a dirlo guardandola negli occhi.

Scuote la testa. Qualche ciocca dei suoi capelli mi finisce in faccia.

«No, non è vero. Non lo sai. O meglio, lo sai… ma non ci credi.»

Non so cosa dire.

«Eri in ospedale.» continua lei. «Non eri neppure cosciente. Non avresti potuto fare niente. Neppure sapevi che Misty sarebbe tornata là.»

Non dice quasi mai il suo nome. Credo che lo faccia per non farmi male. Sentirglielo pronunciare mi chiude la gola in un peso che sa di lacrime.

Continuo a non dire niente.

«Non avresti potuto fermarla. Non avresti potuto fare nulla per salvarla. Non hai nessuna colpa, Ash.»

Ho voglia di piangere. Così tanta che non quasi non oso neppure respirare, per timore di lasciarmi sfuggire un singhiozzo.

«Mi manca ancora.» riesco a bisbigliare, senza che mi manchi la voce.

«Lo so.» mi dice Vera. Esita, poi aggiunge: «Sono passati otto anni.»

Lo so. Li ho sentiti tutti, questi otto anni. Ho sentito ogni secondo.

Non rispondo. Vera sospira di nuovo, poi mi circonda con le braccia e mi stringe. Non dice niente.

Non dico niente neanch’io. Almeno per un po’.

«Ti voglio bene.»

Vorrei poterle dire più di questo. Vorrei poter pensare più di questo, ma non ce la faccio.

«Lo so. Anch’io.» mi risponde lei. La sento rigirarsi leggermente nel letto, cercando una posizione più comoda. Dopo un po’ sento il suo respiro farsi lento e regolare.

Io non riesco più ad addormentarmi. Ci provo, ma appena chiudo gli occhi rivedo le immagini del sogno.

Quando infine riesco a scivolare nel sonno è quasi l’alba.

Sogno di nuovo. Non è un incubo stavolta, ma fa comunque male.

Non è neppure un sogno, non proprio. È un ricordo. Così vivido e reale che quando mi sveglio mi sento ancora addosso il suo abbraccio.

So che vorresti non aver bisogno di nessuno…

se avrai bisogno di me io ci sarò sempre, Ash. Chiamami e io sarò lì. Sempre.

Ho tanto bisogno di te ora, Misty.

 

*

 

«So che vorresti non aver bisogno di nessuno. Ma nessuno più cavarsela da solo ogni volta. Se avrai bisogno di me io ci sarò sempre, Ash. Chiamami e io sarò lì. Sempre.»

Alzo gli occhi verso di lei. Non ho bisogno di nessuno, penso, ma penso anche che sono stanco e la gamba mi fa male, soprattutto sono stanco, di tutto quanto. E non riesco a dirlo, che non ho bisogno di nessuno. Riesco solo ad alzare gli occhi verso di lei.

«Davvero…?»

Lei mi abbraccia. Forte. Quando mi sveglierò lo sentirò ancora, il suo abbraccio, così reale da farmi bruciare gli occhi di lacrime.

Ora però sento solo lei. Soltanto il suo corpo contro il mio, il suo odore, le ciocche dei suoi capelli che mi finiscono sul viso.

Sento solo lei e riesco a pensare solo che vorrei rimanere così per sempre.

«Certo, Ash.»

Sussulto quando sento la voce di Vera alle mie spalle.

«Tutto bene? Fatto altri brutti sogni?»

Scuoto la testa. Vera mi si avvicina, ancora assonnata.

«Brutti sogni no.»

Mi raggiunge e mi appoggia una mano sulla spalla. Distolgo lo sguardo dall’inesistente panorama fuori dalla finestra per voltarmi verso di lei. Non ci sono biancospini, qui. Solo una strada disadorna e ancora deserta.

«Come mai sei già in piedi? È presto.»

«Non riuscivo a riaddormentarmi.» rispondo. È vero. Non ho chiuso occhio dopo aver sognato l’abbraccio di Misty.

Vera tiene la mano sulla mia spalla. «Sei riuscito a dormire almeno un po’?»

Annuisco. Vera mi abbraccia rapidamente.

«Ti va di fare colazione?»

«Non ho molta fame.» rispondo. La vedo increspare immediatamente le sopracciglia e schiudere le labbra per iniziare a dire qualcosa. La interrompo, bloccando sul nascere qualunque cosa fosse sul punto di dire. «Però ti faccio compagnia, se vuoi.»

Lei scuote la testa. «Dovresti mangiare qualcosa…»

«Sono a posto così.»

Non mi va di mangiare qualcosa.

È uno di quei giorni in cui tutto quello che vorrei è smettere di sentire. Smettere di provare qualsiasi emozione.

O chiudere gli occhi e non doverli riaprire mai più.

Ci sono giorni in cui mi domando a che è servito che Misty mi abbia salvato.

Giorni in cui vorrei poter riavvolgere il tempo come il nastro di una videocassetta, per aprire gli occhi e trovarla addormentata al mio fianco. E provare a cambiare tutto.

Perché sapere che potrò solo svegliarmi e ricordare che lei non c’è, e che sarà così per il resto della mia vita, è troppo per poterlo sopportare.

Questo non posso dirlo a Vera.

Dopo il sogno sono rimasto stretto a lei con gli occhi chiusi, fino a che anche quello non è più bastato.

Fingere è stupido. Ma fa molto meno male che dover ricordare che la realtà è questa, e che fa schifo, perché lei è morta.

Fa molto meno male fingere che quelli che dovrò passare senza di lei siano solo dieci minuti, e che poi tornerà, e mi sorriderà e dirà Scusa se ti ho fatto aspettare. E quando i dieci minuti passano chiudere gli occhi e ricominciare da capo. Finché dieci minuti diventano otto anni.

Finché ogni volta, fingere è un po’ più difficile della volta precedente. Perché diventa più difficile ricordare la sua voce, o il modo in cui avrebbe sorriso.

Forse è per via del sogno, o perché ieri sono stato da lei, ma oggi mi sento così.

È un’altra delle cose che a Vera non posso dire.

E allora mi limito a tirarla verso di me e baciarla.

Non se l’aspettava. Si puntella con una mano sulla mia spalla per non cadermi addosso, scostandosi dal viso una ciocca di capelli castani.

«Cosa…?»

«Rimarrai al mio fianco…?»

Sorride, anche se credo che non abbia idea di cosa voglia dire.

«Certo. Sempre.»

 

*

 

Vera ha ragione quando dice che non le do mai ascolto.

Ho provato a parlarne di nuovo dell’incubo e mi ha detto di non pensarci. Eppure, non riesco a togliermi dalla mente l’immagine dell’uomo che ho visto. Prima al volante dell’auto, poi in sogno. A ridere, con la testa buttata all’indietro e la bocca spalancata, accanto al corpo immobile di Misty. Probabilmente Vera mi rimprovererebbe, se sapesse che ho continuato a rimuginarci fino a ora. E sicuramente si infurierebbe – e ne avrebbe tutte le ragioni di questo mondo – se sapesse che ora, mentre lei si allena con i suoi pokemon, io non sono nella nostra stanza a cercare di riposare un po’ come le ho detto che avrei fatto, ma sto ripercorrendo al contrario la strada di ritorno verso il cimitero. Solo che stavolta la percorro a piedi, perché Vera non si accorga che la sua bici non è dove dovrebbe essere.

Forse Vera ha ragione, forse sono soltanto paranoico.

Ma continuo a pensare a Misty. Continuo a pensare a come ho visto il suo corpo cadere sgraziatamente sul pavimento sporco, a meno di dieci passi da me.

E… forse è stupido, forse è davvero paranoia, ma non riesco a scacciare dalla mia mente il fatto che l’uomo che ieri mi ha quasi investito con la macchina l’ho rivisto poche ore dopo, nello stesso sogno, nella veste di uno di loro. Uno di coloro che me l’hanno portata via.

Mi fermo davanti all’incrocio.

L’auto – era nera, e per quanto l’abbia vista soltanto di sfuggita sono quasi certo che fosse una golf – si è diretta verso sinistra.

Mi fermo, respiro. E provo, come ho fatto stanotte, a cercare di nuovo la sua voce nella mia mente.

Stavolta non c’è nessuna voce. Non in qualunque punto della mia mente che io possa raggiungere, almeno.

Esito, per un momento penso addirittura di tornare indietro. Poi ripenso alla forma immobile del suo corpo a terra, con i capelli sporchi di sangue a coprirle il viso.

Riprendo a camminare.

Probabilmente non troverò un bel niente. Non c’è nulla che mi dica che l’auto si trovava qui per una ragione.

Eppure sussulto quando sento il rombo di un motore alle mie spalle.

Mi volto di scatto. L’auto che svolta all’incrocio è nera, e non è forse una Golf?

(no che non è una Golf)

È quello che cerca di dirmi la mia mente, ma non riesco ad ascoltarla. È una Golf e di colpo il cuore inizia a pomparmi il sangue nelle vene con violenza. Mi blocco di colpo, dimenticando perfino di respirare, serrando le mani a pugno senza accorgermene. Penso all’uomo che ieri ho visto di sfuggita e d’un tratto non ho più solo l’impressione di averlo già visto, d’un tratto sono sicuro di averlo già visto, e so anche quando: otto anni fa.

«Otto anni fa.» mormoro senza quasi rendermene conto «E so anche dove ti ho visto, schifoso bastard…»

Mi interrompo guardando con gli occhi spalancati l’auto che mi oltrepassa. Non è affatto una Golf, e in effetti più vicina al blu che al nero. La donna al volante mi rivolge uno sguardo incuriosito.

Di colpo mi sento talmente idiota da aver voglia di prendere la rincorsa per buttarmici sotto, a quella macchina.

Lascio andare l’aria che ho trattenuto nei polmoni.

Immagino che Vera avesse ragione, dopotutto. È solo paranoia. E forse dovrei davvero tornare indietro.

Dovrei, in effetti, ma non lo faccio.

Mi meraviglio ancora di che razza di testa dura hai, Ash.

È uno di quei ricordi che di tanto in tanto sbucano dal nulla e fanno male come una rivoltellata in pieno petto. Per un attimo la strada davanti a me si confonde. Sbatto le palpebre e torna nitida, ma devo mantenere la mia mente ben salda su qualcos’altro, qualcosa che non sia lei, perché resti così.

Abbasso lo sguardo, contando i miei passi.

E, qualche minuto più tardi, quasi non mi accorgo del vicolo che si apre alla mia sinistra.

È il gracchiare furioso di qualche uccello a farmi riscuotere. Mi volto, appena in tempo per vederlo alzarsi in volo e sparire. È un corvo.

Quando mi volto di nuovo, aspettando che il battito furioso del mio cuore si calmi, vedo l’auto parcheggiata in fondo al vicolo.

Mi avvicino senza quasi osare respirare.

È la stessa auto, stavolta. Una Golf nera e polverosa, con le ruote incrostate di fango nelle fessure degli pneumatici. Sfioro il cofano e le mie dita lasciano segni lucidi in mezzo alla polvere.

È parcheggiata di fronte ad un edificio apparentemente abbandonato. La vernice viene via a scaglie dalle pareti. Sulla porta scrostata campeggia la scritta vendesi, vergata su di un cartello sbiadito e con gli angoli arricciati dall’umidità.

Giro intorno alla macchina. Uno dei finestrini posteriori è rotto, ed è stato rabberciato alla meglio con del cartone. Gli altri vetri sono oscurati. Ce n’è uno leggermente aperto, però, e sbirciando all’interno riesco a scorgere la tappezzeria sudicia e l’interno dell’abitacolo cosparso di mozziconi di sigaretta e cenere.

Sto ancora guardando la macchina quando lo schianto secco di una porta che viene spalancata alle mie spalle mi fa sussultare. Mi allontano di scatto dall’auto, allontanando le mani dalla carrozzeria sporca come se bruciasse. Vedo l’uomo sulla porta dell’edificio e per un momento sono certo che anche lui abbia visto me. Ha gli occhi nascosti da un paio di occhiali scuri e ci metto qualche istante a realizzare che il modo in cui è parcheggiata la macchina gli impedisce di vedermi. Nel momento in cui me ne rendo conto però realizzo anche che gli basterà avanzare di due o al massimo tre passi perché l’auto non sia più fra me e lui.

Mi abbasso talmente di colpo da sbattere violentemente le mani e le ginocchia sull’asfalto, con il cuore che batte di nuovo così forte da sembrare sul punto di esplodere.

Non mi ha visto. Ma avanza nella mia direzione e mi rendo conto che sta per girare attorno alla macchina. Striscio verso il retro della vettura.

Nel farlo urto inavvertitamente con un piede una lattina vuota abbandonata a terra. Rotola rumorosamente in mezzo alla strada, fermandosi proprio davanti ai piedi dell’uomo.

«Uh?!»

Trattengo il respiro.

Non ho il coraggio di alzare la testa. Cerco di sbirciare fra le ruote dell’auto.

Vedo piedi che calzano anfibi neri e malconci fermarsi per un attimo di fronte al cofano e poi riprendere ad avanzare.

Non aspetto oltre. Mi alzo in piedi e scatto nella direzione opposta, tuffandomi tra i cespugli che circondano il cortile.

«C’è qualcuno?!»

Non mi ha visto. È quello che continuo a ripetermi mentre striscio all’indietro con il cuore a mille, cercando di non fare rumore. Non mi ha visto. Non mi ha visto.

Rimango immobile trattenendo il fiato fino a che non ho l’impressione che il petto stia per esplodermi. È abbastanza vicino perché abbia la sua ombra addosso.

Lascio andare l’aria che ho trattenuto solo quando l’ombra si sposta. Alzo appena la testa. Torna verso l’auto.

Non riesco a vederlo bene. Ho un binocolo nello zaino, ma non ho il coraggio di prenderlo. Striscio indietro di un altro tratto, fino ad urtare un basso muro di mattoni. Lo scavalco appena l’uomo vicino all’auto si volta dandomi le spalle, acquattandomi dietro ad esso immediatamente dopo.

Sfilo il binocolo dallo zaino. Mi tremano le mani, non riesco a regolare la messa a fuoco.

L’uomo ripone qualcosa nel bagagliaio della Golf, richiudendolo poi con un tonfo.

«Ash…?»

Sussulto e quasi mi lascio sfuggire il binocolo di mano quando una mano mi si appoggia sulla spalla. Riesco ad acchiapparlo al volo quasi per miracolo.

Mi volto di scatto.

«…Vera?! Che ci fai qui?!»

«Ti ho seguito.» sussurra. «Ti ho visto allontanarti dal pokemon center. Che diavolo fai tu qui?»

Non ho tempo di risponderle. Non ora. Sento l’uomo aprire lo sportello della Golf e poi richiuderlo. Mi volto di nuovo, tornando ad armeggiare quasi freneticamente con la messa a fuoco del binocolo. Di colpo la mia visuale si fa nitida.

L’immagine dell’uomo al volante, che gira la chiave d’accensione dell’auto, mi balza incontro stavolta con troppa nitidezza.

Sento distintamente il sangue gelarmisi nelle vene.

Vera mi domanda cos’è successo, cosa ho visto. La sento a malapena.

Mi afferra per un braccio cercando di strapparmi di mano il binocolo, e nella mia mente non è lei ad afferrarmi.

Nella mia mente c’è Misty che si stringe a me tremando mentre lo stesso uomo, ne sono quasi assolutamente certo anche se quello che vedo ora ha otto anni in più, avanza verso di noi impugnando una pistola.

«Ash?! Cos’hai visto?!»

Vera riesce a togliermi di mano il binocolo e lo punta di nuovo verso l’uomo al volante. Io continuo a guardare in quella direzione, senza riuscire a fare altro.

«Chi è? Lo conosci?»

Deglutisco. Ho la gola e la bocca talmente secche da non riuscire neppure a parlare.

Vera mi afferra per una spalla e mi scuote.

«Ash! Chi è?»

Schiudo le labbra sforzandomi di pensare.

«È… uno di loro…»

«Uno di loro chi

Non rispondo.

Si volta verso di me. Mi guarda per un istante. Capisce.

Molla il binocolo per terra e mi prende per un braccio, cercando di tirarmi in piedi. Non riesco ad assecondarla. Non riesco a muovermi. Non riesco neppure a sentire le gambe, né le braccia, l’unica cosa che sento è il cuore che mi rimbomba nelle orecchie sovrastando tutto il resto e fa male, da qualche parte nel mio petto c’è un dolore insistente e reale, come se qualcosa si stesse sgretolando, stesse andando in pezzi lentamente.

Vera mi afferra per la vita. Mi strattona con forza e per poco non le frano addosso.

«Vieni via!»

Riesco a riscuotermi quel tanto che basta per rendermi conto che l’uomo al volante della Golf ha messo l’auto in folle e sta guardando verso di noi. Mi alzo. Vera mi trascina indietro e vedo la sua bici appoggiata contro il tronco di un albero. Vera sale in sella e mi fa cenno di sedermi sul portapacchi. Quando io esito, mi tira a sedere con tanto impeto da sbilanciarmi. Precipito contro il portapacchi rendendomi conto che le gambe mi tremano.

L’uomo apre lo sportello e scende dall’auto.

«Tieniti!» mi urla Vera. Mi aggrappo a lei. Si alza in piedi sui pedali per metterci più forza, tenendo il manubrio con una sola mano, e assicurandosi con l’altra che le mie braccia rimangano ben strette attorno alla sua vita. Per un momento vacilliamo pericolosamente. Penso che finiremo a terra entrambi, ma non succede e ci ritroviamo invece a sfrecciare nella direzione opposta a quella in cui si trova l’auto.

Io guardo all’indietro.

L’uomo non sta venendo verso di noi. Un attimo prima che svoltiamo lo vedo portare una mano all’interno della giacca.

Potrebbe stare prendendo qualunque cosa, un cellulare, un mazzo di chiavi, ma non è quello che vede la mia mente.

Vera svolta rapidamente verso destra e il muro mi copre la visuale.

Continuo a guardare indietro comunque.

Ci fermiamo solo davanti al pokemon center. Vera frena tanto bruscamente che anche se si puntella a terra con i piedi la bici si inclina pericolosamente verso destra.

Franiamo a terra entrambi.

Vera avanza verso di me carponi, afferrandomi per una spalla e scuotendomi per obbligarmi a guardarla.

«Che diavolo è successo?!»

Scuoto la testa. Non riesco a far altro che ripetere quello che le ho detto prima.

«Era uno di loro…»

 

CONTINUA…