NEVERMORE
CAPITOLO I
Will I get back who I adore?
Thus spoke the raven: nevermore.
La cosa che mi teneva in vita davvero, io l’ho persa otto anni fa.
Era una persona, e a voler guardare dall’esterno il tempo che ho passato con lei potrebbe non sembrare poi così tanto. A voler guardare dall’esterno, il tempo che ho passato con lei potrebbe sembrare troppo poco per dire che la cosa che mi teneva in vita davvero era lei. Sei mesi – il tempo che ho passato con lei davvero, intendo. L’ho conosciuta molto prima, ma sono stato tanto idiota da non rendermi conto di cosa significasse per me la persona che avevo accanto. Idiota. Ben mi sta, in effetti.
Sei mesi soli. La persona che mi è accanto adesso mi è vicina da quasi otto anni. Potrei dire che averla vicina mi ha salvato – o almeno, ha salvato la parte di me che si poteva ancora salvare, quella che non è morta quel giorno, con lei – ma è qualcosa di diverso dall’avere vicina una persona che per te è semplicemente tutto. Non è una questione di tempo. Non è una questione di sei mesi o otto anni o una vita intera. Vera è riuscita a ritagliarsi un posto dentro di me, e in quel posto per lei c’è tutto lo spazio che vuole, e nessuna parte di me ha desiderio di cacciarla via. Ma lo spazio che era suo, quello non potrà occuparlo mai. È ancora lì, vuoto, e fa male. A volte fa così male da farmi desiderare che ogni respiro sia l’ultimo.
Sono ingiusto, e lo so. Vera ha fatto per me in questi anni così tanto che non riesco neppure a trovare le parole per descriverlo. Eppure non ce la faccio ancora a lasciare andare quello spazio vuoto, e non so se ce la farò mai.
Chi voglio prendere in giro. Sono sicuro che non ce la farò mai. E neppure voglio.
Qualche volta è come se la sentissi ancora. Non per davvero, naturalmente; ma è come se da qualche parte in fondo alla mia mente, in un punto così lontano da non poterlo neppure veramente raggiungere, riuscissi ancora a sentire la sua voce. È quella che mi ripete di non arrendermi. Di non mollare. È la voce che mi dice che sono forte, che posso farcela, che sa che posso farcela, quando tutto quel vuoto inizia a fare veramente male.
Non so se Vera lo sa. Sa che penso ancora a lei, certo. E credo che sappia che la sogno. È lei, di solito, a svegliarmi gentilmente quando mi sente parlare o gridare nel sonno, e ad abbracciarmi senza bisogno che io glielo chieda mentre le immagini del mio incubo iniziano a diradarsi. Qualche volta mi chiede se l’ho sognata di nuovo, e io annuisco e basta. Non le ho mai raccontato uno dei miei sogni per intero. Non le ho mai raccontato che ancora, quasi ogni volta che sogno, vedo lei in pericolo e per quanto mi sforzi di essere più forte, più veloce, per quanto nel sogno io creda fermamente che se riuscirò a salvarla stavolta allora tutto il male che c’è stato in passato semplicemente non importerà più, ogni volta c’è qualcosa che mi impedisce di raggiungerla in tempo. A volte un ostacolo, o semplicemente il tempo che non è abbastanza. A volte la gamba.
Vera non mi domanda mai cosa sogno e io non glielo racconto mai. Mi abbraccia e basta, e qualche volta immagino che non sia lei a farlo.
Conosco l’espressione che le vedrei sul viso se le dicessi che il mio senso di colpa è ancora così forte. Posso immaginare le sue sopracciglia sottili incresparsi in quell’espressione di pena che ho visto così tante volte.
«Non vorrebbe che tu ti riduca così.» mi disse una sera. Quasi otto anni fa. «Voleva che tu vivessi, Ash. Questo… questo è solo esistere. Non è per questo che ha voluto salvarti.»
Aveva gli occhi pieni di lacrime mentre lo diceva, e io mi sentii male per lei, perché il vuoto che io mi portavo dentro bastava ed avanzava per entrambi. Fu la sera in cui la baciai per la prima volta. La seconda, in realtà, ma la vera prima volta la considero quella, e credo sia così anche per lei. Forse anche quella volta, mentre la baciavo, non fu lei che immaginai di baciare. Ora non ricordo più.
Qualche volta fingo ancora adesso.
Qualche volta, quando la bacio, fingo che le ciocche di capelli che mi finiscono sul viso siano rosse invece che castane.
Qualche volta, quando facciamo l’amore, fingo che il corpo contro il mio sia un altro. Immagino che sia un altro corpo quello che stringo fra le braccia, e qualche volta, dopo, tengo gli occhi chiusi e continuo a fingere. Fingo che sia veramente lei fino a che gli occhi mi bruciano di lacrime.
E qualche volta fingere è facile. Così immensamente più facile che aprire gli occhi e dover ricordare che lei è morta.
Così immensamente più facile che ricordare che la prima volta che ho fatto l’amore con lei è stata anche l’ultima, e che l’ultima volta che l’ho baciata nemmeno la ricordo più.
So di sbagliare. So che è stupido continuare ad aggrapparsi così ad una fantasia, ma non riesco a fare altrimenti.
Non riesco a lasciar andare tutto quello che mi rimane di lei.
Non so fino a che punto Vera lo sappia. E non so quanto male le farebbe sapere quanto spesso ancora mi aggrappo a simili stupide fantasie.
Qualche volta… è orribile, e mi odio e posso solo meritare la morte per averlo anche solo pensato, ma qualche volta penso che se mai mi fosse chiesto di sacrificare Vera per riavere indietro lei io direi sì. E c’è una parte della mia mente che sa che è vero anche se continuo a negarlo.
…
Oggi è il quattordici. È il giorno in cui lei è morta.
Sono otto anni che il quattordici di ogni mese io vengo qui. Questo Vera lo sa, e ormai non cerca più di impedirmelo. So che vorrebbe che smettessi di venire, e so anche che ha ragione, però…
…però mi manchi…
…ancora tanto…
Appoggio per terra il mazzo di fiori che ho portato, sostituendo quelli ormai appassiti.
«Sono qui anche oggi… Misty…»
*
«Non vorrebbe che tu ti riduca così. Voleva che tu vivessi, Ash. Questo… questo è solo esistere. Non è per questo che ha voluto salvarti.»
Me lo disse una sera sul finire della primavera, mentre eravamo entrambi nel cortile di un qualche pokemon center. Non in quello di Hawthorn City, da lì ce n’eravamo andati da tempo. L’odore dei biancospini aveva iniziato a darmi la nausea.
A Misty erano piaciuti, quei biancospini.
Non ricordo dove fossimo esattamente quella sera. Continuavo a viaggiare perché Vera voleva continuare a farlo. Io avevo a malapena preso in mano una pokeball, da… beh, da allora.
Continuo a non farlo neppure adesso, in realtà. Se qualcuno fosse venuto a dirmelo otto anni e mezzo fa ne avrei probabilmente riso di cuore, ma è così: Ash Ketchum ha smesso di allenare pokemon.
Quella sera, quando Vera mi disse quelle parole, appoggiai la schiena alla staccionata che circondava il cortile e mi lasciai scivolare giù fino a ritrovarmi seduto per terra. L’erba umida mi bagnò i jeans.
«Vorrei che non l’avesse fatto.» dissi.
Mi aspettavo che Vera mi mollasse un ceffone, o qualcosa del genere, invece mi appoggiò una mano sulla spalla.
«So che ti manca.» mi disse. «Non posso… nemmeno lontanamente immaginare quanto, ma… lo so, Ash. Ma non puoi stare così per sempre.»
Sapevo che aveva ragione.
Abbassai la testa. Avevo visto che aveva gli occhi lucidi di lacrime e vedere quello mi faceva stare ancora peggio.
«Non riesco a fare altro.»
«Sforzati!» stavolta sentii la sua voce vibrare di rabbia. «Non cambierà niente se tutto quello che fai è rimanere lì a guardare il vuoto! Sforzati di ricominciare a vivere. Almeno un po’.»
Io scossi la testa e basta.
La mano era ancora lì. Si era serrata sulla mia spalla mentre lei mi spronava; ora la stretta si allentò in qualcosa di simile ad una carezza.
«Sì.» disse. Adesso il tono della sua voce era dolce. «Puoi farlo. So che non ci credi, ma puoi farlo, Ash, davvero.»
Mi rialzai lentamente, appoggiandomi alla staccionata.
«Non è ingiusto…?» domandai. Forse più a me stesso che a lei. «Ha… dato la sua vita per proteggermi… come posso anche solo pensare di provare a dimenticarla…?»
La voce mi si incrinò sulla fine della frase. Vera scosse la testa.
«Non la devi dimenticare.» disse. «Questo no. Non sarebbe neppure possibile. Ma sforzati di lottare. Sorridi.»
Ci provai. Non fu un vero sorriso, ma lei mi abbracciò.
«Mi manca.» mormorai, mentre lei mi teneva stretto.
«Lo so.» mi disse lei. Mi lasciò andare piano piano.
Non so bene a cosa pensai, quando mi ritrovai a guardarla negli occhi.
Mi sporsi verso di lei e la baciai sulle labbra.
Non era davvero la prima volta. L’avevo baciata poche settimane dopo la morte di Misty. Quella volta, però, sono certo di non aver pensato a Vera mentre lo facevo. Quella volta sono certo di essermi illuso, abbastanza da crederci davvero, che quella davanti a me fosse Misty. E lei si allontanò da me di scatto, perché sapeva che era così.
La seconda volta forse pensai ancora a Misty, ma pensai anche a Vera. Fu Vera quella che baciai nel cortile del pokemon center, e lei non si ritrasse.
Non fu neppure un bacio vero, in realtà. Fu solo un contatto di labbra, ma ci fu qualcosa e credo che lo sentimmo entrambi.
Dopo nessuno dei due disse niente, a lungo.
«Dovrò dirlo a Drew.»
Mi voltai verso di lei, poi annuii.
«Lo immaginavo.»
Sapevo che le cose fra lei e Drew non andavano bene. Sapevo anche di esserne la causa.
Non sapevo se lei gli avesse mai detto dell’altro bacio, quello che le avevo dato illudendomi – credendo – di baciare Misty. Ora sono quasi certo di no.
Quando lo disse a Drew sentii lui gridare e poi sentii lei piangere.
Quando aprii la porta della loro stanza, intenzionato a dire che la colpa era mia, Drew mi afferrò per una spalla e mi spinse contro il muro per mollarmi un cazzotto.
Avrei potuto reagire, ma non lo feci. Fu Vera a togliermelo di dosso.
Fu Vera ad urlargli di lasciarmi stare.
E fu Vera a lasciare la stanza a passo di carica, dopo avermi afferrato per un braccio per trascinarmi con sé.
«Scusa.» mi disse poi, guardando per terra, mentre mi teneva del giaccio avvolto in un fazzoletto contro il livido che avevo sul viso.
«Non sei tu che ti devi scusare.»
Lei non disse nulla. Mise da parte l’involto con il ghiaccio, si chinò su di me e mi baciò piano sulle labbra.
Il mattino successivo non venne a svegliarmi come faceva di solito. La trovai nella stanza sua e di Drew, a guardare il letto di lui senza espressione.
Era perfettamente rifatto, quel letto. E non c’era traccia dello zaino di Drew, dei suoi vestiti.
«È andato via.» bisbigliò Vera «Stanotte… senza neanche salutarmi…»
Mi avvicinai senza dire nulla e quando fui al suo fianco Vera si appoggiò a me, quasi aggrappandosi.
*
Non riesco mai a pensare con molta chiarezza, quando me ne vado da qui.
È come se la mia mente faticasse a staccarsene, e a staccarsi da lei. Qualche volta, mentre mi lascio alle spalle il cancello del cimitero e salgo sulla bici, non so neppure per quanto tempo sono rimasto.
Oggi evidentemente penso con meno chiarezza del solito. Perché a riportarmi con i piedi per terra è il clacson dell’auto che mi piomba incontro.
Sterzo appena in tempo per evitarla. La bici si inclina pericolosamente verso destra e prima ancora che possa cercare di recuperare l’equilibrio lo perdo completamente rovinando a terra.
L’auto che non mi ha preso in pieno per miracolo mi sfreccia accanto. Il guidatore abbassa il finestrino per urlarmi un insulto.
«Guarda dove vai, razza di…»
Si blocca di colpo e io alzo la testa. Lo vedo solo di sfuggita, perché un momento dopo lui si affretta ad alzare di nuovo il finestrino e a premere sull’acceleratore. L’auto scompare dalla mia vista nel giro di pochi istanti.
Per un momento rimango a guardare in quella direzione, pensando all’uomo che ha smesso di colpo di urlarmi contro, come se…
…come se mi avesse riconosciuto.
È un pensiero paranoico, eppure non riesco a liberarmene. Continuo a pensarci mentre rimetto in piedi la bici e mi rialzo, scotendomi via la polvere dai jeans.
Non posso evitare di pensare che l’ultima volta che sono caduto così rovinosamente da una bici è stato il giorno in cui ho conosciuto Misty. Scaccio quel pensiero maneggiandolo con cura.
Ho sbattuto malamente la gamba destra, cadendo. Non mi fa più male come anni fa, ma preferisco comunque evitare di risalire in sella. Sono quasi arrivato, ormai. Inizio a percorrere il tratto di strada rimanente spingendo la bicicletta, e zoppicando leggermente.
Continuo a pensare all’uomo in macchina.
L’ho visto troppo di sfuggita per poter ricordare se l’avessi già visto da qualche parte, prima d’ora.
Però è come… non so, come se da qualche parte della mia mente che non è del tutto collegata a quella cosciente ci fosse qualche immagine che non riesco a mettere a fuoco.
Ci sto ancora pensando quando arrivo.
Siamo a Kanto, in una piccola città di cui ignoravo l’esistenza finché Vera non me l’ha indicata sulla cartina suggerendola come prossima tappa. Vera continua ad allenarsi come coordinatrice, e io continuo a seguirla, anche se non ho più un vero motivo per viaggiare. Quella dove ci troviamo adesso è una piccola città. Ci siamo fermati qui solo perché si trova a metà strada sulla via della nostra prossima meta. C’è un pokemon center, ed è lì che ci siamo fermati. Svoltando l’angolo vedo Vera ad aspettarmi, appoggiata al basso muro di mattoni che circonda il cortile dell’edificio. Mi viene incontro, quando mi vede e si accorge che zoppico.
«Stai bene?»
«Sono caduto dalla bici.» scuoto la testa e mi sforzo di sorridere quando la vedo spalancare gli occhi, allarmata. «Tutto a posto, non preoccuparti.»
«Sicuro? Ti sei fatto male alla gamba?» non aspetta che risponda e mi toglie di mano la bicicletta, spingendola al mio posto fino al pokemon center.
È sua, quella bici. Gliel’ho regalata io tre anni fa, appena sono riuscito a mettere da parte i soldi necessari, per sostituire quella che le distrussi. All’inizio Vera ha cercato di protestare, dicendomi di restituirla al negozio, perché davvero non ce n’era alcun bisogno e che lei di quella bici neppure se ne ricordava più, figurarsi se pretendeva che gliela ripagassi. Poi ha capito.
Ha capito che in realtà quella bici la stavo restituendo a Misty, come non avevo mai avuto il tempo di fare.
Non ha detto nulla, ma so che l’ha capito.
«Tutto bene?» mi domanda, mentre raggiungiamo il pokemon center. Lo dice con un tono di voce diverso. Non si riferisce alla gamba.
Annuisco.
«Sì.» dico, ma non è vero, non del tutto almeno. Lei non dice nulla. Appoggia la bici contro il muro e si volta verso di me.
Non mi domanda mai cosa faccio, quando vado da Misty. Non lo fa neppure adesso, ma mi chiede qualcos’altro che invece mi domanda spesso, e a cui non so ugualmente darle la risposta che vorrebbe.
«Tornerai lì anche il prossimo quattordici del mese, vero…?»
Annuisco, senza guardarla.
Lei non dice nulla. Mi prende la mano e me la stringe per un momento nella sua, prima di precedermi verso l’ingresso del pokemon center.
Non penso più all’uomo al volante dell’auto finché non mi sveglio in piena notte, con il cuore a mille e le lenzuola bagnate di sudore, e il petto che mi fa male per lo sforzo di trattenere i singhiozzi.
*
Uno dei miei soliti sogni.
All’inizio vedo soltanto buio.
Mi fa male la gamba. Di solito nei sogni non si riesce veramente a provare dolore, o se capita il più delle volte è soltanto un’illusione; per me non è così. Talvolta mi sveglio con la gamba che fa così male da dover affondare il viso nel cuscino per trattenere un gemito. È un dolore che passa quasi subito, ma c’è.
Così come c’è ora. Cerco di fare qualche passo, rischiando di rovinare a terra quando scarico il peso sulla gamba destra.
Mi dimentico del dolore, però, quando sento il grido.
Mi colpisce come un pugno al petto. E qualcosa dentro di me inizia a fare male, così male da non riuscire neppure a respirare.
Perché conosco quella voce.
La riconoscerei ovunque.
E Dio, quanto fa male sentirla. Quanto fa male riconoscere la paura in quel grido. Come se una spranga d’acciaio mi attraversasse il petto da parte a parte.
Inizio a correre in quella direzione, serrando i denti per reprimere il dolore alla gamba. Ora vedo qualcosa. Sono in un corridoio all’apparenza interminabile, con il pavimento coperto da polvere e calcinacci. L’intonaco si sfalda sulle pareti. Vedo un cumulo di tavoli e sedie spinto contro la parete e di colpo riconosco il luogo: lo stabilimento industriale abbandonato in cui lei è morta. E ora vedo del sangue sul pavimento, una chiazza rosso scuro che si asciuga lentamente sulle piastrelle sudice.
La sento gridare di nuovo.
Il mio nome, stavolta.
(ash)
Sto arrivando. Ti prego resisti.
Questa volta andrà tutto bene, arriverò in tempo, te lo giuro… Misty…
Continuo a correre anche se la gamba mi fa male.
E la vedo, ma ad ogni passo è come se la distanza tra me e lei si allungasse invece di diminuire. Ci sono sagome scure attorno a lei, sagome di persone che indossano uniformi nere e hanno i volti in ombra. Uno di loro le tiene le mani bloccate dietro la schiena. La vedo sporgersi verso di me, tentare inutilmente di liberarsi. Vedo i capelli che le finiscono sul viso, le lacrime che le lavano via la polvere dalle guance.
(ash ti prego aiutami)
Sto arrivando, Misty, sono qui, ti prego cerca di resistere.
Sono qui, stavolta non lascerò che ti facciano del male…
Quando credo di averla quasi raggiunta la mia gamba destra cede di colpo. Cado rovinosamente sul pavimento, riuscendo a malapena a protendere le mani in avanti per non sbattere la faccia.
Cerco di rialzarmi e non ci riesco. La gamba non mi regge.
Dannazione, non ci riesco!
Prima che possa provarci di nuovo vedo uno degli uomini in nero estrarre una pistola.
Lo vedo puntarla alla nuca di Misty.
« NO! »
E anche se mi alzo e una folgore di dolore mi attraversa la gamba, anche se mi slancio in avanti con tutta la forza che ho, non arrivo in tempo per impedirgli di premere il grilletto.
Vedo Misty crollare immobile sul pavimento sporco, seguita da un fiotto di sangue scuro che si spande sulle piastrelle, che le macchia i capelli, le spalle, le guance.
« NO… »
Corro da lei, la scuoto tentando disperatamente di farle aprire gli occhi, la stringo fra le braccia.
Uno degli uomini in nero rovescia la testa all’indietro e per un momento lo vedo in faccia.
È l’uomo che mi ha quasi investito con la macchina.
Stringo più forte il corpo di Misty tra le braccia, gridando il suo nome fino a perdere la voce.
«Misty…»
CONTINUA…