FORLORN
giuro ti prometto che io mi impegnerò
io farò di tutto però
se il mondo col suo delirio riuscirà ad entrare e far danni
ti prego dimmi che… combatterai insieme a me…
Pensavo che ritrovarsi con i piedi incollati per terra fosse una cosa che accade
solamente nei romanzi. O quantomeno, che a me non sarebbe accaduto, perché se
mai mi fossi trovata in una di quelle situazioni in cui tutto sembra fermarsi,
solo che non si ferma e tu puoi solo rimanere a guardare senza riuscire a fare
niente perché quegli stupidi piedi sono incollati per terra, io non sarei
rimasta a guardare. Io avrei avuto la prontezza di agire, e al diavolo
tutte quelle baggianate da romanzo.
Invece quando succede i piedi incollati per terra li ho davvero. E non solo i
piedi, anche le gambe, e le braccia. Non riesco a muovere un muscolo.
Vorrei urlargli di togliersi da lì, vorrei correre e spingerlo via, e invece
questi stupidi piedi non vogliono saperne di scollarsi dall’asfalto, e la mia
voce non vuole saperne di farsi sentire. Non credo che servirebbe comunque; non
lo raggiungerei in tempo, e anche gridare sarebbe inutile. Ma almeno se potessi
urlare, se potessi correre non dovrei rimanere qui riuscendo soltanto a
guardare.
È quando il tempo per gridare o correre finisce, e il silenzio diventa lo
stridio assordante dei freni, che la mia voce torna e i piedi mi si staccano di
colpo da terra. E allora corro, senza perdere tempo ad urlare, ma ora è troppo
tardi per correre. Non ho percorso neppure metà della distanza che mi separa da
lui quando vedo il suo corpo volare sul cofano, vedo la ragnatela di crepe che
imbianca il parabrezza quando ci va a sbattere. Vedo l’auto sbandare e i segni
che gli pneumatici lasciano sull’asfalto. E lo vedo cadere ed è allora che lo
raggiungo.
«ASH!»
Mi sembra di non riuscire neppure a respirare, mentre mi lascio cadere a terra
accanto a lui. Mi graffio le ginocchia e le mani e quasi non me ne rendo conto,
non riesco a pensare a niente, solo che lui è a terra davanti a me ma non vedo
ferite né segni, l’unico sangue che vedo è quello che ho sulle mani io dove
ho sfregato contro l’asfalto, deve stare bene, fra un attimo aprirà gli occhi
e si metterà a sedere e io potrò riprendere a respirare.
Ash non apre gli occhi, ma geme debolmente e tenta di tirare su la testa o forse
di voltarsi verso di me. Gli appoggio una mano sulla spalla, tenendolo fermo.
«No Ash… sta’ tranquillo… non muoverti…»
Non mi sente. Devo tenerlo fermo afferrandolo per entrambe le spalle. Lo
sportello dell’auto si apre. Ne scende qualcuno, ma sono china su Ash e riesco
a vedere solo un paio di scarpe scure di vernice, il fondo di un paio di
pantaloni grigi. È il guidatore. Si china anche lui, cerca di allungare una
mano verso Ash. Si ferma prima di toccarlo.
«Oddio, è… non posso crederci, stavo andando piano, neanche quaranta
all’ora, è sbucato di corsa…»
Ora lo vedo in faccia. Suda per lo choc. Sotto di me Ash cerca di liberarsi
dalla presa delle mie mani. Respira male. Mi volto verso di lui e lui tossisce,
piegando di scatto la testa all’indietro. Uno spruzzo di sangue gli macchia le
labbra. È la vista di quelle macchie rosso scuro a colpirmi come una
revolverata. Alzo la testa di scatto, guardo il guidatore.
«Chiami l’ambulanza!»
Lui indietreggia, si guarda intorno sconvolto.
«Sì, il mio… il mio cellulare è in macchina…»
«L’ho chiamata io.» Brock mi raggiunge correndo. Ha il fiato corto, e sotto
il colorito scuro della sua carnagione è così pallido che quasi mi domando
come riesca a reggersi in piedi. Quasi, perché in realtà non riesco veramente
a pensare a nulla. Sotto di me Ash geme di nuovo, più debolmente, ma è
incredibilmente forte e faccio fatica a tenerlo per impedirgli di muoversi.
Brock si inginocchia dietro di me. Mi afferra per una spalla, affondandoci le
dita abbastanza da farmi male.
«Come sta? Dio…»
Io scuoto la testa. Allento cautamente la stretta di una delle mani con cui
tengo Ash e cerco di pulirgli il sangue dalla bocca e dal viso. Lui si lamenta
di nuovo e volta la testa dall’altra parte. Scuoto la testa, i capelli mi
finiscono davanti agli occhi, e finiscono anche sulla sua faccia, per quanto
sono china su di lui.
«Sono io Ash, sono Misty, stai tranquillo, andrà tutto a posto, stai
tranquillo…»
Mi trema la voce tanto che credo di stare piangendo. Ma ho gli occhi asciutti,
non riesco a versare una lacrima. Ash apre gli occhi, mi guarda. Per un momento
sembra non vedermi. Poi cerca di tendermi una mano e io la stringo, forte.
«Sono qui.» dico. «Mi senti? Sono qui.»
Non mi sente e io penso che solo cinque minuti fa era in piedi quasi accanto a
me. Avrei potuto vedere la macchina, e afferrarlo per un braccio o per la maglia
per impedirgli di correre in strada.
Ash piega la testa all’indietro sforzandosi di respirare. Mi stringe la mano
così forte che la sua trema.
Vorrei che Brock dicesse che non è grave, che Ash se la caverà con poco. Di
solito è Brock, quello che riesce sempre a mantenere il sangue freddo, e a
tranquillizzare me. Invece Brock rimane dietro di me con la mano stretta attorno
alla spalla e non parla, non dice niente, non cerca neppure di avvicinarsi di più
ad Ash per vedere come sta.
Scuoto la testa. Mi volto verso di lui.
«Brock– »
Ash per un momento mi stringe la mano più forte ancora, e io mi blocco di
colpo. La sua mano rimane serrata sulla mia per un paio di istanti, poi la
stretta si allenta e gli occhi gli si rovesciano all’indietro e il suo corpo
smette di muoversi sotto al mio, e ricade immobile, inanimato come un sacco
pieno di stracci.
Io scuoto la testa di nuovo, gli appoggio le mani sul viso. «Ash.» esclamo, e
poi non riesco a dire nient’altro. Lo afferrerei di nuovo per le spalle,
stavolta per scuoterlo, se Brock non mi afferrasse i polsi bloccandomi quando si
rende conto di cosa voglio fare. «Potresti fargli male.» mi dice, e la sua
voce mi sembra arrivare da un universo di distanza. È tutto a un universo di
distanza, anche il drappello di persone radunatesi attorno a noi, anche il
guidatore che cammina su e giù nello spazio di due metri torcendosi le mani e
scuotendo freneticamente la testa. È a un universo di distanza anche
l’asfalto sotto di me e mi manca l’aria, tutta questa gente intorno mi sta
soffocando, mi gira la testa.
Brock mi lascia i polsi e mi appoggia un braccio attorno alla schiena, fa cenno
alla gente di allontanarsi. Un paio di loro gli danno retta, gli altri restano lì.
«Ash.» ripeto e mi chino di nuovo su di lui, tanto da sentire il suo respiro
sul viso. Respira. È vivo. Sono io che non respiro, sono io che ho la gola
chiusa e un peso sul petto, e se Brock non mi tenesse forse gli cadrei addosso.
«Calmati.» mi dice Brock. Lo sento ancora più lontano e di colpo vedo solo
buio. Brock mi afferra di nuovo e mi tira su, il cellulare che ha usato per
chiamare il 911 gli cade di mano; e io mi sforzo di respirare, e dopo un momento
ci vedo di nuovo. «Sto bene.» riesco a mormorare, ma non è vero.
«Allontanatevi!» grida Brock alla folla di persone intorno. «Aria, per la
miseria, fate spazio!». Poi si volta di nuovo verso di me, mi afferra per le
spalle. «Respira.» mi dice. «Cerca di stare calma. Ho chiamato l’ambulanza,
sarà qui tra poco.»
Annuisco. Ancora non sto piangendo. Non ci riesco.
Brock mi lascia andare con cautela, forse temendo che appena lo farà sverrò
davvero. Non credo di stare per svenire ora. Trovo la mano di Ash e la stringo.
Non ho più il coraggio di chinarmi su di lui per controllare se respiri,
continuo solo a stringere la sua mano. I minuti che passano prima che
l’ambulanza arrivi davvero sembrano durare ore.
*
Non sono io quella che si alza in piedi di scatto, quando la porta dall’altro
lato della stanza si apre.
Mi aggrappo alla sedia, stringendo le dita attorno al sedile finché la
pressione contro il bordo di plastica arancione diventa quasi dolorosa. Ho
l’impressione che se lasciassi andare la sala d’attesa inizierebbe a girarmi
intorno.
È Brock quello che si alza, e va incontro alla dottoressa che si è appena
accostata la porta alle spalle.
Ha i capelli trattenuti all’indietro da una cuffia. Una ciocca le è sfuggita
e le ricade sul collo; vedo che sono biondi. Porta appesa al collo la mascherina
di stoffa azzurra, che si è allontanata dal viso.
È tutto così spaventosamente reale, così spaventosamente presente, che devo
continuare a tenermi alla sedia per essere sicura di essere veramente qui. Mi
sento l’unica cosa non reale in tutta la stanza.
«Come sta?» domanda Brock.
La dottoressa guarda lui e poi me.
«Siete suoi familiari?»
Scuoto la testa e provo a rispondere, ma quel “no” rimane solo nella mia
testa. La voce non vuole di nuovo saperne di farsi sentire.
Risponde Brock.
«Amici.»
La dottoressa scuote appena la testa. «Allora non posso darvi informazioni
specifiche sulle sue condizioni, sono spiacente… c’è qualche familiare con
cui possiamo metterci in contatto?»
«Ho chiamato sua madre, sta venendo qui.» dice Brock. «Ma la prego… non può
dirci neppure se–»
«È vivo almeno?» quasi non mi accorgo di parlare e le parole risuonano
lontane, distanti, come se non le avessi pronunciate io. «Può dirci almeno
questo?»
«È vivo.» risponde la dottoressa. «E stabile, per il momento. Non posso
dirvi di più, mi dispiace.»
Lascio andare la sedia, lentamente. Ho le dita intorpidite.
Mi alzo piano e Brock mi afferra per un gomito, sostenendomi leggermente.
«Non possiamo neppure vederlo…?»
La dottoressa bionda scuote la testa. «In questo momento si trova in
rianimazione. Non ha ancora ripreso conoscenza.»
Vorrei dire altro, vorrei dire che voglio solo tenergli la mano e che mi limiterò
a starmene in un angolo senza dare fastidio, ma tutto quello che vorrei dire mi
rimane bloccato in fondo alla gola. Abbasso la testa, pensando che adesso
scoppierò davvero a piangere, e invece niente. È assurdo. Ash è da qualche
parte oltre la porta dietro alle spalle della dottoressa e tutto quello che so
di lui è che per il momento è stabile, e io non riesco a versare
neppure una lacrima.
«Può… mandare qualcuno ad avvertirci quando riprenderà i sensi?» domanda
Brock.
La dottoressa annuisce. Si avvicina di un mezzo passo, poi si ferma. Sembra
preoccupata per me.
«Forse dovresti sederti per qualche minuto.»
Non so come dirle che adesso sto bene. Non so come dirlo neppure a Brock, che
continua a tenermi la mano sul braccio.
Non so come spiegare che semplicemente non riesco a fare nulla, non riesco a
reagire. Ho sempre creduto che se mai mi fossi trovata in una situazione del
genere avrei avuto la prontezza di spirito di agire e invece non riesco neppure
a domandare come sta Ash.
Scuoto la testa, piano.
Di più non riesco a fare.
*
L’infermiere che viene a dirci che Ash ha ripreso i sensi è un ragazzo
giovane. Non può avere più di ventiquattro anni. Ci dice che Ash è sveglio, e
che le sue condizioni sono stabili; ci domanda se vogliamo entrare per qualche
minuto. Io rimango a guardarlo, senza riuscire a dire niente, perché quando
l’ho visto venire verso di noi per un momento ho creduto che venisse a dirci
che c’era stata una complicazione dell’intervento, o che Ash aveva avuto una
crisi cardiaca improvvisa. Ora ricordo che Brock aveva chiesto alla dottoressa
bionda di mandare qualcuno ad avvisarci quando si fosse svegliato. Mi sento
stupida.
Brock annuisce, e quando l’infermiere ci fa cenno di seguirlo mi aiuta ad
alzarmi. Ho le gambe intorpidite, sono rimasta seduta qui per ore.
«Te la senti…?» mi domanda Brock. Io annuisco e non mi muovo finché non
toglie il braccio che ha attorno alla mia vita.
Non c’è molta strada da percorrere, per arrivare da Ash. Nessun interminabile
corridoio bianco, di quelli che inevitabilmente ci sono nei libri o nei telefilm
che parlano di medicina. Non ci vogliono più di un paio di minuti, e quando
l’infermiere si ferma e si volta verso di noi io ho l’impressione di
ricevere un pugno all’altezza dello stomaco, e all’improvviso non sono più
sicura di voler entrare.
«È sotto l’effetto di un sedativo leggero.» ci avverte l’infermiere. «Potrebbe
non essere del tutto presente. È normale, non preoccupatevi.»
Dice qualcos’altro, ma non lo ascolto. C’è una finestra che collega la
stanza al corridoio in cui ci troviamo e io sbircio fra le strisce della tenda,
appoggiando le mani sul vetro. In quel poco che riesco a vedere, Ash è una
sagoma incredibilmente piccola avvolta dalle lenzuola. Ha la testa voltata
dall’altra parte e vedo solo la massa arruffata dei suoi capelli scuri.
Sussulto quando Brock mi appoggia una mano sulla spalla.
«Vuoi entrare?»
Annuisco, ma quando oltrepasso la porta non so bene cosa fare. Rimango impalata
appena oltre la soglia, finché Ash ci sente e volta appena la testa verso di
noi. Vorrei correre subito da lui, ma non ci riesco. Rimango dove sono, con le
mani strette al petto e i piedi di nuovo incollati a terra. Solo quando Ash mi
guarda e mormora il mio nome, e Brock mi stringe per un momento la mano attorno
ad una spalla, riesco a riscuotermi e a raggiungere il letto.
«Ash.» dico, piano. Mi trema la voce. «Sono qui.»
Gli prendo la mano e lui la stringe debolmente. Penso a quello che
l’infermiere ha detto riguardo al sedativo e ora capisco. Ash sembra faticare
a tenere gli occhi aperti. Se questa fosse la scena di un film, immagino che
adesso mi piegherei verso il letto e gli accarezzerei i capelli, e proverei a
tranquillizzarlo dicendogli che va tutto bene. Ma è tutto così incredibilmente
reale e riesco solo a rimanere qui in piedi, rigida, a desiderare di essere
fuori da questa stanza, fuori da tutto questo bianco e dai ronzii e bip sommessi
dei macchinari.
«Come stai…?» gli domando.
«Non lo so.» mormora Ash. La sua voce è appena un sussurro e io non so più
cosa dire, mi sembra tutto fuori luogo. Io stessa mi sento fuori luogo qui.
Mi viene in aiuto Brock. «Ho chiamato tua mamma.» dice. «Sta venendo qui.»
Ash si volta verso di lui.
«Era… preoccupata?» domanda, con la poca voce che ha. «Non voglio che si
spaventi… non…»
«Non ci pensare adesso.» dice Brock. «Riposati. Tua mamma sarà qui fra poco,
ormai dovrebbe essere a non più di mezz’ora da Ecruteak. Se dovesse tardare
la chiamerò sul cellulare per tranquillizzarla.»
Io mi sento male. Non ce la faccio a vedere Ash così. Guardo i macchinari
attorno al suo letto e provo una stretta allo stomaco immaginando la sottile
linea verde che disegna picchi regolari sui monitor farsi di colpo piatta.
Ash mi stringe più forte la mano per un momento. Io mi volto.
«Misty…?»
«Che c’è?»
Lui per un momento non dice nulla. Lo guardo negli occhi e vedo che ha paura.
Non ho bisogno che a dirmelo sia lui o il modo in cui la sua voce trema. Lo vedo.
Esita ancora, poi stringe di nuovo la mia mano, quasi aggrappandocisi. «Le…
le mie gambe…» si ferma, e ci impiega ancora di più a riprendere. «Sono
rotte…?»
Io volto la testa e seguo con lo sguardo la sagoma delle sue gambe sotto le
lenzuola. Non vedo sagome di ingessature o altro e la stretta allo stomaco di
prima torna, molto più forte. Guardo Brock e lui guarda me, con quella che
dev’essere esattamente la stessa identica espressione che ho io. Guardo di
nuovo Ash.
«Non lo so…»
Ash serra le labbra. Ora ha gli occhi lucidi.
Quando parla di nuovo la sua voce trema ancora di più.
«Non… non riesco a muoverle… non riesco a sentirle…»
Non ce la faccio. Non posso.
Mi odio, e mentre gli lascio la mano penso che avrei dovuto finirci io sotto
quella macchina del cazzo e che se fosse successo lui non si comporterebbe come
mi sto comportando io ora, ma lo faccio lo stesso e mi allontano dal letto come
se mi mancasse l’aria. E mi manca davvero, come se un macigno da chissà
quante tonnellate mi pesasse sul petto. Brock mi viene in soccorso di nuovo, ed
è lui a chinarsi al capezzale di Ash e a poggiargli una mano sulla spalla. È
lui che gli dice “va tutto bene”, come avrei dovuto fare io.
«I medici non hanno voluto dirci nulla di specifico su come stai.» dice. «Parleranno
con tua madre appena arriverà. Sono certo che andrà tutto a posto, ora
riposati e basta.»
Ash non guarda lui. Guarda me. Io tengo lo sguardo fisso sul pavimento, ferma
accanto alla porta. Sussulto quando sento qualcuno avvicinarsi.
È la dottoressa, e con lei c’è Delia. Si fermano in corridoio, appena fuori
dalla porta. Ash e Brock probabilmente non riescono a sentire quello che la
dottoressa sta dicendo, ma io si.
«…Non è in pericolo. L’intervento per arrestare l’emorragia interna è
andato bene… ma vede… suo figlio ha riportato una lesione spinale abbastanza
grave. Al momento non posso dirlo con certezza, ma deve sapere… che purtroppo
c’è la possibilità che possa non tornare mai più a camminare.»
Non riesco a sentire la risposta di Delia.
C’è la possibilità che possa non tornare mai più a camminare.
Non riesco a sentire niente.
C’è la possibilità…
Brock incrocia il mio sguardo.
«Misty? Va tutto bene…?!»
Io scuoto la testa, ma non posso dire nulla, perché mi sta guardando anche Ash.
Delia entra nella stanza, seguita dalla dottoressa bionda che rimane sulla porta
mentre lei corre dal figlio. Brock si allontana per lasciarle spazio e si dirige
verso di me.
«Misty, cosa…?»
Scuoto la testa e basta.
*
Delia non ha detto nulla ad Ash, né ha voluto che io o Brock ci lasciassimo
sfuggire qualcosa.
È comprensibile; vuole aspettare che Ash sia in condizione di accettare la
realtà. Capisco che voglia questo, ma tutta la comprensione di questo mondo non
mi dice come devo comportarmi quando Ash si aggrappa alla mia mano quasi
facendomi male e mi domanda perché non riesce a sentire le gambe.
Due giorni dopo l’intervento Ash non sta ancora bene, ma sta meglio ed
è abbastanza lucido da poter sostenere una conversazione. Sono in piedi accanto
alla porta mentre la dottoressa bionda – Anna Shepard, così si chiama – gli
dice che nell’incidente ha riportato una frattura alla colonna vertebrale e
che ci sono poche possibilità che possa tornare a camminare. Delia è seduta
accanto al letto e gli tiene una mano, e io vedo che quella di Ash trema. Brock
è in piedi accanto a me. Vorrei che mi tenesse una mano sulla spalla, ma non lo
fa.
Poi penso che la persona che davvero avrebbe bisogno che io fossi lì a tenergli
una mano sulla spalla è Ash, e che io non sono lì.
La dottoressa Shepard finisce di parlare. Ash non dice niente. Vedo il suo
sguardo perdersi, e vedo che ha gli occhi pieni di lacrime.
Delia gli accarezza la mano.
«Tesoro…»
Lui scuote la testa. Vedo che sta per piangere, e certamente lo vede anche sua
madre, ma lui alza comunque gli occhi e si sforza di stirare le labbra in quello
che vorrebbe essere un sorriso, senza riuscirci molto bene.
«Va… va tutto bene.» dice. Anche la sua voce trema. «Ha detto… poche
possibilità. Non significa nessuna. Posso farcela.»
Sembra crederci almeno un po’, mentre lo dice. Ma dopo, quando Delia esce
dalla stanza per parlare con la dottoressa, Ash abbassa la testa e un singhiozzo
gli scuote le spalle. Brock mi guarda, ed è ovvio che si aspetta che io vada da
lui, ma quando raggiungo il letto e mi siedo sulla scomoda sedia di plastica
arancione di nuovo mi ritrovo a non sapere cosa fare.
Senza neppure sapere cosa sto facendo tendo lentamente la mano e gliela appoggio
su una gamba. Ash scuote la testa.
«Non la sento.» dice. Ora sta piangendo davvero. «Non riesco… n-non riesco
a sentirla…»
E io la ritiro di scatto, quella mano. Prendo la sua e Ash me la stringe. Sono
talmente a disagio, talmente a corto di cose da fare e frasi da dire, che vorrei
alzarmi e andarmene. Ma Ash continua a stringere la mia mano ed è come se mi
dicesse rimani.
E io penso che se lui può sopportare tutto quanto, io posso fare almeno questo.
Posso rimanere.
*
Non ho più visto Ash piangere.
Dice che va tutto bene, e che riuscirà a rimettersi in piedi, perché non è
tipo da lasciare che una stupida automobile lo costringa a passare il resto
della sua vita su una sedia, lui; e mentre lo dice di solito sorride, ma non
sono mai sorrisi veri. Io lo conosco bene, e so che questi scialbi incurvarsi di
labbra sono ben lontani dall’essere sorrisi sinceri. Qualche volta gli vedo
gli occhi lucidi, e una volta ho passato la notte nella sua stanza, e l’ansito
secco di un singhiozzo mi ha svegliata dal dormiveglia in cui stavo scivolando,
ma quando ho tirato su la testa lui era voltato dall’altra parte e dormiva o
fingeva di dormire.
Ma piangere davvero, non l’ho più visto.
Neppure quando qualcuno deve aiutarlo a passare dal letto alla sedia a rotelle,
per sottoporsi a sedute di riabilitazione che sembrano inutili.
Neppure quando non c’è nessuno con lui, e non sa che io sono qui, appena
fuori dalla porta, e lo vedo, ma mi manca il coraggio di entrare perché
inevitabilmente la conversazione si riduce a “come stai?” “sto bene”, e
nell’imbarazzante silenzio che segue io non riesco a non guardare le sagome
delle gambe che non può più muovere sotto le lenzuola.
Oggi tornerà a casa.
Vado con lui, anche se non sono sicura che lui lo voglia davvero, né di volerlo
io.
Ho paura che pianga, quando Delia spinge la sedia a rotelle oltre la porta. Io
sono dietro. Seguo Delia e non so bene cosa fare con le mani, continuo a
torcermele e a tormentarmi le dita.
Ash non piange. Si guarda intorno un po’ come se fosse sollevato di trovarsi
in un luogo familiare e un po’ come se non riconoscesse nulla di quello che ha
intorno.
Il suo sguardo si ferma sulle scale e io mi ricordo che la sua stanza è al
piano di sopra. Guardo le scale e guardo la sedia a rotelle.
Delia se ne accorge.
«Ho sistemato le tue cose nella stanza degli ospiti al piano terra.» dice ad
Ash. Lui annuisce, con lo sguardo fisso a terra.
«Vorrei… andare nella mia stanza allora.» dice. Delia fa cenno di sì, ma
quando cerca di spingere la sedia Ash blocca le ruote con le mani.
«Posso fare da solo.»
Delia lascia la sedia, serrando le labbra come per fissare il rossetto. Ash
afferra di nuovo le ruote e spinge la sedia in direzione della stanza degli
ospiti che ora è la sua stanza. Delia mi guarda, e so che vuole che vada con
lui, così lo seguo rimanendo un po’ indietro. Ci sono altri cambiamenti,
noto. C’è una rampa di metallo dove un tempo c’era un gradino a separare
l’anticamera dal resto della casa. Un piano inclinato che rende possibile il
passaggio ad una persona su una sedia a rotelle.
Il rumore che fanno le suole delle scarpe da ginnastica contro quella lastra di
metallo mi sembra più fuori posto che mai.
Ash si ferma sulla soglia. Io mi fermo dietro di lui. Provo ad appoggiargli una
mano sulla spalla, ma stavolta è lui a ritrarsi. Spinge la sedia fino al letto
e io lo raggiungo.
«Aspetta, ti aiuto…»
«Ce la faccio.» risponde lui brusco.
Non oso provare a sostenerlo mentre lui faticosamente passa dalla sedia a
rotelle al letto.
Alza lo sguardo verso di me, solo per un istante. Poi lo abbassa di nuovo.
«Vorrei… rimanere da solo per un po’.» dice. «Se non ti dispiace.»
Scuoto la testa. «Non mi dispiace.» dico.
Non è vero. Ma esco comunque, esitando per qualche momento sulla porta.
Non ho mai pianto nemmeno io. Brock una volta mi ha detto che quando una persona
non piange, o non gli importa niente oppure è semplicemente troppo triste.
«Mi ha chiesto di lasciarlo solo.» dico a Delia. Lei annuisce.
Più tardi mi chiede di andare a dirgli che la cena è quasi pronta.
Quando busso Ash non risponde. Mi dico che forse sta dormendo, ed afferro la
maniglia spingendo piano la porta verso l’interno.
Ash è steso sul letto, con la testa voltata dall’altra parte. Forse sta
veramente dormendo. Mi avvicino più silenziosamente che posso, per non
svegliarlo.
Non sta dormendo. Quando tendo una mano e gli sfioro una spalla, lui si ritrae
di scatto ed un singhiozzo secco, doloroso, gli sfugge dalle labbra serrate.
«Ash.» dico. Lui non risponde.
Esito, poi mi siedo sul letto accanto a lui. Dovrei essere qui per dirgli che la
cena è in tavola, ma non ha senso e non so cosa dire. Mi ci vuole un po’, ma
alla fine riesco a trovare il coraggio di tendere una mano verso di lui, e
accarezzargli i capelli.
Lui si lascia sfuggire un altro singhiozzo. Poi un altro, e un altro ancora.
«Non ce la faccio.» dice. «Io… non ce la faccio…»
E all’improvviso mi rendo conto che ora ho gli occhi pieni di lacrime
anch’io.
ti prego dimmi che…
combatterai insieme a me…
«Puoi.» dico. Stringo sulla sua spalla la mano con cui gli accarezzavo i
capelli. «Puoi farcela. »
Lui si volta verso di me. Ha gli occhi pieni di lacrime e trattiene a stento i
singhiozzi; riesce a trattenersi sì e no una manciata di secondi, prima di
scoppiare a piangere di nuovo.
E io non penso a quello che sto facendo, non più. So solo che mi chino verso di
lui e lo abbraccio. È un abbraccio goffo, ed è goffo il modo in cui gli
accarezzo la schiena mentre lui singhiozza, ma non mi respinge.
«Puoi.» gli ripeto. «Combatti, Ash…»
Lo sento scuotere la testa, aggrappandosi a me.
«Non ci riesco.»
«Sì che ci riesci.» dico io. Lui singhiozza più forte. Aspetto che si calmi,
continuando ad accarezzargli la schiena, continuando a tenerlo stretto.
«Combatti.» gli ripeto, quando i suoi singhiozzi si fanno meno violenti, meno
dolorosi. Quando non ho più l’impressione che ogni spasmo possa mandare in
pezzi il corpo troppo esile – e Dio, non mi ero mai resa veramente conto di
quanto lo fosse – che stringo fra le braccia. «Lo so che lo puoi fare.»
Lui per qualche minuto non dice nulla. Poi alza la testa. Ha ancora gli occhi
lucidi e i segni delle lacrime sul viso, e quando parla la sua voce trema.
«Tu… combatterai con me…?»
Ho gli occhi pieni di lacrime anch’io.
Annuisco, e continuo a tenerlo stretto finché non si calma del tutto, anche se
ci mette un po’.
nella buona sorte e nelle avversità…