FEINT


Non so cosa risponderei adesso, se qualcuno mi domandasse adesso se sono felice.
Di sicuro, se qualche anno fa avessi provato a guardare avanti e immaginare il mio futuro, non è questo quello che avrei visto. Non so bene cosa avrei visto, in realtà; qualche anno fa il futuro per me era ancora una strada infinita da percorrere senza sapere cosa l’indomani avrebbe portato; e l’ostacolo – se vogliamo chiamarlo così – che prima o poi avrei incontrato, e contro il quale sarei andato a sbattere con tanta violenza da uscirne barcollante e stordito non potevo immaginarlo.
Né avrei potuto immaginare che ci sarebbe stata una persona ad aiutarmi a rimettermi in piedi, e che quella persona mi sarebbe rimasta accanto anche dopo, forse per essere sicura che non cadessi di nuovo.
E ora che è lontano sulla strada che mi sono lasciato alle spalle, quel dolore tremendo che salutò e distrusse i miei quindici anni, non so decidere se la serenità di adesso possa davvero definirsi felicità, o se la felicità vera è rimasta indietro, da qualche parte su quella strada.
Misty se n’è andata in una giornata che era un po’ come questa, una giornata grigia e piovosa, di inizio autunno. E ora che ne sono passati sette, di anni, lei ne ha ancora soltanto quindici; io sto per compierne ventidue, e sono un uomo che lei non ha mai conosciuto. Così come lei, se fosse vissuta, oggi sarebbe una donna che forse non riconoscerei neppure, o che saluterei appena, se mi capitasse di incontrarla; perché da quando le nostre strade erano una sola è passato troppo tempo.
È un’altra, adesso, la persona che percorre con me questa strada, o quel che ne è rimasto. E non so immaginare se sarebbe così anche se quel giorno di sette anni fa non ci fosse mai stato.
Vera si volta nel sonno, appoggia la testa contro il mio petto con un sospiro leggero.
Non so se quella che sto vivendo sia la vita che volevo, o solo un’imitazione. Qualche volta penso di essere felice, penso che quell’ostacolo è davvero rimasto indietro. E poi mi dico che se ricordo quella giornata di pioggia, se ricordo il verde dei suoi occhi e la violenza dell’impatto contro quell’ostacolo, allora non posso davvero parlare di un punto fermo.
Anche se questa è solo un’imitazione scialba di ciò che avrebbe dovuto essere, però, voglio viverla. Perché lei, che sette anni fa quella strada ce l’aveva davanti come me, non l’ha potuta percorrere perché la vita le è stata portata via prima. E non voglio che arrivi un giorno in cui mi renderò conto che è troppo tardi, e che la possibilità che avevo di vivere l’ho buttata via senza neppure rendermene conto, perché non sapevo di che farmene.
E se Vera vorrà continuare a percorrerla con me, questa strada, non mi fermerò lasciandola andare avanti sola.

*

I miei ricordi di quella sera sono chiari come pochi altri, nonostante gli anni trascorsi.
Quando il telefono squilla non ho idea di cosa mi aspetta. Nessun presentimento, nessun preavviso, niente che mi dica che è solo questione di istanti prima che tutte quelle che ritenevo certezze mi si sbriciolino fra le dita. Non mi aiuta neppure il numero, che non è uno di quelli che ho in memoria nel cellulare.
«Pronto?»
All’altro capo del filo c’è un secondo di silenzio. È quello che viene dopo, un singhiozzo malamente trattenuto e poi la voce che all’inizio non riconosco, a farmi fermare di colpo lì dove mi trovo, a metà di un passo.
«…Ash? Sono Daisy… la sorella di Misty… ho… trovato il tuo numero sulla sua agenda…»
«Daisy?» ripeto. Non capisco perché mai dovrebbe chiamarmi. O forse una parte di me lo capisce, ed è per questo che non voglio provare a immaginarlo. «Cosa c’è?»
Per qualche istante ancora c’è silenzio, un silenzio che in realtà è fatto di singhiozzi soffocati, di parole smozzicate che non riesco ad afferrare e che mi irritano, quasi, perché è successo qualcosa, lo so, e non riesco a capire cosa. Poi capisco “Misty” e la mano mi si serra quasi convulsamente sul telefono.
«Daisy, non capisco. Cosa succede?»
«Misty.» ripete lei. Appena un po’ più forte. «Era da sola nella palestra quando è stata aggredita da… non so… una specie di… di banda, o qualcosa del genere…»
Io scuoto la testa, mi rifiuto di capire dove voglia arrivare.
«Ma… sta bene, vero? Adesso sta bene?»
«È in ospedale.» bisbiglia Daisy. «È rimasta per molti minuti intrappolata sott’acqua… i medici hanno detto…»
Si ferma. La sua voce si affievolisce sulle ultime sillabe fino a spegnersi.
«Cosa?» lo urlo quasi senza rendermene conto. «I medici hanno detto cosa?»
Silenzio. Un altro singhiozzo.
«…che non ha praticamente possibilità di riprendersi…»
Ora sono io che non riesco a parlare. Ci provo, ma le parole non vengono fuori, rimangono bloccate in fondo alla gola. Non viene fuori neanche il respiro e all’improvviso ho l’impressione che le pareti mi si stiano chiudendo addosso. Devo aggrapparmi alla prima cosa che trovo – il bordo del tavolo – e neanche così sono sicuro di non svenire.
«Vieni.» mormora Daisy. «Se puoi, ti prego vieni a Cerulean… il prima possibile.»
Non dice prima che sia troppo tardi, ma il senso di quello che vuole dire è quello. È lì, appena sotto la superficie.
Prima che sia troppo tardi.

Non dico nulla, prima di correre verso la stanza in cui ho lasciato lo zaino e tutto il resto.
Brock prova a fermarmi. «Ash, cosa succede? Dove vai?»
«Devo andare a Cerulean.» ribatto, di fretta. Mi domanda perché, ma non posso fermarmi a rispondere. Non ora.

Riesco a reperire soltanto due biglietti per Cerulean City.
Prendendo il primo treno ci vorranno circa cinque ore per arrivare. Mentre infilo tutto nello zaino alla rinfusa, senza quasi rendermi conto di cosa sto facendo, non riesco ad evitare di domandarmi se cinque ore sono troppe. Sa sarà già troppo tardi, quando arriverò.
«Vengo io con te.» mi dice Vera.
Sul treno lei si siede e io rimango in piedi nella corsia al centro dello scompartimento. Provo a stare seduto e non ci riesco, ho bisogno di muovermi, ho bisogno di respirare, perché l’aria qui dentro mi pare che non ci sia e a stare fermo non ci riesco. Devo fare qualcosa. Mi sembra di essere sul punto di impazzire.
Vera guarda fuori dal finestrino, con le labbra serrate e gli occhi appena lucidi di lacrime.
«Prova a calmarti.» mormora, quando le passo accanto per l’ennesima volta.
«Non posso calmarmi.» ribatto. E intanto penso non ha praticamente possibilità di riprendersi. Penso che è successo, e che io non ero lì.
Penso che adesso o fra un minuto potrebbe essere già troppo tardi, e io potrei non essere lì comunque.

La telefonata che aspettavo e temevo arriva mentre siamo ancora in treno, a poco più di una cinquantina di chilometri da Cerulean.
Non ci penso davvero, quando vedo il nome Daisy lampeggiare sul display del cellulare. Non ancora. Non ci penso nemmeno mentre rispondo.
«Dimmi.»
I secondi di silenzio che seguono, prima che riesca a trovare la forza di parlare, mi dicono tutto.

[all that remains is just a feint of what was meant to be]

Non fa niente di drammatico, Ash, dopo aver messo giù il telefono.
Non scoppia in un pianto disperato e implacabile. Rimane semplicemente a guardare il vuoto, con la mano in cui tiene il cellulare ancora sospesa a mezz’aria, e sul viso l’espressione di chi non sa dove si trova; ma capisco lo stesso. Capisco che da quello che Daisy gli ha detto non c’è ritorno.
Non so cosa fare, vorrei alzarmi e appoggiargli una mano sulla spalla ma non riesco neppure ad obbligare le mie gambe a muoversi. Ho l’impressione di non aver respirato nemmeno per tutta la durata dei minuti che passano prima che Ash alzi gli occhi verso di me. Ha uno sguardo talmente perso che devo alzarmi e abbracciarlo per essere sicura che non vada in pezzi davanti ai miei occhi.
Per un momento rimane immobile, si irrigidisce nel mio abbraccio, quasi respingendomi. Poi mi si abbandona contro.
«È morta.» è tutto ciò che riesce a dire. C’è solo incredulità in quelle due parole. «È…»
Il pianto si fa strada nella sua voce e io lo stringo più forte, perché non voglio sentire, non voglio che vada avanti.
Non piange, e io penso che non ci riesce. Che non se n’è reso conto, che non vuole rendersene conto, ancora.
Si appoggia a me come se non avesse forze e devo farlo sedere, perché non ce la faccio a tenerlo. Rimane immobile, a guardare davanti a sé senza dare l’impressione di vedere nulla.
Quando il treno si ferma devo prenderlo per una spalla e scuoterlo perché reagisca.
«Ash.» mormoro. La mia voce suona strana, incerta. Non sembra neanche la mia. «Ci siamo. Siamo arrivati.»

Non c’è più nessuno da cui arrivare, in realtà.
Davanti all’ospedale Ash si ferma. Sembra che non respiri neppure. È qui in piedi immobile e sembra sul punto di crollare.
Gli prendo la mano e lui stringe la mia con forza, in modo quasi convulso.
«Non dobbiamo andare per forza se non vuoi.» mormoro.
Lui continua a guardare l’ingresso dell’ospedale. Poi scuote appena la testa. Prende fiato, un respiro profondo e tremante, che somiglia a un singhiozzo.
«Voglio.» sussurra, e io vorrei poter fare qualcosa, qualunque cosa. Perché se ne sta in piedi qui accanto a me come se il terreno sotto di lui si stesse sfaldando e ho quasi paura che da un momento all’altro possa cadere a pezzi anche lui, sbriciolarsi davanti ai miei occhi.
Dentro, sono io che parlo con la donna all’accettazione. Ash non ce la fa.
Ci accompagna in una sala d’attesa, dove troviamo quella che immagino sia una delle sorelle di Misty, anche se non le somiglia granché. È bionda, e in questo momento spaventosamente pallida.
Io tengo un braccio attorno alla schiena di Ash, per essere pronta ad afferrarlo in caso dovesse cadere.
«Daisy.» dice in un sussurro e la ragazza bionda seduta su una delle sedie di plastica a torcersi le mani alza gli occhi, lo guarda.
«Non ce l’ha fatta.» bisbiglia. Poi scuote la testa, cerca di rimettere insieme i pezzi, almeno per qualche secondo. «Non… non avrei dovuto chiederti di venire…»
Lui fa cenno di no, appena. Prova a dire qualcosa e non ci riesce. Io continuo a tenerlo, perché ho sempre più paura di vederlo cedere da un momento all’altro.
«Non…» si volta di scatto, portando una mano davanti alla bocca e piegandosi in due. «Credo d-di non sentirmi bene…»
Riesco ad individuare un bagno e a portarcelo appena un attimo prima che dia di stomaco. Gli rimango accanto finché non si accascia tremante contro la tazza del water, appoggiando la fronte al bordo di porcellana.
«Meglio…?» domando, piano, accarezzandogli la schiena.
Lui annuisce appena.
Devo aiutarlo ad alzarsi, dopo. Non mi dice tienimi, ma non ce n’è bisogno. È il modo in cui si appoggia a me, e tutto il suo corpo si abbandona sul mio, a dirmelo al suo posto.

Non torniamo a Hoenn. Brock e Max ci raggiungeranno qui domani. Non credo che Ash abbia la forza di rimettersi in viaggio ora. Aspetta seduto su una delle sedie grigie dell’ospedale, con lo sguardo perso nel vuoto, mentre io parlo al telefono con Brock e gli chiedo di venire.
Per stasera ci ospitano le sorelle di Misty. Nella camera degli ospiti c’è un solo letto, e lo lascio ad Ash, accontentandomi di dormire nel sacco a pelo. La stanza di Misty non ha il coraggio di toccarla nessuno.
Ash si rannicchia sotto le lenzuola come se avesse intenzione di non uscirne mai più. Per buona parte della notte lo sento rigirarsi, raggomitolarsi di nuovo, cercare di trattenere i singhiozzi; e non riesco a prendere sonno neanch’io.
Il mattino dopo però lo trovo in piedi prima di me. Quando apro gli occhi lo vedo affaccendarsi attorno al letto che durante la notte ha ridotto ad un campo di battaglia, quasi accanendosi sulle lenzuola da sistemare.
«Ash.» mormoro, assonnata. Lui non mi ascolta. «Lascia stare, posso mettere a posto io dopo.»
Non si volta nemmeno. Solo quando il cuscino gli sfugge di mano crolla, e vedo la sua schiena scossa dai singhiozzi mentre si china per raccoglierlo e non si rialza.
«Devo fare qualcosa.» dice. «Perché se mi fermo… e mi ricordo che lei non c’è…»
Io non so cosa dire. Così non dico nulla, mi limito ad alzarmi e andare ad abbracciarlo. Lui non ricambia, ma neanche mi respinge.
Rimaniamo così per un po’, finché non riesce a smettere di piangere.

Ad Ash ci vuole un po’, prima di riuscire almeno a fingere di stare bene.
Passano giorni prima che lo veda provare ad accennare un sorriso.
E passano giorni, e ancora non riesce a parlare di lei al passato. Quando parla di lei, di tanto in tanto ancora gli sfugge qualche “è”, che lo obbliga a fermarsi a metà frase e a mormorare un “era” che mi spezza il cuore per il modo in cui lo pronuncia, come se ogni volta dovesse realizzare di nuovo che è successo, che è là dietro; e lei è non c’è più.
Due settimane dopo torniamo a Hoenn. Siamo stati a Pallet, nel frattempo, ospiti a casa di Delia, perché Ash ha detto di voler andare a casa. Ora, mentre saliamo sul treno che ci riporterà a Brunifoglia, non sono ancora sicura che sia pronto a rimettersi in viaggio. Si siede di fianco al finestrino e rimane silenzioso per tutto il viaggio, guardando fuori senza dare l’impressione che la sua attenzione si concentri su qualcosa.
Più o meno a metà strada gli sfioro una spalla, appena, e lui si volta e mi guarda per un istante prima di abbassare gli occhi.
«Ehi.» sussurro. «Come stai?»
Lui scrolla le spalle. «Bene.» mormora, continuando a guardare per terra.
E io so che non è vero.
E se da una parte vorrei domandargli chi cerca di prendere in giro, e dirgli che basta guardarlo per capire che non sta bene, dall’altra mi limito a stringere la mano sulla sua spalla, e rimanergli accanto.

Non c’è un momento preciso in cui le cose tra me e lui cambiano.
Non c’è un istante, un vetro che si infrange permettendo a me o lui di passare dall’altra parte. Forse una barriera fra me e lui non c’è mai stata.
Succede poco alla volta, piano, tanto che non me ne accorgo.
Una sera – circa una settimana e mezzo più tardi – lo vedo allontanarsi e gli vado dietro anche se non dovrei e anche se Brock mi dice che probabilmente vuole rimanere solo. Lo trovo seduto sulla riva di un ruscello che attraversa il bosco, con la schiena scossa dai singhiozzi. Quando si accorge di me si affretta a tirare su col naso e ad asciugarsi gli occhi.
«Sto bene.» sussurra incerto. «Non sto piangendo.»
Mi accovaccio vicino a lui, accennando un sorriso. «Va tutto bene.» lo rassicuro. «Piangi pure se vuoi.»
Lui rimane per un po’ in silenzio, asciugandosi gli occhi di nuovo.
«È che… mi è venuto in mente che l’ultima volta che ci siamo sentiti mi aveva detto di chiamarla più spesso… e mi ero ripromesso di farlo, ma…»
Si ferma, perché non può continuare senza iniziare a piangere un’altra volta. Deve serrare le labbra con forza per riuscire a ricacciare indietro i singhiozzi.
«Se l’avessi saputo non… non avrei… sprecato così il tempo che rimaneva…»
«Non potevi saperlo.» dico io.
Si stringe nelle spalle, appena.
Non so cos’altro dire. Rimane in silenzio anche lui, abbracciandosi le ginocchia come se volesse avvolgersi in se stesso e annullarsi; ed è già così esile che quasi ci riesce. Così gli circondo la schiena con un braccio e lo tiro un pochino verso di me, giusto per essere sicura che non sparisca davvero.
Forse c’è qualcosa di adatto da dire, in momenti come questo; se c’è, però, io non so cosa sia.
Quindi mi limito a stringerlo, quando lo sento tremare appena.
«Sei forte.» mormoro alla fine, anche se in questo momento non lo sembra. «Vai avanti anche per lei, Ash. Puoi.»
Non risponde, ma lo sento annuire leggermente, piano.
Non sto pensando a nulla in particolare, e neanche lui, credo.
Così, quando dopo un po’ gli tendo una mano per aiutarlo ad alzarsi e senza preavviso le nostre labbra si sfiorano non so se sono sorpresa quanto lui, o di più.
«Scusa.» esclama un attimo dopo, affrettandosi ad allontanarsi da me e tornando a guardare per terra. «Non…»
«Va tutto bene.» ripeto io, un po’ troppo velocemente. Quando lui si volta e fa per allontanarsi lo afferro per un braccio e lo fermo. «Aspetta. Va tutto bene, sul serio.»
Lui alza gli occhi verso di me. Sono pieni di tristezza, quegli occhi. Ma per un momento mi sembra di scorgerci anche qualcos’altro e all’improvviso capisco.
L’ha lasciata andare. Ha lasciato che si allontanasse, che le loro strade si dividessero; e quando se n’è reso conto era già troppo tardi.
E forse ha paura che possa succedere di nuovo.
Così lo abbraccio, con tutta la forza che ho, perché sappia che non andrò via.

*

Qualche volta Ash è lontano, quando è con me.
Lo sento distante, come se fosse qui solo fisicamente; e neppure stringermi contro di lui lo porta più vicino. So che sono i momenti in cui pensa alla vita come sarebbe potuta essere, e come invece non è.
E forse sbaglio a cercare di riportarlo più vicino a me in quei momenti, ma ho paura che se non lo faccio prima o poi lo perderò del tutto, che se non vado a cercarlo ogni volta prima o poi dimenticherà la strada per tornare indietro. Perché non mi basta, averlo accanto quando la sua mente non c’è. Così cerco di tirarlo indietro e il più delle volte, fra le lenzuola in disordine e i vestiti sul pavimento o nel vago sapore di caffè di un bacio, sento di esserci riuscita.
Forse non è la vita che immaginava, questa. Del resto neppure io, se sette anni fa avessi provato a immaginare il mio futuro, probabilmente avrei visto questo.
Ash si siede vicino a me. «Ehi.» dice, piano. «A che pensi?»
Scrollo le spalle. «A nulla.» mento. Sorrido.
La strada che abbiamo scelto di percorrere ci ha portati qui. E se questa è la vita vera o solo un’imitazione non importa, voglio viverla con lui.