BREAK MY FALL

XIX.

And your world falls down
And you’re there, calling down…

    (Natalie Imbruglia – Left of the middle)

 

Ash stava sognando.

Sognava di Misty, e di mille momenti passati con lei nel – troppo breve – tempo che avevano vissuto insieme. Sognò Misty che si infilava sotto le sue coperte in una notte di temporale e restava dapprima sul lato opposto del letto dandogli le spalle ma poi, quando la stanza veniva illuminata per un istante dalla luce troppo vivida di un lampo e il tuono faceva tremare i vetri, si voltava di scatto con uno strillo e gli si rannicchiava contro, nascondendogli il viso sul petto. Sognò Misty che provava a preparare dei biscotti, con indosso un grembiule di Brock che le andava largo e le arrivava sotto le ginocchia. Si era scottata una mano quella volta, perché aveva bruciato i biscotti e aveva cercato di recuperare la teglia dal forno dimenticandosi il guanto da cucina, e l’aveva guardato con i lucciconi agli occhi e lui le aveva messo la mano sotto l’acqua del rubinetto, dandole della pasticciona e consolandola con un bacio sulla testa.

Sognò Misty che lo teneva perché non cadesse e che gli chiedeva se fosse tutto a posto la prima volta che aveva provato a usare le stampelle e aveva pensato no, non ce la faccio, non voglio. Sognò la sua voce nel walkie-talkie, che gli ripeteva di resistere e che l’avrebbero tirato fuori. Sognò la prima volta che l’aveva baciata, lasciando cadere quelle odiate stampelle mentre si chinava verso di lei.

Sognò Misty con indosso il kimono azzurro da maiko con cui se l’era ritrovata davanti dopo aver provato inutilmente per una settimana a telefonarle a Cerulean City certo che le fosse accaduto qualcosa e sognò Misty che gli dormiva vicino, nel sacco a pelo di fianco al suo, e al mattino spesso la trovava già sveglia a guardarlo dormire. Talvolta lo svegliava lei, a volte con un bacio, e allora si piegava verso di lui e i suoi capelli, che aveva iniziato a farsi crescere, gli accarezzavano il viso. Sognò Misty la prima volta che l’aveva incontrata, che lo tirava fuori dall’acqua con la canna da pesca salvandolo forse dalla morte e gli mollava un ceffone per com’era ridotto Pikachu.

Ash sognava e nello stesso momento in cui, a poche miglia da lì, il cuore di Misty smetteva di battere, i macchinari attorno al suo letto registrarono per la seconda volta un ritmo di fibrillazione che allertò i medici. Tuttavia, il suo cuore non si fermò. Il battito tornò regolare dopo quella breve crisi e mentre le linee verdi sui monitor tornavano a disegnare lenti picchi distanziati e il bip frenetico si acquietava Ash aprì gli occhi per la prima volta da quando aveva perso conoscenza dopo lo sparo. Contemplò il soffitto bianco della stanza d’ospedale per qualche istante, poi li richiuse, addormentandosi.

 

*

 

«Ash…»

Soltanto un sussurro, una sillaba pronunciata in un respiro o poco più, lo sforzo di spremere ancora una volta l’aria fuori dai polmoni il tempo di pronunciare il suo nome. Poi la mano con cui ancora teneva la pistola si strinse sull’impugnatura in un ultimo spasmo che era come il tentativo disperato di tenersi ad un appiglio per non precipitare in un dirupo e tutto il suo corpo tremò una volta sola, e poi non ci fu più niente, solo la mano che si rilassava e le dita che si allentavano e gli occhi che guardavano la macchia di sangue attorno al cadavere di Hun senza vederla.

James la prese per una spalla e la scosse, prima delicatamente, poi più forte, in preda ad un panico crescente sebbene, in fondo, avesse saputo fin dal momento in cui si era inginocchiato al suo fianco che sarebbe stato inutile, che qualunque cosa lo sarebbe stata.

Gli parve, scuotendola, che il suo corpo esile fosse eccessivamente pesante, quasi che la morte vi fosse strisciata dentro come una cosa fisica.

«Misty…? Andiamo ragazzina, non mollare…»

Ma era troppo tardi e lo sapeva. Le prese il polso cercando il battito del suo cuore, senza trovarlo. Allora le appoggiò due dita sulla gola, senza riuscire a staccare gli occhi dai suoi che erano fissi e spenti e immobili e non guardavano niente, e allora lo sentì… due pulsazioni debolissime, irregolari, e poi più nulla.

Poi più nulla.

Qualunque cosa fosse stato sul punto di dire o fare (e credeva, ne era certo, che l’avrebbe scossa di nuovo, perché c’era una parte di lui che non ci credeva ancora nonostante avesse sentito il suo cuore fermarsi) fu spazzata via con la violenza di una mazzata dalla canna della rivoltella che gli si appoggiò in mezzo alle scapole.

Il primo impulso che ebbe fu di provare a sottrarsi catapultandosi in avanti e travolgendo forse il corpo immobile di Misty. Invece rimase dov’era e traendo un lungo respiro disse: «Non farlo.»

E non si stupì troppo di sentire la propria voce, se non proprio ferma come avrebbe voluto, almeno ferma abbastanza da non essere patetica.

L’uomo alle sue spalle non fece fuoco. James si voltò lentamente, vedendo prima il corpo riverso a terra della donna dai capelli grigio-azzurri con la divisa macchiata di sangue e poi l’uomo biondo e massiccio che impugnava la rivoltella. Una delle sue vecchie conoscenze.

«Non farlo, Norman.» ripeté e cercò, senza staccare gli occhi dall’arma puntata su di lui, la mitragliatrice che aveva dato a Misty tastando il pavimento sudicio con la mano. Gli si contorse lo stomaco quando finì con le dita su una chiazza di sangue.

La rivoltella puntata su di lui non si abbassò. James trovò finalmente la mitragliatrice e chiuse le dita sull’impugnatura, sollevandola e imbracciandola senza che la canna della rivoltella, ora puntata alla sua testa, vacillasse o si spostasse di un centimetro. E senza che l’uomo che la impugnava facesse più che contrarre l’indice tozzo sul grilletto, non abbastanza da far partire il colpo. La rivoltella era ridicolmente piccola nella sua mano.

Lo conosceva, aveva avuto a che fare con lui durante il proprio addestramento come recluta del Team Rocket e poi un paio di volte più avanti, quando già era con Jessie e lui faceva invece squadra con un’astiosa ragazza dai capelli azzurri tagliati a caschetto che si faceva chiamare Bonnie. James si domandò vagamente che fine avesse fatto.

Norman arricciò le labbra, mostrando i denti giallastri.

«Perché ora stai dalla loro parte, James?»

«Non ti riguarda.» ringhiò James. Ricaricò la mitragliatrice. «Non costringermi a usarla.»

Non lo costrinse, non proprio. Però neppure abbassò la rivoltella e James fu improvvisamente certo che gli avrebbe permesso di alzarsi e che non appena si fosse chinato per raccogliere da terra il corpo di Misty gli avrebbe piantato quel proiettile nella schiena. Si alzò comunque, ma non si voltò o almeno non del tutto. Accennò il movimento e non vide Norman inclinare il polso per dirigere la traiettoria dell’arma verso il suo cuore perché l’aveva già alle spalle nonostante la cautela con cui si era mosso, ma lo percepì. E allora si voltò di scatto imbracciando la mitragliatrice e fece fuoco prima che la coscienza provasse a fermarlo.

(E, per la miseria, aveva visto i corpi sulle scale, come diavolo aveva fatto Misty a sparare con quella? Non finì a gambe all’aria, ma poco ci mancò che il contraccolpo deviasse la scarica di proiettili verso il pavimento.)

Norman cadde in avanti, accasciandosi sulla rivoltella. James indietreggiò involontariamente di un passo e lì rimase, iniziando a tremare. Misty giaceva dietro di lui morta. James abbassò lentamente le braccia lungo i fianchi e si voltò per chinarsi su di lei. Non poteva prenderla in braccio tenendo anche la mitragliatrice e allora la posò a terra, lasciandola sul pavimento lurido dell’edificio. Probabilmente si sarebbe imbattuto in qualche altro superstite dell’esercito di Hun, era impensabile che gli spari non avessero richiamato nessun altro – anche se non era certo di quanti uomini fossero rimasti – e in tal caso avrebbe dovuto inventarsi qualcosa, e in fretta; ma al momento era giusto quello che stava facendo.

La pistola era scarica, lo seppe prima ancora di raccoglierla. L’aveva restituita a Misty con sei proiettili in canna e sei erano gli spari che aveva sentito. La lasciò dov’era, sotto la mano immobile di Misty.

Gli venne in mente solo in quel momento che c’era la rivoltella di Norman. Si voltò di nuovo e provando un certo orrore fece rotolare il suo corpo imponente su un fianco. Quell’arma era carica e James se la assicurò alla cintura dei calzoni senza preoccuparsi di controllare se avesse una sicura.

Tornò a chinarsi di fiancò a Misty. Ora iniziava a sentire un peso da qualche parte nel petto, un nodo doloroso e indefinito, che si intensificò quando le poggiò di nuovo una mano sulla spalla, stavolta senza l’intenzione di scuoterla. La spalla era ancora calda. Gli occhi guardavano ancora il sangue sul pavimento, i corpi caduti ora e sempre, perché per sempre sarebbe stata l’ultima cosa che avevano visto. James esitò, poi le fece passare con delicatezza una mano sul viso e le chiuse misericordiosamente gli occhi.

Non stava ancora arrivando nessuno. James raddrizzò la schiena e fece passare le braccia sotto al corpo di Misty, sollevandola mentre si alzava. Non era affatto pesante come gli era sembrata prima mentre la scuoteva inutilmente, tutt’altro. Ora gli pareva che il suo corpo fosse troppo leggero.

Il sangue di cui era intriso il retro della sua maglietta gli impregnò i vestiti.

Non poteva uscire da dove era entrato tenendola in braccio. Non trovò subito un’altra uscita, ma quasi. Aveva previsto che avrebbe incontrato molti di loro durante la ricerca e così non fu. Ne incontrò uno solo, un uomo che non conosceva e che si fermò di botto vedendo James con il corpo di Misty in braccio. Era giovane, forse più di James, eppure il ragazzo dai capelli viola non ebbe alcuna remora. Non pensò nemmeno.

«Vai a salutare il tuo Dio.» ringhiò, ed estrasse la rivoltella e ne armò il cane e fece fuoco prima che l’altro potesse attaccarlo. Tenne il corpo di Misty con un solo braccio mentre lo faceva. Pesava così poco che per quel po’ di tempo riuscì a tenerla anche in quel modo.

L’uomo che gli si era parato davanti vacillò, poi si accasciò tenendosi il petto con il sangue che gli gocciolava fra le dita. Riuscì ad estrarre una pistola mentre cadeva, una .22 come quella che aveva avuto Misty, ma non riuscì a tenerla e un tremito violento gliela fece sfuggire di mano prima che potesse far fuoco. James gli pestò il polso con il piede prima che potesse riprenderla.

«Troppo tardi, amico.» disse ancora in un ringhio e fece fuoco di nuovo, stavolta mirando alla testa.

L’uscita che trovò era una piccola porta di servizio dai cardini arrugginiti che non ruotarono finché non appoggiò una spalla contro la superficie della porta e vi scaricò tutto il proprio peso, e quella si aprì con un cigolio iniziale e poi si disincagliò di colpo, rischiando di fargli perdere l’equilibrio. Le scarpe da ginnastica ai piedi di Misty cozzarono contro il suo fianco mentre lo recuperava.

Fuori rimase immobile per un attimo, poi svoltò a sinistra e tornò verso la finestra da cui era entrata Misty prima e da cui lui l’aveva seguita… troppo tardi. Aveva sistemato delle cose in quello scantinato prima di seguirla, e lo sapeva il Cielo se avrebbe voluto non usarle prima e se aveva sperato di non doverlo fare, ma ora lo voleva eccome.

Poggiò a terra il corpo senza vita di Misty, sufficientemente lontano dalla finestra e dall’edificio. La adagiò sull’erba tenendole la nuca con una mano perché non sbattesse la testa. Gli sembrò giusto, per quanto inutile. Quando l’ebbe messa giù le allontanò goffamente i capelli dal viso prima di rialzarsi.

Aveva una scatola di fiammiferi nella tasca dei calzoni. L’aveva preso dal sottosella della moto, come il resto di quello che aveva messo laggiù. Trovò la scatoletta e tornò verso la finestra. Il primo fiammifero non si accese. Il secondo sì, e James lo lanciò attraverso il vetro rotto della finestra seguendo la traiettoria della fiammella nel buio per essere sicuro che cadesse dove voleva lui. Allontanò di scatto la testa quando la benzina di cui aveva impregnato il pavimento di terra battuta si incendiò con una vampata e il calore lo assalì. James si tirò indietro, si voltò e iniziò a correre. Si era allontanato di una ventina di passi quando la miccia che aveva immerso nella benzina prese fuoco e quando ci fu l’esplosione aveva raggiunto il punto in cui aveva lasciato il cadavere di Misty. Sufficientemente lontano.

Si voltò indietro. Una vampata di luce arancione illuminò le finestre e qualche vetro andò in pezzi; poi l’edificio intero si accartocciò come una costruzione di carte da gioco ed implose. James si protesse il viso con un braccio e dovette gettarsi a faccia in giù sull’erba per evitare una maceria infiammata che volò nella sua direzione.

Quando il fracasso si acquietò, l’unico rumore rimasto fu il crepitio delle fiamme che divoravano il poco che restava del capannone in cui Hun aveva a suo tempo radunato la sua organizzazione senza nome. James aveva anche una coperta nel sottosella della moto, vecchia ma pulita. Andò a prenderla, tornò indietro e la posò sul corpo di Misty. La forma che ricoprì era così piccola da stringere il cuore.

 

*

 

Tutto ciò che ami ti sarà portato via.

Vera era sola con Ash quando lui riprese veramente i sensi per la prima volta. Era ancora attaccato al respiratore, e l’unico rumore oltre al bip dei macchinari era il sibilo dell’aria nella mascherina di plastica. Vera sedeva sulla sedia di fianco al letto e teneva una rivista aperta sulle ginocchia, ma quasi non aveva idea di cosa ci fosse scritto nell’articolo che scorreva distrattamente con gli occhi e le parole non avevano nessun senso. Non avevano senso perché la sua mente continuava a tornare a Misty e a quello che le aveva detto, di prendersi cura di Ash, se a lei fosse successo qualcosa. Continuava a pensare a quello e che non era ancora tornata e intanto sfogliava le pagine della rivista con una mano sola, perché l’altra era appoggiata su quella di Ash.

Fu quella mano che lui le strinse, facendola sussultare. Doveva essersi svegliato almeno da qualche istante senza che lei se ne fosse accorta, perché quando voltò di scatto la testa verso il suo viso vide che la guardava. Le aveva stretto la mano per chiamarla.

Lasciò andare la rivista e chiuse entrambe le mani su quella di lui. Non era né calda né fredda e il modo in cui provò a stringere le sue fu debolissimo, poco più di una contrazione, eppure seppe che le stava stringendo le mani con tutte le sue forze.

«Stai tranquillo.» gli disse, senza riuscire ad impedire che le tremasse la voce «Sei in ospedale. Va tutto bene.»

Ash scosse la testa appena appena. C’era qualcosa nei suoi occhi che le disse che non era pienamente cosciente e che da lì a pochi minuti li avrebbe richiusi scivolando nel sonno o in un leggero stato di incoscienza. Per un momento le strinse le mani più forte e Vera vide che muoveva le labbra sotto la mascherina di plastica nel respiratore. Forse sarebbe stato troppo debole per poter veramente parlare anche senza quella, ma l’unica parola che le sue labbra composero non avrebbe potuto essere più chiara.

Misty, aveva detto.

Vera sussultò di nuovo e la rivista le cadde dalle ginocchia. Non riuscì a guardarlo negli occhi mentre gli rispondeva.

«La vedrai presto.» gli disse «Sono sicura che dopo verrà qui. Ora pensa soltanto a riposarti. Non ti sforzare.»

Lui scosse il capo di nuovo, ma già gli occhi stavano iniziando a richiuderglisi. Misty, disse di nuovo il movimento delle sue labbra e ci fu un’altra contrazione quasi impercettibile della sua mano attorno a quelle di Vera, poi chiuse gli occhi. Li riaprì, ma solo a metà, e con fatica.

La ragazzina si morse le labbra in silenzio e liberò una mano per potergli accarezzare i capelli.

«Non può venire ora.» disse «Ma tornerà, vedrai che tornerà. Ora non ci pensare. Dormi.»

Ci vollero pochi istanti perché lui si addormentasse davvero e quando accadde Vera ne fu sollevata anche se fino a pochi minuti prima aveva desiderato che si svegliasse. Attese continuando ad accarezzargli la testa liberandogli la fronte dalle ciocche di capelli scuri finché non fu certa che stesse veramente dormendo, poi liberò anche l’altra mano e si alzò in piedi. Misty si sarebbe forse chinata, prima, e gli avrebbe dato un bacio sulla fronte.

Vera raggiunse la porta ed uscì in corridoio intenzionata a cercare un medico che potesse dirle se quello a cui aveva appena assistito era davvero un miglioramento nelle condizioni di Ash. Trovò invece James. James fermo nella sala d’attesa, con le spalle curve, senza il coraggio di guardarsi intorno.

«Dov’è…» iniziò, ma la voce le morì in gola. Dov’è Misty, avrebbe voluto chiedergli, ma gli lesse la risposta sul viso quando lui la sentì e alzò la testa per guardarla.

 

*

 

«Non posso dirglielo! Non posso dire adesso ad Ash che Misty è…»

Non riuscì a finire. Con adesso intendeva ovviamente ora che Ash stava appena iniziando a riprendersi. Drew provò ad afferrarla e stringerla fra le braccia per calmarla e lei gli sfuggì, voltandosi e portandosi le mani al volto. Non stava piangendo, non proprio, ma gridava e la parola isteria era forse la più appropriata a descrivere il suo stato.

Drew provò di nuovo a stringerla e di nuovo lei gli sfuggì. «Vera, per favore, tranquilla, non devi essere tu a dirglielo se non– »

«Sì invece!» gli urlò lei «Avevo fatto una promessa a Misty, le avevo promesso che mi sarei presa cura di Ash se le fosse successo qualcosa e glielo devo, almeno questo glielo d-d…»

Stavolta la voce le si frantumò in un’esplosione di singhiozzi e stavolta Drew riuscì ad afferrarla per le spalle e a tirarla verso di sé. Lei si arrese e gli si abbandonò contro singhiozzando, con le mani strette a pugno. Le sue lacrime gli inzupparono la maglia.

«Io voglio solo aiutarlo!» esclamò, dopo aver pianto senza riuscire a parlare per una manciata di minuti «Vorrei solo potergli essere di conforto in qualche modo, perché avrà tanto bisogno di conforto quando si sveglierà e lo saprà e io non posso…»

Da lì in poi fu solo una confusione di sillabe sconnesse e tremanti di cui Drew riuscì a capire poco. La prese di nuovo per le spalle e la baciò sulla fronte e poi sulle labbra e appoggiò la fronte contro quella di lei che continuava a singhiozzare. Le accarezzò le spalle esili e i sussulti violenti che le scuotevano gli bloccarono la gola in un nodo di pena.

«Shh. Vera. Shh, piccola. Va bene, va tutto bene. Sei forte. Puoi farlo.»

«No, che non va tutto bene!» singhiozzò lei. Gli si aggrappò di nuovo, seppellendogli il viso nell’incavo fra collo e spalla; piangeva così forte che c’era da meravigliarsi che quei sussulti non riducessero in mille pezzi il suo corpo così esile. Drew le raccolse la nuca in una mano, tenendole l’altro braccio appena sotto le spalle e iniziando a cullarla dolcemente.

«Smetti di piangere.» la implorò, ma neppure la sua voce era troppo ferma ora «Per favore non piangere più. Non puoi continuare per sempre.»

«Vorrei non averla lasciata andare via!» disse lei con una vocetta sottile da bambina, sebbene Drew sapesse (e fosse quasi certo che lo sapesse anche lei) che Vera non sarebbe stata in grado di fermare Misty ed impedirle di fare l’unica cosa che poteva per salvare Ash, neanche se l’avesse voluto. Così come non ci sarebbero riusciti neppure lui o Brock, molto probabilmente.

Non disse nulla, continuò a stringerla e cullarla. Vera non continuò a piangere per sempre, smise a poco a poco, finché del pianto non rimase che qualche singulto esausto.

 

*

 

Stava di nuovo sognando Misty poco prima di svegliarsi. Stavolta la sognò in piedi accanto al suo letto. Sorrideva, nel suo sogno, ma era un sorriso triste, che le piegava le labbra senza illuminarle gli occhi e il resto del viso. Si chinò a dargli un baciò sulla fronte e le punte dei suoi capelli gli accarezzavano il viso. Sentì il suo odore, reale come se fosse stata lì davvero, e desiderò di poterla stringere ma non aveva la forza di sollevare le braccia dal materasso per avvolgerle attorno alla sua vita sottile. Misty si raddrizzò e gli sorrise di nuovo con quel sorriso triste e in quell’istante il sogno finì.

Riaprì gli occhi e in quell’istante l’immagine che aveva visto in sogno si dissolse. Non c’era Misty di fianco a lui, non c’era mai stata. Gli occhi di cui incrociò lo sguardo non erano quelli verdi e dolcissimi della sua ragazza di cui conosceva ogni sfumatura dell’iride ed espressione, ma quelli azzurri di Vera, colmi di lacrime malamente trattenute.

«Vera.» provò a bisbigliare. Non aveva più la mascherina di plastica sul viso, ma lo stesso non fu più di un sussurro così debole da spingerlo a chiedersi se lei l’avesse veramente sentito.

L’aveva sentito. Cercò di stirare le labbra in un sorriso che ne fu soltanto un’ombra. «Ehi.» sussurrò e la voce le tremò mentre pronunciava quell’unica parola, come se fosse stata sul punto di esplodere in singhiozzi.

Gli prese la mano e gliela strinse fra le sue. Gli parve che l’avesse già fatto prima d’allora, ma anche sforzandosi non riusciva veramente a ricordare e allora lasciò perdere.

«Come ti senti?» gli chiese Vera, ancora con quel fantasma di lacrime trattenute a stento nella voce.

Ash non capì. Non fu il senso della domanda a sfuggirgli; ma avrebbe dovuto esserci Misty lì, avrebbe dovuto essere seduta al suo fianco, come nel suo sogno. Si sforzò di parlare di nuovo.

«Vera… dov’è Misty…?»

Un’ombra oscurò lo sguardo di lei. Abbassò gli occhi di colpo, la mano con cui stringeva quella di lui ebbe un tremito convulso. Non rispose.

«Vera.» ripeté Ash. Faceva fatica a parlare, avrebbe soltanto voluto chiudere gli occhi e sprofondare di nuovo nell’oblio confortevole dal quale si era appena risvegliato, ma doveva sapere. «Dov’è…?»

Vera alzò gli occhi. Le lacrime le caddero sul viso. Esitò a lungo prima di parlare.

«Ash… mi dispiace tanto… Misty…»

Non riuscì a continuare. La sua voce si frammentò in singhiozzi inarrestabili, quasi isterici. Non poteva dirlo, non poteva guardare Ash negli occhi e dire semplicemente “Misty è morta”, non poteva guardarlo mentre lui era in un letto d’ospedale in cui avrebbe probabilmente passato parecchio tempo prima di poter essere dimesso e dirgli che la persona che per lui era più importante di tutto e che tanto a lungo era stata il suo unico sostegno non era lì e non ci sarebbe stata mai più.

Con le poche forze che aveva Ash strinse la mano di lei. «Vera.» ripeté e stavolta lei riconobbe il panico nella sua voce. Aveva capito. Naturalmente aveva capito, ma non ci avrebbe creduto fino a che non gliel’avesse sentito dire. Avrebbe rifiutato quella possibilità, quella certezza, finché non gli avesse detto chiaramente Misty è morta. Finché quel colpo non gli sarebbe piombato addosso tramortendolo.

Prenditi cura di lui, le aveva detto Misty. Se mi succede qualcosa, prenditi cura di Ash.

Si sforzò di reprimere i singhiozzi, di ricacciarli indietro.

«Misty…» disse, cosciente degli occhi scuri di lui che per nessun motivo si sarebbero distolti dai suoi e della sua mano che prendeva a tremare e stringeva la sua più che poteva, aggrappandosi con tutta la forza che aveva a lei e a una speranza che fra un minuto avrebbe ridotto in frantumi. «Pensava che tu fossi in pericolo… e-ed era così, perché uno degli uomini neri vi aveva attaccati cercando d-di uccidervi… e allora…»

La mano di lui tremò più forte.

«Allora… è voluta andare là per cercare di uccidere Hun, perché tu fossi al sicuro… e credimi Ash, ho cercato di convincerla a non farlo… ci ho provato…»

Piangeva di nuovo, ma ancora non era sufficiente. Ash non ci credeva ancora, non voleva crederci ancora. Vera deglutì a vuoto, si morse il labbro inferiore abbastanza da farlo sanguinare.

Ricacciò di nuovo i singhiozzi in fondo alla gola per il tempo sufficiente a pronunciare due parole. Solo due.

«È… morta…»

Sufficienti per mandare il mondo (il suo mondo) in frantumi.

Sufficienti per distruggere, dilaniare e calpestare i pochi residui di speranza ai quali lui aveva voluto aggrapparsi, illudersi.

È morta.

E per un lungo, interminabile istante lui non riuscì a fare altro che tenere lo sguardo fisso sul vuoto, come se quello potesse bastare a rifiutare quello che aveva sentito, ad illudersi che quella che aveva intorno non fosse veramente la realtà.

Poi, lentamente, scosse la testa.

«No.» bisbigliò. Piano, senza lacrime, come se fosse appena giunto al termine di un ragionamento complesso ma negabile con una semplice parola.

«No.» lo ripeté come se avesse potuto farlo diventare vero. E stavolta la sua voce tremò, stavolta l’immagine di Vera si confuse attraverso uno spesso velo di lacrime.

«No, no, no…»

Continuò a ripeterlo fino a che Vera non si chinò su di lui e lo abbracciò, continuando a singhiozzare, appoggiando la testa contro il suo petto.

«Mi dispiace Ash… mi dispiace tanto…»

Lontano. Infinitamente distante. Sommerso dal ripetersi ininterrotto di quelle due parole nella sua mente, così forti da sovrastare ogni altro pensiero.

È morta.

Sommerso dal convulso tentativo di richiamare alla mente l’immagine degli occhi verdi di lei che improvvisamente gli pareva di non riuscire a ricordare, era assurdo ma in quel momento non ci riusciva, e in quell’istante di totale incredulità fu dilaniante soltanto il pensiero che non li avrebbe più visti, come non avrebbe più visto un suo sorriso, non avrebbe più sentito la sua voce, non l’avrebbe più sentita rannicchiarsi contro di lui e lasciarsi abbracciare, mai più.

E nell’istante in cui ne prese coscienza, non desiderò altro che tornare nell’oblio, nel sogno che il risveglio aveva interrotto.

Eppure mentre chiudeva gli occhi serrandoli disperatamente e provava inutilmente a dimenticare quello che aveva appena saputo per un istante, per un istante solo, gli parve che davvero lei gli fosse ancora vicina, e che gli sorridesse ancora.

 

Don’t let it show, don’t let them know
that I wouldn’t be wery strong
and I wouldn’t wanna go on…without you.

    (Natalie Imbruglia – I won’t be lost)

 

FINE