BREAK MY FALL
XVIII.
Somehow I lost myself
in a tunnel long and black
Somewhere, at the end
I pretend there’s a way of turning back…
(Natalie Imbruglia – One more addiction)
Ash non ce la può fare senza di te.
Era quello che aveva detto Vera. Sostò sulla soglia della stanza, con l’odore di ospedale che da un po’ le pareva così forte da farle bruciare gli occhi (ma era la voglia di piangere a farglieli bruciare, per quanto si sforzasse di convincersi che così non era) ed in bocca un vago sapore di lacrime. Non ho alternative, provò a convincersi, non ne ho davvero; e in risposta riaffiorò di nuovo quella frase: Ash non ce la può fare senza di te.
L’odore le ricordava sua madre e gli ultimi mesi della sua vita e se qualcuno le avesse detto che allora era troppo piccola per poter ricordare gli sarebbe probabilmente scoppiata a ridere in faccia, e sarebbe stata una risata amara che forse sarebbe sfociata nelle lacrime. Sua madre seduta in un letto d’ospedale come quello in cui Ash giaceva ora, con l’ago di una flebo infilato nel braccio smagrito e una pezzuola annodata attorno alla testa quando i capelli avevano iniziato a caderle. Ricordava, ora le era tornato in mente, una conversazione sentita di nascosto mentre era rannicchiata in un angolino a piangere sapendo che le sue sorelle e forse anche qualche infermiera la stavano cercando e che quando l’avessero trovata avrebbe probabilmente ricevuto un rimprovero per averle fatte preoccupare ma non le importava, perché voleva solo rimanere lì a piangere anche se non ne sapeva bene il motivo; la mamma era morta ma lei aveva solo tre anni e non sapeva nemmeno cosa significasse morire.
Aveva ascoltato la conversazione dal suo nascondiglio, con le lacrime sulle guance e il moccio al naso e uno dei fiocchi che le trattenevano i capelli in due codini che si era disfatto perché di solito era la mamma che la pettinava e ora la mamma non c’era. Aveva ascoltato il dottore della mamma, quell’uomo alto con il camice bianco e la barba che le faceva paura e quando lo vedeva entrare correva a nascondersi dietro le gambe di una delle sue sorelle. L’aveva ascoltato parlare con qualcuno e ora non ricordava più chi fosse, di certo non suo padre, perché quando Rose Waterflower si era ammalata di quello che su un referto autoptico falsificato sarebbe stato chiamato cancro suo padre se n’era già andato da tempo e di lui sapeva solo quello che le raccontava ogni tanto Daisy. Il medico aveva detto alla persona che c’era qualcosa di non chiaro nel modo in cui Rose era morta ed aveva chiesto l’autorizzazione a sottoporre il cadavere ad un’autopsia. Sarebbero passati anni prima che Misty scoprisse il significato della parola autopsia e quando l’avrebbe scoperto il ricordo di quella conversazione sarebbe stato da tempo sepolto in fondo alla sua memoria e sarebbe riaffiorato solo anni dopo; ma quella sera aveva chiesto a Daisy cosa volesse dire perché era a lei che chiedeva sempre le cose che voleva sapere ed aveva anche sbagliato la parola, ora se ne ricordava, aveva detto autospia invece che autopsia e Daisy, che aveva quasi undici anni, aveva aggrottato le sopracciglia e aveva detto Meglio se non lo sai.
Erano ricordi che credeva di non avere finché non aveva letto il fascicolo che Hun le aveva dato e ora, ferma sulla soglia della stanza di Ash, si portò le mani al viso e sorpresa le staccò asciutte. Le lacrime che aveva da versare per sua madre si erano a quanto pareva esaurite, travolte e sommerse da tutto quello che era successo poi, e Misty non seppe dire se fosse un bene.
Ash, che soltanto quattro giorni prima aveva spalancato la porta della sua cella con tanto impeto che quasi era cascato tirandosela addosso (e lei aveva motivo di pensare che non fosse esattamente piacevole prendersi in faccia una porta formata da un’unica lastra di metallo spessa quattro dita) e poi era corso dentro afferrandole la mano per tirarla in piedi e portarla via, adesso giaceva ancora immobile nel letto e tutta la sua abituale vitalità era rimasta nel mondo dell’allora.
Gli si avvicinò piano, quasi in punta di piedi. Non aveva passato il resto della notte con lui; quando aveva provato a tornare dopo la conversazione con Vera nel bagno delle donne aveva trovato sulla porta l’agente della sicurezza che poco prima le aveva domandato come “Weider” si fosse introdotto nella stanza e se lo conoscesse. Ora le aveva detto che sarebbe stato opportuno che non tornasse nella stanza di Ash, e quando lei si era morsa il labbro inferiore tanto che quasi l’aveva fatto sanguinare e aveva abbassato gli occhi verso il pavimento e aveva mormorato D’accordo, agente… e poi si era fermata perché non sapeva il suo nome le si era presentato come Alston, agente Alston. Aveva passato il resto della notte non al pokemon center ma nella sala d’aspetto giù all’entrata, dove al posto delle sedie di plastica c’era una fila di poltroncine verdi. Aveva passato il resto della notte distesa su quelle brutte poltrone e avvolta in un plaid, a cercare invano di riprendere sonno.
Si fermò vicino al suo letto e per qualche attimo contemplò le regolari onde verdi che il battito del suo cuore disegnava sui monitor. Poi guardò lui, guardò le palpebre abbassate sotto le quali vedeva i suoi occhi muoversi appena, come se dormisse e sognasse ma in modo molto debole e lontano, guardo il viso così pallido che sugli zigomi e sulla fronte poteva vedere le vene e le labbra appena dischiuse e prive di colore sotto la maschera ad ossigeno. La gente non faceva che parlare
(se la caverà, si riprenderà, si rimetterà in piedi, starà bene)
ma alla fine erano tutte stronzate perché nessuno di loro sapeva più di quello che sapeva lei. Quel pomeriggio, se ancora non ci sarebbero stati veri miglioramenti nelle sue condizioni, Brock avrebbe chiamato Delia a Pallet e le avrebbe detto di venire. Non era mai stata chiamata cinque mesi prima, durante il ricovero di Ash al Viridian City Memorial; ma allora era stato Ash a volerlo e l’aveva detto con una risolutezza sofferta che aveva dell’incredibile, considerate le condizioni fisiche in cui si trovava allora. Beh, niente di paragonabile a quelle attuali, perché la sua gamba destra poteva sì essere allora ridotta in uno stato tale che cinque mesi dopo ancora avrebbe iniziato a fargli male quando ci avrebbe camminato sopra troppo a lungo, d’accordo, ma una volta raggiunto l’ospedale dove un medico aveva arrestato l’emorragia meglio di quanto non avesse potuto fare Brock non c’era stato il rischio che quella gamba lo uccidesse. Lo stesso non poteva certo dirlo ora.
Oh, merda, adesso sì che stava piangendo.
Sul comò vicino al letto di Ash c’era un pacchetto di fazzoletti di carta ancora sigillato. Lo prese, lo aprì, sfilò un paio di fazzoletti e cominciò ad asciugarsi gli occhi e mentre li abbandonava umidi e appallottolati di nuovo sul comò perché non vedeva da nessuna parte un bidone per la spazzatura le venne in mente di nuovo quello che le aveva detto Vera quella notte: Ash non ce la può fare senza di te.
Ed era vero, naturalmente, sapeva bene quanto lo sapeva lui che per via della gamba lei era stata il suo appiglio, l’ancora che l’aveva trattenuto con fermezza perché la marea non lo portasse via. Quello che Ash non sapeva era che non l’aveva fatto solo per lui, ma anche per sé: perché lui era suo e se la marea l’avesse portato lontano sarebbe stata lei a non avere più nulla a cui aggrapparsi.
Ora la marea era tornata e lei avrebbe voluto stringerlo e tenerlo egoisticamente ancorato a sé, ma non poteva e a trattenerlo c’erano solo i fili e i tubi che lo tenevano in vita.
Se ti succede qualcosa. Pausa, una pausa secca, che aveva spezzato in due quella frase come un punto fermo. Ash non ce la può fare senza di te.
«Sì che puoi.» mormorò ora, così piano che forse lui non l’avrebbe sentita neppure se fosse stato sveglio e cosciente, eppure al suono della sua voce le sue palpebre abbassate ebbero un fremito così lieve che lei non lo vide. «Puoi, non è vero?»
La sola risposta fu il bip regolare delle macchine. Si chinò su di lui e gli diede un bacio sulla guancia, rimanendogli vicina per qualche attimo, con gli occhi chiusi. Avrebbe voluto baciarlo sulle labbra, ma c’era la mascherina di plastica del respiratore ad impedirglielo. Meglio così, forse, perché quello sarebbe davvero sembrato un addio. Eppure allo stesso tempo le venne voglia di piangere di nuovo: l’aveva tenuto stretto fra le braccia, l’aveva baciato, aveva fatto l’amore con lui, e per quella che era forse – probabilmente – l’ultima volta non poteva fare altro che dargli quel bacio leggero sulla guancia.
«Ciao.» bisbigliò, e si rimise in piedi. La voce di Brock alle sue spalle la fece sussultare.
«Misty.»
Si voltò di scatto, ruotando sui talloni con il cuore che per un momento accelerava i battiti. Brock era fermo un passo oltre la porta, dentro la stanza.
«Brock.» disse, con il fiato un po’ corto per lo spavento «Mi hai fatto pa…» ma si fermò, le si spense la voce, quando vide l’espressione seria e quasi furiosa dell’amico.
«Vera mi ha detto che cosa vuoi fare.» la spiazzò lui, sebbene qualcosa l’avesse in parte intuito dallo sguardo che aveva. Misty spalancò gli occhi.
«Ti ha detto cosa?»
Da dietro la porta fece capolino Vera. Era in lacrime e si stava asciugando con una fazzoletto il naso che le colava. «Scusami.» disse, guardandola solo per un istante e poi distogliendo gli occhi azzurri e umidi «Mi dispiace! È solo che mi ha chiesto se mi avevi detto qualcosa e continuava a chiedermelo e io avevo paura perché è pericoloso, Misty, e alla fine non ce l’ho fatta e gliel’ho detto! Mi dispiace…»
Misty avrebbe voluto risponderle che non sapeva che farsene dei suoi Mi dispiace, ma glielo impedì Brock, che riprese a parlare interrompendo Vera e bloccando sul nascere quello che voleva dire lei.
«È pericoloso, Misty, Vera ha ragione.» disse «Hai la pistola, d’accordo, ma loro sono in molti e anche se tu riuscissi a uccidere uno di loro, o due…»
«Hun.» lo interruppe Misty «È lei che voglio uccidere.»
Brock la guardò e negli occhi Misty gli vide qualcosa che era quasi astio. Senza voltarsi trovò dietro di sé la mano di Ash appoggiata sul lenzuolo e la tenne nella propria.
«D’accordo, ammettiamo che tu uccida Hun.» sbottò Brock. L’impressione era che stesse per coprire la distanza che li separava e prenderla per le spalle e scuoterla, o magari mollarle uno schiaffo, cercando di farla ragionare. «Ammettiamo che tu riesca a ucciderla e a uccidere anche un paio dei suoi uomini, perché no? Ci saranno comunque gli altri. E non ti permetteranno di uscire da lì viva, stanne certa.»
Calma, pensò Misty e lo guardò dritto negli occhi, continuando a stringere la mano di Ash nella propria.
«Sì, Brock, credo di sapere meglio di te di cosa sono capaci.» disse e riuscì a spiazzarlo per un istante «Non andrò là da sola. Chiamerò…»
«Ti farai ammazza– »
«…Chiamerò James.» finì «Chiamerò James e gli chiederò di accompagnarmi là, perché io non saprei neppure come arrivarci. E non mi farò ammazzare.»
Quell’ultima frase la disse senza esserne per nulla sicura. Brock aveva ragione, naturalmente, e le cose che le stava dicendo erano tutte cose che aveva già pensato da sé. Se così non fosse stato non sarebbe stata lì, in quel momento, a dire ciao ad Ash perché non voleva dirgli addio. Brock la scrutò per un istante, poi scosse la testa lasciò andare in un sospiro di rabbia e impotenza l’aria che aveva nei polmoni, aria respirata solo a metà.
«Vengo con te.»
«No.» lo disse con decisione, senza distogliere lo sguardo, ma qualcosa dentro di lei aveva preso a tremare «Non vieni, e non verrà neanche Vera o Drew o chiunque altro. Rimarrete qui e se possibile rimanete con Ash, perché se qualcuno di loro tornasse non sono sicura che basterà un agente della sicurezza fuori dalla porta.»
Lo disse pensando all’agente che quella notte si era ritrovato a terra con i capelli insanguinati e le lacrime le salirono di nuovo agli occhi, annebbiandole la vista. Brock taceva, guardandola con Vera che continuava a tirare su col naso e ad asciugarsi gli occhi alle sue spalle, e Misty trasse un lungo respiro, sforzandosi inutilmente di mantenere ferma la propria voce per finire di parlare.
«Per favore… non lasciate che qualcuno gli faccia del male.»
Brock tacque ancora e per qualche momento Misty pensò che stesse per scuotere la testa di nuovo e dirle che non l’avrebbe lasciata andare o che non l’avrebbe lasciata andare da sola; invece lui rimase zitto e basta, guardandola con le sopracciglia lievemente aggrottate e le mani lievemente contratte a pugno abbandonate sui fianchi.
Ingoiò a vuoto e stavolta quando parlò la sua voce fu più sicura, quasi completamente ferma.
«Per favore ora andate via.» disse, guardando prima Brock e poi Vera, che aveva smesso di piangere ma aveva gli occhi acquosi il mento che tremava come una bambina che sta per esplodere in un capriccio «Vorrei rimanere un altro po’ con Ash.»
Più tardi avrebbe chiamato Jessie sul cellulare, quello che era rimasto a loro perché lei non aveva più voluto toccarlo per via del sangue che aveva macchiato i tasti e la plastica esterna dell’apparecchio, e le avrebbe detto di passarle James, perché aveva qualcosa di importante da dirgli. A James avrebbe spiegato quello che voleva fare e anche se non era certa del motivo una piccola parte di lei era certa che James non avrebbe sprecato tempo in domande.
Ma non ora. Ora voleva solo rimanere con Ash ancora un po’.
Circa mezz’ora dopo, quando si stava ormai alzando dalla sedia per dirgli ciao un’ultima volta e dirgli che gli voleva bene e gliene voleva tantissimo ed andare a cercare un telefono, uno strillo acutissimo lacerò la quiete dell’ospedale, una quiete che non era proprio silenzio ma più un insieme di rumori di fondo, una tregua, forse. Allo strillo seguì il rumore di qualcosa che andava in frantumi, qualcosa che sfuggiva di mano a qualcuno e andava ad infrangersi sul pavimento; e poi una serie di passi in corsa ed esclamazioni concitate e altre grida, e la persona che aveva strillato all’inizio che continuava a strillare istericamente.
Misty rimase ferma vicino al letto di Ash, tesa e pronta a difenderlo di nuovo da un possibile attacco che però non venne. Avrebbe saputo poi da Vera che l’infermiera bionda, quella che la notte precedente le aveva sistemato la medicazione sulla fronte – Rosie, così si chiamava, e la somiglianza con il nome di sua madre le aveva, irrazionalmente, piantato artigli affilati nello stomaco – aveva trovato nell’armadio della biancheria il cadavere di Louise Landon.
*
Quando tornò al pokemon center evitando l’entrata principale e dirigendosi verso il retro, venti minuti dopo aver composto il numero del cellulare di Jessie da uno dei telefoni pubblici dell’ospedale, James era già ad attenderla in sella alla moto parcheggiata, con il casco sottobraccio e gli occhi che scrutavano nervosamente la strada da cui lei sarebbe dovuta arrivare. Agitò un braccio perché lui la vedesse e il suo sguardo non si illuminò, non proprio, ma sembrò sgravarsi da un peso.
La telefonata era durata ancora meno di quanto non avesse previsto. Le aveva risposto Jessie e lei le aveva chiesto, senza spiegarle altro, di passarle James. Jessie aveva ubbidito sebbene lei avesse sentito qualcosa di sospettoso nel D’accordo con cui aveva ceduto il cellulare al compagno. James le aveva risposto con un sorpreso “Misty? Sei tu? È successo qualcosa?” e lei aveva respirato profondamente e gli aveva spiegato tutto quanto. Dopo c’era stato un lungo momento di silenzio e lei aveva iniziato a pensare che non l’avrebbe aiutata, ma poi James aveva detto Va bene e aveva detto che sarebbe stato davanti al pokemon center nel giro di dieci minuti. Sul retro, l’aveva corretto lei, e lui aveva detto okay ed aveva riattaccato prima che lei potesse chiedergli, com’era stato il suo primo impulso dopo quelle parole, dove fossero esattamente adesso lui e Jessie.
Ora dietro al pokemon center c’era solo una delle due moto e non c’erano né Jessie né Meowth. James le rivolse uno sguardo quasi scocciato mentre lei gli si avvicinava.
«Alla buon ora.» disse quando lei lo raggiunse, come se fosse stato ad aspettarla per ore mentre era chiaro che non potevano essere più di cinque o dieci minuti. Smontò dalla moto ed aprì il sottosella tirandone fuori un casco per lei. Era blu scuro e James lo prese chinandosi fra lei e lo scomparto della moto, in modo che non potesse vedere cos’altro c’era lì. «E dire che pensavo di arrivare io più tardi di quello che ti avevo detto. Ho dovuto sbrigare qualche commissione.»
«Che commissioni?» volle sapere Misty.
«Procurarmi un paio di cose.» James si voltò verso di lei tenendo in mano il casco. La scrutò per un attimo, con la testa leggermente inclinata verso sinistra, come per vederla meglio. «Di’, sei sicura?»
Misty annuì. Avrebbe voluto rispondere che non era mai stata tanto sicura di qualcosa in vita sua, ma prima che potesse farlo la gola le si chiuse in un nodo che sapeva di lacrime e si rese conto che in realtà no, non ne era così sicura. Non era sicura perché stava lasciando solo Ash e perché aveva paura, e perché non erano così lontani, ora, dall’entrata del parcheggio sotterraneo e dalla strada dove l’auto quasi l’aveva investita e anche se ora la macchia di sangue non c’era più e lei non l’aveva mai vista perché aveva perso i sensi battendo la testa ricordava fin troppo bene altre macchie di sangue, altri lividi, altro dolore.
Pensò: Tutto ciò che ami ti sarà portato via, e annuì di nuovo, stavolta con un po’ più di energia.
«Sicura.» disse. James le tese il casco.
Lei se lo infilò sulla testa e per un istante scorse la propria immagine riflessa in uno degli specchietti della moto, prima che la luce cambiasse e al suo riflesso si sostituisse quello del sole che le fece sbattere gli occhi. James la prese per le spalle perché si girasse.
«Va allacciato sotto il mento.» le disse «Qui, faccio io.»
Si chinò per allacciarle il casco e Misty abbassò gli occhi, mordendosi le labbra. Poi James fece un passo indietro. «Troppo stretto?»
Misty fece cenno di no.
James si infilò a sua volta il casco, che era rosso, di una sfumatura che avrebbe potuto essere quella dei petali di una rosa, e montò di nuovo a cavallo della moto.
«Sali.» le disse e lei obbedì, mentre una folata leggera di vento le faceva volare i capelli e faceva frusciare i biancospini alle spalle di entrambi. Quando erano giunti ad Hawthorn le erano piaciuti, quei cespugli. Ora preferiva non vederli neppure. Si aggrappò alle spalle di James pensando all’albero delle passiflore.
«No.» la corresse James. Le prese le braccia e se le sistemò attorno alla vita. «Ho bisogno di avere le braccia libere per il manubrio. E tu devi tenerti bene se non vuoi ammazzarti cadendo.»
Lei si allacciò saldamente una mano nell’altra attorno al suo corpo mentre James metteva in moto. Un istante dopo il marciapiede alla loro destra cominciò ad allontanarsi.
«Come sta Ash?» le chiese James gridando per sovrastare il rombo del motore, mentre la moto prendeva velocità.
«Non ha ancora ripreso i sensi.» gli rispose Misty allo stesso modo. Rabbrividì, e non seppe dire se fosse per il pensiero di Ash o per il reale vento ghiacciato che le si infilò nei vestiti ora che la moto sfrecciava sulla strada «Ma credo che si riprenderà.»
E d’un tratto lo credeva davvero, senza saperne bene il motivo. Ash si sarebbe ripreso, sarebbe stato di nuovo bene perché era così che andava sempre a finire, Ash aveva una capacità di ripresa straordinaria; con tutto quello che avevano vissuto, considerate anche le avventure che erano venute prima di Hun e dei suoi, avrebbe dovuto rimetterci la pelle chissà quante volte e non era successo. Sarebbe stato di nuovo bene.
Solo che, stavolta, probabilmente lei non ci sarebbe stata per vederlo stare bene. Non sarebbe stata lì quando avrebbe aperto gli occhi e – ne era sicura – avrebbe detto il suo nome o almeno avrebbe provato a farlo cercandola con lo sguardo nella stanza. Né ci sarebbe stata quando, singhiozzando come solo lei e pochi altri l’avevano visto fare, avrebbe gridato che era una stupida e che quello che aveva fatto era stata una pazzia, soprattutto perché l’aveva fatto per salvare lui.
Si strinse di più a James e appoggiò la testa contro la sua schiena, contenta che la visiera del casco fosse aperta e che il vento che le faceva volare i capelli potesse anche spazzarle via le lacrime.
Ce la puoi fare, Misty.
Era la voce di Ash, quella che ogni tanto parlava nella sua testa (o almeno era lei a volersi illudere che fosse così) quando l’ostacolo che aveva davanti era così alto da non riuscire a vedere dall’altra parte. Le aveva parlato cinque mesi prima quanto Attila l’aveva pestata tanto che per un istante aveva perso i sensi e quando si era ripresa aveva desiderato di morire prima che lui potesse colpirla ancora, e le parlò adesso, perché, e sorrise pensandolo, anche ora che era privo di sensi in un letto d’ospedale Ash doveva dire la sua.
Ce la puoi fare. Andrà tutto bene. Chiuse gli occhi e immaginò che fosse veramente lui a parlarle e non si sorprese più di tanto rendendosi conto che se era Ash a dirle che poteva e che sarebbe andato tutto bene allora poteva anche concedersi di crederci, e di credere che sarebbe tornata da lui sana e salva o magari un po’ ammaccata ma viva dopo essersi lasciata alle spalle il cadavere di Hun riverso in una pozza di sangue.
In realtà quel pensiero era solo superficiale, in realtà dentro quello c’era
(non farlo)
il ricordo del sogno che aveva fatto la notte precedente e di quello che le aveva detto Ash, un Ash più reale di quello che parlava ogni tanto nella sua testa, ma doveva fare in modo che quel pensiero rimanesse dov’era, che se ne restasse lì buono per poterci pensare dopo se un dopo ci sarebbe stato e poter pensare Visto, che non hai sempre ragione tu.
Ma aveva ragione stavolta
(shh zitta Misty non ci pensare)
e anche se si sforzava di non pensarci tanto bastava.
James svoltò bruscamente uscendo dalla strada principale prima che fossero a destinazione e quello la distolse da un susseguirsi di pensieri che minacciava di portarla nel posto sbagliato. Drizzò la testa, guardandosi intorno.
«Dove stiamo andando?!»
«Facciamo una piccola deviazione.» disse James e il tono con cui pronunciò quelle parole non le piacque… o almeno non del tutto. «Devo mostrarti un paio di cose.»
«Quali cose?» chiese Misty e lui non le rispose. Inchiodò con una sgommata che lasciò un profondo solco sulla strada sterrata poco dopo e si sfilò il casco, mentre lei scendeva dalla moto e faceva lo stesso.
Attese che fosse sceso anche lui. «Quali cose?» gli domandò di nuovo. James la guardò alzando un sopracciglio.
«Sei armata?»
Non si era aspettata quella domanda sebbene fosse del tutto sensata e per un istante la spiazzò. Poi portò una mano alla vita, sfilandone la pistola di Hun, e la mostrò a James tenendola per l’impugnatura, premurandosi di tenere l’indice fuori dal ponticello anche se aveva di nuovo inserito la sicura.
James la prese per osservarla, ne fece scattare il cane. «È una .22?»
«Non lo so.» ammise Misty «L’ho presa a loro.»
«Dovrebbe esserlo.» disse James. Osservò di nuovo l’arma. «Quanti colpi ci sono?»
«Solo tre.» gli rispose lei.
«Non ti bastano.» disse James. Le restituì la pistola e si piegò a frugare di nuovo nel sottosella della moto. «Non ti basta neanche la pistola. Con quella potresti uccidere qualcuno se ti si avventassero contro uno alla volta come in un film, e non succederà.»
Ad ogni buon conto le prese di nuovo l’arma e stavolta la smontò per caricarla.
«Ora ci sono sei colpi.» le disse «Ma aspetta.»
Si voltò di nuovo e Misty allungò il collo per vedere cos’altro avesse lì. Spalancò gli occhi quando realizzò di cosa si trattava.
«E quella da dove sbuca?!»
James piegò le labbra in un sorrisetto e attese che lei si scrollasse di dosso lo sbigottimento e tornasse ad infilare la .22 nei pantaloncini che indossava. «Da uno dei vecchi nascondigli miei e di Jessie e Meowth.» minimizzò, con il tono che avrebbe potuto usare riferendosi ad un rotolo di corda da alpinista o a una torcia elettrica «Lavorare per il capo non era sempre piacevole come quando davamo la caccia a Pikachu.»
Con la stessa noncuranza le porse la mitragliatrice. «Attenta, è pesante.» le disse, prima di lasciargliela.
Misty osservò l’arma senza saper bene cosa farne. Non era diversa dalla pistola che aveva in vita solo per il peso, ovviamente. Se avesse sparato con quella non avrebbe ferito solo superficialmente la persona che si sarebbe trovata sulla traiettoria e soprattutto la ferita non sarebbe stata una sola.
«È una calibro .30 da 400 colpi al minuto. Quello è il mirino.» disse James, indicandolo «E questo è il caricatore. Per ricaricare devi…»
Ma si arrestò di colpo quando lei eseguì il gesto, dapprima un po’ goffamente, poi di nuovo in modo più sicuro.
James le rifilò un’occhiata.
«Guardo la televisione.» disse lei in tono vagamente ironico, alzando le sopracciglia.
James incurvò in una smorfia gli angoli delle labbra. Poi la guardò serio per un istante.
«Se sparerai con questa ne riceverai un contraccolpo parecchio forte.» le disse «Abbastanza da far finire a gambe all’aria una ragazzina, quindi sta’ attenta.»
Lei lo fulminò con lo sguardo a quel ragazzina e sporse di nuovo la testa per guardare cos’altro ci fosse nel sottosella della moto.
«Hai altro lì?»
«Niente che ti interessi.» tagliò corto James. Le prese la mitragliatrice dalle braccia e tornò a riporla, abbassando poi il sedile della moto a celare il vano sottostante. «Te la restituisco appena arriviamo là.»
«Bene.» disse Misty e il ragazzo dai capelli viola annuì, guardandola negli occhi, prima di infilarsi il casco e voltarsi per montare di nuovo sulla moto.
«Sali.»
Misty si rimise il casco avuto in prestito, che doveva essere di Jessie, e obbedì; e James rimise in moto e mentre riprendevano a sfrecciare sulla strada sterrata Misty pensò: Tutto ciò che ami ti sarà portato via.
Si aggrappò a James e si impedì di pensare ancora.
*
Quando arrivarono a destinazione le parve di aver lasciato per strada molta della determinazione che poteva aver avuto all’inizio. James parcheggiò la moto poco distante dal tratto di fitta vegetazione in cui lei e Ash avevano trascorso la notte prima che Hun li trovasse. Non aveva più piovuto e il pensiero che avrebbe potuto vedere sul terreno una macchia scura nel punto in cui Ash era caduto le fece contorcere lo stomaco.
Scese dal veicolo con le ginocchia che tremavano appena. Le parve che all’improvviso facesse molto freddo, anche se il sole sbucava ancora fra le nuvole che non erano proprio bianche ma quasi. James le appoggiò una mano sulla spalla.
«Sei ancora sicura? Possiamo tornare indietro se vuoi.»
Misty scosse piano la testa. Si tolse il casco e lo tenne fra le mani non proprio ferme.
«Non voglio tornare indietro.» disse, e lottò con tutta se stessa per non mettersi a piangere «Se non faccio nulla, se… non provo almeno a fermarla… finirà per uccidere Ash. E me, ma non è di me che mi importa.»
Ma non era vero, non del tutto, perché da quando quell’idea aveva preso forma nella sua mente aveva avuto molta paura e ora ne aveva più che mai. Provò a richiamare di nuovo nella propria mente la voce di Ash che le diceva che sarebbe andato tutto bene e che poteva farcela. Tu sei forte, Misty, le aveva detto mentre fuggiva attraverso il condotto dell’aria condizionata della Silph s.p.a. cinque mesi prima; ora però se ne rimase zitto. Aveva finito di dire la sua a quanto pareva e forse era un bene, perché se Ash le avesse parlato nella mente in quel momento, immaginazione o no, avrebbe solo alimentato il desiderio di tornare da lui e attendere seduta accanto al letto che riaprisse gli occhi e pensare solo dopo a quello che ne sarebbe stato di loro. Le tornò in mente invece
(sta’ zitta shh non ci pensare)
il sogno e quello che lui le aveva detto prima di dirle che doveva svegliarsi: Non farlo.
Perdonami, pensò, serrando le labbra ed evitando di sbattere le palpebre per trattenere ogni singola goccia di pianto, mentre James le toglieva di mano il casco e le dava la mitragliatrice.
«Sicura di aver capito come si usa?»
«Devo dimostrartelo?» chiese Misty. La imbracciò e mirò al tronco di un albero poco distante da lei, l’albero delle passiflore. James poggiò una mano sulla canna dell’arma, abbassandola verso il terreno.
«Non farlo, potrebbero sentire il rumore degli spari.» disse e Misty si diede della stupida per non averci pensato.
Non c’era solo il ricordo della voce di Ash nel suo sogno a dirle di non farlo adesso; c’era il suo intero corpo che le gridava di metter giù quell’arma con cui non sarebbe neanche riuscita a sparare senza finire a gambe all’aria e di salire sulla moto e dire a James di riportarla da Ash e c’erano i piedi che si rifiutavano di staccarsi dal terreno e il petto che le doleva per i singhiozzi trattenuti a forza. Ma c’era anche Ash, che a poche miglia da lì giaceva ancora privo di conoscenza in un letto e se c’era qualche parte della sua mente che era in grado di rendersi conto di quello che gli accadeva intorno sperava forse che lei lo proteggesse, che la sua ancora impedisse alla marea di sommergerlo e soffocarlo.
Perché non mi hai aiutato?
Ash non l’aveva mai detto se non nell’incubo che aveva fatto prima che iniziasse tutto quanto, né l’avrebbe mai accusata di qualcosa; ma se non fosse riuscita ad aiutarlo, a salvarlo fino in fondo, sarebbe stata lei a non perdonarselo mai.
«Io rimarrò qui fuori.» stava dicendo James «Se vedo o sento qualcosa di strano o se non ti vedo tornare dopo venti minuti entro anch’io.»
Misty scosse la testa. «È pericoloso.» disse.
James distese le labbra nell’ombra di un sorriso amaro. «Credo che ci siano almeno un paio di mie vecchie conoscenze là dentro. Non mi dispiacerebbe così tanto saldare qualche conticino.»
Lei non gli chiese cosa intendesse dire. Imbracciò di nuovo la mitragliatrice e drizzò la testa, volgendo lo sguardo verso la sagoma squadrata e disadorna dell’edificio da cui soltanto quattro giorni prima Ash l’aveva portata in salvo.
Cinque o sei minuti più tardi, mentre con la schiena premuta contro la parete oltre uno spigolo teneva d’occhio le mosse della sentinella che ora era sulla porta e James teneva d’occhio lei nascondendosi fra i cespugli poco lontano, pensò di nuovo ad Ash che in sogno le diceva di non farlo e quando lei gli chiedeva che cosa le rispondeva Lo sai. Lo sapeva, ora sì, ma ora era anche troppo tardi per poter tornare indietro, come se lui le avesse detto di non tuffarsi nell’acqua di una piscina quando ormai c’era immersa fino al collo.
La sentinella non era “Weider”, né qualcuno che Misty ricordasse di aver già visto. Non sembrava neppure uno degli uomini di Hun ed era quello che in buona misura la stava trattenendo, oltre alla paura.
L’uomo con la schiena appoggiata al muro di fianco alla porta non indossava l’uniforme nera ma un paio di jeans fangosi e una camicia a scacchi con le falde che svolazzavano fuori dalla cintura. Poteva sembrare un contadino, una persona qualsiasi, ed era probabilmente quello che Hun voleva. Non sarebbe stato saggio piazzare un uomo vestito di nero da capo a piedi all’esterno di un edificio visibile dalla strada, per di più in un atteggiamento non poco sospetto. Ma quest’uomo con i capelli di un castano tendente al biondo lunghi fino alle spalle che sbucavano dai lati di un berretto che aveva stampato sul davanti il nome di una squadra di baseball e un mazzo di chiavi che gli pendeva dai pantaloni e la camicia a quadri spiegazzata sotto le braccia muscolose e abbronzate incrociate sul petto sembrava fin troppo una persona qualunque e la mitragliatrice aveva preso a tremarle appena fra le mani.
Ma era uno di loro, vedeva lo scintillio malvagio che aveva negli occhi anche se si era calato di sghembo la visiera del cappello sul viso e vedeva il rigonfiamento della canna della pistola nella tasca dei jeans e l’impugnatura che ne sporgeva, non del tutto nascosta dalle falde della camicia.
Non poteva. Arrivò a visualizzare la sua immagine nel mirino e poi si ritrasse di colpo, tornando ad appiattirsi contro la parete, tenendo la mitragliatrice tra le mani che ora le tremavano forte. Non poteva. Se lo ripeté mentre prendeva ad osservare la parete che aveva alle spalle. Non c’erano porte da quella parte, solo qualche finestra, per la maggior parte molto più in alto della sua testa. Ma c’era anche una sorta di feritoia orizzontale al livello del terreno, che doveva portare ad un seminterrato o uno scantinato sotterraneo.
Misty vi si avvicinò con circospezione, sentendosi addosso gli occhi di James che la osservava dal cespuglio. La finestra a livello del terreno era divisa in tre sezioni da sottili assicelle di metallo orizzontale e protetta da uno spesso vetro opaco; ma la sezione centrale era rotta e Misty giudicò che se si fosse sbarazzata delle schegge di vetro rimanenti avrebbe potuto scivolarvi attraverso. Si chinò a sbirciare all’interno, ma non vide altro che buio.
Si rialzò e dopo essersi accertata che non ci fosse nessuno nelle immediate vicinanze colpì il vetro rotto con la punta della scarpa da ginnastica. Le schegge caddero all’interno con una serie di tonfi attutiti che non erano quelli di vetro che cozza contro una superficie solida e ora che aveva liberato il pertugio Misty poté infilar dentro la testa per vedere.
Era uno scantinato, completamente buio a parte la luce che filtrava dalla finestra da cui stava guardando lei, e ad aver smorzato il rumore dei pezzi di vetro che cadeva era stato un cumulo di scatoloni marci di pioggia e umidità ammassati sotto la finestra. Misty valutò l’altezza del salto – un paio di metri, non di più, ma dovendocisi tuffare attraverso le parve molto di più – e poi si ritrasse di nuovo ad osservare la finestra, chiedendosi se sarebbe davvero riuscita a passarci attraverso.
Decise di sì e dopo un ulteriore momento di esitazione fece cadere la mitragliatrice attraverso il pertugio. Cadde sull’ammasso di cartone umido senza rumore.
Ebbe un istante di esitazione mentre faceva passare le caviglie oltre il bordo
(non farlo)
poi respirò a fondo come se avesse dovuto immergersi in acqua e si spinse con le braccia attraverso la finestra. Alcune schegge di vetro che ancora sporgevano le graffiarono la schiena facendogliela bruciare e quando atterrò sulle ginocchia urtò dolorosamente il sinistro contro la mitragliatrice e per rialzarsi dovette tenersi alla parete e scaricare il peso sull’altra gamba, vedendo le stelle per un istante quando provò a raddrizzare quella che aveva sbattuto.
Dentro era molto buio rispetto a fuori e per qualche momento non riuscì a vedere niente. Attese che gli occhi le si abituassero all’oscurità, con il cuore che le batteva così forte da sentirlo rimbombare.
Raccolse la mitragliatrice. Era davvero in uno scantinato, con il pavimento di terra battuta ed un’unica solitaria lampadina che pendeva al centro del soffitto. Si chiese che diamine avrebbe fatto se la porta fosse stata chiusa dall’altra parte e per un attimo fu vicina a scivolare davvero nel panico, ma non lo era. Uscì dalla stanza trovandosi davanti una stretta rampa di scale quasi altrettanto buia e dovette inerpicarvisi a tentoni, rischiando più di una volta di inciampare nel bordo sbreccato di qualche gradino.
Le mancavano solo due gradini quando inciampò veramente e la mano con cui cercò qualcosa a cui aggrapparsi incontrò solo la parete priva di appigli. Cadde in avanti, sulle scale e non nel vuoto che aveva alle spalle, ma cozzò di nuovo il ginocchio che le faceva male e le cadde di mano la mitragliatrice, che rotolò per tre o quattro gradini con un baccano infernale prima di fermarsi.
Misty si immobilizzò.
C’era una porta in cima alla scala ed al di là di essa sentì ora passi che si avvicinavano e una voce burbera, attutita ma spaventosamente vicina: «Che diavolo è stato?»
«Stato che cosa?»
«Quel rumore.» più vicino ora. Tremando Misty tese una mano per recuperare la mitragliatrice, senza staccare gli occhi dalla porta.
Tastò il gradino a pochi centimetri dalla canna dell’arma senza trovarla.
«Quale rumore?»
«Che diavolo ne so, una specie di…»
Misty dovette tapparsi la bocca con la mano libera per non gridare quando la maniglia si abbassò e la porta iniziò a ruotare sui cardini arrugginiti con un cigolio. Trovò finalmente la mitragliatrice e si drizzò di scatto, puntandola sul varco che si aprì nell’esatto momento in cui uno degli uomini di Hun sporgeva la testa all’indietro per guardare.
Vide distintamente lo scintillio nei suoi occhi quando lui vide lei.
«E tu cosa diavolo…»
Non pensò, perché se l’avesse fatto non avrebbe sicuramente agito in tempo. Imbracciò la mitragliatrice e fece fuoco prima ancora di rendersi conto lei stessa di che diamine stesse facendo (e, diavolo, James non aveva detto tanto per dire quando aveva parlato di contraccolpo e se non finì giù per le scale spezzandosi l’osso del collo fu solo perché aveva la schiena premuta contro la parete). Ebbe il tempo di vedere
(oh Dio basta non posso)
la striscia di sangue che si stampò sul pavimento sudicio alle spalle dell’uomo e poi lui le piombò addosso schiacciandola contro il muro e per un istante non poté neanche respirare.
Si liberò del peso morto del suo corpo spingendolo giù col calcio dell’arma che aveva in mano ed ebbe voglia di gridare quando sentì i tonfi del cadavere che precipitava cozzando contro gli scalini. Quando anche l’altro, il suo compare, le si avventò addosso cercando di disarmarla Misty non pensò a lui e che se le avesse tolto di mano la mitragliatrice sarebbe stata probabilmente la sua fine perché non sarebbe riuscita ad afferrare la pistola in tempo. Pensò ad Ash che si accasciava a terra davanti a lei, Ash che boccheggiava nel tentativo di respirare con il sangue che gli macchiava le labbra e la maglia e mentre lo pensava calò il calcio della mitragliatrice sulla nuca del secondo uomo e riuscì a metterci forza sufficiente da tramortirlo. Le stramazzò ai piedi, senza grazie a Dio finirle addosso o credeva che avrebbe perso i sensi, e Misty gli calò di nuovo il calcio della mitragliatrice sulla testa.
Il rumore che sentì stavolta fu orrendo, il rumore di qualcosa che va in pezzi e un ventaglio di schizzi di sangue le macchiò le caviglie ed il fondo della mitragliatrice.
Gemette ed ebbe voglia di gridare per il disgusto ma non poteva ormai, non poteva nemmeno fermarsi perché era impensabile che gli spari non avessero richiamato qualcuno. Scavalcò il corpo caduto evitando accuratamente di guardare la testa e si catapultò oltre la porta, ritrovandosi in uno dei corridoi dell’edificio come quelli attraverso cui Ash l’aveva trascinata per portarla in salvo.
E c’era qualcuno che stava arrivando, qualcuno che aveva sentito gli spari e stava arrivando di corsa. Misty rimase ferma accanto alla porta, con il mitra puntato in quella direzione, cercando di controllare il tremito delle mani.
Era uno di loro e non uno di loro qualsiasi. Era “Weider”. L’uomo che aveva aggredito lei e Ash la notte precedente. Il pensiero di Ash e della mano dell’uomo che aveva davanti che afferrava il tubo del respiratore la infiammò.
“Weider” le puntò addosso una rivoltella. «Metti giù quell’arma, ragazzina.»
Misty scosse la testa, prima piano, poi con tanta foga che i capelli le schiaffeggiarono il viso.
«Portami dal tuo capo.» disse, imbracciando la mitragliatrice, e la voce le tremò mentre lo diceva e dovette lasciar trascorrere un attimo prima di poter parlare di nuovo: «Portami da lei!»
L’uomo dai corti capelli biondi ringhiò increspando le labbra e scoprendo i denti giallastri, come una belva.
«Ti ho detto di mettere giù quell’arma.»
Lei scosse il capo di nuovo, stringendo la mitragliatrice più forte.
«Porta– »
Portami da Hun, avrebbe voluto dire, ma prima che potesse finire un boato assordante coprì tutto il resto e un dolore bruciante, lancinante come mai ce n’erano stati prima le esplose nella schiena all’altezza dei reni. Ebbe appena il tempo di emettere un’esclamazione che era per metà di sorpresa e per metà di dolore e poi le mancò la terra sotto i piedi e la sua visuale si chiuse in un lampo sanguigno e Misty si accasciò in avanti, cadendo sulle mani e sulle ginocchia, boccheggiando per il dolore mentre qualcosa di caldo iniziava a colarle sulla schiena.
«Bel lavoro, Norman.» disse una voce alle sue spalle ed era una voce che conosceva, oh sì, così come conosceva i piedi infilati in un paio di stivali di cuoio nero che le girarono intorno e le si fermarono davanti mentre nella mente le piantava gli artigli la certezza, assoluta e lampante, che quella che Hun le aveva appena inferto fosse una ferita mortale.
Crollò su un fianco ansimando nello sforzo di respirare. Pensò Ash e pensò Aiutami e la mitragliatrice le cadde di mano e Hun ci appoggiò un piede sopra.
«Così cercavi me, principessa.» disse Hun e quando con uno sforzo terribile Misty alzò la testa verso di lei vide che sorrideva e vide che aveva il braccio che lei gli aveva rotto sostenuto da una benda. Poi la testa le cadde di nuovo giù e dalle labbra le sfuggì un gemito che per metà era il nome di Ash, mentre il sangue le impregnava il dorso della maglia e tutto, anche il pavimento su cui giaceva a morire, iniziava a scivolare sempre più lontano.
Hun armò di nuovo il cane della pistola con cui le aveva sparato. «Lasciatelo dire, zuccherino.» disse «Non hai avuto un’idea brillante. Sentiamo, c’è qualcosa che vorresti dirmi prima che ti mandi a far compagnia a tua madre?»
E Misty, senza sapere come, portò la mano alla vita stringendola sul calcio della pistola.
«Soltanto… vederti… morire, puttana…»
E tese il braccio verso Hun e fece fuoco, premette il grilletto finché non sentì che scattava a vuoto, e poi il braccio prese a tremarle più forte e le ricadde sul pavimento con la mano che continuava a stringere la pistola scarica ma ora cadeva anche Hun, barcollava all’indietro con il sangue che le colava sul davanti della divisa e stramazzava sul pavimento sudicio e il suo corpo si inarcava una volta prima di rimanere immobile e c’erano i passi di qualcuno che correva ma anche quello era lontano.
Il rumore dei passi si perse e si perse l’immagine di Hun a terra e Misty non vide più nulla, e il suo ultimo pensiero andò ad Ash e le parve di sentire la sua voce, di sentirla davvero come se lui fosse lì e le parlasse e le dicesse Va tutto bene Misty, non preoccuparti, ora va tutto bene, puoi chiudere gli occhi; e quando una sagoma confusa si chinò su di lei e una mano strinse quella che era ancora serrata sul calcio della pistola non pensò che era la sagoma sbagliata, non pensò a niente, pensò solo che lui era lì anche se in realtà non era possibile ma
(va tutto bene Misty sono qui puoi chiudere gli occhi)
la realtà non importava, non più, perché lui era lì a dirle che andava tutto bene e che non doveva aver paura e non sentì James che la scuoteva chiamandola, non sentì neanche le lacrime che avevano preso a caderle dagli occhi.
«Ash.» riuscì a bisbigliare, e fu l’ultima sua parola e l’ultimo suo pensiero prima che il battito del suo cuore si arrestasse e ci fosse il buio e poi più niente.
CONTINUA…