BREAK MY FALL

XVII.

Quello che il medico disse quando uscì dalla stanza non fu, come Misty aveva non solo temuto ma addirittura creduto senza poterselo impedire, qualcosa di simile a Mi dispiace, abbiamo fatto tutto il possibile ma è stato inutile, non ce l’ha fatta.

Disse invece: «È stabile.»

«Stabile?» per un momento Misty non capì, e dovette ripetersi quella parola nella mente più di una volta prima di afferrarne il significato. «È vivo?»

L’uomo in camice azzurrino annuì. Aveva l’aria stanca. «Vivo, ma ancora in gravi condizioni purtroppo. È rimasto in arresto per più di tre minuti. Dovremo aspettare che riprenda i sensi per assicurarci che non ci siano conseguenze.»

«Conseguenze?» ripeté Misty con un filo di voce. Non le piaceva quella parola, evocava immagini del lungo ricovero di Ash al Viridian City Memorial per la gamba fratturata. Conseguenze era la parola che aveva usato allora il medico quando aveva detto a lei e agli altri che quella gamba probabilmente non sarebbe mai tornata del tutto a posto.

«Danni cerebrali.» disse il medico ora «Forse permanenti. Non possiamo accertarcene se non è cosciente.»

Misty vacillò e sentì Brock afferrarla saldamente per la vita. Non pensava che sarebbe caduta, stavolta, ma si abbandonò contro il suo braccio come se quelle parole l’avessero lasciata senza forze. Danni cerebrali poteva significare Ash che passava il resto della sua vita (se fosse vissuto, le ricordò crudelmente un pensiero dotato di volontà propria) su una sedia a rotelle o in un letto, con lo sguardo vacuo, senza parlare o riconoscerla. Brock la strinse per un istante.

«È vivo.» disse «Pensa a questo.»

Lei ci provò, provò a convincersi che Ash si sarebbe rialzato anche stavolta come sempre, come quattro mesi e mezzo prima si era rialzato dal pavimento del corridoio di un ospedale dopo che la gamba aveva ceduto; ma fu un tentativo che si risolse in un altro attacco quasi isterico di singhiozzi che cercò, quasi del tutto inutilmente, di imprigionare dietro le labbra serrate.

«Posso tornare da lui?» domandò in un bisbiglio.

«Sarebbe meglio di no al momento.» disse il medico. Disse ancora un paio di cose prima di congedarsi da lei e da Brock, disse che le condizioni di Ash rimanevano critiche e che molto sarebbe dipeso da come avesse passato quella notte – l’impressione, un po’ troppo simile a una certezza, fu che stesse per dire se passa la notte, non come passa la notte, e avesse avuto un ripensamento giusto un attimo prima – ma Misty smise di ascoltare veramente nel momento in cui disse che non poteva tornare da lui. Quando il medico se ne andò raggiunse la fila di sedie accostate alla parete e vi si lasciò cadere di schianto, non perché si sentisse sul punto di avere un mancamento adesso bensì in un gesto che era a metà fra esasperazione, disperazione e semplice sfinimento nervoso.

Si coprì gli occhi con una mano e dal nulla pensò: Tutto ciò che ami ti sarà portato via.

Da dove era uscita quella frase? L’aveva letta da qualche parte? Comunque fosse era schifosamente appropriata. Prima sua madre, poi Ash.

Smettila, si disse. Smettila di pensare in questo modo. Ma era troppo tardi perché potesse impedirsi di pensare in quel modo e continuò a rimuginare su quella frase, la mano premuta sulle tempie come per contenere un’emicrania che, si rese conto ora, non era solo nella sua immaginazione, che fosse per la stanchezza o per la ferita alla testa.

«Arresto cardiaco.» mormorò, quando Brock le si avvicinò e fece il gesto di sedersi al suo fianco. Lo disse come se dovesse capacitarsene, ma se n’era già capacitata anche troppo. Era lì quando la linea che disegnava sul monitor il battito del suo cuore si era appiattita di colpo. Era lì quando

(tutto ciò che ami ti sarà portato via)

il medico gli aveva poggiato sul petto le piastre del defibrillatore e aveva gridato Libera! e il corpo di Ash era sobbalzato sollevandosi dal materasso del letto d’ospedale quando la scarica elettrica l’aveva attraversato.

Brock non le si sedette vicino, ma le posò una mano sulla spalla. La strinse facendole quasi male. «È ancora vivo, Misty.»

«Lo so.»

Scosse la testa e si alzò in piedi di scatto, per impedire alla propria mente di riprendere con quei dannati incubi ad occhi aperti, film mentali in cui il medico usciva ora dalla stanza di Ash e guardava lei e Brock con aria rassegnata, e diceva Abbiamo fatto tutto il possibile ma è stato inutile, film mentali in cui lo stesso medico sollevava un telo dal tavolo di un obitorio scoprendo il volto cereo di Ash.

Mosse due passi quasi alla cieca, si fermò e vide di nuovo il corpo di Ash sussultare.

«Torniamo dagli altri.» mormorò, in tono quasi implorante «Per favore.»

 

*

 

Dagli altri significava al pokemon center, dove Drew aveva accompagnato Vera quando lei non se l’era sentita di rimanere nella stanza di Ash. Ora Vera continuava a tormentarsi le mani, bianca come uno spettro (Brock le aveva riferito quello che era accaduto dopo che se n’era andata dall’ospedale e sebbene si fosse sforzato di metterla nel modo meno terribile possibile – È rimasto in arresto cardiaco per qualche minuto, ma grazie al cielo i medici sono riusciti a rianimarlo – lei l’aveva presa molto male ed era stata assalita da un attacco di singhiozzi isterici), e cercava di convincerla a trascorrere quella notte nella stanza attigua a quella in cui si trovavano ora, Misty seduta sul piano inferiore del letto a castello con la schiena appoggiata contro il muro e i piedi scalzi appoggiati sul lenzuolo spiegazzato e Vera in piedi davanti a lei.

«Ti cedo il mio letto, io tanto posso dormire con Drew. Non puoi passare la notte qui da sola!»

Misty si abbracciò le ginocchia, incrociando le caviglie snelle. Ora aveva davvero l’emicrania, una pulsazione dolorosa dietro le tempie. Aveva provato a cercare un’aspirina nella cassetta del pronto soccorso di Brock, trovando solo il flacone vuoto.

Scosse la testa, lo sguardo vagamente assente. «Starò bene qui.»

Era sera. Brock aveva cucinato come in una sera qualsiasi e lei aveva creduto che si sarebbe limitata a dare una punzecchiata con la forchetta a quello che aveva nel piatto e ad assaggiarne un boccone, ma si era invece resa conto d’aver fame e ne era rimasta più che sorpresa sebbene fossero più di ventiquattr’ore che non metteva nulla nello stomaco. Dopo aveva insistito per sparecchiare e lavare i piatti. Quando Brock aveva provato a dirle di andare a riposarsi l’aveva ammutolito chiedendogli, più aspramente di quanto non avesse voluto, se credeva che rimanere con le mani in mano continuando a pensare ad Ash e che era lì con lui e aveva visto tutto quando il suo cuore si era fermato l’avrebbe riposata di più che tenere la mente sgombra facendo qualcosa. Brock non aveva trovato nulla da replicare e aveva lasciato che lei iniziasse con rabbia a insaponare i piatti.

Ora erano quasi le dieci, le cose che poteva fare per tenere la mente sgombra si erano esaurite da un bel pezzo, e sapeva con certezza che se avesse provato ad andare a dormire quello che avrebbe visto non appena avesse chiuso gli occhi sarebbe stato di nuovo il suo corpo attraversato dalla scarica elettrica e allora li avrebbe riaperti di scatto, passando il resto della notte a guardare il soffitto senza il coraggio di richiuderli neppure quando avrebbero cominciato a bruciare come se fossero stati pieni di sabbia, l’orecchio teso all’eventuale squillo del cellulare di James il cui numero avevano lasciato al medico che aveva in cura Ash – Josephson, si chiamava – perché chiamasse quello in caso d’emergenza, e che adesso era sul comò vicino al letto, acceso e con la suoneria al massimo.

«Ma non puoi rimanere sola!» insisté Vera, distogliendola dal pensiero del cellulare e dal timore che squillasse – o che non squillasse, perché in fondo, forse, poteva anche darsi che il dottor Josephson chiamasse per dire che le condizioni di Ash avevano subito un inatteso, improvviso miglioramento, una sorta di miracolo clinico e che Ash avesse chiesto di lei, e anche se era solo un’illusione e lei lo sapeva bene perché non provare a crederci almeno per qualche momento? – «Potresti essere in pericolo.»

Senza volere distese le labbra in un accenno di sorriso amaro. «Oh, di questo non preoccuparti. Saprei come difendermi.»

Aveva ancora con sé la pistola. Quando Vera aggrottò le sopracciglia senza capire, Misty la sfilò dai pantaloncini e gliela mostrò per un istante, giusto il tempo di vederla e sgranare gli occhi prima di farla sparire di nuovo.

«Quella da dove…?»

«L’ho presa a Hun.» spiegò Misty «Se non l’avessi fatto credo che avrebbe ucciso Ash. E poi sparato a me.»

Lo disse ripensando, con un brivido, al modo in cui la donna aveva puntato la pistola su Ash già a terra inclinando il polso e cambiando la traiettoria del proiettile dal colpo al polmone, al quale Ash sarebbe potuto sopravvivere, a quello al cuore, al quale quasi certamente no.

«Mio Dio.» mormorò Vera. La sua voce fu più sottile del solito.

«Rimango qui.» ripeté Misty. Poi prese a parlare con furia. «E anzi, spero proprio che vengano, che qualcuno di loro si faccia vivo, così lo vedranno eccome come li sto aspettando.»

Vera non parve convinta per nulla. «E se ti cogliessero di sorpresa? Se ti addormenti potrebbero entrare e tentare di ucciderti come mentre– »

Si fermò di botto. Misty alzò gli occhi verso di lei. «Mentre cosa?»

«…Mentre eri in coma.» finì piano la ragazzina, dopo aver esitato per un lungo momento.

Misty tacque. Brock le aveva detto, il giorno dopo il suo risveglio in ospedale, che era rimasta in coma per due giorni e che uno degli uomini di Hun si era introdotto nella sua stanza e aveva cercato di soffocarla con il cuscino. Le aveva detto anche che era stato Ash a salvarla ed era per quello che ne era sì rimasta spaventata in buona misura, ma non tanto quanto si sarebbe potuto pensare.

«Non mi addormenterò.» disse, dopo averci riflettuto per qualche attimo «E se dovessi addormentarmi, comunque… almeno ci andrei di mezzo solo io.»

Vera sgranò gli occhi scioccata.

«Non puoi parlare sul serio.»

Misty abbassò gli occhi sui propri piedi. Serrò le mani su un lembo del lenzuolo.

«Perché? Se Ash adesso sta morendo è a causa mia.»

La ragazzina fu sconvolta a tal punto da quell’affermazione che non riuscì a replicare se non una manciata di secondi.

«È un’assurdità!»

«È venuto là per salvare me.» replicò Misty, ora guardandola dritta negli occhi. Abbassò di nuovo lo sguardo, però, quando sentì il bruciore delle prime lacrime. «E ora è in ospedale e potrebbe morire da un momento all’altro. Anche adesso. In questo preciso momento quel dannato cellulare potrebbe squillare e– »

«Non morirà.» la interruppe Vera, con una risolutezza tale che non le parve possibile che a pronunciare quelle due parole fosse stata la stessa ragazzina che poche ore prima aveva pianto per minuti senza potersi fermare quando Brock le aveva detto che il cuore di Ash si era fermato. Strattonò con rabbia il lenzuolo, scalzandolo dal materasso.

«Non lo sai.»

«No, e neanche tu.» ribatté Vera «Perché sei certa che non ce la farà? Ha superato una crisi solo qualche ora fa. Il suo cuore ha smetto di battere per più di tre minuti ed è ancora vivo. È forte! È Ash.»

Le caddero due lacrimoni dagli occhi mentre parlava e li asciugò col dorso della mano. La sua voce rimase ferma.

Misty non disse nulla. Voleva, ma quando provò a parlare i singhiozzi glielo impedirono sgorgandole inarrestabili dalla gola e le lacrime scomposero l’immagine di Vera in una serie di prismi variopinti.

«Non è giusto.» singhiozzò, nascondendo il viso contro le ginocchia «Non è giusto! Perché non possono semplicemente lasciarci vivere?»

Vera si sporse verso di lei e la abbracciò velocemente. Quando Misty si fu calmata e asciugata le lacrime con un fazzoletto azzurro reperito in uno dei cassetti del comò, la ragazzina le chiese di nuovo se volesse davvero passare la notte da sola e Misty annuì.

«Sicura…?»

Annuì di nuovo. Pensava che Vera se ne sarebbe andata, lei invece esitò, riprendendo a tormentarsi le mani. L’impressione era che volesse dirle qualcosa e non ne avesse il coraggio.

«Cosa c’è?»

Vera si morse il labbro. «Sicura di… voler dormire nel letto di Ash?»

Misty rimase in silenzio per una lunga manciata di istanti. Era facile intuire cosa Vera si stesse chiedendo: se davvero volesse passare la notte nel letto dove due notti prima aveva dormito con Ash e dove, con un po’ di immaginazione o suggestione – e non le mancava nessuna delle due, soprattutto la seconda, al momento – le lenzuola conservavano un pochino del suo odore e dove avrebbe probabilmente passato la notte a coltivare ogni genere di pensieri su di lui, del tipo che aveva cercato di respingere sparecchiando la tavola e lavando i piatti. Ma non era forse quello, le rimanenze del suo odore e della sua presenza, che le avrebbe anche impedito di crollare definitivamente? Provare a immaginare, sforzarsi serrando gli occhi fino a farli lacrimare che lui fosse al suo fianco e che le sarebbe bastato girarsi, o allungare una mano dietro di sé, per incontrare il calore del suo corpo addormentato? Magari poi avrebbe davvero teso la mano e avrebbe ovviamente incontrato solo lenzuola, fredde perché nessuno ci aveva dormito sopra di recente; ma almeno avrebbe avuto quello. Quell’attimo in cui si sarebbe davvero illusa di trovarlo.

Annuì e si sforzò di rivolgerle un sorriso stanco. «Sì, Vera, è proprio quello che voglio. Non preoccuparti.»

Lei aprì la bocca, probabilmente per replicare che non poteva non preoccuparsi, ma ne fu distratta da Drew che infilava la testa nella stanza chiamandola e Misty fu grata a Drew di averlo fatto.

«Ecco dov’eri.» disse Drew «Vieni a dormire?»

«Un attimo.» gli rispose Vera, ma non aveva più veramente altro da dire. Chiese di nuovo a Misty se fosse proprio sicura e di nuovo lei rispose di sì, dunque rassegnata le augurò la buonanotte e si accinse a seguire Drew fuori dalla stanza.

Sulla soglia Drew si fermò, con una mano sullo stipite e l’altro braccio attorno alla vita di Vera, e guardò dentro la stanza verso Misty. Per un istante Vera temette che stesse per dire qualcosa di cattivo – l’ultima volta che aveva avuto a che fare con Ash l’aveva preso a pugni e sebbene fosse stato Ash ad aggredirlo Drew non ci era sicuramente andato leggero –, qualcosa di cui forse poi si sarebbe pentito ma non prima di averlo detto, e pensò che se l’avesse fatto avrebbe potuto odiarlo.

Guardando dritta negli occhi Misty Drew disse invece: «Ash si rimetterà. Non dubitarne.»

Misty ne fu sorpresa. «Grazie.» mormorò comunque e Drew le sorrise appena prima di andarsene portando Vera con sé.

Rimasta sola Misty ascoltò i loro passi allontanarsi. Quando si furono allontanati a sufficienza ed ebbe sentito la porta della stanza attigua che veniva aperta e poi accostata di nuovo, riprese in mano la pistola di Hun.

Controllò, senza sapere bene perché, quanti colpi ci fossero in canna. Cinque.

Caricò di nuovo l’arma, la soppesò fra le mani. E nella mente cominciò a profilarlesi un’idea.

 

*

 

L’uomo alto dai corti capelli a spazzola biondi aveva atteso fuori dall’ospedale, nell’auto dai vetri oscurati ferma nel parcheggio, fumando una sigaretta dopo l’altra finché il posacenere della macchina non era stato talmente pieno che alcune cicche erano cadute fuori spargendo cenere grigiastra sulla tappezzeria sudicia, e fingendo di leggere un giornale che gli era servito invece a nascondere la faccia. Aveva atteso che si facesse buio. Non era la notte che Misty aveva trascorso al pokemon center dormendo nel letto di Ash e immaginando che lui le dormisse accanto bensì la successiva e l’uomo in macchina si chiamava Norman. Il suo nome completo era stato Norman Daniels, ma aveva smesso di usare il proprio cognome molti anni prima, quando era entrato nel Team. Molto prima di Hun, e dell’affare di quei dannati mocciosi, quindi.

L’aveva quasi dimenticato, il proprio cognome.

Li aveva visti entrare e poi uscire tutti quanti, la ragazzina castana con il fratellino per mano e il suo ragazzo che la teneva sottobraccio, e poi più tardi l’altro giovanotto più alto dalla pelle scura. Tutti tranne la ragazza, la rossa niente male con cui non gli sarebbe dispiaciuto divertirsi un po’ se gli si fosse presentata l’occasione propizia. Lei l’aveva vista entrare e non uscire, il che poteva significare due cose: era uscita dall’ospedale proprio nel momento in cui aveva ricevuto una strombazzata di clacson da una mezza sega a cui bloccava il passaggio e che si sarebbe guardato bene dal fare il coglione in quel modo se avesse saputo con chi aveva a che fare ed aveva dovuto spostare la macchina perdendo di vista per un minuto o due l’ingresso principale dell’Hawthorn City Grace (il ridicolo nome di quell’ospedale), oppure era ancora dentro ed era questa seconda possibilità ad averlo trattenuto tanto a lungo. Non che avesse paura di lei, ovviamente. Un tale scricciolo non avrebbe potuto nuocergli neppure se avesse avuto una mazza da baseball in mano. Però avrebbe potuto mettersi a strillare, per esempio, e far accorrere qualcuno.

«Oh, beh.» borbottò Norman, ripiegando il giornale. Sarebbe bastato chiuderle la bocca prima.

Quando fu abbastanza buio scese dall’auto, tenendo sotto braccio il fagotto di stoffa che gli sarebbe servito. Lo indossò infilandosi in uno dei bagni del piano terra. Era un camice da medico.

Movendosi in modo da farsi notare il meno possibile raggiunse il reparto terapia intensiva, dove riteneva ragionevole si trovasse «quel patetico mucchietto d’ossa», come l’aveva definito Hun. Oltrepassò la porta su cui spiccava il nome del reparto con un inconsapevole ghigno a distendergli le labbra scoprendo i denti storti e ingialliti.

«Mi scusi, non credo di conoscerla, dottor…?»

Si girò di scatto. Era un’infermiera, una brunetta con gli occhi verdi e un bel culo. Il cartellino che aveva appuntato sul seno diceva Louise Landon.

Le spezzò il collo prima ancora che lei avesse probabilmente il tempo di rendersi conto di cosa stesse accadendo. Si sbarazzò del corpo ficcandolo in un armadietto metallico accostato alla parete, dopo essersi accertato di nuovo che nessuno avesse visto niente. Così andava bene. Sarebbe rimasta lì fino a che qualche altra infermiera non sarebbe andata a caccia di asciugamani o lenzuola, trovando invece una macabra sorpresa ad aspettarla.

Gli occhi vitrei di Louise Landon brillarono una volta nella penombra, mentre Norman richiudeva l’armadio. «Au revoir, Louise.»

Senza dimostrare una fretta che avrebbe potuto destare sospetti in chi avesse incrociato si avviò lungo il corridoio. Non gli ci volle molto a trovare la stanza in cui il patetico mucchietto d’ossa (oh, se gli piaceva quell’appellativo) era ricoverato. Era la 3.12. Il suo nome era sulla cartella fuori dalla porta. Ghignò vedendo che non c’era un agente della sicurezza fuori della porta, com’era stato invece con la ragazza.

Entrò e si arrestò sulla soglia. C’era la ragazza. Seduta sulla sedia di fianco al letto, la testa appoggiata alle braccia incrociate sul materasso.

Dopo un minuto Norman Daniels si rilassò. C’era, sì, ma stava dormendo. Tanto meglio. Si sarebbe sbarazzato di entrambi in una volta e pazienza se non gli sarebbe rimasto il tempo di farsi un giro con quel bocconcino di rossa.

Avvicinandosi lentamente estrasse la pistola da sotto il camice. Affondò la canna nel cuscino, perché coprisse il rumore dello sparo. E sporgendosi al di sopra del letto avvicinò pistola e cuscino alla testa della ragazza.

 

*

 

Misty stava sognando.

Non aveva voluto addormentarsi, ma quando aveva appoggiato la testa alle braccia incrociate sul letto, una mano ancora stretta su quella di Ash, non era riuscita a tenere gli occhi aperti per più di un minuto o due. La notte precedente non aveva chiuso occhio. Nel momento in cui aveva messo via la pistola – lasciandola però nel primo cassetto del comò e lasciando il cassetto aperto per metà – e si era finalmente decisa ad infilarsi sotto le lenzuola il pensiero di lui l’aveva sommersa in modo quasi fisico, quasi che la sua mente percepisse il suo odore che in realtà non c’era ma che lei sentiva lo stesso così forte che gli occhi le bruciavano e che l’aveva tenuta sveglia, prima rannicchiata contro il muro, con le ginocchia raccolte al petto in posizione fetale e la fronte appoggiata contro il fresco della parete, a immaginare che lui dormisse sull’altro lato del letto; e poi a rigirarsi ininterrottamente fra le lenzuola e aspettare che il cellulare squillasse ed inzuppare di lacrime brucianti la federa del cuscino quando la sua illusione si era dissolta e lei non era più riuscita a rievocarla. Il cellulare non aveva squillato, ma c’era stato un momento, attorno alle cinque del mattino, in cui si era assopita per un paio di minuti e poi si era risvegliata di soprassalto convinta che stesse squillando e che fosse qualcuno che chiamava per dire che Ash non ce l’aveva fatta, se n’era andato (deceduto era la parola che avrebbe probabilmente usato la persona al telefono). Ma il cellulare non stava squillando. Aveva guardato imbambolata il display spento per un minuto buono prima di rendersi conto di aver sognato.

Quando il mattino successivo Vera aveva visto le profondissime occhiaie che aveva sotto gli occhi le aveva rivolto uno sguardo di pena che voleva chiaramente dire Io l’avevo detto, ma non aveva commentato.

In ospedale tutto quello che avevano saputo dirle di Ash era stato “è stabile”. Le avevano però permesso di rimanere con lui un po’ più a lungo. Non aveva avuto altre crisi e rimanendogli accanto Misty si era sentita un pochino meglio, lievemente meno oppressa dal peso che l’aveva schiacciata quella notte. Aveva ottenuto, dopo aver discusso a lungo con il dottor Josephson, che le fosse permesso di trascorrere la notte in ospedale (Se ci sono io, forse in qualche modo mi sentirà e starà meglio, aveva detto, e aveva dovuto trattenersi per non aggiungere: E anch’io). E, guarda un po’, con Ash vicino era riuscita a scivolare nel sonno.

Il sogno che stava facendo ora era un sogno di lui, ma non uno di quelli in cui vedeva il cimitero e la lapide e la sua voce morta le sussurrava parole che ora, in sogno, non ricordava più se fossero state Tutto ciò che ami ti sarà portato via o Perché non mi hai aiutato. Né lui era, nel sogno di ora, l’inquietante visione che la terrorizzava nei sogni sul cimitero. Era il suo Ash e sedeva sul suo letto d’ospedale, un po’ pallido, abbracciandosi le ginocchia e guardandola con lo sguardo dolce e deciso di sempre.

Tutto ciò che ami ti sarà portato via, le disse Ash in sogno. Lo disse in tono casuale, quasi distratto. È sempre così, no?

Lei scosse la testa con foga. Non voglio che mi portino via te.

Ash le rivolse uno sguardo curioso, un po’ meravigliato.

Non succederà, le disse. E poi: Non farlo.

Non fare che cosa?, gli chiese lei.

Lo sai.

No, non lo so, disse scuotendo la testa. Lo sguardo che lui le rivolse ora fu malinconico, quasi triste, e lei provò il desiderio di abbracciarlo, un desiderio così fisico da fare quasi male.

Quello che hai in mente. Non farlo.

Non so di cosa stai parlando, Ash.

Lui sorrise appena ma il suo sguardo non mutò. Per un istante a Misty parve di scorgere un’immagine diversa di lui, un’immagine che inspiegabilmente pensò dovesse provenire da un futuro che non era poi così distante. Più pallido, con gli occhi cerchiati e spenti, e ancora più magro. Poi quell’immagine svanì in un batter di ciglia e lui tornò ad essere l’Ash di cui conosceva ogni pensiero.

Non mi perderai, le disse. Non questa volta.

Lei scosse la testa. Non lo so.

Sto bene, le disse Ash. Allargò le braccia perché lei potesse constatarlo con i suoi occhi. Non lo vedi?

No, che non lo vedo, disse lei facendo cenno di no con il capo. Non sei veramente qui. Sei in ospedale e stai morendo.

Ma no che non sto morendo, la tranquillizzò Ash. Le sorrise e il modo in cui la guardò fu a tal punto quello di sempre, quello di cui si era innamorata, che Misty dimenticò che quello era un sogno e si sporse verso di lui per abbracciarlo davvero. Ash la fermò appoggiandole le mani sulle spalle.

Non adesso, le disse.

Perché?

Ash sorrise tristemente. Perché adesso devi svegliarti.

 

*

 

Si svegliò di soprassalto trovandosi la canna della pistola avvolta dal cuscino premuta contro la testa. Strillò e si ritrasse di colpo, precipitando dalla sedia ed urtando il pavimento prima con la schiena e poi con il sedere. Per un istante il sogno fu ancora così intenso e palpabile, come se ci fosse stata ancora dentro, che non capì cosa stesse succedendo. Poi vide la sagoma dell’uomo in piedi accanto al letto di Ash e si alzò in piedi di scatto, portando una mano in vita in cerca della pistola.

Ci fu un istante di terrore in cui credette di averla persa, poi le sue dita ne sfiorarono prima il calcio e poi vi si chiusero, estraendola. Non le ci vollero più di un paio di istanti, giusto il tempo perché l’uomo che per un pelo non le aveva piantato un proiettile nella testa si ritraesse ringhiando «Merda.», ma le parve molto di più, abbastanza perché quella specie di colosso volgesse la pistola verso Ash e facesse fuoco completando il lavoro di Hun.

Distese il braccio con cui teneva la .22 di Hun, pensando ad Ash e al sogno e a Adesso devi svegliarti, pensando con orrore a cosa sarebbe successo se solo avesse dormito un secondo in più.

«Sta’ lontano.» disse all’uomo che stava fra lei e la porta. Era alto e biondo e Misty lo conosceva, ci aveva avuto abbondantemente a che fare nel covo di Hun. Il motivo per cui non l’aveva riconosciuto all’istante era che ora indossava un camice da medico, un camice troppo piccolo fra l’altro, che gli lasciava fuori i polsi e arrivava poco sopra il ginocchio.

«Sta’ lontano.» ripeté e sorprendentemente le riuscì di mantenere la propria voce del tutto ferma, così come ferma era la mano che teneva la pistola. Lui imprecò e indietreggiò di un passo, incespicò in qualcosa, spalancò le braccia per rimanere in equilibrio. Urtò con l’anca un carrello che qualcuno (l’infermiera di nome Louise, forse? L’infermiera di nome Louise, che il mattino successivo sarebbe cascata fuori morta da un armadio per le lenzuola quando una sua collega l’avrebbe aperto?) aveva parcheggiato vicino alla porta, rovesciandone flaconi di medicinali che caddero a terra tintinnando.

«Merda.» ringhiò l’uomo. Si protese in avanti e Misty vide scintillare per un attimo nella luce che veniva dal corridoio il cartellino di riconoscimento che aveva sul petto. Dr.Weider, diceva, e Misty si domandò se fosse semplicemente falso o se avesse ammazzato qualche medico e gli avesse sottratto quel camice troppo corto, cartellino di riconoscimento compreso.

“Weider” scattò verso il letto, protendendo la mano verso il tubo del respiratore.

«Non farlo!» urlò Misty «Allontanati da lui ADESSO!»

Lui non lo fece e quando la sua mano si chiuse sul tubo che permetteva ad Ash di respirare Misty premette il grilletto. Lo colpì ad una spalla e “Weider” indietreggiò con un grugnito di dolore e con il sangue che zampillava fra le dita della mano che si era portato istintivamente alla ferita. Il sangue macchiò il lenzuolo.

«Troia impunita.» ruggì “Weider” e le si lanciò addosso, e Misty cercò di far fuoco di nuovo ma non ne ebbe il tempo perché prima che potesse farlo l’uomo la schiacciò con il suo peso che sicuramente superava il quintale contro la parete e il colpo partì in direzione del soffitto. Ma gli spari si erano sentiti per tutto il reparto ovviamente e qualcuno irruppe nella stanza, qualcuno che non riuscì a vedere perché la mole di “Weider” glielo impediva ma ne sentì lo scalpiccio dei passi sul linoleum.

«Fermo dove sei.» intimò qualcuno e il peso dell’uomo le si tolse di dosso e poté respirare.

“Weider” abbatté come un birillo la persona che aveva cercato di immobilizzarlo. Era un agente della sicurezza ed era alto almeno un metro e ottanta, ma l’uomo di Hun lo superava di almeno venti centimetri in altezza e molto di più in peso.

Misty non vide altro dello scontro fra i due (o tre o quattro, gli agenti della sicurezza erano più di uno), perché nel frattempo si era alzata in piedi sulle gambe che ora la tremavano un po’ e aveva raggiunto il letto, chinandosi su Ash e facendogli scudo. Appena in tempo, perché un attimo dopo “Weider” si liberò violentemente di uno degli agenti, che le piombò addosso e sarebbe rovinato su Ash se non ci fosse stata lei in mezzo, a sostenere con la schiena il peso dell’uomo. Le fece male, e le fece sfuggire l’aria dai polmoni in un grido sfiatato e le riempì gli occhi di lacrime che erano più di rabbia che di dolore.

Si chinò ancora di più su Ash proteggendolo come poteva, ponendosi come scudo fra lui e il caos della stanza. «Tranquillo.» singhiozzò senza accorgersi che lo stava dicendo ad alta voce, il viso affondato nell’incavo fra il suo collo e la sua spalla «Tranquillo, non ti faranno niente, non ti faranno del male, ci sono io…»

Non se ne accorse, perché aveva il viso contro la sua spalla e stava piangendo stringendolo a sé come meglio poteva senza impigliarsi fra i fili e i tubicini che lo tenevano in vita; ma in quel momento, per un attimo, Ash mosse le labbra dietro la maschera ad ossigeno e la sua mano abbandonata sulle lenzuola schizzate di sangue si contrasse cercando la sua da stringere, senza trovarla. Fu solo un attimo e Misty non lo vide, eppure, mentre la sua mano si rilassava di nuovo e le sue labbra smettevano di provare a pronunciare il suo nome, qualcosa la spinse ad alzare la testa e guardarlo per un momento. Quello che vide, ovviamente, fu solo il solito pallore di cera del suo volto.

Scrollò appena il capo e si voltò – senza lasciarlo andare – verso il caos che ora si era acquietato.

“Weider” non c’era più ed erano rimasti solo due agenti. Uno era accasciato per terra con i capelli pieni di sangue. L’altro era in piedi e le si avvicinò. Le fece delle domande, le chiese se conoscesse l’uomo che li aveva aggrediti e come si fosse introdotto nella stanza e Misty lo guardò per un lungo istante sbattendo le palpebre prima di riuscire a rispondere.

«È entrato.» balbettò infine e ora le tremò la voce «Stavo dormendo. Mi sono svegliata trovandomi una pistola puntata alla testa. E no, non si chi sia.»

Non era proprio vero. Ma in ogni caso non conosceva il suo nome e senza quello dubitava che il poco che sapeva sul suo conto potesse servire a qualcosa. E se avesse parlato avrebbe dovuto parlare anche di Hun e spiegare tutta la storia. Forse la polizia avrebbe potuto aiutarli, ma era più propensa a credere (diamine, ne era certa) che se solo si fosse azzardata a parlare nel giro di ventiquattr’ore si sarebbe trovata non un solo uomo, ma l’esercito di Hun al completo ad ammazzarle Ash davanti agli occhi e poi ammazzare lei.

Allentò un pochino la stretta su Ash.

«P-potrebbe…» si fermò, riprese fiato e ricominciò, con la voce che le tremava ancora ma un po’ meno: «Potrebbe far venire qui un medico perché controlli se sta bene? Se gli ha fatto qualcosa?»

L’agente della sicurezza la scrutò per un momento, poi annuì. Misty lo vide fermarsi di fianco al suo collega a terra e dirgli qualcosa, ma solo di sfuggita, perché guardava di nuovo Ash.

«Va tutto bene.» gli sussurrò, accarezzandogli i capelli e ravviandoglieli all’indietro. Lo baciò sulla fronte, vicino alla tempia sinistra. «È tutto passato ora. È finita.»

Ash non reagì. Misty gli rimase accanto, tenendolo fra le braccia, finché l’agente della sicurezza dell’ospedale non tornò con il medico.

 

*

 

«Cos’è successo?»

Chiuse gli occhi per un momento, raccogliendo le idee, sospirò e ripeté in modo un po’ più chiaro quello che aveva balbettato al telefono meno di mezz’ora prima. L’aveva tirato giù dal letto chiamandolo sul cellulare di James, che ora era sul suo comò nella stanza che divideva con Vera, suo fratello e Drew, alle undici e mezza di sera da uno dei telefoni pubblici dell’ospedale – ci fosse stata lei al suo posto, e fosse stata lei ad essere svegliata dallo squillo del telefono a quell’ora, era sicura che le sarebbe come minimo venuto un colpo, ma le era venuto in mente solo quando aveva sentito il tono allarmato della sua voce – e dopo aver ascoltato i suoi balbettii quasi isterici a proposito dell’uomo che aveva cercato di uccidere lei e Ash lui le aveva detto «Vengo subito.», raggiungendola nel giro di venti minuti. C’era anche Vera con lui.

Non l’aveva chiamato subito. La medicazione che aveva sulla fronte si era disfatta e aveva dovuto chiedere a un’infermiera di sistemarla. Aveva cercato Louise, ma al suo posto aveva trovato una biondina con gli occhi nocciola che non poteva avere un giorno più di ventitré anni e sembrava ancora più giovane. E prima ancora, ovviamente, aveva ascoltato con sollievo crescente il medico dirle che l’uomo che li aveva aggrediti non aveva fatto del male ad Ash (né gliene aveva fatto lei, stringendolo nel tentativo di proteggerlo). Il suo sollievo era diventato qualcosa che non era riuscita a definire e che non voleva ancora azzardarsi a chiamare speranza quando il medico le aveva detto che anzi, nelle ultime ore le condizioni di Ash sembravano aver subito un leggero miglioramento, sebbene fosse presto per poterlo dire con certezza.

«Fortuna che avevo con me questa.» disse ora, toccando la .22 di Hun che si era infilata di nuovo in vita. L’aveva fatto prima che l’agente della sicurezza potesse vederla e sicuramente sottrargliela, sostenendo, quando lui gliel’aveva chiesto, di aver sparato all’aggressore con la sua pistola, che era riuscita a togliergli di mano grazie a un colpo di fortuna e che lui era riuscito a riprendersi dopo che lei aveva avuto il tempo di sparare due volte, la prima nella sua spalla e la seconda nel soffitto della stanza.

Brock la guardò con tanto d’occhi. «Quella da dove viene?»

«Hun.» spiegò Misty, per la seconda volta «È sua. Gliel’ho presa quando ha cercato di ammazzare Ash.»

Lui le si avvicinò e le appoggiò una mano sulla spalla. Era in piedi, e lei era seduta su una delle sedie bianche in corridoio, perché le tremavano le gambe. Brock aprì la bocca per parlare, ma lo fece Vera prima che potesse farlo lui.

«Stai bene?» le chiese con apprensione, le mani strette fra i seni, e poi si corresse «State bene? Tu e Ash, dico?»

Misty annuì. «Il dottor Josephson ha detto che Ash sta bene, o meglio, che quell’uomo non gli ha fatto del male.» disse «E io sto bene.»

Terrorizzata, pensò, ma bene.

«Io stavo dormendo.» aggiunse, dopo averci pensato per un istante «Quando è entrato. Stavo sognando. Stavo sognando Ash.»

Brock tenne la mano sulla sua spalla, chiedendole con lo sguardo dove volesse andare a parare.

«Mi ha detto di svegliarmi.» disse Misty. Lo realizzò appieno solo mentre lo diceva a voce alta e un brivido le corse lungo la spina dorsale. «Ash nel mio sogno mi ha detto di svegliarmi. E mi sono svegliata proprio in quel momento trovandomi la canna della pistola puntata alla testa. Se avessi dormito solo un secondo di più…»

La stretta della mano di Brock si irrigidì. «Probabilmente ti ha svegliata lui, Misty. Ti sei svegliata sentendolo entrare.»

«Se avessi dormito solo un secondo di più,» ripeté lei e le si riempirono gli occhi di lacrime «mi avrebbe uccisa e poi sicuramente avrebbe ucciso anche Ash.»

Tacquero entrambi e per qualche istante Misty pensò che Brock volesse dire qualcosa, per esempio che credere di essersi veramente svegliata perché era stato Ash a dirglielo per salvarla rasentava la follia – anche se non avrebbe detto così, avrebbe detto Sei stanca, Misty, dovresti provare a riposarti –, invece rimase zitto.

Misty volse lo sguardo verso Vera. «Potresti… accompagnarmi in bagno un attimo?»

La ragazzina annuì. Misty si alzò in piedi lentamente, accertandosi che le gambe ora potessero reggerla. Decise di sì.

«Ti senti male?» le chiese Vera, quando furono in bagno.

Misty chiuse la porta, poi si appoggiò ad uno dei lavandini. I capelli le spiovvero sul viso. Sospirò, lasciando andare l’aria lentamente.

«Non è questo.» disse «Devo parlarti. E dovrai ascoltarmi senza interrompermi. E poi… dovrai farmi una promessa.»

Vera sbatté le palpebre. «Di… di che stai parlando?»

Lei tacque per un lungo momento. Senza accorgersene portò la mano al fianco dove teneva la pistola. Toccarla le dava un senso di sicurezza.

«Io sono in pericolo.» disse infine e la sua voce non risuonò ferma come avrebbe voluto, ma nemmeno tanto incerta da farle temere che non sarebbe riuscita a continuare, almeno per ora «Non so se lo siate anche tu, Brock, Drew e tuo fratello, ma io sì. E Ash è in pericolo più di quanto lo sia io, perché… perché Weider potrebbe tornare di nuovo e io potrei non essere lì e allora non ci sarebbe niente che gli impedirebbe di strappagli via davvero il tubo dell’ossigeno.»

«Weider?» Vera aggrottò le sopracciglia.

«Era il nome che aveva scritto sul cartellino che aveva sul camice.» spiegò Misty. Sospirò di nuovo. «Tornerà, sicuramente. Ash ha… sparato ad Attila e l’ha ucciso.» vide Vera sgranare gli occhi «E quella… quella puttana schifosa di Hun non sarà soddisfatta fino a che non l’avrà ucciso davvero.»

Le cadde una lacrima sulla guancia e la asciugò senza accorgersene. Dovette rimanere in silenzio per un momento.

«Continuerà a mandare i suoi uomini e con Ash in queste condizioni io non… non riuscirò a proteggerlo sempre, è già stato un miracolo che quel bastardo non ci sia riuscito stavolta, non sarò così fortunata di nuovo e poi come faccio a sapere che la prossima volta che tenterà di ucciderlo lo farà in modo che io possa accorgermene? Potrebbe mandare qualcuno di loro perché si finga un infermiere e stacchi il respiratore o gli inietti una dose letale di qualche farmaco o qualcos’altro ancora che non riesco nemmeno a immaginare!»

La sua voce aveva assunto ora una sfumatura isterica che non le piacque per niente. Si fermò di nuovo. Vera la guardò con gli occhi spalancati. Si era rintanata nel cantuccio fra il lavandino ed il muro, indietreggiando così lentamente che probabilmente non se n’era neanche accorta, fino a che non aveva toccato con le scapole la superficie di piastrelle.

«Dove vuoi arrivare?»

Misty non rispose. Toccò di nuovo la pistola, senza che stavolta il contatto con il metallo le infondesse un briciolo della sicurezza in cui aveva sperato.

«Voglio andare là.» disse infine e allora non ci fu una sola lacrima a caderle sulla guancia, ma un fiume in piena, che le impedì di vedere bene e rese la sua voce incerta e sul punto di infrangersi. «Avrei potuto uccidere Hun, quando le ho preso la pistola. Non l’ho fatto. Voglio andare là e ucciderla.»

Vera sgranò gli occhi ancora di più. Scosse la testa con foga, facendosi volare i capelli.

«No– »

«Devo farlo!» la interruppe Misty. Si asciugò inutilmente le lacrime con il dorso della mano. Dal niente le venne in mente, chiarissima come se qualcuno gliel’avesse sussurrata all’orecchio, la frase che aveva riempito i suoi sogni.

Perché non mi hai aiutato?, diceva.

Vera scosse la testa di nuovo. Si stringeva di nuovo le mani al seno e Misty vide, fra le ciocche di capelli castani che quasi le frustarono il viso, che anche i suoi occhi ora erano pieni di lacrime.

«Ti uccideranno!»

«Probabilmente.» le rispose, piano «Per questo ti ho detto che avresti dovuto farmi una promessa. Se… mi succede qualcosa… prenditi cura di Ash.»

Ma lei fece di nuovo cenno di no. «È una follia!»

«Lo so.» disse Misty, calma.

Vera la guardò, dall’angolino fra il lavandino e la parete, gli occhi molto azzurri e molto spalancati e molto pieni di paura. Si morse le labbra.

«Se ti succede qualcosa.» disse. Lo disse come se non ci fossero puntini di sospensione alla fine della frase, ma un punto fermo; e poi riprese. «Ash non ce la può fare senza di te.»

«Può.» ribatté Misty con decisione «E dovrà, forse. Ma dimmi che ti prenderai cura di lui.»

La ragazzina non rispose. Misty ebbe voglia di afferrarla per le spalle e scuoterla.

«Dimmi che lo farai.»

Lei annuì, appena appena.

Misty abbassò la testa, lasciando ricadere lungo il fianco il braccio con cui aveva tenuto la pistola.

«E dimmi che non dirai niente a Brock.»

Lei bisbigliò un e Misty giudicò che forse non era abbastanza, ma che avrebbe dovuto accontentarsene.

«Grazie.» le disse.

Mentre usciva dal bagno (e Vera dietro di lei ci metteva un pochino di più, e si aggrappava al bordo del lavandino per staccarsi dalla parete, come se temesse che le gambe potessero tradirla) le venne in mente quello che Ash le aveva detto in sogno.

Non farlo.

Non fare che cosa?, gli aveva chiesto lei, e ora pensò che in quel momento forse davvero non aveva saputo a cosa Ash si riferisse, perché l’idea di quello che voleva fare era ancora solo un accenno che andava profilandosi in fondo alla sua mente, dov’era troppo buio per poter vedere.

«Perdonami.» bisbigliò, così piano che né Vera né nessun altro avrebbe potuto sentire. Poi uscì in corridoio.

 

CONTINUA…