BREAK MY FALL
XVI.
Child, it’s broke
and I feel you slipping away
Child, you spoke
And the world fell silent again...
(Natalie Imbruglia – Do you love?)
«Io non ci giurerei.» disse Hun.
Poi il boato dello sparo.
La spalla di Ash, a cui si era aggrappata, fu strappata via dalla presa ora allentata delle sue dita mentre lui si piegava in avanti con un gemito soffocato, una mano premuta contro il petto. Provò a sostenerlo ma lui le si accasciò davanti, riuscendo solo all’ultimo momento a piegare un ginocchio per non finire con la faccia a terra.
«No.» implorò. Lo afferrò di nuovo, si lanciò su di lui, sentendolo tremare violentemente in tutto il corpo. «No Ash, ti prego…»
Lui le rispose con un’esclamazione strozzata di dolore, con il sudore che gli imperlava la fronte e la mano che si premeva sul petto ora piena di sangue.
«La… pistola.» mormorò. Tossì, il dolore lo piegò in due. Si curvò in avanti fin quasi a sfiorare l’erba umida con la fronte. «P-prendi… la mia… pistola…»
Senza lasciarlo andare lei gli tastò la vita, fino a chiudere la mano sul calcio dell’arma. La prese, disinserì la sicura e la puntò su Hun, tutto senza nemmeno pensare a cosa stesse facendo. Non si rese conto di piangere. Singhiozzava così folte che i singulti le toglievano il respiro. Ash tese una mano tremante e le afferrò il polso prima che potesse far fuoco.
«Un solo… colpo.» ansimò «Non… sprecarlo.»
Poi franò in avanti, finendo quasi con la faccia a terra. Respirava male, vedeva il suo petto e la sua schiena muoversi come mantici nel tentativo di inspirare aria e poi spremerla fuori.
Non seppe con quale forza riuscì a volgere la pistola verso Hun, l’altra mano ancora stretta sulla maglia di Ash, le dita affondate convulsamente nella stoffa. Lo sforzo di trattenere i singhiozzi le fece dolere il petto, in una fitta così acuta che fu come se avesse ricevuto un calcio.
«Non ti avvicinare.» disse. Tremava, non riusciva a tenere ferma la mano con cui reggeva la pistola, che sussultava pateticamente. Se avesse provato a sparare il proiettile si sarebbe con tutta probabilità perso oltre la spalla di Hun. «Stai lontana, NON PROVARE AD AVVICINARTI A LUI!»
«Altrimenti?» sibilò Hun. Abbassò il braccio con cui teneva la .22 puntandola di nuovo su Ash, per finirlo. «Posa quella pistola, principessa. Non mi sparerai affatto. Non sei un’assassi– »
Lo sparo coprì l’ultima sillaba della parola.
Non era stata Hun a far fuoco e anzi, si ritrasse di colpo d’un mezzo passo abbozzato, raggelata.
Solo una volta prima d’allora Misty si era trovata a puntare un’arma da fuoco carica verso qualcuno. Era stato cinque mesi prima ed il qualcuno sulla traiettoria del proiettile era una sentinella del Team Rocket (l’uomo con la cicatrice in verticale sul viso e gli occhi azzurri e spiritati, che in un futuro che era ancora di là da venire avrebbe cercato di violentarla contro il muro sudicio di una stanza del capannone abbandonato che era diventato la base di Hun), e lei aveva mirato ad una gamba, senza sparare per uccidere. Quella volta però Ash era in piedi al suo fianco e non chino a terra davanti a lei a cercare di non soccombere al dolore e di non soffocare nel sangue dei suoi stessi polmoni.
Non mirò a un braccio o a una gamba, né alla mano che teneva la pistola, nel tentativo di farle schizzar via l’arma. Mirò al petto.
Non aveva però considerato il contraccolpo dello sparo, che le spedì una fitta lancinante nel polso malamente storto e deviò la traiettoria del proiettile a perdersi fra gli alberi. Provò a premere il grilletto di nuovo, freneticamente, ma quello che sentì ora fu solo una serie di scatti a vuoto.
Un solo colpo. Non sprecarlo.
«Bel tentativo.» disse Hun. Le sue labbra si distesero in un ghigno che non influenzò il resto del suo volto. Abbassò di nuovo la pistola verso Ash, mirando alla sua schiena che si alzava e si abbassava con fatica, irregolarmente.
«No!» esclamò Misty. Strinse Ash più forte e i singhiozzi le sgorgarono dal petto come la piena di un fiume. «Non farlo! Ti prego!»
«Altrimenti cosa fai, mi sputi in faccia?» la derise la donna. Rise e la sua risata somiglio a un tintinnio di cocci rotti, le risa di una folle. «Capolinea, zuccherino. Per entrambi.»
Stavolta Misty pensò a quello che stava facendo. Non razionalmente forse, non con tutta la sua mente che per la maggiore era ancora concentrata su Ash e sugli spasmi del suo corpo, ma una parte del suo pensiero lo fece. Soppesò l’inutile pistola scarica e poi, senza un istante di esitazione, la lanciò verso Hun come un sasso o una pokeball.
Le colpì il polso, forte abbastanza da strapparle un’esclamazione che poteva essere di sorpresa o di dolore e da farle contrarre l’indice sul grilletto. Lo sparo la assordò per un istante – perché per una frazione di secondo era stata sicura che avesse colpito Ash e aveva serrato gli occhi senza accorgersi di gridare – e il proiettile si conficcò nel terreno, a neanche dieci centimetri dalla testa di Ash.
Lo vide quando riaprì gli occhi e vide anche la calibro .22 di Hun. Gliel’aveva davvero fatta saltar via di mano e se avesse esitato solo per un momento in più avrebbe bruciato quella che, ne era certa, era l’ultima possibilità di salvare Ash e se stessa. Si lanciò sull’arma caduta, lasciando la spalla di lui, e riuscì a chiudere le dita sul calcio un attimo prima che lo facesse Hun. L’impeto del balzo la fece poi cadere sbattendo la spalla destra, ma non esitò stavolta, nemmeno per una frazione di secondo. Rotolò sulla schiena e puntò la pistola verso la criminale che ora era quasi direttamente sopra di lei, e premette il grilletto.
Non spedì il proiettile a conficcarsi nel tronco di qualche albero stavolta, ma neppure la vide accasciarsi su se stessa e crollare morta davanti a lei. La vide, però, barcollare all’indietro con un grido e afferrarsi il braccio con cui aveva cercato di farsi scudo quando l’aveva vista prendere la pistola, e che ora era rotto, aveva sentito lo schianto dell’osso che si spezzava come un ramo secco dopo il boato dello sparo e ora vide la macchia scura allargarsi sulla stoffa della divisa attorno al foro d’entrata del proiettile.
«Lurida troietta schifosa– »
«TROIA!» urlò Misty sovrastandola, e sovrastando anche i singhiozzi che avevano ripreso a scuoterla e a far sussultare la mano con cui teneva la pistola. Avrebbe potuto spararle di nuovo e l’avrebbe forse presa in pieno per quanto le era vicina, ma passato l’impeto con cui si era gettata a raccogliere l’arma la mano si rifiutava di obbedirle. Si tirò su da terra, comunque, continuando a tenere Hun sotto tiro. «Vattene, va’ via o giuro davanti a Dio che ti ammazzo! Vattene!»
Hun esitò e Misty cercò di far fuoco, senza però riuscire a schiacciare quel dannato grilletto, come se la mano con cui teneva la .22 seguisse una volontà che non era la sua.
«Vattene o ti ammazzo, stronza!»
Stavolta Hun indietreggiò di un passo, poi di due. Poi la gelò con lo sguardo e si voltò per fuggire, il braccio stretto contro il petto, lasciando dietro di sé una scia di chiazze di sangue. E per un istante Misty fu sicura che non le avrebbe permesso di correre via, che le avrebbe sparato alle spalle mentre scappava e l’avrebbe guardata stramazzare a terra, ma fu solo un istante. Abbassò il braccio con cui teneva la pistola, con la mano che le tremava così tanto che a stento riusciva a tenerla ancora.
Tornò correndo da Ash. Era riverso a terra, il volto contro l’erba umida. Non volle pensare
(è morto Dio potrebbe essere già morto)
che potesse essere già troppo tardi, scacciò quel pensiero con rabbia perché lo vedeva ancora respirare, vedeva la sua schiena alzarsi e abbassarsi ancora, sebbene debolmente.
Si lasciò cadere in ginocchio al suo fianco scorticandosi le ginocchia su qualche asperità del terreno e lo afferrò per una spalla con le mani che le tremavano, rivoltandolo sulla schiena. Ash la guardò assente, gli occhi semichiusi. Poi le sue labbra si mossero appena e dapprincipio non ne uscì nessun suono a parte quello del respiro, che era il rumore sbagliato, una specie di sibilo stridente che le fece affluire con violenza un’ondata di lacrime agli occhi.
«Vatte…ne.» bisbigliò poi Ash, così piano che Misty dovette chinarsi in avanti per sentire «Scappa…»
«Sai che non lo farei.» gli disse e le tremò la voce, i singhiozzi ridussero la frase ad un mucchietto di sillabe incerte. Gli afferrò il polso e gli scostò la mano dalla ferita. Il sangue gli era colato fra le dita e il palmo ne era pieno. Hun l’aveva colpito al lato sinistro del petto, poco sopra a dove doveva trovarsi il cuore.
«Non me ne vado.» disse e stavolta le riuscì di mantenere la propria voce un pochino più sicura. Si tolse la felpa che solo poche ore prima lui le aveva messo addosso e la appallottolò, premendogliela contro la ferita. «Non me ne vado, sta’ tranquillo, non me ne vado…»
Sentì la stoffa impregnarsi lentamente. Ash la guardò, e lei gli vide negli occhi che era terrorizzato. Non se ne sarebbe andata, ma di colpo realizzò che l’alternativa era rimanere lì a guardarlo morire, rimanere fino a che l’ultimo spasmo non avesse scosso il suo corpo. Le venne in mente, dal nulla, la stessa frase che altrettanto dal nulla si era ritrovata a pensare mentre imprigionata pregava che lui stesse bene: Tutto ciò che ami ti sarà portato via. Singhiozzò chinando la testa, i capelli le finirono sul viso.
«Resisti.» implorò e la mano insanguinata di Ash le si chiuse su un polso.
«Il… cellulare.» mormorò «Ho il… cellulare… di Jessie…»
Tossì e il sussulto gli macchiò le labbra di rosso e spedì un fiotto di sangue a impregnare la stoffa della felpa. Misty temporeggiò, per un momento, poi di colpo colse il senso di quelle parole.
Cercò il cellulare nella tasca dei suoi jeans, continuando a comprimergli la ferita al petto con l’altra mano. Era spento. Lo accese chiedendosi cosa avrebbe fatto se l’apparecchio le avesse chiesto un codice d’attivazione, ma si accese e basta. Compose il 911 temendo che la plastica viscida di sangue potesse farglielo scivolare di mano.
«911.» disse la voce all’altro capo del filo.
«Ho bisogno di aiuto.» singhiozzò. Sotto di lei, Ash serrò convulsamente la mano su un ciuffo d’erba, strappandolo dal suolo; poi la sua presa si allentò e tutto il suo corpo si rilassò, divenne molle. «Mi serve un’ambulanza.»
«Dove si trova?» chiese la voce. Misty tacque. Si guardò attorno. Non so dove sono, volle strillare per un attimo una parte della sua mente. Non lo so! Non vedo altro che campagna e alberi!
Non lo gridò, ma chiuse la conversazione e quasi scagliò via il telefono, trattenendosi solo all’ultimo momento. Afferrò Ash per una spalla e lo scosse, chiamandolo, e lui non rispose. Disperatamente Misty tornò ad armeggiare con il cellulare, scorrendo i nomi in rubrica fino a fermarsi di botto.
JAMES.
Schiacciò il tasto di chiamata e portò il cellulare all’orecchio, ascoltando il segnale di libero e arrivando a convincersi che James avesse dimenticato il suo telefono da qualche parte con la suoneria al minimo e non l’avrebbe sentito squillare.
«Pronto?»
«James!» quasi urlò «Aiutami! Ti prego!»
«Misty?» disse lui, confuso, riconoscendo la voce «Cosa c’è? Dove sei?»
«Mi serve aiuto!» ripeté istericamente lei. Si impose di calmarsi chiudendo gli occhi per un istante e traendo un lungo respiro. «Hun ha… ha sparato ad Ash. Tu sai dov’è qui, non è vero? Dove mi hanno portata l’altra volta. Ti prego… fa’ venire qui un’ambulanza.»
«Come– » iniziò lui. Misty lo interruppe.
«Sbrigati!» urlò «Non credo che… n-non credo che sia rimasto molto tempo!»
E riattaccò e stavolta lasciò cadere il cellulare per terra, dimenticandosene un attimo dopo. Provò di nuovo a scuotere e chiamare Ash, ma aveva perso i sensi. Sanguinava ancora, e il suo volto era d’un pallore mortale. Aveva gli occhi chiusi, ma non del tutto; rimaneva uno spiraglio da cui riusciva a vedere solo il bianco della cornea, a dirle che gli occhi gli si erano probabilmente rovesciati all’indietro. Il sudore gli era colato sulle tempie. Il sangue gli aveva macchiato le labbra.
«Resisti.» mormorò, e i singhiozzi le sgorgarono dal petto di nuovo. Ash respirava ancora, ma a fatica, e così debolmente che avrebbe potuto smettere da un momento all’altro. Misty si chinò su di lui, accarezzandogli la fronte sudata e baciandolo su una guancia e poi, con la mano libera, gli inclinò la testa all’indietro e gli pizzicò delicatamente le narici fra pollice e indice. Poggiò le labbra sulle sue e soffiò nel suo petto la propria aria, aiutandolo a respirare.
«Resisti.» lo implorò di nuovo, mentre lui esalava l’aria di entrambi. Tornò ad appoggiare la bocca sulla sua e ripeté l’operazione e le parve, quando si staccò da lui e provò ad avvicinare la guancia alle sue labbra schiuse, che la sua respirazione non assistita fosse un pochino più sicura, ora.
Tirò su col naso e rimase al suo fianco, inginocchiata a pochi metri dall’albero con le passiflore, ricacciando indietro finché poté le lacrime e i singhiozzi, fino a che non sentì il rombo del motore della moto di James e poi, più forte, l’urlo assordante della sirena dell’ambulanza.
*
Hun strappò con i denti una striscia di stoffa dalla blusa della sua divisa e la annodò attorno al braccio ferito. Sarebbe servito più di quello ovviamente, ma per il momento poteva bastare.
Fuggire non faceva solitamente parte della sua politica di pensiero, ma quella bastarda d’una troietta, la figlia di Rose, le aveva spezzato un braccio e l’aveva disarmata. Aveva sbagliato a pensare che se ne sarebbe rimasta a guardar morire quell’inutile mezza cartuccia patetica del suo ragazzo frignando come una mocciosa. Era stata incauta, ma non credeva che fosse armata e soprattutto non credeva che avrebbe osato far fuoco.
L’incendio alla base era stato spento. Aveva ordinato ad uno dei suoi uomini, prima di seguire i due fuggiaschi fuori dall’edificio, di liberarsi del cadavere di Attila esattamente come gli avrebbe ordinato di far sparire il corpo di chiunque altro. Solo che…
Solo che non era il corpo di chiunque altro, no?
Fa’ silenzio, disse alla voce che aveva parlato nella sua mente. Aveva altro a cui pensare, ora.
«Signora– » iniziò uno dei suoi uomini quando la vide raggiungere arrancando l’edificio reggendosi il braccio rotto. Lo azzittì con un’occhiata.
«Silenzio.» disse. La voce le vibrò di rabbia. «Trovateli entrambi. Quel patetico mucchietto d’ossa e quella stronza impunita della sua puttanella. Trovateli e uccideteli.»
«Ma i piani– »
«I piani sono cambiati.» lo gelò «Li voglio morti. Tutti e due.»
*
Mezz’ora dopo Misty era seduta nella sala d’attesa del piccolo ospedale di Hawthorn. Brock e gli altri li avevano raggiunti e lei sedeva ora fra Brock e Vera, ma era solo vagamente consapevole della presenza di entrambi. Continuava a torcersi le mani sporche fino ai polsi del sangue di Ash e il suo pensiero continuava a tornare a lui.
Era salita con lui sull’ambulanza mentre James rimaneva a terra, per seguire poi il veicolo sulla moto mentre tornavano verso la città. Avrebbe voluto rimanere accanto ad Ash e tenergli la mano, ma i paramedici si affaccendavano intorno al lettino e riusciva a vederlo solo a tratti, a scorgere per un istante uno scorcio del suo volto cereo ora nascosto per metà da una maschera ad ossigeno, una mano inerte abbandonata sul lenzuolo. «Quanto è grave?» aveva chiesto e qualcuno le aveva risposto che non potevano ancora dirlo con certezza ma che le sue condizioni sembravano purtroppo critiche. Quella parola, critiche, le era cascata addosso con una violenza raggelante. Uno dei paramedici le aveva fatto delle domande e lei non era riuscita a rispondere. C’era stato un breve momento di calma in cui era riuscita a raggiungere Ash e a prendergli davvero la mano. Si era aspettata che qualcuno la scacciasse e quando non era successo gli aveva stretto la mano più forte. «Non gli faccio male così, vero?» aveva chiesto in un sussurro e le era stato risposto di no, ma poi le pareti dell’ambulanza avevano preso a girarle intorno e uno dei paramedici aveva dovuto sostenerla perché non cadesse e, accertatosi che non sarebbe svenuta, le aveva detto di rimanere da parte e lasciarli lavorare. Quando erano arrivati in ospedale aveva seguito la barella, correndo, fino a che la porta bianca non si era chiusa fra lei e Ash e lei si era ritrovata sola con James, che era smontato dalla moto dopo aver seguito l’ambulanza nel tragitto inverso verso Hawthorn City e ora teneva in mano il casco senza saper bene cosa fare. «Se la caverà.» le aveva detto, ma avrebbe potuto dirle che il tempo era bello o che i pantaloncini che indossava non la facevano sembrare grassa e sarebbe stato lo stesso, parole buttate lì nel tentativo patetico di avviare una conversazione, perché non sapeva veramente che Ash se la sarebbe cavata e probabilmente nemmeno lo credeva, non più di quanto lo credesse lei. Quasi non l’aveva sentito.
Ora James sedeva al lato opposto della sala, accanto a Jessie. Non lo vedeva più di quanto vedesse tutti gli altri. Vedeva la porta però, quella che poteva essere aperta solo dall’altra parte, quella che si era chiusa al passaggio della barella lasciandola fuori. Nella sua mente vedeva anche un medico aprire la porta, un uomo con indosso un camice verde da chirurgo sporco di sangue. Si sarebbe tolto la mascherina e avrebbe detto Mi dispiace, non ce l’ha fatta. Mi dispiace, le sue condizioni erano troppo gravi. Abbiamo fatto tutto il possibile. Tutti lì, ridotto a una serie di “mi dispiace”, come se potesse importare ancora. Come se qualsiasi cosa potesse importare ancora, quando l’avrebbe detto.
Max, che sedeva di fianco a Vera dall’altra parte, fece un cenno alla sorella maggiore. Guardava le mani di Misty, sporche di sangue come se le avesse immerse in un barattolo di vernice rosso scuro. Anche Misty continuava a guardarsi le mani, probabilmente senza neppure accorgersi che lo stava facendo; continuava a guardare a turno la porta e poi le mani rosse di sangue, poi di nuovo la porta, e le mani.
Vera si alzò e si chinò verso di lei con gentilezza.
«Ti accompagno in bagno. Dovresti lavarle, quelle mani.»
Colta di sorpresa, come svegliata da un sogno (e in un certo senso era così, perché Vera l’aveva strappata, parlandole, all’ennesimo ripetersi della pellicola mentale nel punto in cui il chirurgo con il camice verde si toglieva la mascherina e iniziava a dire il primo Mi dispiace), Misty la guardò sbattendo le palpebre e poi guardò la porta di nuovo.
«No.» mormorò, scuotendo la testa con aria assente «Devo restare… quando uscirà il medico…»
«È presto. Siamo qui solo da qualche minuto.» le disse dolcemente Vera e Misty la guardò stranita, perché a lei quei minuti erano sembrati ore.
La ragazzina la prese con delicatezza per un polso, provando un moto di disgusto quando sentì il sangue ancora appiccicoso che le insozzava il dorso e il palmo della mano. Si costrinse tuttavia a non ritrarsi. «Vieni.» disse, e quando provò ad accennare un lieve strattone Misty si alzò in piedi e la seguì docilmente, come se la sua mente fosse lì solo in parte.
Vera l’accompagnò in bagno, chiedendo dove fosse ad un’infermiera in camice azzurrino intenta a scrivere qualcosa su una cartella clinica, che le indicò la direzione con la penna che teneva in mano. Quando la ragazzina aprì il rubinetto Misty lo guardò e basta. Vera dovette prenderle le mani e infilarle sotto il getto d’acqua.
Il sangue si stemperò e si perse nello scarico in orrende strisce e Vera dovette voltare la testa dall’altra parte. Misty fece di più. Guardò il sangue annacquato tingere la porcellana bianca del lavandino e si ritrasse di scatto, spingendo via lei e precipitandosi verso uno dei water dove si lasciò cadere in ginocchio a vomitare. Vera la seguì trovandola rannicchiata a terra, aggrappata al bordo della tazza con il volto imperlato di sudore, a liberarsi del poco che aveva nello stomaco.
«Misty…»
Misty appoggiò la fronte al bordo esterno della tazza del water. Singhiozzava ora, così forte che l’impressione era che i singhiozzi le facessero male, ma almeno pareva essersi risvegliata da quella specie di leggera catatonia che le era calata addosso nella sala d’attesa. Vera le si inginocchio a fianco e le appoggiò una mano sulla schiena.
«Ho f-fatto tutto quello che potevo.» singhiozzò Misty «Ho cercato d-di fermare il sangue e-e di f-f-f…»
Si fermò, perché il pianto aveva trasformato le sue parole in una serie di balbettii che la fecero piangere ancora di più. Riprese fiato inspirando lentamente.
«Di farlo respirare.» disse, gli occhi colmi di lacrime. Vera le strinse leggermente una spalla.
«Aspetta di sentire cosa dirà il dottore.» disse «Non puoi ancora sapere se le sue condizioni sono gravi come pensi.»
Misty lasciò la presa sulla tazza del water. Vi rimasero due tracce di un rosso stinto. Tirò su la testa e Vera vide per la prima volta, quando i capelli le scivolarono all’indietro, la ferita che aveva sulla fronte.
«Dovresti farti vedere da un dottore.» mormorò, accovacciandosi al suo fianco con gli occhioni azzurri spalancati. Misty scrollò la testa.
«Sto bene.» disse.
«Non è vero.» disse Vera «Ascolta, adesso finisci di lavarti le mani, bevi un bicchiere d’acqua e poi vieni con me a cercare un medico. D’accordo?»
Lei volse lo sguardo in direzione della porta. «Ash…»
«Ci vorranno ore prima che ci dicano qualcosa.» la interruppe la ragazzina «E rimanere lì ad aspettare ti fa solo sentire peggio.»
Le prese la mano e la tirò in piedi con gentilezza. Stavolta non ebbe bisogno di guidarla verso il lavandino e metterle le mani sotto l’acqua; Misty vi si diresse a passo spedito e si strofinò le mani dando l’impressione di volersene quasi strappar via la pelle, finché il getto d’acqua che le toccava non fu completamente limpido. Chiuse il rubinetto, si accorse di avere ancora delle tracce rosse sotto le unghie e si lavò di nuovo scoppiando in singhiozzi un’altra volta mentre lo faceva. A Vera parve quasi il comportamento di una persona affetta da una sindrome ossessivo-compulsiva.
Le riempì un bicchiere di plastica e glielo porse. Quando lei ebbe bevuto e poggiato il bicchiere vuoto sul bordo del lavandino Vera le prese le mani, adesso pulite, e le tenne per qualche istante nelle proprie.
«Hai fatto tutto quello che potevi per Ash.» le disse, con la massima gentilezza possibile «Ora ci sono i dottori con lui. Faranno tutto il possibile. E fino a che non sentirai cos’hanno da dire… cerca di non continuare a farti male.»
Misty non disse niente. Per un istante aveva provato il desiderio, fortissimo, di rivoltarlesi contro e urlare Come ti sentiresti tu se laggiù ci fosse Drew? Dimmelo un po’ come ti sentiresti, e se riusciresti a non continuare a farti male pensando a come sta; ma si fermò in tempo. Prendersela con Vera non avrebbe avuto alcun senso.
Vera le strinse le mani per un momento e poi la guidò verso la porta.
«Vieni.» disse «Andiamo a cercare un dottore.»
*
Quando tornarono in sala d’attesa, circa un’ora più tardi, Brock e gli altri erano ancora seduti sulle sedie di plastica ad aspettare che la porta si aprisse. Brock sfogliava una rivista senza dare l’impressione di leggere o anche soltanto degnare d’attenzione quanto scritto sulle pagine. Alzò lo sguardo quando le vide.
«Dov’eravate finite?»
«Misty è ferita.» spiegò Vera. Lo sguardo di Brock percorse rapidamente per intero la ragazza fermandosi infine sulla voluminosa medicazione che aveva sulla fronte. «L’ho accompagnata a farsi dare una controllata da un medico. Avrebbe voluto ricoverarla in osservazione ma Misty si è rifiutata.»
Misty distolse lo sguardo. La ferita era risultata lunga esattamente dodici punti e il medico che l’aveva visitata l’aveva convinta a sottoporsi ad una TAC alla testa. Ne era risultato un trauma cranico non grave, per il quale il medico avrebbe voluto comunque trattenerla per le ventiquattr’ore successive come da protocollo.
Brock guardava lei ora. «Stai bene?»
«Sì.» mormorò «Ash?»
«Non ci hanno ancora detto niente.» le rispose Brock in tono sconsolato.
Vera le assestò una breve stretta amichevole su una mano, che avrebbe voluto essere un incoraggiamento; e andò poi a sedersi fra suo fratello e Drew, tirando su i piedi e raccogliendo le ginocchia al petto. Misty rimase per un attimo in piedi in mezzo alla stanza, poi si sedette vicino a Brock, che si volse a guardarla e sfiorò con le punte delle dita il bendaggio che aveva sulla fronte.
«Sicura di star bene?» le chiese. Misty annuì.
Non ne fu più così sicura, però, dopo altri dieci minuti trascorsi su quella dannata sedia. I film mentali in cui il medico con la mascherina continuava ad uscire dalla porta bianca e a dire Mi dispiace ma non ce l’ha fatta avevano perso un po’ d’intensità, ma erano ancora lì e ormai era certa che non se ne sarebbero andati finché quella maledetta porta non si fosse aperta davvero.
Quando si aprì erano trascorse altre due ore e Misty aveva gli occhi chiusi, ma non si era assopita come Brock credeva. Stava pregando, balbettando mentalmente una preghiera di cui una buona metà era inventata, perché non ricordava più le parole. Spalancò gli occhi di colpo, però, quando sentì il cigolio lieve della porta che veniva spinta verso l’interno.
La scena fu così simile a quella che aveva immaginato che per un momento pensò che se solo avesse provato ad alzarsi sarebbe stramazzata a terra svenuta e sarebbe servita una barella anche per lei. L’uomo che aveva aperto la porta non aveva macchie di sangue sul camice verde, ma portava la mascherina e quando se la abbassò sul mento come nella sua fantasia Misty pensò Adesso svengo. Ma lo sguardo che il medico aveva negli occhi non era quello rassegnato e quasi di scusa che aveva immaginato, non proprio; era serio e grave e fu quella differenza, seppur minima, a darle la forza di alzarsi in piedi.
Brock le strinse lievemente un braccio, appena sopra il gomito.
«Allora…?»
«L’operazione è andata bene, abbiamo estratto il proiettile, ma…» il medico fece una pausa «…le sue condizioni erano già praticamente disperate quando è arrivato qui. Il proiettile gli ha perforato il polmone sinistro. Non ha lesionato il cuore praticamente per miracolo, ma la difficoltà di respirazione ha lasciato il cervello con poco ossigeno per molti minuti.» si interruppe di nuovo. «La lesione inoltre compromette gravemente la funzionalità respiratoria. Al momento è stabile, ma le sue condizioni rimangono critiche.»
Fu come una gragnola di pietre che le piovve addosso, togliendole il fiato e le forze e sbilanciandola. Quando il medico finì di parlare si lasciò cadere seduta sulla sedia. Per un pelo non finì con il sedere per terra e se fosse riuscita a pensare a qualcos’altro che non fosse quel Le sue condizioni rimangono critiche avrebbe potuto ritenersi fortunata di essersi allontanata dalla sedia di non più di mezzo passo, quando si era alzata.
Sentì vagamente Brock che le appoggiava una mano non molto ferma sulla spalla.
Tornò a volgere gli occhi incredibilmente limpidi verso il medico.
«Possiamo vederlo…?»
L’uomo annuì. «Non tutti quanti, però. Sarebbe preferibile non più di due, al momento.»
Misty trovò la mano di Brock e la strinse, aggrappandovisi.
Brock annuì e la aiutò ad alzarsi in piedi. C’era un’infermiera alle spalle del medico – Misty era stata così concentrata su di lui e su quello che aveva da dire che se ne accorse solo ora –, una brunetta con lo stesso camice azzurro di quella che aveva indicato il bagno a lei e a Vera e i capelli trattenuti indietro da una cuffia dello stesso colore, ad eccezione di un ricciolo che le era caduto davanti all’orecchio destro. La scritta sul cartellino di riconoscimento che aveva appuntato al camice diceva Louise Landon.
«Sicura di sentirtela?» le chiese premurosamente Louise Landon mentre le passava vicino, la mano ancora stretta su quella di Brock, e Misty sbatté le palpebre e fu disorientata da quella domanda per un istante prima che capisse che si riferiva al modo in cui era franata sulla sedia quando il medico aveva finito di parlare, come se fosse stata sul punto di perdere i sensi. Annuì.
«Sto bene.»
L’infermiera di nome Louise non parve convinta, ma lanciò un’occhiata al medico e poi, con una lievissima alzata di spalle, si voltò a far strada a lei e a Brock lungo il corridoio al di là della porta bianca.
Lasciò la mano di Brock. Tremava e le pareva di non riuscire a respirare completamente, come se un peso le stesse opprimendo il petto. Si chiese, vagamente, se Ash avesse provato qualcosa di simile mentre riverso a terra cercava di costringere i polmoni pieni di sangue a funzionare, e scacciò quel pensiero con ferocia. Un paio di volte ebbe l’impressione che le gambe si stessero rifiutando di obbedirle. Non ci vollero in realtà più di due minuti per raggiungere la stanza in cui si trovava Ash ma le parvero molti di più, così tanti che le gambe avrebbero smesso di sostenerla definitivamente prima di arrivarci.
Louise si fermò infine di fianco ad una delle porte. Sentendo il rimbombo del battito del proprio cuore Misty le passò accanto ed entrò, seguita da Brock che per tutto il tragitto le era rimasto vicino abbastanza da poterla afferrare al volo se non fosse riuscita a reggersi in piedi e lo fece anche ora, e ora probabilmente non fu una premura eccessiva perché quando oltrepassò la soglia si sentì vicina a stramazzare al suolo davvero.
Ash era disteso sul letto. Quello che vedeva di lui era quello che era lasciato scoperto dai supporti vitali e dai macchinari che monitoravano il battito del suo cuore e la sua respirazione. Ce n’erano molti di quelli, macchine che disegnavano onde verdastre sui monitor e scandivano le deboli pulsazioni del suo cuore con una serie di bip regolari. La metà inferiore del viso era coperta dalla maschera ad ossigeno, sentiva il sibilo ripetuto del respiratore anche senza avvicinarsi. Sul petto aveva una medicazione ed attorno erano applicati gli elettrodi dell’elettrocardiogramma e gli svariati tubi e fili che lo tenevano in vita. Aveva tubicini anche nelle braccia, e una delle flebo terminava in una sacca di liquido rosso scuro.
Ash aveva gli occhi chiusi e sul suo volto immobile non c’era un briciolo di colore. Le ciglia abbassate risaltavano, scurissime, contro le guance livide.
Adesso svengo, pensò di nuovo Misty. Adesso svengo sul serio.
Ma non svenne e la confusione di puntini luminosi che aveva minacciato di chiudere la sua visuale si diradò snebbiandole la mente. Raggiunse lentamente il letto e stavolta Brock non la seguì. Rimase sulla soglia, la mano inconsapevolmente stretta sullo stipite.
Misty si inginocchiò vicino al letto e dopo un lungo attimo di esitazione prese la mano di Ash fra le sue. Non era né calda né fredda. Le sue invece erano gelide, e tremavano.
«Ash.» disse in un bisbiglio incerto e poi non riuscì a dire nient’altro. Perché lui non era veramente lì per sentirla, naturalmente. Era chissà dove e lei non poteva raggiungerlo, non poteva, stavolta, afferrarlo e stringerlo a sé per tirarlo indietro.
Pianse, ma senza scoppiare in singhiozzi come poche ore prima, in bagno con Vera. Trattenne i singhiozzi in fondo alla gola trasformandoli in sbuffi silenziosi e pianse con la fronte appoggiata al dorso della sua mano immobile, fino a che Brock le si avvicinò e le appoggiò una mano sulla spalla, e quando lei voltò verso di lui gli occhi colmi di lacrime le disse: «È meglio che andiamo ora.»
Per un istante o più lei lo guardò e basta. Poi scosse piano la testa.
«Voglio rimanere.» disse in un sussurrò, tornando a volgere lo sguardo verso Ash «Non voglio che sia solo. Se… voglio essere qui nel caso…»
Nel caso che possa svegliarsi, avrebbe voluto dire, ma le bastò guardare di nuovo Brock e vedere l’espressione che aveva sul viso perché quella speranza flebilissima seguisse le altre che l’avevano preceduta (che la ferita di Ash si rivelasse una cosa da poco, per esempio, o che le sue condizioni fossero almeno soltanto gravi e non critiche), disfacendosi in un attimo.
Brock la prese per la vita e la aiutò gentilmente ad alzarsi. Per un momento lei volle divincolarsi e spingerlo via, ma si vide invece seguirlo docilmente fuori dalla stanza, continuando a piangere e tirare su col naso.
Fuori, in corridoio, si rese conto di avere ancora con sé la pistola di Hun. La sentiva premere contro un fianco, sotto la maglia, infilata nei pantaloncini. Non ricordava per nulla di averla raccolta da terra dopo averla fatta cadere per soccorrere Ash, né di aver inserito la sicura ed essersi infilata la canna della .22 nella cintura; ma evidentemente l’aveva fatto e fu quello, forse, che la fece crollare. L’improvvisa certezza di aver davvero impugnato quell’arma per puntarla verso la persona che aveva sparato ad Ash e di averlo davvero visto in un letto d’ospedale, di nuovo, ma stavolta tenuto in vita solo dall’instancabile funzionamento dei macchinari attorno al suo letto. Non era solo un sogno dettagliato ed eccessivamente realistico, era davvero.
Si fermò di botto in mezzo al corridoio. Brock si voltò e le chiese cosa avesse e provò a smuoverla, e lei non se ne accorse.
«Quella maledetta!» urlò, riprendendo a singhiozzare come prima con Vera e cento volte più forte, e i singhiozzi la scossero, le fecero dolere i polmoni e la soffocarono «Quella troia schifosa! Eravamo q-quasi riusciti a venire via, e-eravamo quasi lontani e l-l-lei…»
E poi davvero non poté dire altro, rimase solo in piedi in mezzo alla realtà dell’ospedale che non era più concreta ma distante almeno mille miglia, a singhiozzare e gridare parole balbettate e confuse senza neppure accorgersi di Brock che la stringeva e cercava inutilmente di calmarla.
L’infermiera il cui cartellino di riconoscimento diceva Louise Landon si avvicinò di corsa, si fermò a dire qualcosa da sopra una spalla a qualcuno che le stava dietro. Misty non vide neanche lei, né l’oggetto che prese dalla tasca del camice azzurrino. Non la vide finché lei non le prese un braccio infilandovi l’ago della siringa con tanta rapidità che lei non ebbe neppure il tempo di pensare di provare a sottrarsi.
Ebbe appena il tempo di farfugliare un «Cosa…?» confuso e impastato e poi ci fu solo buio, buio che la avvolse ad una velocità impressionante. Brock l’afferrò al volo, tenendola in piedi, e lei gli si accasciò contro addormentata.
*
Stava in piedi in mezzo ad un prato sbiadito, nel vento che soffiava appena e le faceva volare i capelli facendoglieli finire negli occhi e sulle labbra. Sono già stata qui in sogno, pensò, ma non era un sogno ora, giusto? Era davvero in piedi sull’erba giallastra a guardare la lapide di Ash. A guardare i segni scuri sul marmo, le lettere del suo nome poco sopra ad un rettangolo di terra scura, smossa di recente.
Aveva dei fiori con sé, un mazzo di gigli bianchissimi e avrebbe voluto inginocchiarsi e posarli davanti alla lapide, ma quando ci provò una mano le si posò sulla spalla e lei gridò e il mazzo le sfuggì dalle mani perché se si fosse girata l’avrebbe visto in piedi dietro di sé, avrebbe visto i suoi occhi spenti e la maglia macchiata di sangue e lui le avrebbe detto Perché non mi hai aiutato? e sarebbe stata colpa sua. O forse, quello che avrebbe detto sarebbe stato Tutto ciò che ami ti sarà portato via. Urlò e si voltò anche se non voleva, ma mentre si voltava spalancò gli occhi svegliandosi.
«Misty?» era Brock. Era sua la mano poggiata sulla sua spalla. E non era affatto in piedi davanti a una lapide ma distesa in un letto – o meglio, mezza distesa, perché destandosi di soprassalto si era tirata su dal materasso – con il cuore che correva così forte da sembrare sul punto di esplodere, e quelle che vedeva attorno a sé erano pareti bianche e spoglie.
«Va tutto bene.» le disse Brock. Aveva ancora la mano sulla sua spalla.
«Ash.» esclamò Misty. Sentì la propria voce incerta e la gola stranamente secca. «È… è…»
«È ancora stabile.» finì Brock. Lo vide cambiare espressione, trasformare lo stupore in un cipiglio. «Misty, stai tremando. Cosa…?»
«Stavo sognando.» mormorò lei. Si strinse il lenzuolo sulle ginocchia. Indossava ancora i propri vestiti. «Dove sono?»
«In ospedale.» disse il giovane «L’infermiera ti ha dato un sedativo. Hai dormito per un paio d’ore.»
Misty spinse da parte il lenzuolo e slanciò le gambe oltre il lato del letto. Perché non mi hai aiutato?, pensò. Una frase che non la tormentava in sogno da mesi.
«Il medico vi ha detto nient’altro?» mormorò alzandosi «Su Ash.»
Brock scosse la testa. «Solo che per il momento possono solo rimanere vigili.»
Misty serrò le labbra. Non voleva piangere di nuovo. Ma lo fece, quel pomeriggio, quando le permisero di tornare di nuovo da Ash. Stavolta c’era Vera con lei, ma poco dopo essere entrata nella stanza la ragazzina aveva detto che non ce la faceva a rimanere ed era uscita dalla stanza in fretta, una mano premuta sulla bocca e gli occhioni azzurri colmi di lacrime.
Senza rendersi conto di piangere Misty si sedette lentamente sulla sedia che qualcuno aveva sistemato di fianco al letto di Ash. Era bianca, della stessa forma di quelle che si trovavano nella sala d’attesa, e se vi fosse rimasta seduta a lungo le avrebbe probabilmente fatto dolere la schiena. Non le importò, comunque, non le importò affatto mentre si sedeva vicino ad Ash e gli prendeva la mano di nuovo, tenendola fra le sue senza sperare davvero che Ash potesse sentirla e stringergliele, ma fu solo quello di cui provò a convincersi, perché in realtà sì, l’aveva sperato, aveva pregato che Ash ricambiasse la stretta.
«Svegliati.» bisbigliò e si meravigliò di sentire il pianto nella propria voce. Si toccò una guancia, continuando a tenere la mano di Ash nell’altra, e si sorprese quando la sentì bagnata di lacrime. Non si era accorta di aver ricominciato a piangere.
Senza provare a dire altro si chinò verso di lui e lo baciò su una guancia. Le parve, quando si tirò su (ma doveva essere solo la sua immaginazione, eppure la spaventò lo stesso), che il suo volto fosse ancora più pallido di quanto non l’avesse visto quel mattino. Così pallido da poter scorgere l’intrico di sottili vene verdastre sulle tempie e attorno agli occhi.
Ma doveva veramente essere solo la sua immaginazione. Si sarebbe svegliato, ovviamente, perché era Ash Ketchum e riusciva a rimettersi in piedi sempre, magari un po’ ammaccato ma quello era tutto. Si sarebbe svegliato e le avrebbe stretto la mano e quando non ci sarebbero più stati tutti quei fili e tubicini a farle temere di provocargli qualche danno irreparabile se solo provava a toccarlo l’avrebbe stretto forte fra le braccia, sollevandolo appena dal materasso – poteva, era così magro che non le sarebbe occorso alcuno sforzo – tenendosi la sua testa contro la spalla e l’altro braccio a cingergli la vita, e quando lui avrebbe probabilmente riso e le avrebbe chiesto se avesse davvero creduto che bastasse così poco per liberarsi di lui (Super Ash Ketchum, ricordi? Invulnerabile!) gli avrebbe mollato uno scappellotto e detto di smettere di fare lo scemo, e che se si azzardava di nuovo a farle prendere uno spavento come quello gli avrebbe fatto vedere lei quanto poco ci volesse a liberarsi di lui.
Era così immersa in quella fantasia che l’improvviso accelerare dei bip delle macchine attorno al suo letto la fece sobbalzare e quasi cascare dalla sedia. Allarmata volse lo sguardo verso i monitor e il cuore prese a correrle nel petto quando vide che quelle che erano state onde regolari ora erano furiose linee a zig-zag, irregolari ed incerte.
«Ash.» esclamò e si alzò in piedi di scatto, lasciandogli la mano. «Aiuto!» gridò e corse verso la porta, ma prima che potesse arrivarci il suono frenetico dei macchinari diventò un unico suono, prolungato, assordante. Si voltò di scatto dimenticando persino di respirare. Le linee sui monitor ora erano piatte, immobili e c’era quel suono, quel biiiip interminabile che le fischiava nelle orecchie paralizzandola e incollandole i piedi a terra.
«Ash!» esclamò di nuovo e prima che potesse correre fuori e chiamare aiuto un’altra volta la sua muta preghiera fu esaudita e qualcuno irruppe dentro la stanza, medici e infermieri in un numero che non riuscì a definire perché c’era solo quel suono che la assordava e sommergeva tutto il resto.
Qualcuno la spinse da parte e subito dopo si dimenticò di lei.
«È in arresto. Un defibrillatore.»
Vide, come se lo guardasse da un universo di distanza, un medico con addosso un camice azzurrino come quello dell’infermiera di nome Louise Qualcosa chinarsi su Ash e posargli le piastre del defibrillatore sul petto.
«Libera!»
Il corpo di Ash sussultò. La linea sul monitor rimase piatta, il suono rimase assordante.
«Libera!»
«ASH!» urlò, quando vide il suo corpo sobbalzare di nuovo. Avrebbe voluto gridare altro, forse, ma le uscì solo quello, solo il suo nome.
«Fatela uscire.» disse qualcuno. Un uomo alto che poteva essere un medico o un infermiere la prese per le spalle e cercò di spingerla fuori, e lei si divincolò e cercò di urlargli Mi lasci andare, voglio restare qui, voglio restare con Ash, ma tutto quello che le uscì fu ancora solo il suo nome.
Fuori c’era Brock e l’uomo che l’aveva costretta a uscire gliela mollò fra le braccia. «Occupati di lei.» disse, e corse di nuovo dentro chiudendo dietro di sé la porta.
«Ash…»
«Misty!» Brock le afferrò le spalle e la scosse con forza, quasi con violenza, perché smettesse di gridare e agitarsi. «Cos’è successo?!»
«È in arresto cardiaco!» urlò lei aggrappandoglisi, inzuppandogli di lacrime la maglia «Lo sto perdendo!»
Brock trasalì a quell’ultima affermazione e la serrò fra le braccia, lo sguardo fisso sulla porta, senza osare dire una parola mentre Misty continuava a singhiozzare. I minuti che ci vollero prima che il medico ne uscisse, e rivolgesse a entrambi uno sguardo stanco che Brock non osò interpretare, sembrarono a tutti e due durare di più, infinitamente di più. Ore, forse.
CONTINUA…