BREAK MY FALL
XV.
And I don’t understand the things I do
but I’ll probably be fine
as long as I keep moving…
(Natalie Imbruglia – Goodbye)
Jessie era nervosa, quel giorno, quando seguita da un altrettanto circospetto James si era intrufolata nella sua stanza d’ospedale con un paio di grossi occhiali da sole con le lenti verdoline a nasconderle gli occhi e un cappello calato sulla testa, la visiera abbassata a gettarle un’ombra sulla parte superiore del viso. Il cappello le schiacciava i capelli facendoglieli ricadere sulla schiena, come se fossero appena lavati e ancora in attesa della dose di lacca che avrebbe fatto loro assumere la piega consueta ma per quanto insolito non fu quel dettaglio ad attirare la sua attenzione, bensì il suo atteggiamento. Quasi – ma questo l’avrebbe pensato solo più avanti – come se neanche lei fosse del tutto certa che fosse davvero finita, ora.
Lui era ancora a letto, ancora con la gamba rotta immobilizzata in trazione. C’erano delle stampelle appoggiate al muro vicino al letto, ad attendere odiosamente che potesse finalmente tirar giù l’ingessatura dal sostegno e provare a mettersi in piedi. C’era Misty con lui – c’era sempre Misty con lui – ma credeva di sapere cosa Jessie avesse da dirgli e non voleva che lei fosse lì e ascoltasse quando gliel’avrebbe detto.
Si voltò verso di lei, senza tuttavia guardarla direttamente negli occhi.
«Misty, per favore… potresti andarmi a prendere qualcosa da bere? Va bene un’aranciata o qualcosa.»
Non si era sentito particolarmente credibile mentre lo diceva e ne ebbe la conferma quando si arrischiò ad alzare lo sguardo per incrociare il suo.
«Ash, se non vuoi che resti qui ad ascoltare dillo e basta, okay?» disse Misty e lui pensò Okay, d’accordo, uno a zero per te. Di nuovo.
Poggiò la mano sulle sue, che in quel momento erano raccolte in grembo e intrecciate in un atteggiamento non nervoso ma neppure esattamente rilassato.
«Sì.» disse «Preferirei che tu non ascoltassi. Per favore.»
Lei sostenne il suo sguardo e per qualche istante Ash credette che volesse protestare. Poi però si alzò in piedi, e gli lasciò la mano dopo averla stretta nella sua per un momento.
«Sarò qui fuori.» disse, indicando la porta con un cenno del capo. Aveva, e Ash lo vide in quel momento e si sentì bruciare da qualcosa che era rabbia e pena insieme, sul collo ancora i segni sbiaditi dei lividi lasciatile da Attila. «Chiamami se hai bisogno, d’accordo?»
«Sarò a posto, Misty. Sto bene.» le rispose, in modo un po’ troppo brusco. Se ne pentì quasi subito. Lei non diede segno di essere stata ferita dal suo tono di voce; solo il suo sguardo vacillò appena.
Scrollò le spalle. «D’accordo.» disse «Vado. Vuoi lo stesso qualcosa da bere?»
Lo sorprese. «Sì, grazie.»
«Bene.» disse lei. Frugò nella tasca della gonna in cerca di qualche spicciolo. «A dopo.»
«A dopo.» le fece eco Ash, evitando di guardarla direttamente finché lei non fu uscita dalla stanza. Fu certo, tuttavia, che dopo essersi accostata la porta alle spalle fosse rimasta ad un passo da essa nel tentativo di origliare invece che andare in cerca di un distributore di bevande.
Rassegnato guardò Jessie. «Allora?» volle sapere e vide che lei osservava con una certa preoccupazione la sua gamba ingessata. Per un attimo la odiò e odiò quella stupida gamba – non più né meno del solito – e la compassione che a causa di quella doveva farle. Lo snervava che lo sguardo di chiunque entrasse nella stanza si fermasse prima sulla sua gamba
(è una doppia frattura esposta, probabilmente ti resterà una lieve zoppia per tutta la vita)
e solo dopo sul suo viso, e che fosse lì che lo sguardo dei più continuava a scivolare.
«Come stai?» gli chiese Jessie, continuando a guardare la gamba.
«A meraviglia.» tagliò corto. Strinse la mano sul lenzuolo. «Siete qui solo per chiedermi come sto?»
La risposta era no, ovviamente, ma Jessie non parve ancora convinta. Ora guardava la porta da cui Misty era uscita.
«Non credi che dovrebbe sentire anche lei? In fondo devi ringraziare lei e il resto dei tuoi amici se non ci hai lasciato le penne.» disse – e dietro di lei James borbottò a mezza voce un contrariato C’ero anch’io, veramente.
«Se l’avessi pensato non le avrei chiesto di uscire.» le rispose bruscamente Ash «Se siete qui per quello che penso – per dirmi dei documenti – non voglio che nessun altro senta.»
Avrebbe potuto rivelarsi un pericolo, prima o poi, conoscere il nascondiglio dei file sottratti dall’archivio centrale del Team Rocket. E se poteva evitarlo non voleva che Misty, o Vera o Brock o chiunque altro, si prestasse a tale pericolo.
La ragazza dai capelli fucsia guardò lui. Prima la gamba e poi in faccia, non poté fare a meno di notare lui. Probabilmente se ne rese conto anche lei, perché stavolta si affrettò a volgere lo sguardo in direzione del suo viso.
«Sicuro?»
Ash annuì. Jessie parve dubbiosa ancora per un attimo – non pensava, in verità, che Ash fosse nelle condizioni fisiche e psicologiche adeguate per accollarsi una responsabilità di qualunque tipo, specie una che l’avrebbe reso un probabile bersaglio vivente – poi scrollò le spalle e sospirò, prima di fare un cenno a James che era ancora dietro di lei e (di questo Ash dovette rendergliene atto) almeno non stava guardando la sua gamba. James assentì e sfilò dallo zaino una mappa spiegazzata. Jessie gliela tolse di mano e la spianò sulle lenzuola, lisciandola con le mani.
«Kanto.» disse. Picchiettò su un punto della cartina con un’unghia laccata di fucsia smangiato. «Fra Lavander Town e Vermillion City, quasi esattamente a metà strada. Devi lasciare il sentiero e procedere per un centinaio di metri nel bosco. Riconoscerai il punto facilmente, c’è un grosso acero con i rami che si biforcano ad un paio di metri da terra. Più in là c’è una specie di pendio non troppo ripido. Dal sentiero non si vede. Oltre quello c’è uno dei nascondigli che usavamo, il capo non ne sa niente. È sottoterra, c’è una botola nascosta fra i cespugli. È praticamente impossibile trovarla senza sapere che c’è.»
Ash la guardò dritta negli occhi, attraverso gli occhiali da sole verdini. «Come lo sai? Come fai ad essere assolutamente sicura che il vostro capo non sa di quel nascondiglio?»
«Ex capo.» precisò Jessie con un sospiro. Ripiegò la mappa. «Lo usavamo proprio perché non sa dove si trova. Capitava qualche volta che un piccolo colpo andasse a segno – non spesso, ma qualche volta sì. Qualche soldo, più che altro. Li tenevamo lì. Se il capo ne avesse anche solo sospettato l’esistenza non si sarebbe certo lasciato sfuggire l’occasione di metterci le mani.»
«…Bene.» mormorò Ash dopo un attimo. Di scatto, afferrò Jessie per un polso e non la lasciò andare quando lei provò a liberare il braccio.
«Non dirlo a Misty.» la implorò (e la stava davvero implorando, il tono era quello) «Né a nessuno degli altri. Se… se decidessero di provare a usare questa cosa contro di noi… potrebbero tentare qualunque cosa pur di farsi dire dove si trovano.»
Jessie lo guardò per un attimo. Poi liberò il polso dalla sua stretta, che ora si era allentata, e gli appoggiò una mano sulla spalla.
«Ti sei preso una grossa responsabilità, moccios– Ash. Lo sai, vero?»
«Lo so.» disse Ash. L’ostilità nel suo sguardo si era ritratta un po’.
«Se capita qualcosa a chiunque di voi, o di noi, una copia di quei documenti arriverà direttamente in mano alla polizia. Questo lo sai. E lo sa anche il capo.»
Ash fece cenno di sì. «Grazie.»
«Non ringraziarci.» disse piano Jessie. Fece un cenno a James, che la precedette fuori. Sulla porta, la ragazza dai capelli fucsia si voltò indietro, accennando un sorriso.
«Rimettiti in piedi presto, okay?»
Ash annuì di nuovo, restituendole in modo quasi impercettibile il sorriso.
Misty rientrò poco dopo, tenendo in mano una lattina di Coca Cola.
«Non ho trovato l’aranciata.»
«Non importa.»
Lei rimase a guardarlo. Ash sentì il suo sguardo senza bisogno di voltarsi.
«Non vuoi dirmi di cosa avete parlato, vero?»
Bevve un lungo sorso dalla lattina e poi vi abbassò lo sguardo.
«No.» disse, a voce bassa ma ferma «Preferirei di no.»
Misty tacque per un attimo.
«D’accordo.» mormorò poi e Ash non osò guardarla, perché dal tono della sua voce aveva già compreso che stavolta per proteggerla aveva dovuto farle male.
*
«D’accordo. Vi dirò dove sono quei documenti.»
Misty, che fino a quel momento aveva solo scosso la testa piano piano perché solo lui potesse accorgersene, ora abbandonò ogni cautela e scattò in piedi. «Non dirglielo! Non ti azzardare!»
Non poté dire altro, perché l’uomo alto e biondo che la teneva sotto tiro con la pistola la azzittì con un pugno che le riaccese nella testa una spaventosa vampata di dolore, facendo scintillare davanti ai suoi occhi una miriade di puntini lucenti. Non cadde solo perché vicino a lei c’era la parete. Vi si accasciò contro, cercandovi spasmodicamente un appiglio per non perdere il contatto con la realtà e forse per non cadere.
«MISTY!» urlò Ash. Spinse da parte Hun. «Toccala di nuovo e ti– »
Ma non poté continuare, perché l’uomo dai corti capelli a spazzola biondi ora aveva immobilizzato Misty fra la parete e la mole del proprio corpo. La teneva per la gola, senza stringerla ma tenendole la testa piegata all’indietro, verso di sé. Avrebbe potuto spezzarle il collo di netto. La testa della ragazza gli arrivava appena sotto lo sterno, lei era spaventosamente piccola in confronto a lui. Con l’altra mano le premeva la canna della pistola contro la nuca.
Ash si immobilizzò.
«Vediamo se adesso ragioni.» ringhiò Hun dietro di lui. Gli girò intorno. Ash dovette allungare il collo e guardare oltre la sua spalla per continuare a vedere Misty.
La criminale dai capelli grigio-azzuri distese le labbra in un ghigno. Non aveva neppure bisogno di puntargli addosso la pistola ora, bastava che il suo tirapiedi tenesse la canna della propria contro la nuca di Misty. Lei stava provando debolmente a divincolarsi, ma aveva troppa paura per provarci davvero. Stava tremando.
«Sai grande eroe, per me non fa alcuna differenza se la tua ragazza si tiene il cervello nella testa o se dovrai guardarlo asciugarsi sul muro.» disse Hun «Dipende da te. Ti do dieci secondi per deciderti a parlare. Uno, due, tre…»
«Ash NON DIRGLIELO! Non ci provare!»
Sta’ zitta, Misty, per l’amor di Dio, ebbe voglia di urlare Ash, ma la voce gli rimase bloccata in gola. L’uomo che immobilizzava Misty le strinse la gola, togliendole il respiro e spegnendo in un istante i suoi strilli.
Hun scoccò un’occhiata nella sua direzione, tornando a stendere verso Ash il braccio con cui teneva la pistola. «E tu piantala se non vuoi che pianti un proiettile in mezzo agli occhi di questa mezza cartuccia smidollata.»
Misty non le rispose, non poteva. Stava boccheggiando in cerca di aria, la testa spinta all’indietro, le mani debolmente aggrappate alla parete. Hun tornò a guardare Ash.
«Quattro.» disse.
Ash si arrese. «Va bene, d’accordo, ti dico tutto quello che vuoi, ma digli di lasciarla andare.»
Hun non diede segno d’averlo sentito.
«Cinque.»
Ash trasse un lungo respiro.
«Sono… a Hoenn.» disse, sforzandosi di non distogliere lo sguardo e non far avvertire alcuna inflessione insolita nella propria voce, niente che potesse far intuire alla criminale che stava mentendo «A Forestopoli. Al… al limitare della città, fra la città e il bosco. C’è un nascondiglio sotterraneo. Una botola ai piedi di una quercia.»
Credeva di essere stato convincente. Hun lo scrutò curiosa.
«Davvero?» disse «Perché se dovessi arrivare là e scoprire che non c’è niente…» fece un cenno con il capo in direzione di Misty «Ordinerò a qualcuno dei miei uomini di spezzarle ogni singolo osso finché non ti deciderai a piantarla di farmi perdere tempo.»
Ash ingoiò a vuoto. Poteva sentire il proprio cuore battere ora, così forte da pensare che potesse esplodere.
«Allora?» insisté Hun «Deduco che o è come mi hai detto, oppure non ti importa poi così tanto di lei.»
«È come ti ho detto.» disse Ash, guardandola dritta negli occhi.
Hun lo fissò ancora per un momento, poi fece un cenno all’uomo dietro di lei. Lui lasciò andare Misty, che crollò a terra su mani e ginocchia sforzandosi di riprendere fiato. Respirava a malapena, ora anche perché stava singhiozzando.
Ash cercò di correre da lei. Hun lo bloccò afferrandolo per la felpa e piantandogli la canna della sua calibro .22 in mezzo alle scapole.
«Ti conviene sperare che sia davvero come mi hai detto.» gli sibilò e poi lo strattonò all’indietro con tanta violenza da fargli perdere l’equilibrio. Ash cadde sulla schiena e la donna lo bloccò piantandogli il tacco della scarpa sotto lo sterno. La fitta di dolore fu acuminata, un picco improvviso e lancinante. Hun gli puntò di nuovo addosso la pistola. «Sai quante ossa ci sono nel corpo di una persona? Circa duecento. Immagina quanto male può fare frantumarle una ad una. Perché è quello che le farò, se dovessi scoprire che mi hai mentito. E immagino che griderà, e che ti odierà, perché la colpa sarà tua.»
«Non ti ho mentito.» ribadì Ash, a denti serrati.
(e sì, troia, lo so fin troppo bene quanto male può fare un osso che va in pezzi)
Hun ritrasse il piede. «Bene.» disse «Alzati.»
Obbedì, perché c’era ancora la pistola puntata su di lui e perché c’erano Hun ed il suo sgherro fra lui e Misty, e ora che la criminale a capo dell’ex Team Rocket credeva di aver ottenuto quel che voleva non aveva più alcun motivo per tenerla viva. Una minima mossa falsa e avrebbe potuto vederla accasciarsi a terra senza un gemito, gli occhi vitrei e i capelli rossi di sangue.
La vide per un attimo, fra la sagoma snella di Hun e quella massiccia dell’uomo dai capelli biondi. Era ancora a terra sulle ginocchia, gli occhi spalancati e pieni di lacrime, le labbra livide e tremanti per lo sforzo di ricacciare indietro i singhiozzi.
Perché gliel’hai detto?!
Ho mentito. Ma non aveva modo di dirglielo, non ora.
Aveva la pistola che gli aveva ceduto Jessie, ma tirarla fuori e puntarla verso Hun non avrebbe funzionato. Avrebbe dovuto come minimo averla già estratta e puntata alla sua testa per sperare che servisse a qualcosa. Il tempo di metterci mano e Hun avrebbe potuto fargliela saltar via con un proiettile e poi magari ammazzare Misty con il successivo.
Hun tornò a puntargli la pistola alla schiena, afferrandolo per un braccio con l’altra mano. Gli piantò le dita nella carne come una morsa, a metà strada fra la spalla e il gomito. Aveva una presa tremendamente salda per essere una donna.
«Cammina.» gli intimò e Ash obbedì, ma si aggrappò allo stipite della porta quando lei cercò di trascinarlo fuori.
«Tornerò indietro, Misty! Tornerò, non ti– »
Il resto fu coperto dal boato di uno sparo. Hun aveva impiegato un attimo per ruotare il polso della mano con cui teneva la pistola verso l’interno della stanza.
Misty si buttò a terra con uno strillo, coprendosi la testa con le mani. Hun non aveva voluto colpirla – se l’avesse voluto, quasi certamente buttarsi a terra non le sarebbe servito – e il proiettile centrò il muro poco sopra di lei, sfarfallandone frammenti di intonaco che le si posarono sui capelli e sulle spalle.
Non aveva voluto colpirla, ma lo sparo fu sufficiente ad arrestare per un lunghissimo attimo il cuore di Ash e a fargli perdere la presa sullo stipite. Hun lo trascinò fuori. Mentre l’ex agente Rocket dai corti capelli biondi richiudeva la porta tirando il robusto chiavistello la donna inchiodò Ash contro la parete, piantandogli la canna bruciante della pistola sotto il mento.
«Hai rotto il cazzo.» sibilò «Vuoi che cominci da te?»
«N-non…» farfugliò Ash. Ingoiò a vuoto, sentendo la gola così secca da cavarne uno schiocco doloroso. «Non puoi uccidermi. Non sai se ti ho mentito.»
Gli occhi color ghiaccio di lei luccicarono.
«E chi ha parlato di ucciderti? Posso farti male, ragazzino. Potrei spezzarti anche l’altra gamba, per esempio. Oppure potrei farlo a lei. Che ne dici?»
Ash tacque. Hun lo strattonò spingendolo di nuovo in mezzo al corridoio.
«Muoviti.»
Obbedì. Sentì, mentre si muoveva, il calcio della pistola di Jessie premergli contro il fianco. Presto, gli disse la sua mente. Non ancora, ma presto.
Ad una biforcazione del corridoio Hun si fermò, volgendo lo sguardo verso un punto alla propria destra. «Attila.» chiamò «Manda una squadra a Forestopoli. Di’ loro di perlustrare il perimetro della città.»
Presto. Di nuovo. E poi: No, non presto. Ora.
«Sarà fatto.»
Ora!
Schizzò via dalla presa di Hun proiettandosi in avanti, sfilando nel contempo la pistola dalla cintura. E distese il braccio con cui la teneva verso di lei, ricordando solo all’ultimo momento di disinserire la sicura.
La colse di sorpresa, guadagnando qualche attimo.
«Lurido moccioso– »
Attila si mosse verso di lui, probabilmente intenzionato a disarmarlo (e poi, c’era da presupporre, a fargli pagare assai caramente quel tentativo di ribellione). Ash non pensò, agì e basta. Non si rese neppure conto di aver preso la mira, fu come se una volontà ed una forza esterne al suo corpo gli avessero guidato il braccio. Fece fuoco mirando alla testa di Attila.
La deflagrazione fu assordante ed il rinculo dell’arma, troppo potente per la mano di un ragazzino, lo fece barcollare appena all’indietro. Vide distintamente – e tutto durò meno di un attimo – il sangue tracciare un arco di un rosso scurissimo sulla parete alle spalle di Attila e piccoli frammenti bianchi spargersi sulla sua spalla, sul nero della divisa, come i cocci di un vaso, ma erano i frammenti del suo cranio. Il lato destro della sua testa era uno sfacelo. Un unico occhio di un azzurro stranamente denudato lo guardò stranito per un istante fra le ciocche di capelli rossi di sangue e poi Attila, più di cento chili di uomo, si abbatté a peso morto sul pavimento facendolo vibrare appena.
Hun impiegò un momento per reagire. Fu quello, probabilmente, quell’attimo in cui non poté fare altro che guardare sconcertata il corpo di Attila a terra, a salvare la vita di Ash. Perché se non avesse usato quell’attimo per lanciarsi oltre l’angolo e correre veloce quanto le gambe gli permisero il proiettile che partì dalla calibro .22 di Hun l’avrebbe preso in pieno. Colpì lo spigolo della parete, invece, e ne fece schizzar via schegge di intonaco che gli graffiarono le braccia.
«Fermatelo! Portatemelo QUI!»
Il secondo colpo lo mancò di così poco che sentì lo spostamento d’aria del proiettile a pochi centimetri dal viso.
Corri. CORRI!
Corse con la pistola stretta in pugno e il respiro serrato in gola, chiedendosi quando la gamba avrebbe iniziato a fargli male. Per un momento si chiese anche se Misty da dove si trovava potesse sentire gli spari e scacciò quel pensiero. Doveva portarli via da dove si trovava Misty, allontanarli, perché se poteva ancora sperare di avere una chance, una sola, di uscire vivo da quel capannone d’inferno e portare Misty con sé era quella.
La gamba iniziò a dolergli quando ebbe messo un po’ di spazio fra sé e i suoi inseguitori. Era veloce, o almeno lo era stato. Non fosse stato per la gamba forse gli sarebbe bastato correre per seminarli e tornare da Misty compiendo un giro diverso senza che lo raggiungessero. Ma la gamba c’era e faceva male e non avrebbe potuto correre ancora per molto.
Si catapultò oltre una secca svolta del corridoio, franando a terra in avanti e scorticandosi i palmi e strappandosi i jeans sulle ginocchia sfregando contro i detriti a terra. C’erano dei tavoli accatastati lì dietro, tavoli e sedie traballanti e mucchi di vecchie assi, e Ash si infilò strisciando sotto la catasta, con il cuore che martellava nella schiena. Urtò un oggetto che gli parve fatto di plastica, e che si capovolse con un tonfo liquido. Sentì odore di benzina.
Li aveva distanziati abbastanza da poter ragionevolmente credere che non l’avessero visto svoltare e infatti non lo videro. Sentì il pavimento vibrare sotto molte paia di piedi in corsa e sentì ordini nella voce di Hun, che non era più fredda e inespressiva ma tremante di rabbia e a tratti incerta, ma nessuno di loro svoltò a controllare il tratto di corridoio in cui se ne stava rannicchiato. Riprese a respirare quando sentì i loro passi allontanarsi.
Si concesse, ancora con la pistola serrata nel pugno in quella che era diventata una stretta tremante e convulsa, di riprendere fiato e recuperare la capacità di pensare. Si tirò su stringendo la mano libera attorno al polpaccio destro. Non faceva più così male, ma non era certo che l’avrebbe retto se avesse provato a correre.
(probabilmente ti resterà una lieve zoppia per tutta la vita, aveva detto il medico cinque mesi prima)
Gli serviva qualcosa. Gli serviva un dopo. Aveva agito seguendo l’istinto fin lì, ma tutto quello che gli diceva il suo istinto ora era di rimanere là sotto, di non azzardarsi a uscire, perché se l’avesse fatto avrebbe visto che
(Hun)
uno di loro era rimasto appostato dietro l’angolo, ad aspettare di vederlo tirar fuori la testa, per fargliela esplodere come lui aveva fatto con Attila.
Stronzate. Non c’è nessuno lì, te la stai solo facendo sotto.
Gli venne in mente la cosa che aveva fatto cadere con il piede mentre si infilava là sotto. Aveva sentito odore di benzina, poi.
Si tirò un po’ più su. Era una tanica di benzina la cosa che aveva fatto cadere, la prima di quella che ad occhio e croce doveva essere una decina, per la precisione.
Benzina. Hai un accendino con te.
Gli ci volle un po’ per collegare le due cose.
Si mise in piedi tenendosi al bordo del tavolo. Gli tremavano le mani, e gli ci volle un po’ per riuscire a svitare il tappo di una delle taniche ancora piene.
Cosparse la catasta di legna e vecchi mobili e buona parte di quel tratto di corridoio senza permettere a se stesso di fermarsi anche per un istante a riflettere su cosa stesse facendo. Ebbe il buonsenso, prima, di inserire di nuovo la sicura della pistola a cui ora rimaneva un solo colpo e di tornare a infilarla nella cintura dei jeans.
Trovò l’accendino nella tasca dei jeans. Le mani gli tremavano così tanto che quasi gli sfuggì, e temette che non sarebbe riuscito ad azionarlo.
Si guardò intorno una volta. Vide le assi scheggiate, le taniche ingiallite di benzina allineate come soldati, l’intonaco nero di sudiciume e sfaldato in più di un punto. Vide lo sporco sul pavimento, orme fangose e calcinacci e mozziconi di sigarette e i segni lucidi dove aveva smosso la polvere per infilarsi sotto la catasta di rottami. Vide le sedie ammucchiate una sopra l’altra e impilate contro la parete. Sull’angolo di uno dei tavoli qualcuno, chissà quanto tempo prima che quello stabilimento fosse occupato da un’associazione criminale, aveva inciso una scritta con la punta di un temperino. Tutto ciò che ami ti sarà portato via, diceva la scritta.
Ash si chinò e incendiò la pozza di benzina.
*
Aveva sentito gli spari.
Li aveva sentiti benissimo ed erano spari, altroché, non era una porta che sbatteva e la sua mente che tentava di convincerla d’aver sentito altro. Erano spari e Ash era fuori, e ad occhio e croce doveva trovarsi alla stessa distanza da cui aveva sentito giungere i boati.
Tacque, in attesa, pregando di sentire un altro di quei colpi e poter constatare che invece era proprio una porta che sbatteva e che i suoi nervi a pezzi l’avevano giocata. Pregando di sentire il tonfo metallico di una porta che sbatteva contro lo stipite e di potersi dire Eccoli, i tuoi spari.
Ma erano spari e dovette abbandonare quella flebile speranza quando quella che sentì fu una seconda scarica.
Ma lo sapeva anche prima ovviamente. Lo sapeva ancor prima di sentire il primo colpo. Avevano ottenuto quello che volevano. I documenti. Ash non gli serviva più.
L’avrebbero ammazzato come avevano ammazzato sua madre.
Impietosa, la sua mente le inviò l’immagine di Ash che stramazzava a terra in una pozza di sangue scuro. Vide i suoi occhi scuri spalancarsi in modo innaturale e il suo corpo, troppo esile e troppo magro per appartenere a un ragazzo di quindici anni, tremare e irrigidirsi una sola volta prima di rimanere immobile. Le sue mani serrarsi senza afferrare nulla prima che i muscoli si rilassassero per sempre.
Ma Ash non era morto, l’avrebbe saputo se così fosse stato. Qualcosa di lei l’avrebbe saputo e sarebbe andato in pezzi a quella consapevolezza, si sarebbe frantumato, e lei avrebbe sentito il dolore lancinante di quel frantumarsi. Doveva credere che almeno quello fosse vero.
Rannicchiata contro la parete fra i fogli sparsi della cartella su sua madre, con le labbra che tremavano per lo sforzo di non piangere, d’impulso provò a fare qualcosa che non faceva da anni. Chiuse gli occhi e provò a pregare.
Tutto quello che le venne in mente, nel buio delle sue palpebre serrate, fu una frase.
Tutto ciò che ami ti sarà portato via, diceva.
*
Se riuscì a tirarsi indietro in tempo perché la vampata non gli esplodesse in faccia fu solo per miracolo.
Scattò in piedi, rischiando quasi di finire a terra sul sedere e sentendosi bruciare i polmoni della vampata rovente che l’aveva schiaffeggiato, mentre il corridoio davanti a lui prendeva fuoco.
Bella pensata, e ora?
Ma non ebbe veramente bisogno di pensare per togliersi di lì. Il dolore alla gamba si era affievolito quel tanto che bastava per permettergli di scattare nella direzione opposta e acquattarsi nell’ombra della prima svolta al di là dell’incendio. Non dovette attendere a lungo prima di sentirli accorrere.
«Che diavolo è successo?!»
«È stato quel dannato ragazzino– »
«Spegnete questo macello, avanti!»
L’ultima era Hun. Ash fu certo, dal tono della sua voce, che se l’avesse trovato nulla l’avrebbe trattenuta dal piantargli un proiettile in mezzo agli occhi.
Non poteva essere certo che fossero tutti lì, ma se avesse atteso ancora era probabile che qualcuno di loro provasse ad aggirare l’incendio e lo trovasse. Cautamente provò a rialzarsi, constatando che la gamba l’avrebbe probabilmente retto ancora per un po’ e che contrariamente a quello che credeva non stava neppure tremando così forte da dover rimanere rannicchiato dietro quell’angolo finché il panico che l’aveva travolto non si fosse ritratto come un’onda di alta marea. Approfittando del trambusto riprese a correre, compiendo un giro opposto a quello che l’aveva portato lì e sperando di aver realmente memorizzato la geometria di quel dannato edificio.
Più di una volta dovette gettarsi dietro una porta o uno spigolo per evitarsi un incontro con uno degli uomini di Hun. La seconda volta non riuscì ad evitarsi un duro impatto contro il terreno e la gamba destra gli rimase schiacciata sotto il corpo e prese a fargli veramente male. Si rialzò comunque non appena l’uomo in nero si fu sufficientemente allontanato e riprese a correre, nonostante ora fosse costretto a rimanere piegato per bilanciare il peso e ad ogni passo la sua spalla destra si abbassasse di una spanna per la zoppia.
Quando giunse davanti alla porta della stanza in cui era imprigionata Misty si accasciò sulla maniglia come un disperso nel deserto davanti a un’oasi, piegando un ginocchio per non cadere e sbattere la faccia. Ci fu un terribile momento in cui credette che non sarebbe riuscito a far scorrere lo spesso chiavistello, ma poi quello si disincagliò con uno scatto e Ash si tirò addosso la porta e quasi cadde.
Da dentro la stanza Misty lo guardò con gli occhi verdi spalancati, senza trovare il coraggio di alzarsi in piedi.
«Ash…?»
«Sbrigati.» cercò di dirle, scoprendosi quasi totalmente senza fiato. Poiché lei ancora non accennò a muoversi, troppo spaventata o troppo sorpresa o troppo sollevata di vederlo vivo per poterci riuscire, Ash si rimise in piedi facendo leva sulla gamba sana e corse dentro la stanza, afferrandola per un braccio e tirandola su da terra. Poi si ricordò che era ferita e si fermò.
«Stai bene? Puoi correre?»
Misty annuì. La sentiva tremare. «Credo… di sì… cosa…?»
«Ti spiego tutto appena siamo fuori da qui, giuro.» le disse «Ora corri e basta.»
Riprese a correre, stavolta tirandola con sé. Non ebbe veramente bisogno di trascinarla se non per pochi istanti all’inizio, ma lo sforzo ulteriore che dovette scaricare sulla gamba gli fece sfuggire un’esclamazione soffocata di dolore.
«Ash… la tua gamba…»
«Non c’è tempo.» ribatté, con il poco fiato che aveva «Misty ascoltami, tu continua a correre qualunque cosa accada, se cado per via della gamba tu non fermarti ad aiutarmi, continua a correre e basta!»
Sentì la mano di lei stringere più forte la sua. Ora correva al suo fianco, non più dietro di lui, e la vide piegare appena le labbra in quello che voleva forse essere lo spettro di un sorriso e riconobbe lo sguardo che aveva negli occhi, uno sguardo che era sempre quello nonostante lo sfinimento e il terrore di adesso, quello con cui lo guardava quando diceva o faceva qualcosa che per lei era una cazzata: paziente, perché le cazzate di Ash Ketchum erano il normale corso delle cose, e accondiscendente, perché era probabilmente la sola che continuava ad aspettarsi qualcosa di meglio da lui.
«Sei matto se pensi che lo farei.»
Le tremava la voce, ma il tono era lo stesso di sempre.
Non ebbe fiato per risponderle. Strinse la mano di Misty imboccando una svolta del corridoio, opposta a quella che l’aveva portato nel cuore dell’edificio dove aveva appiccato l’incendio, pregando che questa li conducesse all’uscita.
«Eccoli!»
Era Hun. Ma era troppo lontana, all’estremo opposto del corridoio. Troppo lontana per potersi lanciare all’inseguimento senza perderli di vista e troppo lontana per far fuoco nella loro direzione e sperare di centrarli con una pistola che non era un’arma di precisione. Eppure li seguì comunque e premette il grilletto quando li vide svoltare di nuovo, colpendo nuovamente la parete.
Misty gridò e Ash piantò le dita sul suo polso, a rischio di farle male, per essere certo che il sudore che rendeva instabile la sua presa non potesse fargliela scivolare via. Trovò la pistola con l’altra mano e disinserì di nuovo la sicura, continuando a correre con l’indice contratto sul grilletto per non dover perdere tempo quando si fossero trovati davanti alla sentinella che sicuramente stava di guardia sulla porta d’uscita.
Ma non c’era. Forse aveva seguito il trambusto provocato dall’incendio che lui aveva appiccato, forse aveva sopravvalutato le misure di sicurezza di Hun o il numero effettivo dei suoi uomini e non c’era mai stato nessuno lì. La porta era libera, solo sbarrata dall’interno con un asse di legno infilata a mo’ di chiavistello.
Misty gli lasciò la mano e si lanciò sull’asse cercando di smuoverla. Ash la raggiunse un attimo più tardi e la aiutò a far scivolare fuori lo spesso pezzo di legno dai supporti di metallo, continuando a lanciarsi occhiate nervose alle spalle, verso il corridoio da cui sentiva provenire i passi in corsa di Hun e di qualcun altro che ora era con lei. L’asse cadde a terra con uno schianto e fu Misty, ora, che lo afferrò per un polso e gli disse «Vieni.»
Lo strattonò in avanti spingendo la porta con l’altra mano protesa e prima che potesse rendersene conto furono fuori. Era buio ormai, ma più forte della luce delle stelle e della luna era quella arancione e fremente dell’incendio alle loro spalle. Aveva smesso di piovere. L’aria fresca e secca fuori dall’edificio lo aggredì come una morsa. Riprese a correre tirando Misty con sé, riuscendo a pensare solo che la gamba gli faceva male, così male da pensare che potesse non solo cedere da un momento all’altro ma addirittura frantumarsi, dissaldandosi, dove cinque mesi prima le ossa si erano spezzate.
Non si fermò.
Attorno all’edificio c’era solo campagna, per chilometri, e la strada sterrata e fangosa che l’auto nera aveva percorso per portarlo fin lì. Considerò di dirigersi in quella direzione, scartò l’idea e svoltò invece verso un ammasso di cespugli e sterpaglie che segnava il limitare di una zona incolta.
«Dove…?»
Ora davvero non poteva risponderle. Costrinse la gamba a continuare a reggerlo finché poté e poi si lasciò franare a terra, finendo a faccia in giù fra le erbacce ed il fango e riuscendo solo all’ultimo momento a lasciare la presa sul polso di Misty per non trascinarla con sé. Ad un passo dall’abbandonarsi all’incoscienza si sforzò di riprendere fiato, inspirando a forza aria nei polmoni che gli dolevano per lo sforzo.
Misty gli appoggiò una mano sulla schiena.
«Ash?»
«La gamba.» spiegò, tirando su la testa a fatica, e non poté dire altro perché non ne aveva il fiato.
Lei esitò per un attimo, poi lanciò un’occhiata dietro di sé e si chinò su di lui, prendendolo per la vita e facendogli poggiare un braccio sulle proprie spalle.
«Appoggiati.»
«Cosa stai– »
«Siamo troppo visibili qui. Raggiungiamo quegli alberi, dovremmo essere un po’ più nascosti.»
Dovette scaricare su di lei più peso di quanto non volesse. Misty lo aiutò a raggiungere il punto in cui la vegetazione si infittiva offrendo un maggiore riparo e a sedersi per terra, la schiena poggiata contro il tronco grigiastro di un pioppo e la gamba destra distesa davanti a sé. Sul tronco dell’albero si era arrampicata una pianta dagli ampi fiori bianchi e a Misty parve di conoscerne il nome. Passiflore. Daisy aveva provato, anni prima, a piantarne attorno alla palestra. Si era stufata del giardinaggio dopo neanche una settimana, ma le aveva detto prima di stufarsi che quei fiori dalle ampie corolle bianchissime e dai vivaci pistilli erano i preferiti della mamma. Ricordarlo le fece bruciare gli occhi.
Si accovacciò vicino ad Ash e lui le vide ora gli occhi pieni di lacrime. Le tremava il mento, come ad una bambina sul punto di scoppiare in singhiozzi. Vide la ferita che aveva sulla fronte. Tornò a sistemare la pistola nella cintura dei jeans.
«Vieni qui.» mormorò. Si sporse verso di lei, tirandola a sé leggermente, e le scostò con delicatezza i capelli impiastricciati di sangue. Una lacrima rotolò sulla guancia di lei, sfuggendole insieme a un singhiozzo. Ash le sostenne delicatamente la nuca con l’altra mano, continuando ad osservare la ferita.
«Ti fa male?»
Vide che lei avrebbe voluto scuotere il capo e dire no, ma poi il terrore l’ebbe vinta sul coraggio. Annuì.
«È brutta.» mormorò Ash «Devi farti vedere da un dottore quando riusciamo a tornare in città.»
Lei annuì di nuovo. Le mani di Ash scivolarono fino a chiudersi sulle sue spalle e lì rimasero. Ash la osservò con attenzione, percorrendo con lo sguardo il suo intero corpo, quasi non riuscisse a credere di vederla davvero.
«Stai bene…?»
Le ci volle un po’ per capire a cosa si riferisse. Fece di nuovo cenno di sì, tirando su col naso. «La macchina non mi ha investita. Ho provato a schivarla e sono caduta… ho… solo battuto la testa.»
«Ho creduto che tu fossi morta.» disse piano Ash. Sentì le lacrime irrompere come un fiume in piena nella propria voce rendendola malferma e spezzata e allora ritirò le mani e si premette i palmi sugli occhi, sforzandosi di ricacciare indietro ogni singola goccia di pianto.
Misty si piegò verso di lui e lo abbracciò. Senti il suo odore, sebbene misto a quello del sudore, della polvere da sparo, e del sangue; e poi sentì lei.
Quasi inconsapevolmente piegò le labbra in un accenno di sorriso. «Misty…» disse, con voce ancora incerta «Puoi… fare una cosa per me…?»
«Cosa?» volle sapere lei.
Ash represse un singhiozzo.
«Dimmi che andrà tutto bene.»
Lei ne fu sorpresa per un momento, poi lo strinse più forte. «Andrà tutto bene.» disse, e lo cullò una volta, tenendosi la sua testa contro la spalla «Andrà tutto bene, Ash. Sono sicura che ora andrà tutto bene.»
«Grazie.» sussurrò Ash dopo qualche istante «Ora va meglio.»
Misty sciolse l’abbraccio e gli sorrise. Era pallida e aveva delle ombre scure sotto gli occhi, ma quel sorriso fu lo stesso di sempre e riuscì, almeno in parte, a restituirgli le forze.
«Tu stai bene?» gli chiese Misty. Guardava i lividi che aveva sul viso.
«A meraviglia.» disse Ash, riuscendo a stirare le labbra in un sorriso ironico «Non si vede?»
«Stupido.» mormorò lei. Tremava appena, forse per il freddo. Ash si sfilò la felpa e si sporse a sistemargliela sulle spalle.
«…No.» protestò lei. Provò a divincolarsi. «Tienila.»
«Non sono io quello che sta tremando.» puntualizzò Ash. Le avvolse con dolcezza le spalle nella felpa. «Tienila tu.» disse, e si sporse a baciarla, prima sul lato sano della fronte e poi sulle labbra.
Fu un bacio diverso, più lungo e intenso dei loro soliti, e Ash avrebbe forse voluto sapere, in quel momento, che era l’ultima volta che la baciava. Se l’avesse saputo avrebbe forse cercato di far durare ogni singolo istante più che poteva e di imprimerlo nella propria memoria, perché ci sarebbe poi stato un momento in cui avrebbe provato a ricordare l’ultima volta che l’aveva baciata e si sarebbe accorto di non riuscirci, o almeno non con chiarezza, perché di chiaro in quel momento c’era solo il pensiero di averla ritrovata e di averla ritrovata viva.
Dopo lei disse che stava morendo di fame e Ash non poté certo darle torto. Si alzò, facendo leva solo sulla gamba sana e poggiando l’altro piede a terra solo lo stretto indispensabile. Si alzò anche Misty, prendendolo rapidamente per la vita per timore che cadesse.
«Che stai facendo?»
«Pioveva fino a un’ora fa.» le rispose a mo’ di spiegazione «Un attimo.»
Raggiunse per metà zoppicando e per metà saltellando sul piede sinistro un basso cespuglio dalle foglie larghe e grandi. Ne staccò una con attenzione, senza inclinarla. Aveva raccolto l’acqua piovana come una coppa.
La porse a Misty. «Ecco.» disse «Non è molto ma temo che ti dovrai accontentare.»
Lei sorrise. Rise, quasi. Lo ringraziò e bevve dalla foglia, mentre lui cercava altra acqua per sé.
Aveva talmente fame che quando la inghiottì in una sola lunga sorsata lo stomaco gli si chiuse in un crampo.
Tornò a sedersi per terra. Misty gli si rannicchiò accanto, stringendosi addosso la sua felpa come uno scialle. Avrebbe voluto mettere il prima possibile un paio di miglia fra sé e Hun, ma sapeva che Ash non poteva correre – e checché ne pensasse lui, per il momento neanche camminare – e a dire il vero neanche lei era sicura che non sarebbe finita a faccia in giù nel fango dopo una decina di passi. Era stanca, e il dolore alla testa non era mai andato via. Era rimasto lì, una pulsazione costante dietro le tempie.
Ash la strinse a sé e le fece poggiare la testa sulla propria spalla. «Riposati.» le disse «Cerca di dormire un po’. Quando farà giorno proviamo ad andarcene.»
«Ci troveranno prima.»
«Resto di guardia.» la rassicurò Ash. Appoggiò il mento fra i suoi capelli, arrotolandosene sovrappensiero una ciocca attorno a un dito. «Tu pensa a riposarti.»
Lei avrebbe voluto protestare, ma era troppo stanca per farlo.
«Mentivi quando hai detto a Hun dove sono i documenti, vero?» gli domandò invece, iniziando ad arrendersi un pochino al sonno che le chiudeva gli occhi.
Lo sentì irrigidirsi.
«Non avrei lasciato che ti facesse davvero del male.»
«Ma stavi mentendo, non è vero?»
Lui tacque per un istante. «Sì.» disse poi «Stavo mentendo.»
Misty si rannicchiò contro il suo corpo, lasciando che il sonno la avvolgesse un po’ di più. Gli appoggiò una mano sulla gamba dolorante, accarezzandola appena appena. Poi dalla confusione che si andava acquietando nella sua mente emerse qualcosa che avrebbe preferito non dover ricordare, mai, come se fosse possibile cancellare con un rapido colpo di spugna quello che aveva visto e letto, quello che le aveva detto Hun.
«Hanno ucciso mia madre.» mormorò, iniziando a tremare.
Ash non seppe cosa dire. La strinse soltanto.
Lei gli si aggrappò e Ash sentì la maglia bagnarsi delle sue lacrime.
«Ho creduto che avessero ucciso anche te.» mormorò Misty «Ho sentito degli spari.»
«Ho sparato ad Attila.» disse Ash. Si interruppe, esitò, e poi finì e la sentì trattenere il respiro: «L’ho ucciso.»
Lei gli si strinse contro più forte senza dire nulla. Si addormentò così, con la mano ancora poggiata sulla gamba che gli faceva male.
Ash si sorprese a pensare, mentre lei gli si addormentava fra le braccia, che in un certo senso le aveva reso quello che lei aveva fatto per lui mesi prima. L’aveva trovata e portata in salvo. Aveva, virtualmente, respirato per lei.
Rimase sveglio sforzandosi di combattere la stanchezza e poi, man mano che le ore passavano, il sonno e la fame. Quando le prime luci dell’alba si insinuarono fra le fronde di alberi e cespugli il dolore alla gamba era diminuito abbastanza da convincerlo che sarebbe riuscito a rimettersi in piedi; ma si sentiva così sfinito da iniziare a credere che sarebbe caduto lungo disteso nell’erba dopo due passi.
Fu allora, mentre il chiarore immediatamente prima dell’alba iniziava a rischiarare la campagna, che sentì la voce.
Era Hun. Non la Hun accecata dalla rabbia (e, chissà, forse anche dal dolore) che aveva visto e sentito poche ore prima. Questa Hun aveva messo da parte rabbia o cordoglio che fosse e la sua voce era quasi quella di sempre, fredda, impietosa, calcolatrice.
«Non possono essere lontani. Lui è storpio e lei è stordita per il colpo alla testa. Devono essersi nascosti da qualche parte nei paraggi.»
Tacque, all’erta, ogni muscolo teso e pronto a scattare.
«Dividiamoci.»
Più vicina ora. Cercando di vedere dove si trovasse scosse Misty per una spalla. Lei sbatté le palpebre.
«Che succe– »
Ash le tappò la bocca con una mano. «Shh.» sussurrò «Sono vicini. Dobbiamo andarcene.»
Misty spinse via la sua mano. «Ma la tua gamba…»
«È a posto. Non fa più così male.» la tranquillizzò sbrigativamente Ash. Si alzò in piedi rimanendo curvo in avanti come un soldato che attraversa una terra di nessuno e Misty fece lo stesso. Gli rimase aggrappata ad una mano piantandoci le dita tremanti.
«Dove sono?»
«Non lo so, non li vedo. Misty, lasciami, mi stai stritolando la mano.»
Lei scosse la testa così forte che i capelli le volarono sul viso. «No, ti prego, non posso.» mormorò. Le tremava la voce così tanto che la capì a stento.
«Non c’è bisogno che ti stacchi, basta che allenti un po’ la stretta.» si corresse Ash. Lei obbedì e quando Ash si voltò a guardarla vide che aveva gli occhi pieni di lacrime. Si rammaricò di averle parlato bruscamente, ma gli stava veramente facendo male.
Tenendole la mano azzardò qualche passo fra la vegetazione. La gamba protestò per i primi due o tre passi, ma era più intorpidimenti che dolore vero e infatti passò quando l’ebbe sgranchita. Si fermò di nuovo, provò, aguzzando la vista fra i rami frondosi di un arbusto, a localizzare Hun e i suoi uomini.
«Li vedi?»
«No. Li sento però.»
Era vero. Sentiva lo scalpiccio di un numero imprecisato di piedi calpestare fango e foglie morte, non troppo lontano.
Misty gli si aggrappò.
«Ash, ho paura.»
«Anch’io.» disse a bassa voce. Continuò a guardare davanti a sé e quando riprese a camminare realizzò che adesso forse era lui che le stava stringendo la mano troppo forte. Allentò la stretta senza fermarsi, con il cuore che gli batteva nelle tempie.
Avrebbe dovuto immaginare, forse, che Hun li stava aspettando.
Li aveva visti, o si era basata solo sulla propria intuizione. Ma li aspettava.
«Eccovi, luridi mocciosi figli di puttana.»
Si fermò di botto, sicuro che per un istante il suo cuore si fosse arrestato. Sentì Misty lasciar andare quello che voleva forse essere un grido e fu invece solo un’esclamazione rauca, terrorizzata.
Troppo tardi, gli disse la sua mente. Ma non era forse stato troppo tardi fin dal momento in cui Hun aveva detto “dividiamoci” ai suoi uomini e si era appostata ad aspettare loro? E tuttavia la sua mano scattò comunque verso la pistola che aveva alla vita.
Lascia perdere, pensò. È troppo tardi.
Era vero. Non sarebbe riuscito a estrarla e puntarla verso Hun prima che lei facesse fuoco. Allora lasciò perdere e spinse Misty dietro di sé, ponendosi davanti a lei con le braccia allargate. Sentì le dita di lei aggrapparsi tremanti alla sua spalla.
«Non ti avvicinare.» –ma non riuscì, mentre lo diceva, a mantenere la propria voce ferma come avrebbe voluto.
Hun era davanti a loro, la calibro .22 nella mano protesa.
«Ash…» bisbigliò Misty dietro di lui e Ash non seppe dirle nulla, neppure che sarebbe andato tutto bene, perché era chiaro che non sarebbe andato tutto bene e che non c’era nulla, ora, che potesse trattenere Hun dal piantargli una pallottola in mezzo agli occhi. Nemmeno quei maledetti documenti.
Non sorrideva ora, non c’era il suo solito sogghigno a piegarle le labbra. Tremavano quasi impercettibilmente quelle labbra, di rabbia; e negli occhi c’era solo gelo mentre li teneva sotto tiro entrambi, in piedi a neanche due metri dall’albero su cui si arrampicavano le passiflore.
«Va tutto bene.» si sorprese comunque a mormorare Ash, a Misty e a se stesso «Andrà tutto bene, non ti preoccupare, andrà tutto bene…»
«Io non ci giurerei.» disse Hun, e premette il grilletto.
CONTINUA…