BREAK MY FALL

XIV.

«Prova a fare qualche scherzo,» ringhiò l’uomo che lo teneva fermo «tipo liberarti con qualche trucchetto alla Houdini, e ti garantisco che non vivi abbastanza neppure per vedere il cadavere della tua ragazza in un sacco per la spazzatura. Sono stato chiaro?»

Ash tacque, serrando i denti.

La mano libera dell’uomo scattò in avanti serrandosi sulla sua gola. Era molto più forte di Drew e gli tolse il respiro immediatamente, lasciandolo a boccheggiare nel tentativo vano di far arrivare aria ai polmoni.

«Se ti faccio una domanda pretendo una risposta.» sibilò, e ripeté, scandendo le parole come se stesse parlando con qualcuno che avesse difficoltà a capire la lingua: «Sono… stato… chiaro?»

«…s…sì…» esalò Ash. Il sangue gli pulsava nelle tempie. L’uomo lo lasciò andare e Ash si accasciò sul sedile, tossendo dolorosamente.

«Bene.» disse l’uomo. Gli afferrò i polsi e glieli bloccò sopra la testa, tirandolo bruscamente su a sedere, e legandoglieli strettamente con vari giri di corda alla maniglia posta sopra il finestrino. Ash tirò su la testa a fatica, sforzandosi di continuare a respirare. Riprese a tossire.

Un pugno lo raggiunse con violenza allo zigomo destro, sbalzandogli la testa contro la spalla e facendo esplodere una miriade di punti luce nel suo campo visivo.

«Mi infastidisci.»

Ash tacque, stringendo i denti, sforzandosi di riprendere ad inspirare regolarmente aria nella trachea schiacciata. L’uomo in nero lo afferrò per la felpa, avvicinandosi a lui tanto da alitargli sul viso.

«Cosa ti ho detto sul fatto che devi rispondere quando ti faccio una domanda?!»

«Non era una doman– ouch!»

Stavolta il pugno gli riempì la bocca del sapore metallico del suo sangue. Inspirò bruscamente aria fra i denti serrati, trattenendo a stento un altro gemito.

«Spero di essere stato chiaro.» ringhiò l’ex agente Rocket.

«Sì.» mormorò Ash. Sputò saliva insanguinata a macchiare di rosso stinto la tappezzeria sudicia dell’auto. Riprese a tossire quando l’uomo lo lasciò finalmente andare, e sbatté la portiera con tanta violenza da farne tremare il vetro.

Lo spazio sul sedile posteriore era ridotto al minimo. Logico, essendo i sedili anteriori spinti all’indietro per ospitare individui di tale stazza. Quando l’uomo in nero numero due prese posto dal lato del passeggero lo schienale del sedile si gonfiò contro le ginocchia di Ash.

Si sforzò di tenere lo sguardo fisso su quello che vedeva fuori dal finestrino, sebbene la sua mente registrasse le immagini solo a livello teorico, mentre l’auto scura usciva a fari spenti dal parcheggio. Non doveva voltarsi. Perché se si fosse voltato avrebbe visto la chiazza scura sul lato opposto del sedile, dove solo poche ore prima Misty era stata gettata senza alcun riguardo nonostante fosse ferita, forse in modo grave, forse – volesse Dio che non fosse davvero così, ma forse sì e lui non aveva modo di saperlo – addirittura in punto di morte

(forse già morta, fu il pensiero che la sua mente riuscì ad infilare con prepotenza e che lui cercò abbastanza inutilmente di tener fuori, perché quelle due parole – già morta – erano quelle che la sua mente continuava a ripetere ininterrottamente dietro ogni altro pensiero)

Non doveva pensare. Perché concentrarsi con tutto se stesso soltanto su quello che stava accadendo era l’unico modo che aveva per farcela senza crollare.

Vedere Misty a terra era stato come ricevere una coltellata; come lo schianto contro una superficie solida che non era affatto andata in pezzi all’impatto con il suo corpo. Se avesse pensato ora, se avesse permesso alla sua mente di continuare a mostrargliela, la violenza di quella mazzata gli avrebbe tolto la capacità di agire. Era come per la gamba: durante la riabilitazione aveva dovuto ricominciare a scaricarvi il peso poco alla volta, perché non smettesse di reggerlo. Quando aveva cercato di sforzarla troppo la gamba aveva ceduto, e si era ritrovato a terra, se Misty non era lì per sorreggerlo.

Ora Misty non c’era a tenerlo e la sua capacità di ragionare si teneva in piedi a stento. Se l’avesse sforzata troppo si sarebbe trovato a terra di nuovo, ed in modo non meno disastroso soltanto perché si trattava di un a terra metaforico.

Se fosse caduto stavolta, il prezzo che avrebbe dovuto pagare sarebbe stato probabilmente la propria vita. Ed anche quella di Misty, perché l’avrebbe trascinata con sé.

Stavolta non poteva permettersi di cadere.

«Ti credi molto furbo, vero?» disse l’uomo al volante, senza staccare gli occhi dalla strada.

«No.» disse, ed era vero. Il piano che aveva, se così lo si poteva definire quando in realtà era solo un tentativo con una possibilità su chissà quante di riuscire – e non riuscire, assai probabilmente, non avrebbe significato solo lasciare Misty in mano loro bensì la morte di entrambi e poi forse anche di altri, perché lo scopo di Hun sarebbe rimasto mettere le mani sui documenti sottratti –, non era né furbo né eroico. Era disperato, nient’altro.

L’uomo lo ignorò. Ghignò, Ash ne vide il riflesso nello specchietto retrovisore. «Credi che arrivare là ti basterà per riprenderti la tua ragazza e tornartene sano e salvo dai tuoi amici? Stai firmando la tua condanna a morte, ragazzino.»

Se non facessi nulla firmerei quella di Misty.

Non rispose, aspettandosi per quello di ricevere un altro cazzotto. L’uomo al volante continuò però a tenere lo sguardo fisso sulla strada, o almeno così pareva, perché nel riflesso sullo specchietto i suoi occhi Ash non poteva vederli. C’erano le lenti scure degli occhiali a nasconderli.

Si ritrovò a pensare, in quel momento, che a tenerlo in piedi c’era solo la debole speranza che Misty potesse essere ancora viva, speranza alla quale stava cercando di aggrapparsi con tutte le sue forze, affondandovi le unghie perché non potesse sfuggirgli dalle dita. Se avesse avuto la certezza, l’assoluta certezza che Misty fosse già morta, non ci sarebbe più stato neanche quel filo sottilissimo a tenerlo su. E allora non sarebbe riuscito a fare altro che abbandonarsi, rimanersene rannicchiato su se stesso, con gli occhi chiusi e le mani premute con forza sulle orecchie, per non vedere, e non sentire; e fingere, illudersi, sforzarsi di credere di aver sognato ogni cosa.

E allora davvero non sarebbe più importato nulla, e non solo per se stesso. Si rese conto, di colpo, che allora non gli sarebbe più importato neppure del destino di Brock, Vera e gli altri. E sorprendentemente neppure se ne stupì.

Per qualche motivo, nel momento più sbagliato possibile, gli venne in mente quanto fosse bello anche solo averla vicina. Ricordò un momento in particolare. Si era seduto sulle scale – non ad Hawthorn, ma nella città in cui avevano sostato prima – tenendo le braccia attorno alla sua vita e tirandosela addosso, ridendo, lasciando che si sistemasse a sedere sul gradino inferiore, fra le sue gambe.

Aveva pensato che da quella posizione era anche più facile abbracciarla ed aveva affondato il viso fra i suoi capelli, al che lei aveva smesso di ridere e si era rilassata contro il suo corpo, e quando aveva parlato chiedendogli quando avesse intenzione di riprendere il viaggio lui aveva sentito la sua voce vibrare nel proprio corpo, come sentirla parlare all’interno di sé. Non aveva pensato di amarla in quel momento, non proprio; quello era un pensiero al quale sarebbe giunto in un futuro imminente che ancora non immaginava neppure e che, se avesse saputo che stava per arrivare, avrebbe tentato in ogni modo di evitare e se proprio l’avesse saputo impossibile almeno di godersi appieno ogni attimo rimanente più di quanto non avesse realmente fatto. Non aveva pensato di amarla, ma aveva pensato che averla con sé e poterla abbracciare ovviasse a tutto ciò che andava storto. Era rimasto con il viso fra i suoi capelli e basta.

Senza che neppure se ne rendesse conto una lacrima gli cadde sulla guancia.

L’aveva vista cadere. Aveva sentito il suo corpo cozzare contro l’asfalto ed il tonfo della sua testa che vi sbatteva con violenza, aveva visto il sangue allargarsi a ventaglio.

Non sapeva neppure se fosse soltanto caduta, o se l’auto l’avesse presa in pieno.

Né aveva idea di quanto gravemente potesse essere ferita.

(Ha battuto la testa. Hai visto quanto sangue.

Una cosa da niente non è di sicuro.)

Poteva essere ancora viva quando l’uomo che ora era al volante l’aveva afferrata sollevandola con malagrazia da terra e abbandonandola sul sedile posteriore dell’auto, ma Hun e Attila e i loro uomini non si sarebbero certo preoccupati delle sue condizioni di salute. Se fosse giunta nel loro covo morente l’avrebbero lasciata morire.

Sarebbe stato solo altro sangue a macchiare il pavimento.

Ci avrebbero camminato sopra con noncuranza, a quelle macchie di sangue. Le avrebbero pestate come se fossero state polvere o fango.

Non si rese conto di piangere fino a che un singhiozzo non gli sfuggì dalla gola.

Fu certo che l’uomo al volante gli avesse scoccato un’occhiata, nonostante gli occhiali scuri.

«Non è morta.» mormorò, riuscendo a stento a mantenere ferma la propria voce «So che non lo è.»

L’uomo al volante continuò a non staccare gli occhi dalla strada. Fuori era quasi buio e non aveva smesso di piovere.

Ash si arrese. Chinò la testa e lasciò che le lacrime gli cadessero dagli occhi, ormai impossibili da trattenere. Gli ci volle qualche minuto per calmarsi, odiandosi e dandosi dell’idiota. Ma anche quelli erano solo pensieri superficiali che riuscivano a malapena a sovrastare la confusione che c’era dietro.

Dopo un tempo che non riuscì a definire – non aveva senso neppure provarci, quando un singolo minuto pareva allungarsi fino a perdere significato e in quello immediatamente successivo i secondi parevano correre più dei battiti furiosi del suo cuore ed il breve tragitto poteva essere durato dieci minuti come dieci ore – l’auto svoltò in una strada sterrata che la pioggia aveva tramutato in un pantano di fango e pozzanghere e finalmente si fermò.

Riconobbe attraverso il vetro che aveva appannato con il fiato la sagoma squadrata e disadorna dello stabilimento in disuso al quale Jessie l’aveva condotto in moto, seguendo Tailow.

Attese, abbandonato per metà contro la spalliera del sedile e con le braccia e le spalle che iniziavano a fargli veramente male immobilizzate in quella posizione innaturale, mentre l’uomo al volante spegneva il motore e sfilava le chiavi per poi scendere e girare attorno all’auto fino a trovarsi dalla sua parte. Spalancò lo sportello con rabbia.

Ash voltò la testa. Non aprì bocca e non si ritrasse sebbene il cuore ora gli battesse così forte da sentirlo rimbombare nelle tempie. La pioggia gli arrivò addosso, ma solo per qualche attimo, perché poi ci fu la mole dell’uomo a sovrastarlo. Sentì di nuovo il suo fiato sul viso.

«Azzardati a tentare qualche bravata e sei morto, e lo è anche la tua ragazza. Chiaro?»

«Sì.» mormorò Ash. Eppure quelle parole riaccesero in lui una flebile speranza.

(allora è viva non avrebbe detto così se non fosse viva)

L’uomo gli liberò i polsi e lo spinse in piedi mollandogli una ginocchiata nelle reni che lo fece barcollare in avanti e quasi cadere a faccia in giù nel fango. Il cappuccio della felpa gli scivolò dalla testa. Si chiese, nel giro di una frazione di secondo, se avesse ancora con sé la pistola e poi ne sentì la pressione contro il fianco. Non cadde soltanto perché il tirapiedi di Hun lo afferrò per le braccia, bloccandogliele dietro la schiena per legargli i polsi di nuovo.

«Cammina.» gli intimò, e lo condusse all’edificio per metà trascinandolo e per metà spingendolo senza risparmiarsi strattoni e calci.

Giunti di fronte allo stabilimento Ash deglutì a vuoto, sentendo male alla gola ancora gonfia.

Poi non ebbe che il tempo di vedere il complice dell’uomo che tuttora lo teneva per le braccia portare una mano alla vita ed estrarre una pistola da una fondina alla cintura

«Cos– »

perché poi l’uomo calò con forza il calcio dell’arma sulla sua nuca ed Ash vide il suo campo visivo perdere colore e poi scomporsi in una miriade di dolorosissimi punti luminosi ed ebbe il tempo di pensare Adesso svengo prima di crollare privo di sensi a terra.

 

*

 

Si risvegliò sentendo prima il dolore alla testa e poi tutto il resto.

La sentiva pesante, tanto che solo raddrizzare il collo gli pareva uno sforzo assurdo. Gemette piano e cercò di sprofondare ancora di più nel nero, ma una mano gli artigliò una spalla e gli assestò una scrollata che gli spedì una fitta lancinante nelle tempie. Gli ci volle non poco per realizzare di essere seduto con le mani ancora bloccate dietro la schiena e la testa chinata in avanti e gli ci volle ancora di più per ricordare. Ricordava qualcosa che aveva che fare con

(Misty)

un auto ed il tonfo di qualcosa che cadeva a terra e con

(Misty)

la pioggia e quel tonfo, Dio santo, quel colpo attutito eppure forte come uno sparo.

La mano lo scosse di nuovo e di nuovo lui aprì la bocca per lasciarsi sfuggire quello che voleva essere un urlo ma fu solo un gemito strozzato perché la forza per urlare non ce l’aveva.

«Guardami, so che sei sveglio.»

La voce era fredda, quasi annoiata. Seguì un attimo di quiete e poi un altro scrollone e allora il ricordo gli esplose nel cervello come un fuoco d’artificio e spalancò gli occhi di colpo, trasalendo e sollevando la testa di scatto. Ora ricordava tutto benissimo. Il tonfo era il corpo di Misty che cozzava contro l’asfalto quando la macchina l’aveva investita.

«Alla buon’ora.» disse la persona davanti a lui. Era Hun. Ash sbatté le palpebre tentando di mettere a fuoco quello che aveva intorno. Il locale sudicio e in penombra era vuoto a parte qualche rottame accatastato in un angolo e la sedia alla quale lui era legato, con i polsi legati dietro la schiena e vari giri di corda ad immobilizzarlo contro lo schienale, tanto strettamente che respirare faceva quasi male. Hun era in piedi ad un passo da lui, ora a braccia conserte. A catturare la sua attenzione fu il calcio della pistola – sicuramente di grosso calibro, considerate le dimensioni – che sporgeva dalla fondina che aveva alla vita.

Uno dei suoi uomini era in piedi sulla soglia.

Provò a parlare e scoprì la gola talmente secca da non riuscirci.

«Bene.» disse la criminale, piegando le labbra nell’accenno di un ghigno. Lo guardava dall’alto in basso ed Ash pensò, di colpo e con lucidità ancora maggiore, che se avesse potuto l’avrebbe uccisa e avrebbe goduto nel vedere il suo sangue macchiare il pavimento lurido.

Provò a ruotare i polsi per saggiare la resistenza della corda che glieli bloccava dietro la schiena. Era ben stretta, e ruvida abbastanza da graffiargli la pelle, ma era anche bagnata della pioggia che cadeva quando l’auto era giunta a destinazione. Con una corda bagnata si fanno nodi stretti; ma quando essa si asciuga il nodo tende ad allentarsi.

Ci avrebbe pensato, ma non ora. Ora Hun si chinò leggermente verso di lui, continuando a scrutarlo con quel mezzo sorriso derisorio.

«Dunque,» esordì «se ho capito bene sei qui per darmi quello che voglio.»

Ash serrò i pugni fino a conficcarsi le unghie nei palmi.

«Misty.» disse, e il suono del suo nome fu così rauco che perfino lui si udì a malapena. Si schiarì la voce. «Misty.» ripeté «È per lei che sono qui.»

«Ma davvero.» disse Hun. Raddrizzò la schiena, tornando a guardarlo dall’alto verso il basso. «E se non fosse viva?»

Un brivido violento percorse la schiena di Ash.

«Sono l’unico a sapere dove sono i documenti che vuoi. Se Misty è… se… se è morta… potrai uccidere anche me senza che io ti riveli dove si trovano.»

La criminale inarcò la sopracciglia. «Sei più idiota di quanto pensassi.»

«Voglio vederla.» disse Ash, pensando mentre lo diceva Ringrazia di avermi fatto legare, puttana, o ti garantisco che non saresti più viva «Porta qui Misty e ti dirò dove sono i documenti.»

Hun rise, spalancando la bocca e piegando la testa all’indietro. Era una risata sgradevole, gonfia di cattiveria.

«Ascoltami bene.» disse, quando smise di ridere «Non ho tempo per giochetti del genere. Quanto stupida credi che io sia?»

Ash strinse i denti, e d’impulso sollevò il mento spavaldo, guardandola dritta negli occhi.

«Non lo so.» disse, sforzandosi di non lasciar trapelare alcuna emozione dalla propria voce, e di mantenerla ben ferma «Quanto stupida sei?»

Non avrebbe dovuto dirlo, ovviamente. Il pugno della donna scattò in direzione del suo viso colpendolo allo zigomo sinistro, e gli fece male, non male come erano capaci di fare i suoi uomini ma comunque abbastanza perché da quel lato non riuscisse a vedere altro che stelle.

Hun lo afferrò per la felpa, tirandolo verso di sé.

«Mi pareva di averti detto di non aver tempo per questi giochetti del cazzo.» sibilò, assestandogli uno scrollone «Stammi a sentire, grande eroe, ti credi davvero più furbo di me? Sei solo, disarmato, storpio e patetico, ecco cosa sei.»

Lo lasciò andare. Ash pensò che almeno sul disarmato si era sbagliata, ma soltanto su quello.

Ma non aveva mai creduto di avere in mano il coltello dalla parte del manico, per dirla con un abusato modo di dire. Però l’avrebbe preso per la lama, quel dannato coltello, e si sarebbe tagliato se necessario, ma non avrebbe mollato la presa.

«Portami da Misty.» ripeté «Voglio solo vederla. Portami da lei e ti dirò quello che vuoi sapere.»

Voglio solo sapere se è viva.

A tutto il resto penserò dopo.

Hun lo guardò con sdegno e si diresse a passo spedito verso la porta senza rispondere. «Andiamo.» disse alla sentinella «Ho modi migliori di sprecare il mio tempo.»

«Sissignora.» disse l’uomo sulla soglia e le aprì la porta, per poi seguirla fuori. Ash sentì il cigolio di un chiavistello, a giudicare dal rumore di grosse dimensioni, che veniva tirato a seguire il tonfo metallico della porta che si chiudeva.

Non che avesse sperato di poter fuggire da lì, posto che riuscisse a liberarsi dai legacci che lo immobilizzavano alla sedia – e anche di questo dubitava. Sicuro come nient’altro, uno degli uomini di Hun era appostato oltre la soglia, pronto a fracassargli le ossa se avesse trovato un modo per aprire quella porta dall’interno. Si guardò intorno senza troppe speranze: il locale in cui era rinchiuso doveva essere un tempo stato un magazzino e le uniche finestre erano delle strette feritoie orizzontali poco sotto il soffitto, che pur non essendo molto alto rimaneva comunque a circa tre metri da terra. Da esse filtrava poca luce, e di una tonalità ovattata, malsana. Non riusciva a vedere, ma doveva essere luce che attraversava i vetri sporchi.

Un problema alla volta, si impose. Intanto poteva provare a liberarsi le mani.

La corda con cui era stato legato aveva iniziato ad asciugarsi e come previsto si era un po’ allentata. Tuttavia gli ci vollero molti minuti, forse perfino più di un’ora, e dovette ferirsi e graffiarsi i polsi fino a martoriarli, prima di riuscire a liberare prima una mano e poi l’altra. Lasciò andare il fiato che aveva trattenuto in parte in un sospiro di sollievo sibilante fra i denti ed allungò le braccia per sgranchire quelle e le spalle, che ormai gli facevano veramente male per essere rimaste fino a quel momento bloccate innaturalmente.

Controllò rapidamente i polsi graffiati – il sinistro, in un punto, quasi scarnificato – poi portò una mano dietro la testa, per poi allontanarne di scatto le dita con un’esclamazione di dolore mal trattenuta dopo aver sfiorato un bernoccolo di dimensioni epiche. Non si meravigliò troppo, portando la mano davanti agli occhi, di vedere le dita lievemente macchiate di sangue.

«Al diavolo.» mormorò, e controllò di avere ancora la pistola. C’era ancora, e lui si meravigliò che Hun non l’avesse perquisito o non avesse ordinato a qualcuno di farlo prima di legarlo alla sedia.

Un problema alla volta, sì, ma ora aveva esaurito quello che poteva effettivamente fare – perché non aveva alcuna speranza di liberarsi dalle corde che gli avvolgevano la vita, tanto strette che se avesse provato a piegarsi in avanti gli avrebbero forse provocato un conato di vomito – l’enormità e l’orrore di quello che era accaduto gli piombarono addosso di nuovo.

Non aveva idea di quanto tempo fosse effettivamente trascorso; forse quaranta minuti, forse davvero un’ora o più. Per molto tempo ancora non venne comunque nessuno; per molte ore, probabilmente. Un paio di volte sentì passi provenire dal corridoio che doveva trovarsi oltre la porta ed entrambe le volte si irrigidì sulla sedia, pronto all’eventualità che la porta si aprisse ed Hun o Attila o qualcuno dei loro sgherri venisse a convincerlo a parlare massacrandolo di botte o qualcosa di altrettanto poco auspicabile, ma i passi si avvicinarono per poi allontanarsi nella direzione opposta e la porta rimase ben chiusa.

Stava iniziando a credere che Hun volesse semplicemente lasciarlo lì e prenderlo per sfinimento. Era stanco, a conti fatti, di una stanchezza quasi abissale; e non mangiava dalla sera precedente, da cui ad occhio e croce dovevano essere passate quasi ventiquattr’ore e lo stomaco stava iniziando a dolergli non poco.

Ma dal corridoio provenne ora una serie di tonfi e colpi soffocati, sempre più vicini. Ash raddrizzò di scatto la testa. Uno degli uomini neri stava, forse, trascinando qualcuno non molto concorde e Ash d’impulso portò le braccia dietro la schiena, perché la persona che avrebbe fra breve forse aperto la porta non potesse vedere che si era liberato i polsi.

Poi sentì le urla e il suo cuore mancò un battito – e lo sentì, sul serio, il fiato gli mancò per un istante – e un attimo dopo prese a correre ad una velocità tripla al normale quando riconobbe la sua voce.

«Lasciami! LASCIAMI! Dove mi stai portando?!»

Eppure per tutto il tempo, che fu in realtà molto meno di quello che parve a lui, cercò con tutte le proprie forze di convincere se stesso che quella che sentiva non fosse davvero la sua voce ma solo il più crudele scherzo che la sua mente potesse giocargli; perché illudersi e poi constatare di essersi davvero illuso sarebbe stata la mazzata definitiva.

Ma non ebbe bisogno di illudersi quando la porta fu spalancata con tanto vigore da andare a sbattere contro la parete scrostandone l’intonaco e Attila – perché era lui che l’aveva trascinata fin lì, l’uomo che cinque mesi prima l’aveva presa a calci fino a farle quasi perdere i sensi e non c’era da meravigliarsi se le urla che aveva sentito erano così terrorizzate – la scaraventò all’interno della stanza, facendole perdere l’equilibrio e rischiando di farla cadere a terra su mani e ginocchia ma afferrandola all’ultimo momento per un braccio e tirandola in piedi.

Vagamente, sentì Attila dirgli Ecco quello che volevi; ma era solo un rumore di fondo.

Lei alzò gli occhi e le urla le morirono in gola quando incontrò i suoi.

Misty. Misty viva.

Troppo pallida e con una bruttissima ferita sul lato destro della fronte, che le aveva impiastricciato di sangue i capelli e la tempia; e con gli occhi rossi di pianto e i segni delle lacrime sulle guance, ma viva.

Abbastanza da provare di nuovo a liberarsi non appena lo vide, passato l’attimo di incredulità e di sollievo; e quando non ci riuscì gli mollò un calcio spingendo all’indietro un piede e colpendolo di piatto fra le gambe con la suola della scarpa. Attila grugnì e imprecò

(«Piccola TROIA!»)

ma allentò la presa e Misty riuscì a sfuggirgli, forse solo per pura fortuna.

Prima che Attila potesse riagguantarla lei si proiettò in avanti, con tanto impeto che Ash temette che ora davvero sarebbe franata a terra e che Attila l’avrebbe afferrata e le avrebbe fatto pagare dolorosamente quel calcio ed ebbe paura per lei, paura davvero. Invece, dopo un paio di passi sgraziati in precario equilibrio sulle punte delle scarpe da ginnastica e con le braccia protese nel vuoto, miracolosamente lei riuscì a recuperare l’equilibrio e Attila dietro di lei non fu veloce abbastanza e la mano con cui aveva creduto di afferrarla per la maglia si chiuse su un lembo di vuoto.

Pochi attimi dopo Ash si ritrovò a stringerla. Neppure si era reso conto di averle teso le braccia, con le lacrime che gli appannavano la vista. Seppe solo che un momento più tardi lei gli si era tuffata contro, tanto che la sedia alla quale era legato vacillò all’indietro.

Misty si aggrappò a lui singhiozzando, aggrappandosi alla stoffa della sua maglia con le dita che ora tremavano e balbettando il suo nome. I suoi capelli gli finirono sul viso. La strinse, più forte che poteva, non capacitandosi quasi di sentire sotto le mani le sue spalle esili scosse dal pianto, le lievi sporgenze delle sue scapole, le ciocche di capelli che le cadevano in avanti.

«Ash.» singhiozzò lei, aggrappandosi alla sua maglia con tutta la forza che aveva «Non lasciarmi, ti prego non lasciarmi andare…» e lui, che non era mai stato infastidito più di tanto dalla propria esile costituzione, in quel momento avrebbe voluto essere un gigante alto più di due metri e largo almeno quattro per avere la forza di non lasciare che Attila o chi per lui gliela portasse via di nuovo.

Avrebbe voluto dirle che non l’avrebbe lasciata, e credette di dirlo davvero, ma la voce gli tremava troppo ora.

«N-non…»

Ingoiò a vuoto, la strinse con tutta la forza che aveva.

«Ti porterò via!» esclamò, riuscendo – non seppe neppure lui come – a reprimere i singhiozzi in fondo alla gola «Ti porterò via, giuro che ti porterò via da qui!»

E poi Misty gli fu strappata via, qualcuno la afferrò per la vita e non servì che lui si aggrappasse con tutte le sue forze a lei e ai suoi vestiti perché non era forte abbastanza. La sentì gridare il suo nome, vide i suoi occhi colmi di lacrime e la sentì implorarlo di nuovo di non lasciarla, ma non riuscì a tenerla stretta a sé.

«LASCIALA! LASCIALA ANDARE!»

Attila lo azzittì con un cazzotto che per poco non gli fracassò lo zigomo destro e ribaltò la sedia, facendolo franare a terra su un fianco. Prima che potesse anche solo provare a dibattersi, sebbene anche quello fosse ovviamente inutile, Attila gli mollò un calcio in mezzo allo stomaco che lo fece piegare in due con un gemito che per metà era un conato.

«Lasc– ouch!»

Il secondo impatto della punta dello stivale di cuoio di Attila con il suo stomaco lo lasciò definitivamente a terra a contorcersi con le mani premute sul ventre, la visuale abbuiata da ali scure calategli in un istante davanti agli occhi. Sentì la voce di Misty, ancora, la sentì gridare

«Smettila, lascialo stare, lui non ha– »

ma la fine della frase fu coperta dal tonfo della porta che si chiudeva e le sue grida si fecero lontane e confuse e quando gli riuscì di liberarsi del buio che minacciava di tirarlo giù nell’incoscienza come un peso di cento chili avrebbe potuto tirarlo verso un precipizio e boccheggiando alzò la testa lei era già al di là della porta.

Cercò di aggrapparsi al pensiero di lei – era viva, e per nulla in gravi condizioni come lui aveva temuto – ma ci riuscì solo per un istante, perché poi la mole di Attila si frappose nella sua visuale.

Non aveva senso provare a rialzarsi, ancora legato alla sedia. Non aveva senso provare a fare niente.

Non aveva senso neppure il suo goffo tentativo di far forza con le mani contro il pavimento lurido per provare a tirarsi un po’ su, lottando per mantenersi cosciente, una palla di piombo rovente dove i colpi di Attila erano andati a segno. Non aveva senso perché la suola del suo stivale si posò sul suo fianco e lo spinse di nuovo a terra e Ash pensò che avrebbe potuto spappolarlo se avesse voluto.

«Stammi a sentire.» ringhiò il criminale, e calò il piede più forte «Volevi vederla e l’hai vista. Non so quale giochetto tu avessi in mente, ma non funzionerà, mettitelo bene in testa, moccioso. Mi hai capito?!»

Ash gemette e basta.

Bastò a spazientire Attila, che sollevò il piede e gli sferrò un altro calcio, forte abbastanza da rovesciare la sedia sullo schienale. Ash sbatté la nuca contro il pavimento forte abbastanza da sentire il rimbombo sordo del colpo ma non fu quello a fare male, ma il dolore che gli esplose dentro all’impatto con lo stivale di Attila e che fece calare di nuovo su di lui le ali scure e poi, nonostante il tentativo di aggrapparsi ad un pensiero

(Misty è ancora viva è viva conta solo questo)

che gli stava scivolando via e che si stava diradando come nebbia, il buio lo avvolse completamente e non ci fu più niente.

 

*

 

«Lasciami! Lasciami andare! Voglio tornare da Ash, cosa gli state facendo?!»

Non smise di divincolarsi un attimo mentre l’ex agente Rocket la trascinava fuori dalla stanza, tenendole le braccia bloccate dietro la schiena, e richiudeva la porta con tanta violenza da scrostare l’intonaco dello stipite. Le faceva male la testa – veramente male – ma aveva visto Attila buttare a terra Ash e la sedia con un pugno e poi prenderlo a calci e poi non aveva più potuto vedere niente perché la porta si era chiusa, e quello era più importante di qualsiasi male.

«Lasciami!»

«Piantala.» disse Hun. Camminava un passo dietro all’uomo che la teneva ferma e ora gli girò intorno, fermandosi davanti a lei.

«Altrimenti?» esclamò Misty. Serrò i pugni e si sporse verso di lei sebbene non riuscisse a liberarsi. Aveva gli occhi pieni di lacrime e l’immagine della criminale davanti a lei era confusa, ma non avrebbe pianto. Avrebbe trattenuto ogni singola lacrima. «Altrimenti cosa fai, mi uccidi? Tanto mi ucciderai comunque, quindi che importanza ha?!»

«E chi ha parlato di ucciderti?» ghignò Hun.

Misty serrò ancora più forte le mani che ora tremavano. «Avete ucciso mia madre.»

«Non fui io ad ucciderla.» disse la criminale in tono quasi annoiato. Poi incrociò le braccia e sogghignò di nuovo. «Non ti ucciderò, ma posso farti male, principessa. Posso farti così male da farti rimpiangere di non averti uccisa. E posso fare lo stesso con il tuo ragazzo. Mi credi, non è vero?»

La ragazza tacque, stringendo le labbra fino a renderle quasi invisibili. Sapeva bene che Hun non mentiva e per quello che ne sapeva Attila in quel momento poteva stare mettendo in pratica su Ash quanto lei le aveva appena detto.

«Lascia stare Ash.»

(non piangere non piangere non osare metterti a piangere)

«Ti consiglio di cambiare atteggiamento, principessa. Mi hai stufato.» disse Hun, ed aprì la porta della stanza dalla quale Attila era venuto a portarla via una decina di minuti prima e lei aveva pensato Adesso tira fuori una pistola e mi uccide. Attila non l’aveva uccisa. L’aveva portata da Ash e aveva lasciato che lo vedesse per quei brevissimi istanti, quel tanto che era bastato a lacerarla dentro perché ora sapeva che anche lui era lì e che loro potevano fare male anche a lui.

L’uomo che la teneva ferma la spinse nella stanza e stavolta lei non ebbe la prontezza di riflessi di rimanere in piedi e nemmeno ci provò, perché non c’era nessuno da cui arrivare. Cadde in avanti tendendo le braccia per non finire a sbattere la faccia ed uno dei detriti di cui il pavimento era cosparso le si conficcò nel palmo della mano destra. Non fu quello a farla piangere, non fece neanche così male in realtà; a farla piangere fu l’insieme di tutto quanto, di quello che aveva saputo, di quello che aveva visto; la vista di Ash legato e malmenato da Attila e ora dei fogli ammassati in un angolo, dove lei stessa li aveva scaraventati qualche ora prima. Quella ferita insignificante fu solo un blando pretesto per rannicchiarsi su se stessa, abbracciarsi le ginocchia e lasciare che le lacrime che non aveva versato mentre l’ex agente Rocket la portava via da Ash le traboccassero dagli occhi.

Si sforzo di non farlo, però, fino a che Hun non ebbe chiuso la porta e la sua ombra non fu scomparsa assieme alla lama di luce sul pavimento, lasciandola al buio.

 

 

Si era risvegliata trovandosi stesa su una qualche superficie rigida e con la testa che le doleva tantissimo. Ogni battito del cuore le rimbombava nelle tempie così forte da essere assordante e facendo così male da farle desiderare di morire, perché almeno quel dolore se ne sarebbe andato. Non c’era stato niente che avesse fatto così male, da che ricordasse.

Aveva desiderato di perdere i sensi di nuovo o di morire ma non era svenuta e non era morta e il dolore era rimasto, ma si era affievolito quel tanto che bastava per permetterle di aprire gli occhi di uno spiraglio e non vedere altro che buio. Quando il dolore aveva smesso di essere quell’esplosione ottenebrante era riuscita anche a rendersi conto di essere distesa a terra in una posizione sgraziata, come se qualcuno l’avesse scaraventata lì senza ritegno. Aveva mosso le dita e sentito polvere sotto di esse.

Si era tirata su a sedere, puntellandosi a terra con una mano e tenendosi la testa con l’altra, sentendo il sangue appiccicoso sotto il palmo. I capelli le erano finiti sul viso.

«C’è qualcuno…?» aveva provato a mormorare. Era stato un bisbiglio così sottile che persino lei se n’era stupita, eppure le era rimbombato nelle tempie doloranti come se fosse stato un grido. Aveva deciso che era meglio tacere e in ogni caso, comunque, era più che evidente che non ci fosse nessuno lì. Riusciva a malapena a vedere, al buio, ma quello che vedeva era una stanza vuota.

Aveva rinunciato in partenza all’idea di alzarsi. Sentiva le gambe molli come se avesse avuto gelatina al posto delle ossa – perfino il braccio con cui si puntellava a terra per rimanere seduta le tremava per lo sforzo – e la testa le faceva così male ed era così pesante da faticare perfino a tenerla dritta. Avrebbe dato qualunque cosa per un’aspirina. Aveva valutato, dunque, che fosse più saggio restare giù e fino a quel momento i suoi pensieri erano rimasti prettamente materiali, fermandosi al dolore e alla debolezza e al fatto di non riuscire a vedere bene quello che aveva intorno e al desiderio di un analgesico e solo allora le era venuto in mente che doveva esserci dell’altro, che avrebbe dovuto ricordare, ad esempio, com’era finita lì.

Le ci era voluto non poco per ricordarlo, principalmente perché sforzarsi di pensare non faceva altro che provocarle altre trafitture che le facevano venir voglia di gridare – il palmo della mano che aveva appoggiato sulla fronte era completamente rosso di sangue e il dolore era tremendo, santiddio, perché era lì e non in un ospedale? – poi di colpo le era tornato in mente tutto quanto. Aveva seguito Ash fuori cercando di convincerlo a tornare in camera e poi Vera era corsa fuori dal pokemon center, con Drew dietro di lei a gridarle di aspettare, ed aveva urlato loro di scappare perché erano in pericolo e Ash l’aveva presa per mano ed aveva cercato di correre verso l’edificio ma uno degli uomini di Hun aveva sbarrato loro la strada ed aveva immobilizzato Ash e quando lui le aveva urlato di fuggire lei era corsa in strada, e…

E aveva sentito la macchina. Si era voltata rimanendo abbagliata dalla luce dei fari.

Non l’aveva investita. L’auto aveva frenato, lo stridio dei freni l’aveva assordata, ma anche frenando non si sarebbe fermata prima di finirle addosso e lei aveva provato a evitarla proiettandosi di lato, ma era successo tutto troppo in fretta e non era riuscita ad atterrare in modo più indolore possibile. Aveva battuto la testa contro l’asfalto, ricordava il rumore e il tonfo che aveva sentito all’interno della testa e l’esplosione di male che aveva sommerso tutto il resto. Poi più nulla, il vuoto più totale, fino a quando aveva riaperto gli occhi lì.

dove?

Se l’era domandato per la prima volta. Dove gli uomini di Hun l’avevano portata e rinchiusa la volta precedente, probabilmente. Senza un pazzo stupratore a farle la guardia.

Si era ritrovata di colpo a chiedersi, mentre provava ad alzarsi per poi rinunciarci di nuovo all’istante, se anche Ash fosse lì. Aveva pregato che così non fosse, perché all’improvviso immaginava fin troppo bene come Hun avrebbe provato a farlo parlare. Aveva pregato che fosse lontano, che stavolta rimanesse al pokemon center senza mettere di nuovo in pericolo sé stesso per salvare lei. Eppure per quanto lo volesse lontano da lì e in salvo c’era la parte non razionale della sua mente, che ora era molto più grande di quella razionale perché stava male e aveva paura, e quella parte avrebbe voluto piangere e implorare Ash di salvarla di nuovo.

Ed era stata quella parte ad averla vinta infine, perché le lacrime le erano cadute sulle guance ed aveva pianto. Stava ancora piangendo quando la porta si era aperta con un cigolio simile a un gemito e la luce che veniva da fuori aveva rischiarato un po’ l’oscurità.

Era Hun. Misty si era asciugata le lacrime ed aveva tirato su col naso.

«Bentornata fra i vivi.» aveva detto la criminale con un sorrisetto. Aveva appoggiato la schiena allo stipite della porta, incrociando le braccia. Misty aveva visto che teneva in mano un mazzo di fogli raccolti in una specie di fascicolo.

«Che… che cosa vuoi?» aveva mormorato Misty. Le tremava la voce, e parlare le aveva fatto dolere di nuovo la testa. Si era portata le mani alle tempie con una flebile esclamazione di dolore.

Hun aveva ghignato. Aveva sentito uno sbuffo di risolino senza bisogno di rialzare la testa.

«Immagino che tu ti stia chiedendo perché sei qui, non è vero…?»

«Non so dove sono i documenti che vuoi.» aveva ribadito Misty. Aveva chiuso gli occhi, continuando a tenersi la testa, ed aveva dovuto concentrarsi per non svenire perché ora faceva davvero male.

Aveva sentito Hun ridere. «Oh, lo so.» aveva detto «Infatti non è a te che lo chiederò.»

Misty aveva alzato lo sguardo verso di lei di scatto, colpita come da una sferzata.

«Ash…»

«Esatto.» aveva detto Hun, guardandola con le labbra ancora piegate in quell’orribile sorrisetto accennato «Il tuo eroe lo sa, non è vero? Credi che mi direbbe qualcosa se ordinassi a uno dei miei uomini di picchiarlo fino a fargli vomitare sangue?»

Si fermò in tempo, perché avrebbe voluto implorarla di non farlo, supplicarla di non fargli male. Era rimasta in silenzio per un attimo di più, invece, e l’aveva guardata dritta negli occhi, senza vacillare e senza sbattere le palpebre perché se l’avesse fatto avrebbe pianto di nuovo: «Ash non te lo dirà mai.»

«Davvero?» aveva detto Hun «E se lo minacciassi di fare lo stesso con te?»

Misty era rimasta in silenzio, stavolta a lungo.

«Mi direbbe tutto, non è vero?» aveva ghignato Hun «Mi direbbe tutto prima ancora che io ti torca un capello.»

Ancora Misty non aveva detto nulla.

«Bene.» aveva detto la criminale, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi e accennando mezzo passo verso il corridoio «Adotta pure la tattica del silenzio se vuoi. Avrò quello che voglio, e di che ne sarà poi di te e del tuo eroe non me ne importa un cazzo, zuccherino.» ed aveva fatto per andarsene.

«…Aspetta.» l’aveva fermata Misty.

Hun si era voltata a guardarla, scocciata. «Che vuoi?»

Misty aveva deglutito a vuoto, tremando.

«Cosa sai di mia madre?»

Hun si era voltata indietro del tutto, ora di nuovo con quel ghigno dipinto sulla faccia.

«Ho… ti ho sentita parlare di lei.» aveva mormorato Misty, sforzandosi senza successo di impedire alla propria voce di tremare. «Cosa sai di lei? Com’è morta?»

Per tutta risposta, Hun aveva lanciato per terra il fascicolo che aveva in mano. Era atterrato per terra fra loro due. Misty aveva guardato la criminale con aria interrogativa. Hun aveva fatto un cenno con la testa in direzione dei fogli sparsi sul pavimento.

«Ecco la tua risposta, principessa.»

Tremando più forte, Misty aveva raggiunto carponi i fogli. Prima ancora di raccoglierne qualcuno aveva letto il nome sulla copertina sbiadita del fascicolo e per un lunghissimo istante non era riuscita a fare assolutamente niente, neppure a respirare.

ROSE WATERFLOWER.

«No.» aveva mormorato, poi, scuotendo la testa senza staccare gli occhi dai caratteri neri che componevano quel nome «Non… che significa?»

«Guarda tu stessa.» le aveva detto Hun.

Riuscendo a stento a tenerla fra le mani malferme, Misty aveva raccolto la cartella il cui contenuto era ora per lo più sparso davanti a lei. Ma all’interno della copertina c’era una foto tenuta da un fermaglio di metallo.

C’era una donna raffigurata nella foto. Giovane, molto più di quanto Misty non la ricordasse; aveva i capelli rosso scuro, che le ricadevano a cascata sulle spalle, e gli occhi dello stesso colore dei suoi.

Guardava dritta nell’obiettivo, in quella foto, le labbra laccate di rosso piegate in un sorriso malizioso. Le braccia incrociate sul petto non nascondevano del tutto la R rossa sul davanti della blusa che indossava.

«No.» aveva ripetuto Misty, ora in tono quasi isterico «No, mi rifiuto di crederci.»

«Tua madre era dei nostri.» aveva detto Hun. L’aveva sentita a malapena. «Active di classe A. Una dei migliori.»

Lo sguardo le era caduto su un’altra foto, stavolta per terra fra i fogli sparsi in giro. L’aveva raccolta e portata davanti agli occhi. Il soggetto era ancora sua madre, ma la foto che aveva in mano ora era più recente e doveva essere stata scattata di nascosto. Il volto di Rose, che pure lì non doveva avere più di ventun’anni, perché ne aveva venti quando era rimasta incinta di Daisy e Violet l’aveva seguita dopo un anno, appariva assai più segnato che nella foto precedente. Era ritratta voltata per tre quarti, il capo voltato all’indietro a guardare qualcosa che doveva trovarsi alle sue spalle. Il suo sguardo era preoccupato, all’erta. Teneva in braccio una bimba bionda di qualche mese ed era incinta di nuovo.

«Il capo non gradì, quando decise di lasciare il Team.» stava dicendo Hun in tono beffardo, quasi divertito «Non gradì affatto, non so se mi spiego.»

Misty aveva alzato gli occhi, tremando ora di rabbia.

«L’avete uccisa voi…?»

«È tutto lì, principessa.» aveva detto Hun, indicando con il mento i fogli per terra. Se n’era andata prima che lei avesse il tempo di rispondere, richiudendosi alle spalle la porta.

«Aspetta.» le aveva gridato dietro Misty, ma era troppo tardi.

Aveva letto ogni singola riga di quei fogli, dopo. Li aveva letti con gli occhi pieni di lacrime ed il cuore che tentava di convincerla che fosse tutto una menzogna e la ragione che ripeteva ostinata che era tutto così come lo leggeva. Li aveva letti con il cuore che andava in pezzi di minuto in minuto.

Rose Waterflower, che nel 1983 avrebbe messo al mondo la sua primogenita, nel 1978 era entrata nel Team Rocket. Aveva quindici anni, l’età che aveva lei ora. Era stata promossa ad Active di Classe A l’anno successivo. Due anni e mezzo più tardi aveva lasciato il Team e no, il capo non aveva gradito per nulla. Per diciotto anni le aveva sguinzagliato dietro spie ed aveva registrato ogni sua mossa. E non era stato il cancro ad ucciderla, alla fine, come Misty per dodici anni aveva creduto, ma un veleno letale creato in uno del laboratori del Team Rocket.

Il referto autoptico ufficiale, falsificato, indicava il cancro come causa del decesso. Quello reale imputava la morte, avvenuta il 10 ottobre 1993, ad avvelenamento da sostanza non identificata.

Alla fine aveva raccolto i fogli fra le mani tremanti e li aveva scagliati contro la parete ed era rimasta a guardarli svolazzare brevemente prima di posarsi a terra di nuovo.

«Non è vero.» aveva detto singhiozzando alla stanza vuota «Mia madre non… n-non…»

E poi aveva pianto sul serio e non era stato un pianterello come quello precedente, aveva pianto così forte da non riuscire a respirare, perché i singhiozzi erano troppo violenti. Quando infine era riuscita a calmarsi era stato solo molte ore più tardi e lei era rannicchiata a terra, stremata dai singhiozzi e dalle lacrime. Fisicamente stava un po’ meglio però, e quando più tardi la porta si era aperta di nuovo era riuscita ad alzarsi in piedi e ad indietreggiare verso la parete opposta, appiattendosi contro di essa come se avesse potuto esserne inghiottita perché aveva riconosciuto nella lama di luce proveniente da fuori la sagoma massiccia di Attila e il suo unico pensiero era stato È qui per ammazzarmi, è qui per finire quello che aveva lasciato a metà.

(Fine dei giochi)

Attila le si era avvicinato e lei aveva schiacciato ancora di più la schiena contro la parete sudicia, tremando e cercando di rimanere immobile, di non respirare, di passare per una porzione di intonaco, uno scatolone, un ammasso di detriti. Ma Attila non l’aveva ammazzata, non aveva neppure voluto farlo – non quel giorno, almeno.

L’aveva portata da Ash, perché lui la vedesse, e sapesse che se non avesse parlato loro potevano farle così male da farle desiderare di essere morta.

 

 

Non riusciva a smettere di piangere. Ne aveva tutte le ragioni, probabilmente, ma ciò non le impediva di odiarsi, di sentirsi patetica, una ragazzina indifesa che frigna in attesa che qualcuno arrivi a salvarla. Avrebbe voluto essere in grado di salvarsi da sola, e di salvare Ash, e poi anche di prenderlo a ceffoni perché si era messo in pericolo di nuovo per lei, ma era stanca e aveva paura e la testa le faceva male e continuare ad odiarsi e a ritenersi patetica non avrebbe risolto niente. Ma non poteva fare altro. O così pensò, almeno, fino a che la porta non si aprì di nuovo.

Non era Attila stavolta, ma l’uomo che l’aveva riportata in quella stanza dopo averla portata via da Ash; alto, con cortissimi capelli biondi quasi rasati a zero, e mani talmente grandi che se avesse voluto avrebbe probabilmente potuto stritolare nel pugno senza alcuno sforzo la sua, di mano. O spezzarle un braccio con la facilità con cui lei avrebbe potuto rompere un ramoscello.

C’era Hun dietro di lui. Con una pistola puntata alla schiena di Ash.

 

*

 

Non era più legato alla sedia quando riprese conoscenza, ma steso sulla schiena sul pavimento, con un polso ammanettato ad un tubo che sporgeva dalla parete. Di esserlo, lo constatò quando provò ad alzarsi, intontito, e a bloccarlo prima del dolore dei lividi furono lo strattone e il contatto con il metallo.

Imprecò fra i denti e si mise cautamente a sedere. Provò a tirare, sperando forse che il tubo cedesse, ma quello era ben saldo nonostante l’umidità e la ruggine.

Non dovette tuttavia attendere molto perché venisse qualcuno. Non aveva ripreso i sensi neppure da una decina di minuti quando sentì il cigolio del chiavistello e poi quello della porta. Era Hun stavolta, e l’espressione che le si disegnò sul viso quando lo vide sveglio fu quasi deliziata. Solo lo sguardo rimase lo stesso; rimaneva sempre lo stesso.

Hun rimase ferma a guardarlo. Ash vide di nuovo la pistola sporgere dalla fondina che aveva in vita.

«Hai avuto quello che volevi. Ora parla.»

Ash tacque. Hun si spazientì e rapidamente coprì la distanza che la separava da lui, chinandosi ad afferrarlo per la felpa. Era esile di costituzione ma ora lo sovrastava, a gambe divaricate, un piede a destra e l’altro a sinistra delle sue gambe distese.

«Ascoltami bene.» gli sibilò in faccia, e Ash valutò se gli sarebbe convenuto provare a farle del male con la mano che non era ammanettata al tubo e decise di no, perché avrebbe potuto sì farle male, avrebbe potuto estrarre la pistola che Jessie gli aveva ceduto e far fuoco puntandogliela dritta in fronte, ma non aveva modo di liberarsi e se avesse attaccato Hun l’unica sorte in cui poteva sperare era rimanere lì ad attendere che qualcuno venisse a farlo pentire di essere nato.

«Ti ho accontentato, l’hai vista, ora i tuoi giochetti mi hanno decisamente stufato.» ringhiò Hun, guardandolo fisso con quegli occhi incolori «Parla o ti garantisco che avrai la vita della tua ragazza sulla coscienza.»

L’avrò sulla coscienza comunque se ti dico dove sono i documenti.

Perché se non sarai tu a ucciderci lo farà Giovanni, e lo farà non appena potrà.

Tacque, serrando i denti.

«E va bene.» disse Hun. Lo lasciò andare bruscamente e sfilò la pistola dalla fondina e per un lunghissimo attimo Ash fu certo che avrebbe fatto fuoco. Invece si limitò a puntargliela contro mentre recuperava una chiave argentata da una tasca dei calzoni della divisa e poi mentre gli liberava il polso dalle manette.

«Alzati.» gli disse, continuando a tenere la pistola puntata verso di lui. «Una minima mossa falsa e sei morto. Alzati ho detto.»

Ash obbedì.

Hun gli premette la canna della pistola contro la schiena, spingendolo verso la porta.

«Cammina.» disse e di nuovo Ash non poté fare altro che obbedire, con il cuore che accelerava i battiti.

Fuori dalla stanza c’era uno dei suoi tirapiedi, un uomo alto e massiccio con corti capelli biondi, che ad un cenno di Hun li precedette lungo il corridoio. Ash continuò a camminare, lo sguardo fisso sui propri piedi nel tentativo di non concentrarsi sulla canna della pistola di Hun dolorosamente premuta contro la sua schiena, cercando tuttavia nel contempo di memorizzare il percorso.

L’uomo davanti a loro fece scorrere il chiavistello di una delle porte. Ash allungò il collo per guardare dentro, guadagnandosi una spinta più dura delle precedenti da parte della criminale alle sue spalle, che lo fece barcollare leggermente in avanti.

Ma aveva già visto. Aveva già scorto la sagoma di lei accovacciata per terra.

Misty.

L’aveva visto anche lei, perché prima che Hun lo spingesse con la pistola aveva fatto in tempo a vederla drizzare la testa di colpo, con negli occhi lo stesso sguardo di quando Attila l’aveva spinta nella stanza e l’aveva visto legato alla sedia, un istante prima di corrergli incontro.

Anche ora la vide tendersi lievemente nella sua diserzione mentre Hun gli faceva attraversare la soglia, ma quel movimento morì prima ancora di compiersi perché ad un altro cenno della criminale l’uomo alto che li aveva preceduti estrasse a sua volta una pistola e la puntò verso di lei.

Il cuore di Ash si fermò.

«No– »

«Vediamo se capisci questo.» sogghignò Hun dietro di lui «Hai dieci secondi per deciderti a parlare, dopodiché se non lo fai la tua ragazza finisce al Creatore.»

Vide distintamente Misty scuotere la testa quasi impercettibilmente.

No. No Ash, non dirglielo.

Ma non poteva non dirglielo.

Tacque per un lungo istante. Sentì Hun contare, scandendo i secondi.

Chiuse gli occhi, trasse un lungo respiro.

Perdonami.

«E va bene.» disse, e udì la propria voce lontana, come se non fosse la sua «Ti dirò dove sono i documenti.»

 

CONTINUA...