BREAK MY FALL
XIII.
Then you wake up, and tomorrow is today
And you’re crying
Crying like a baby, caught between the tides
(Did you lose your way?)
You lost your way…
(Natalie Imbruglia – Talk in tongues)
A volte, tutto quello che hai attorno è come una marea.
Puoi riuscire ad opporti. In quel caso lotti, cercando di rimanere a galla. A volte però per quanto annaspi, per quanto cerchi di impedire alle onde di spingerti sotto, semplicemente non ce la fai. La marea è troppo forte. E alla fine smetti di lottare, smetti di cercare di tenere la testa fuori dall’acqua. Lasci che la marea ti porti via, perché non puoi fare altro.
Ricordava tanti momenti in cui aveva provato sensazioni simili.
«Vieni.»
Momenti in cui avrebbe soltanto desiderato chiudere gli occhi, e lasciarsi sprofondare.
La stretta ben salda del braccio di lei attorno alla sua vita, mentre arrancava lungo il corridoio dell’ospedale appoggiandosi alle odiate stampelle. Il rumore di quei dannati pezzi di metallo che cozzavano contro il pavimento ad ogni passo. Era stanco. La gamba gli doleva. Abbastanza perché fosse difficile guardare davanti a sé e vedere qualcos’altro oltre quella dannata sequenza di corridoio e stanze ospedaliere.
Abbastanza da sentirsi semplicemente stanco – non c’era un’altra parola adatta a descrivere il modo in cui si sentiva – di tutto ciò che lo circondava. Stanco di avere qualcuno pronto ad accorrere se solo si fermava a riposare per un istante. Stanco di dover chiedere aiuto a qualcuno per alzarsi dal letto se le stampelle si trovavano fuori dalla sua portata. Stanco di doversi appoggiare a qualcosa, o a qualcuno. A lei.
«Ce la faccio.»
Stanco di essere trattato come uno storpio.
Si era scostato bruscamente da lei, senza osare guardarla negli occhi per timore dello sguardo che vi avrebbe incontrato. Aveva tenuto la testa bassa mentre riprendeva ad avanzare con fatica verso
(quella maledetta prigione)
la sua stanza al Viridian City Memorial. E aveva contato diversi secondi prima di sentire dietro di sé i passi di lei.
«Ash, non dovresti– »
«È tutto a posto.» le aveva risposto, ed aveva accelerato lievemente la propria andatura, forse volutamente, o magari solamente in un gesto di frustrazione. Non ne era sicuro. Perché qualunque fosse stato il filo logico dei suoi pensieri in quel momento, si era interrotto di colpo quando senza riflettere aveva poggiato a terra il piede destro scaricandovi in modo troppo brusco il peso del corpo.
Tutto quello che sapeva era che una frazione di secondo più tardi si era ritrovato a terra, con la gamba che faceva un male cane e le stampelle rotolate troppo lontano perché potesse recuperarle entrambe.
Misty si era precipitata da lui. Ed anche se il suo essere pronta ad accorrere aveva solo aumentato la compassione che si faceva da solo, aveva lasciato che lei lo aiutasse a rialzarsi, sostenendolo, e lo guidasse verso la fila di sedie allineate contro la parete.
Mai, neppure per un attimo, aveva pensato che la colpa di tutto quanto potesse essere sua, di lei. Ma quella era stata la volta in cui Misty si era seduta al suo fianco, e gli aveva detto Mi dispiace.
La colpa non era sua, la colpa non era di Misty. La frana l’aveva travolto, le macerie gli avevano quasi ridotto in poltiglia le ossa della gamba, non certo a causa di qualcosa che lei aveva fatto. Lui aveva pensato solo a spingerla via invece che a provare a mettere in salvo se stesso. Al contrario, Misty aveva fatto tutto quello che era in suo potere per salvare lui. Anche gli altri, certo. Ma anche se poteva sembrare che lei avesse fatto meno di Brock e James che avevano scavato per liberarlo, in realtà Ash era certo che non sarebbe stato lì, in quel momento, se non fosse stato per lei. Brock e James avevano scavato, ma non avrebbero tirato fuori dalle macerie del Monte Luna nient’altro che un corpo se lei non fosse stata lì e non gli avesse parlato attraverso il walkie-talkie. L’aveva tenuto calmo quando lui era certo che sarebbe morto là sotto, l’aveva tenuto stretto virtualmente, impedendo che la marea lo portasse via. Gli aveva dato qualcosa a cui aggrapparsi. In lei non era da ricercarsi la colpa per essere uscito da là sotto con una gamba ridotta in condizioni pietose, ma il merito per esserne uscito vivo.
Misty aveva respirato per lui. E non solo nel senso reale di quelle parole, quando Brock e James l’avevano tirato fuori. Aveva respirato per lui anche in senso metaforico, ma non per questo quello che aveva fatto significava meno. Aveva tenuto lontana la marea, aveva lottato al suo posto, perché riuscisse a tener fuori la testa.
Ora, mentre le diceva che nessuno, tantomeno lui le stava facendo una colpa dell’accaduto – e nonostante tutto aveva la chiara impressione che lei non gli credesse affatto –, mentre si sporgeva a darle un bacio sulla fronte e mentre lei gli sorrideva senza dire nulla, si era ritrovato a formulare un pensiero che l’aveva lasciato interdetto per qualche istante, e sul quale avrebbe di nuovo rimuginato spesso da lì in poi.
Lei non aveva smesso di essere il suo appiglio quando si era ritrovato fuori, in salvo. Ogni volta che si appoggiava a lei, ogni volta che si aggrappava a lei sia fisicamente che psicologicamente, a livello quasi inconscio la implorava di continuare ad opporsi alla marea per lui, e a tenerlo fuori.
La stava obbligando a continuare a respirare per lui.
Ogni volta in cui aveva creduto di essere sul punto di sprofondare, lei era stata al suo fianco.
Gli aveva preso la mano e l’aveva stretta nella sua impedendogli di precipitare.
Era rimasta vicino a lui perché avesse un appiglio al quale appoggiarsi ogni volta che sentiva di non farcela. Senza che fosse costretto ad ammettere che, effettivamente, non ce la faceva.
Quindici anni. La sua stessa età, eppure riusciva ad essere tanto più matura di lui, tanto che se qualcuno avesse azzardato una stima giudicando solo dai loro caratteri avrebbe potuto supporre che lei avesse sedici o diciassette anni, e lui al massimo dieci. Quindici anni ed era in grado di badare a se stessa e a lui che il più delle volte non riusciva a tirarsi fuori dai guai in cui si cacciava senza che
(lei)
qualcuno arrivasse sospirando a recuperarlo.
Quindici anni, solo quindici, e l’aveva vista a terra sull’asfalto, una macchia rossa ad allargarsi sotto la testa come acquerello diluito nella pioggia, e non sapeva neppure se fosse ancora viva, se la sagoma inerte che l’uomo in nero aveva raccolto con malgrazia da terra e gettato sui sedili posteriori dell’auto fosse lei o soltanto il suo corpo.
Misty. Era a terra, in ginocchio nella pioggia che non sentiva neppure, così come non sentiva quasi il dolore del colpo che l’aveva raggiunto in mezzo alla schiena quando l’uomo in nero che l’aveva tenuto bloccato l’aveva spinto via con una ginocchiata e si era dato alla fuga. Misty. Continuava a vederla, a vedere la figura esile di lei illuminata dalla violenta luce dei fari, a sentire il grido, il tonfo del suo corpo che cozzava contro l’asfalto. Lui, che lottava per liberarsi
(Drew aiutami prendi Misty prima che la portino via)
prima che l’uomo in nero la prendesse e la portasse via.
Continuava a vederla a terra, dove ora non c’era più nulla se non una macchia rosso scuro che la pioggia aveva quasi lavato via. Come se si potesse cancellare tutto in quel modo.
Gli parve che la sua voce non fosse sua, che non fosse sua l’aria che continuava a riempirgli i polmoni, quando schiuse le labbra per pronunciare una sola parola, l’unica che la sua mente fosse in grado di formulare.
«M-Misty…»
«Ash.»
Si voltò, di scatto, credendo per un istante – solo per un istante – che quello che aveva avuto davanti agli occhi fino a pochi istanti prima potesse ancora essere il suo sogno, l’incubo che aveva fatto prima dell’inizio di tutto. Ma non era stata Misty a chiamarlo, solo Vera, bagnata come un pulcino e con i capelli appiccicati al viso, a due metri da lui come se non avesse il coraggio di andargli più vicina. C’era Drew in piedi alle sue spalle.
Li vedeva perfettamente, vedeva ogni particolare. Vedeva la pioggia che colava in rivoli dai capelli di entrambi, vedeva gli occhi azzurri di Vera spalancati e pieni di lacrime e il suo labbro inferiore che tremava come quello di una bambina in procinto di piangere, vedeva lo sguardo atterrito – sì – di Drew dietro di lei. Registrava tutto, perfettamente, ma attraverso quell’accozzaglia di dettagli insensati continuava a vedere l’asfalto, e la sagoma immobile del corpo di Misty.
Aveva lottato, aveva lottato per liberarsi e raggiungerla, e non aveva ottenuto nulla. E aveva urlato. Aveva gridato a Drew di fare qualcosa, l’aveva implorato di impedire all’uomo in nero di portare via Misty. Aveva lottato e implorato e non era servito.
Non aveva impedito che Misty (o il suo corpo, riuscì a infilare la sua mente senza che potesse fare nulla per impedirsi di ascoltare) venisse gettata senza ritegno all’interno della vettura. Non aveva impedito che la macchina ripartisse.
Non l’aveva impedito, né l’aveva impedito Drew.
Si rialzò, lentamente, gli occhi fissi in quelli del ragazzo alle spalle di Vera. Lo vide ritrarsi appena, istintivamente – come se avesse intuito quello che stava per fare e l’avesse intuito prima di lui, perché lui non pensò, non seppe cosa stesse facendo fino a che non gli si avventò addosso.
«Tu potevi fermarlo! POTEVI FERMARLO!»
Lo inchiodò a terra, stringendogli la gola con una mano e colpendolo con l’altra. Sentì a malapena Vera che da qualche parte dietro di lui gli gridava Basta, smettila, lascialo stare, e sentì a malapena anche lui che cercava di lasciar andare un grido strozzato – era come se tutto ciò che effettivamente era attorno a lui fosse avvolto da uno spesso strato di nebbia, anche il corpo di Drew che si divincolava sotto di lui cercando di scrollarselo di dosso; come se non fosse lui ad agire, ma stesse solo contemplando i propri movimenti da un punto di vista esterno, e con qualcosa che somigliava molto allo stupore.
Che cazzo sto–
Poi ci fu Vera che lo afferrava per il braccio con cui aveva continuato a colpire Drew cercando di strattonarlo via. Avrebbe potuto scrollarsela di dosso senza difficoltà e quasi lo fece – la immaginò, perfino, cadere seduta sull’asfalto bagnato con i capelli appesantiti dalla pioggia che descrivevano sbalzando in avanti l’arco della sua caduta –, non fosse bastato l’attimo in cui lei lo distrasse a dare a Drew la possibilità di ribaltare la situazione. Un attimo, e il ragazzo l’aveva afferrato per le spalle e spinto contro l’asfalto con una violenza che gli fece sfuggire l’aria dai polmoni in un sibilo doloroso.
«Avrebbe ucciso Vera.»
La stretta della mano di Drew gli impedì di riprendere fiato. Il ragazzo dai capelli verdi adesso era a cavalcioni del suo corpo steso sulla schiena e solo nel momento in cui incrociò i suoi occhi Ash tornò pienamente in sé e si rese conto di quello che stava accadendo.
Di quello che stava per fare.
Piegò la testa all’indietro, boccheggiando.
L’immagine di Drew sopra di lui si confuse. Per qualche istante la sua vista si oscurò e l’immagine che vide fu quella di Misty a terra, il viso coperto dai capelli, il sangue che si espandeva a ventaglio sotto la testa. Sbatté le palpebre e quell’immagine si dissolse
(ma sarebbe sempre rimasta lì, non sarebbe servito chiudere gli occhi, in qualche angolo della sua mente che era più in profondità delle sue palpebre chiuse e più in profondità anche del suo pensiero razionale avrebbe continuato ad averla davanti ancora e ancora)
e davanti a lui c’era di nuovo Drew, la sagoma del suo corpo delineata con precisione quasi irreale dalle gocce di pioggia che rimbalzavano sulle sue spalle e sui suoi capelli. Ma lo vide solo per qualche istante, poi la sua visuale iniziò ad annebbiarsi di nuovo. Drew lo guardava fisso negli occhi senza che nei suoi fosse riconoscibile alcuna emozione, continuando a stringergli la gola; e in un ultimo sprazzo di coscienza prima di trovarsi davvero sul punto di perdere i sensi Ash pensò che l’avrebbe veramente strangolato, che non si sarebbe affatto fermato prima il febbrile pulsare del sangue nelle sue vene si arrestasse.
Come lui avrebbe forse fatto se Vera non l’avesse fermato.
«Drew, smettila! Lo ammazzi così!»
«Stanne fuori.» la ammonì Drew, quasi ringhiando. Vera si azzittì, indietreggiando di un passo, le mani tremanti strette fra i seni.
«Smettila.» ripeté, in un sussurro. Le lacrime le traboccarono dagli occhi. «Smettila, smettila, smettila…»
La stretta sulla sua gola si allentò di colpo. Ash annaspò, aspirando avidamente aria nei polmoni doloranti. Drew tornò a stringere prima che avesse il tempo di provare a liberarsi, a scrollarselo di dosso.
«Tu non l’avresti fatto.» sibilò «Se quel tale avesse puntato una pistola verso la tua ragazza tu avresti salvato lei, fregandotene di me, di Vera e di chiunque altro!»
Si piegò verso di lui.
«Tu non sei migliore di me. Non sei migliore di nessuno.»
Lo lasciò andare di nuovo e stavolta si alzò in piedi di scatto. Ash si voltò su un fianco, tossendo affannosamente.
Il piede di Drew si posò sulla sua gamba destra, schiacciandola con forza contro l’asfalto. Quel dolore che ormai Ash conosceva bene gli pulsò nelle ossa per tutta la lunghezza del polpaccio. Il ragazzo trattenne a stento un’esclamazione di dolore.
«E io so più di quanto credi.» disse Drew, e calò il piede più forte.
Ash lanciò un gemito strozzato.
«Continua pure a recitare la parte dell’eroe.» ringhiò il ragazzo dai capelli verdi «Ma non sei migliore di nessuno di noi, ricordati questo.»
«Drew, smettila– »
«Mi… dispiace…» boccheggiò Ash, aspirando a fatica aria nella gola gonfia. E non seppe stabilire se le sue parole fossero veramente rivolte a Drew.
Lui lo guardò con disprezzo, poi tolse il piede e si allontanò di scatto. «Andiamocene.» sibilò, e afferrò Vera per un braccio strattonandola con rabbia verso l’ingresso del pokemon center. Dovette quasi trascinarla via di peso.
Ash rotolò di nuovo sulla schiena, senza neppure provare a rialzarsi.
Non seppe neppure lui per quanto tempo rimase semplicemente lì, a terra, ad inspirare faticosamente aria e a tossirle immediatamente fuori, sotto lo scroscio costante della pioggia. Non seppe neppure dove finisse la pioggia, e dove iniziassero le lacrime.
Continua pure a recitare la parte dell’eroe. Ma non sei migliore di nessuno di noi.
Drew.
Sarebbe questo il tuo eroe…?
Hun.
Non essere così duro con te stesso. La gente non ti guarda in modo diverso solo perché hai una gamba rotta o perché… per una volta sei un comune mortale e non un supereroe.
Misty…
Dopo un paio di minuti cominciò a singhiozzare.
*
«Che è successo? Dov’è Misty?!»
Silenzio. Per molti secondi.
«L’hanno presa. L’hanno portata via.»
Troppo difficile. Continuare a formulare pensieri coerenti, scacciare tutto quello che non voleva vedere. Tenere fuori tutto quanto per non impazzire.
(il suo sangue, sull’asfalto)
«Che cosa?!»
Di nuovo tacque, per un attimo.
(lavato via dalla pioggia)
«Io vado là.»
«…»
Raggiunse lentamente il telefono della hall del pokemon center.
«No.»
Non lo ascoltò. Lo ignorò e basta.
Zoppicava vistosamente e non cercò neppure di mascherarlo. Lasciò dietro di sé una fila irregolare di impronte bagnate sul parquet lucido.
«Che hai fatto alla gamba?! Perché zoppichi?»
Poggiò la mano sul ricevitore. Udì sé stesso rispondere «È stato un incidente.» e tuttavia l’impressione fu quella di non essere stato veramente lui a parlare.
Conosceva il numero di Jessie a memoria ormai. Ma lo stesso dovette comporlo più di una volta prima di riuscire a premere i tasti giusti. Tremava in tutto il corpo.
«Ash, che stai– »
«Pronto?»
Azzittì Brock con un cenno.
«Venite qua. Adesso.»
«Cosa– »
«Ho detto venite qua!»
Sbatté giù il ricevitore con tanta violenza che quello ricadde giù invece di restare appeso al suo gancio, restando a penzolare nel vuoto come un pesce preso all’amo.
«Ash, che stai facendo?!»
«Non ti riguarda. Non riguarda nessuno di voi.»
(goccia dopo goccia)
«Non puoi tornare là!»
«Non sta a te decidere cosa posso fare!»
(rivoli rossi sbiaditi dalla pioggia)
(maledizione BASTA)
(scaraventata sui sedili posteriori dell’auto come un cadavere)
Corse in bagno a vomitare.
Si rialzò tenendosi lo stomaco. E gli venne in mente il sangue, e la pioggia, ancora.
Si piegò in due e vomitò di nuovo.
*
Pioveva ancora a dirotto quando quel pomeriggio Jessie e James si fecero finalmente vivi. Jessie parcheggiò la moto con una sgommata che gli schizzò acqua sui jeans già zuppi. Non portava il casco, la pioggia le aveva afflosciato sulle spalle i lunghissimi capelli fucsia. Era la prima volta che vedeva quei capelli quasi al naturale, colore a parte, liberi dalla solita assurda messa in piega.
Non aveva comunque certo tempo per pensare ai capelli. Neppure Jessie, a quanto pareva, anche se in condizioni normali si sarebbe fiondata in cerca di una spazzola e uno specchio per rimediare al danno. Ora si limitò a scendere dalla moto e a fermarsi davanti a lui, tirandosi dietro un Meowth terrorizzato che le aveva conficcato gli artigli nella maglia – cosa di cui Ash non si meravigliò affatto, memore della spaventosa corsa con cui Jessie l’aveva portato nel covo di Hun e Attila quelli che ora parevano secoli prima.
Lo guardò dritto negli occhi.
«Perché ci hai fatti venire qua?»
Ash inghiottì a vuoto. Dovette trarre un lungo respiro prima di essere certo che sarebbe riuscito a parlare – a pronunciare il suo nome – mantenendo ferma la propria voce.
Svanito quella sorta di pilota automatico che l’aveva spinto ad alzarsi, a rispondere seppur laconicamente alle domande di Brock e a chiamare Jessie rimaneva ben poco.
«Misty.» disse infine «L’hanno… presa… l’hanno portata via… di nuovo…»
Jessie lo studiò con circospezione.
«E tu vuoi che ti riportiamo laggiù?»
Ash scosse il capo. Tremava ancora lievemente, fradicio di pioggia da capo a piedi.
«No.» disse «Non mi serve il vostro aiuto stavolta. Non voglio mettere in pericolo nessun altro.»
La ragazza dai capelli fucsia scoccò uno sguardo confuso e sospettoso a James, in piedi un passo dietro di lei, che le rispose con un’alzata di spalle. Jessie tornò a guardare lui.
«Allora perché hai voluto che venissimo qui?»
Tacque per un attimo.
«Mi serve il tuo cellulare.» disse, e poi di nuovo si interruppe. Guardò Jessie negli occhi.
«E la pistola.» aggiunse.
Jessie lo squadrò per un lungo istante.
«No.»
Ash serrò i pugni fino a che le mani non gli tremarono.
«Perché no?»
«Perché ti farai ammazzare se pretendi di piombare là dal nulla con una pistola, riprenderti la tua ragazza e tornare da dove prevenivi senza che nessuno si faccia male, ecco perché.»
«E a te cosa importa?!» quasi le urlò in faccia Ash «Dammi quella dannata pistola. Misty è in mano loro e questa è l’unica possibilità che ho p-per…»
Si interruppe. La voce gli tremava troppo.
Dovette serrare le labbra con forza, trattenendo il fiato fino a che i polmoni non iniziarono a reclamare ossigeno con una dolorosa fitta, per riuscire a ricacciare indietro il peso che sapeva di lacrime e che gli opprimeva la gola.
Per qualche istante ancora Jessie lo guardò senza parlare. Poi scostò dal viso una ciocca fradicia di capelli fucsia e guardò James. Di nuovo lui scrollò le spalle e basta. Non era mai stato lui quello che prendeva decisioni, fra i due.
Tornò a volgere gli occhi su Ash. Poi, lentamente e continuando a guardarlo come per essere certa che lui la seguisse, portò la mano alla vita. Quando la tese verso di lui stringeva la pistola sottratta ad uno degli uomini di Hun. Gliela porse tenendola per la canna.
Lentamente, con un’esitazione che credeva non gli appartenesse, allungò la mano e chiuse le dita sul calcio dell’arma. Jessie non lasciò la presa.
«Questa è la sicura.» disse, sfiorando il piccolo meccanismo con le dita «Lasciala inserita fino a che non devi usarla se non vuoi spararti per sbaglio su un piede.»
Ash annuì. Jessie lasciò la canna della pistola.
«Ci sono solo due colpi in canna.» disse «Vedi di non sprecarli.»
Ash annuì di nuovo. Respirò profondamente, sforzandosi di obbligare la propria voce a smettere di tremare.
«Grazie.» disse.
«Non ringraziarmi.» tagliò corto Jessie. Frugò nella tasca della gonna. «Ecco il cellulare.»
Il ragazzo la guardò con gratitudine, piegando le labbra in quello che voleva forse essere un accenno di sorriso. Aveva gli occhi lucidi.
Jessie pensò che in quel momento dimostrava molto meno della sua età.
Senza volerlo, si trovò a deglutire un peso angoscioso.
«Sicuro di non volere aiuto…?»
«Sicuro.» disse Ash. La sua voce era un po’ più ferma ora. «Grazie di essere venuti.»
Jessie annuì e basta, senza parlare. Ash continuò a guardarla negli occhi per un ulteriore istante, poi voltò le spalle e si diresse verso il pokemon center.
In silenzio Jessie lo guardò allontanarsi zoppicando fino a che non si chiuse la porta alle spalle. In un impulso al quale non cercò spiegazione cercò la mano di James, che fu lì per stringergliela.
«Quante possibilità pensi che abbia di non farsi ammazzare…?»
James tacque a lungo.
«Poche.» disse poi «Molto poche.»
La mano di Jessie tremò appena e strinse più forte quella del compagno.
«Spero che ce la faccia.» disse «Lo spero tanto, davvero.»
*
Non aveva il tempo di cercare dei vestiti asciutti e sarebbe comunque stato inutile, dato che aveva comunque intenzione di tornare fuori. Si tenne addosso i jeans e la felpa zuppi di pioggia, anche se ormai tremava da capo a piedi.
Nelle stanze da letto non c’era nessuno e non poté che rallegrarsene. Aveva incrociato Drew e Vera nella hall, e Drew si era posto istintivamente fra lui e la ragazza, guardandolo come se ci fosse stata una barriera sottile come carta velina a trattenerlo dal saltargli addosso di nuovo.
Aveva ignorato entrambi.
Si chiuse la porta alle spalle, ruotando due volte la chiave nella porta. Aveva ancora in mano la pistola. Con attenzione la assicurò alla cintura dei jeans, coprendola poi con la felpa. Studiò il proprio riflesso nello specchio sulla parete. Si vedeva appena.
La gamba gli faceva male. Riusciva a camminare e a scaricarvi il peso del corpo, ma sapeva che se avesse continuato a sforzarla il dolore sarebbe peggiorato.
«Stupida gamba.» mormorò fra i denti. Lo zaino di Brock era posato a terra ai piedi del suo letto e Ash si chinò a frugarvi all’interno. Spalancò gli occhi quando vide che la cassetta del pronto soccorso non si trovava più lì.
Si rialzò serrando i denti.
Vera, accidenti a te…
Si guardò attorno. Il primo cassetto del comò non era ben chiuso. Lo spalancò con rabbia. Brock non aveva nascosto abbastanza bene la cassetta del pronto soccorso.
Trovò le aspirine. La confezione ne conteneva soltanto due e le ingoiò entrambe, per poi lasciarsi cadere seduto sul letto. Le molle del materasso cigolarono appena sotto il suo peso, simili ad un gemito.
Serrò la mano attorno al polpaccio.
Stupida, dannata gamba…
Un brivido più forte di quelli di freddo lo scosse con violenza. Si prese la testa fra le mani, serrando le palpebre per ricacciare ostinatamente indietro le lacrime che minacciavano di cadergli sul viso.
«Misty…»
Non aprì gli occhi. Lasciò fuori la realtà, fino a che di ogni rumore, di ogni voce che proveniva dall’esterno non rimase altro che un ronzio confuso, distante abbastanza da poter essere ignorato.
Puoi, Ash.
Era la sua voce. La voce di Misty – nella sua testa, frutto della sua immaginazione, ma limpida e convincente come se davvero lei fosse stata lì, abbastanza vicina da poterla toccare solo tendendo le mani. Chiara come lo era stata tutte le volte che l’aveva aiutato a rialzarsi, e convinto a non mollare.
«E invece no.» disse alla stanza vuota e stavolta non si preoccupò di controllare il tremito delle proprie parole, o i singhiozzi che premevano per sgorgargli dalla gola come un fiume in piena che rompe gli argini «Non ce la faccio… n-non ce la faccio se tu non ci sei.»
Puoi. Tu puoi fare qualunque cosa.
Puoi farcela, Ash.
Spalancò gli occhi di colpo. Per quanto stupido potesse essere, per una frazione di secondo si era illuso che l’avrebbe davvero trovata lì. Era stato meno di un istante, ma aveva veramente creduto che l’avrebbe trovata davanti a sé, ed avrebbe potuto abbracciarla forte, accertarsi che fosse davvero lì, che stesse bene.
Ma la stanza era vuota, ovviamente. C’era solo lui.
*
Brock lo bloccò a metà del corridoio.
«Che hai intenzione di fare?!» lo apostrofò, afferrandolo per un braccio.
«Non ti riguarda.»
«Mi riguarda invece!»
Ash si liberò con rabbia.
«No.» disse «Non riguarda nessuno. Non voglio mettere in pericolo nessuno di voi. Andrò là… e troverò Misty, se… se è ancora…»
Non riuscì a continuare.
Brock scosse la testa.
«Non aiuterai Misty beccandoti un’altra coltellata.»
«Non la aiuterò neppure rimanendo qui con le mani in mano.» ringhiò Ash «Fidati di me, per una volta, per la miseria!»
«Dovrei fidarmi?!» Brock lo afferrò per una spalla. Serrò la mano al punto di fargli male. «Dovrei fidarmi nonostante sia evidente a tutti che fingi che la tua gamba sia guarita completamente e nascondi il fatto che non ha mai smesso di farti male?!»
Ash spalancò gli occhi, spiazzato. Poi serrò i pugni.
«La mia gamba è a posto.» disse «E ora lasciami andare.»
Brock non si mosse per una lunga manciata di attimi. Poi, lentamente, allentò la presa sulla sua spalla.
Ash gli voltò le spalle senza dire nient’altro.
Fuori pioveva ancora. Mentre attraversava la strada cercò di tenere gli occhi lontani dal punto in cui Misty era caduta, senza però riuscirci. Della macchia di sangue restava solo una chiazza sbiadita e incolore. Avrebbe potuto essere una macchia d’olio.
La pioggia aveva fatto un buon lavoro, ma non era riuscita a cancellarla del tutto.
Distolse lo sguardo di colpo quando vide i piccoli petali bianchi caduti dai cespugli nel cortile del pokemon center. La pioggia aveva sparso le corolle al suolo.
Alcune erano tinte di rosso.
Si fermò davanti all’ingresso del parcheggio sotterraneo. Contemplò a lungo l’oscurità, come aspettando di vederne uscire chissà quale fantasma.
Si riscosse solo dopo un lungo attimo. Senza pensare, in un gesto quasi totalmente automatico, tirò su il cappuccio della felpa. Poi si infilò nel buio.
Dentro, a luci spente, l’oscurità era quasi totale. Si fermò al centro del parcheggio, seguito dall’eco dei suoi passi.
«So che ci siete.» disse. Gli uscì un sussurro rauco.
Si schiarì la voce.
«EHI!»
La sua voce riecheggiò cozzando contro le pareti.
«SO CHE SIETE QUI! FATEVI VEDERE!»
Tacque fino a che l’eco del suo grido non si spense. A rispondergli ci fu solo il silenzio.
«FATEVI VEDERE, MALEDIZIONE!»
Eco. Silenzio.
Continuò a lungo a urlare all’oscurità del locale sotterraneo. Fino a che la sua voce non fu troppo rauca, e la gola non gli fece troppo male per poter continuare.
«Dovete essere qui.» gemette, e si lasciò cadere in ginocchio.
Il rombo di un motore provenne da un punto imprecisato alle sue spalle. Si rialzò voltandosi di scatto, in tempo per vedere un’auto nera fare lentamente manovra. La stessa sui cui sedili posteriori, qualche ora prima, Misty era stata scaricata come morta.
A fari spenti, l’auto si fermò vicino a lui. Lo sportello del guidatore si schiuse lentamente, seguito qualche attimo più tardi da quello del lato del passeggero. A scenderne furono due degli uomini di Hun. Entrambi avevano il viso in parte coperto da grossi occhiali scuri e Ash non seppe dire se fossero gli stessi che avevano aggredito lui e Misty quella mattina.
«Cosa vuoi?!»
Deglutì.
«Portatemi là.» disse «Vi dirò dove si trovano i documenti che volete. Vi dirò dove sono.»
L’uomo davanti a lui si sfilò gli occhiali da sole per scrutarlo con diffidenza.
«E naturalmente dovremmo crederti sulla parola.»
Ash esitò.
Puoi, Ash.
Strinse i pugni e lo guardò dritto negli occhi.
«Sono l’unico che sa dove si trovano.» – non era vero, anche Jessie e James lo sapevano. Ma non li avrebbe tirati in mezzo. «Vi dirò dove sono. In cambio di Misty.»
«È morta.»
Il cuore di Ash perse un battito. Poi iniziò a correre.
«No.»
Non è vero.
L’uomo in nero non disse nulla.
«Portatemi là.» disse Ash. La voce gli tremava ora. «Sono l’unico che sa dove sono quei documenti. Non avete scelta.»
La situazione rimase in stallo ancora per qualche attimo. Poi l’uomo gli si avvicinò, lo afferrò per le braccia.
Ash chiuse gli occhi mentre lo spingeva verso l’auto.
L’avrebbe trovata. L’avrebbe portata in salvo.
Sarebbe stato lui, stavolta, a respirare per lei.
L’uomo in nero lo spinse dentro l’auto. Riaprì gli occhi. Vide la macchia di sangue sui sedili, e si sentì male.
CONTINUA...