BREAK MY FALL

XII.

And you’re down on your knees
It’s too late
Don’t come crawling
And you lie by my feet
What a big mistake
I see you falling…

    (Natalie Imbruglia, Big mistake)

 

Pioggia.

Sentiva le gocce d’acqua cozzare senza sosta contro i vetri della finestra, in un brusio continuo che gli era parso a tratti confortevole ed a tratti terribilmente irritante, tanto che avrebbe volentieri afferrato il cuscino per schiacciarselo sulle orecchie in cambio di un po’ di silenzio. La pioggia gli ricordava il sogno. L’incubo che aveva fatto prima che tutto iniziasse di nuovo, quando ancora poteva illudersi – non crederci veramente, d’accordo, ma perlomeno illudersi sì – che davvero potesse essere soltanto un incubo. Orribile, sì, tanto da fargli desiderare di poterlo cancellare con un solo rapido colpo di spugna dalla propria mente; ma soltanto un incubo, e come tale del tutto incapace di fare del male a lui o alle persone a cui teneva. A Misty.

Pioggia. Una pioggia come quella, grigia e insistente. Gocce di pioggia sull’asfalto, a disperdere una macchia scura in rivoli rossastri; un corpo caduto, riverso a terra nel sangue che la pioggia lavava via, i capelli color tramonto a coprire il viso.

Rabbrividì e chiuse gli occhi, come se potesse servire a scacciare quelle immagini. Detestava quella pioggia. Ne detestava il rumore, l’odore, detestava il modo in cui ogni singolo picchiettio contro i vetri gli riportava alla mente gocce che cadevano impietose su un corpo senza vita, lavando via il sangue come se potessero cancellarlo, come se in quel modo potessero essere lavati via anche il vuoto e il dolore.

Si poggiò un braccio sul viso, schiacciandosi la piega del gomito contro gli occhi. Avrebbe dovuto dormire. Avrebbe dovuto essersi addormentato già da molte ore, avrebbe dovuto riposare anziché rimanere sveglio, all’erta, pronto a cogliere ogni minimo segno di un qualcosa di insolito come aveva fatto ogni singola notte negli ultimi dieci giorni, riuscendo solo a ridursi uno straccio per lo sforzo di tenere gli occhi aperti anche quando gli bruciavano di stanchezza, per abbandonarsi esausto al sonno solo alle prime luci dell’alba, quando la luce del sole iniziava a rischiarare la stanza.

Misty se n’era accorta, ovviamente.

«Non dormi, vero?» gli aveva chiesto il mattino precedente, dopo aver infilato la testa oltre la porta del bagno mentre lui si lavava la faccia con l’acqua gelida nel tentativo di recuperare un minimo di lucidità. Era riuscito soltanto a borbottare un «Mmmh?» confuso che ovviamente non aveva fatto altro che confermare i sospetti di lei.

Non che fossero esattamente sospetti, comunque. Forse sarebbe stato più appropriato definirle certezze. Aveva alzato lo sguardo verso lo specchio ed aveva visto il proprio riflesso rendendosi conto di come fosse impossibile non notare il colorito poco sano e gli occhi arrossati e cerchiati da occhiaie evidenti. Non che ci fosse bisogno di un genio per capire che non dormiva decentemente da più di una settimana.

Si era asciugato la faccia e con un sospiro si era seduto per terra, appoggiando la schiena e la nuca contro la parete. «Sto bene.» aveva mormorato, sentendosi credibile quanto avrebbe potuto esserlo se avesse affermato di essere in grado di riportare indietro il tempo per tornare a quando gli incubi erano solo incubi ed ogni azione, anche la più insignificante, non veniva svolta con il costante pensiero Potrebbe essere l’ultima volta che mi alzo dal letto o l’ultima volta che faccio colazione o

(l’ultima volta che la vedo)

così via.

Misty si era accovacciata al suo fianco e gli aveva poggiato una mano sulla spalla. Aveva sentito la sua mano irrigidirsi. «Stupido.» gli aveva detto, in modo brusco, ma incapace di non lasciar trasparire tutta la sua preoccupazione «Non dovresti stancarti così. Non sei ancora del tutto in forma.»

«Sto benissimo.» aveva borbottato in risposta. Ma ancora prima di aprire bocca sapeva che lei non gli avrebbe creduto.

Difatti lei non gli aveva creduto affatto. E quel pomeriggio l’aveva praticamente costretto a dormire. O meglio, originariamente solo a stendersi per qualche minuto su uno dei divani della hall, con il capo appoggiato sulle sue ginocchia.

«Devi riposarti.» gli aveva ripetuto piano e lui non aveva potuto che darle pienamente ragione. Così sebbene le intenzioni di lei gli fossero ormai abbastanza chiare si era rannicchiato su un fianco, chiudendo gli occhi, e l’aveva sentita accarezzargli i capelli, piano piano, e poi la spalla ed il fianco, seguendo le linee delle cuciture della sua maglietta. «Dormi.» l’aveva sentita sussurrare – ma suo malgrado stava già scivolando nel sonno – «Per una volta faccio la guardia io, okay?»

Aveva annuito – ma non ne era proprio sicuro – ed aveva smesso di sforzarsi di mantenersi aggrappato agli ultimi ovattati brandelli della realtà che aveva attorno. Si era addormentato pensando che era così che doveva essere, che solo quando c’era Misty vicino a lui riusciva ad abbassare totalmente le proprie difese e a rilassarsi.

Avrebbe dovuto essere il contrario. Avrebbe dovuto essere lei a sentirsi al sicuro quando c’era lui al suo fianco (ma anche questa era un’affermazione che rispecchiava totalmente la realtà delle cose, sebbene lui fosse convinto di no). Misty non era stata la sua salvezza solo mentre era intrappolato sotto la frana e l’unico appiglio a cui aveva potuto aggrapparsi era stato il suono della sua voce nel walkie-talkie, non era stata la sua salvezza solo quando aveva dovuto affrontare le terapie di riabilitazione per la gamba e mai prima di allora aveva avuto un simile disperato bisogno di aggrapparsi – psicologicamente – a qualcuno, e lei c’era stata sempre. Misty era la sua salvezza in ogni momento. Durante quello che aveva dovuto sopportare nei mesi trascorsi, se non avesse avuto lei al suo fianco difficilmente sarebbe riuscito a ritrovare quella forza che credeva di non avere più.

Aveva dormito per un paio d’ore, tranquillamente sprofondato in un sonno senza sogni. Poi quella tranquillità si era dilaniata di colpo ed aveva sognato di ritrovarsi di nuovo intrappolato sotto al crollo nel cuore del Monte Luna, impossibilitato a muoversi, a respirare, quasi come all’interno di una bara: un incubo ricorrente che era tornato a tormentarlo più e più volte nelle settimane immediatamente successive all’accaduto – ricordava più di un’occasione in cui Misty l’aveva svegliato a suon di scrolloni e lui aveva aperto gli occhi per ritrovarsi a guardare in quelli preoccupatissimi di lei e sentirsi dire che stava gridando nel sonno – ma che non faceva più da mesi ormai. Si era risvegliato tirandosi su di scatto, con il cuore che andava a mille ed il fiato corto, e per un istante (ma forse non era stato che qualcosa di simile ad un’allucinazione, uno strascico del suo incubo, seppure avvertito in modo fisico anziché soltanto visivo o mentale) gli era addirittura parso di risentire il dolore alla gamba. Non il fastidio sordo al quale era abituato e con il quale conviveva ormai da cinque mesi, bensì il dolore lancinante che aveva provato negli attimi trascorsi sepolto vivo, con la gamba schiacciata da tonnellate di roccia.

Era stato solo un momento, poi la fitta – se davvero quello era stata – si era dissolta così come era arrivata e lui era rimasto a sforzarsi di riprendere a respirare regolarmente, ad aspettare che il battito furioso del suo cuore si calmasse tornando ad un ritmo almeno minimamente regolare.

Era solo adesso. Aveva un cuscino sotto la testa e un plaid sistemato addosso, ma Misty non era in vista da nessuna parte. Si era messo a sedere lentamente, spingendo via il plaid con cui doveva averlo coperto lei, domandandosi dove fosse finita e quanto avesse dormito, non ancora del tutto sveglio e presente.

Era stato allora che aveva sentito la pioggia. Era iniziata mentre lui dormiva, non aveva più smesso da allora, e in quel momento aveva sentito le gocce cozzare contro i vetri.

E di colpo gli era tornato in mente il sogno. Non l’incubo dal quale si era appena svegliato; per quanto potesse essere terribile, sapeva perfettamente che quello non aveva altri significati oltre al trauma di essersi ritrovato ad un passo dalla morte, e che non era altro che una mera conseguenza di quegli eventi. No, era l’altro sogno quello che aveva ricordato di colpo, l’incubo che aveva avuto prima che tutto iniziasse di nuovo… quelli che adesso gli parevano secoli prima.

Pioggia. Sangue. Rivoli rossastri lavati via lentamente.

Si era alzato in piedi di scatto, improvvisamente del tutto lucido, aspettandosi per un istante un’altra fitta di dolore alla gamba che però non c’era stata, segno che quella che aveva creduto di sentire poco prima era stata davvero solo nella sua immaginazione.

Aveva trovato Misty di ritorno verso la hall. Evidentemente non si era assentata più che per andare in bagno o qualcosa di simile; eppure, raramente era stato tanto sollevato di vederla. L’aveva abbracciata, di slancio, lasciandola totalmente spiazzata.

«Che ti prende…?» gli aveva chiesto lei, con un accenno di risata nervosa. L’aveva lasciata andare.

«Scusa.» aveva borbottato, sentendosi improvvisamente stupido «Ho… fatto un brutto sogno.» – la verità, in parte.

Aveva abbassato lo sguardo imbarazzato e non aveva visto l’ombra che aveva oscurato per un istante gli occhi verdi di lei. Misty non gli aveva mai parlato del sogno che aveva fatto più di cinque mesi prima. Il sogno in cui si era ritrovata a calpestare l’erba giallastra di un prato scolorito per raggiungere una lapide, a leggere sulla pietra il nome della persona che amava di più al mondo, e a guardare occhi scuri e privi di vita e macchie di sangue su una maglia. Ad ascoltare parole di accusa che talvolta sentiva ancora in sogno, o nel dormiveglia. Perché non mi hai aiutato?

Quando Ash aveva alzato lo sguardo verso di lei, l’ombra che aveva oscurato il verde dei suoi occhi se n’era andata, respinta a forza oltre il confine delle cose che dovevano necessariamente essere considerate pure stupidaggini perché altrimenti avrebbero alla lunga condotto alla pazzia. Misty gli aveva rivolto un sorriso stiracchiato che non era stato altro che una menzogna anche a se stessa.

«Era un sogno, scemo.»

Stranamente non gli aveva neppure chiesto cosa avesse sognato. Ash aveva annuito, ma dire che credeva a quelle parole sarebbe stato paragonabile all’affermare che tutto ciò a cui erano sopravvissuti non era mai esistito se non sottoforma di incubo. Parte del suo sogno si era già avverata. Aveva visto Misty in un letto d’ospedale, immobile e pallidissima, l’ago di una flebo infilato nel braccio sottile. Aveva visto l’ombra ai piedi del suo letto divenire reale, reale abbastanza da premerle un cuscino sulla faccia.

Rabbrividì appena. Lei adesso dormiva, rannicchiata al suo fianco, la testa arruffata di capelli rossi poggiata contro il suo petto. Si era addormentata molto prima che lui iniziasse anche solo ad avvertire il bisogno di chiudere gli occhi. Aveva pianto un pochino prima di addormentarsi, sforzandosi di trattenere i singhiozzi e sperando forse che lui non si accorgesse di niente. Se n’era accorto, invece, e l’aveva fatto stare male il fatto di non avere niente da dirle, perché gli pareva stupido ed insensato ormai continuare a ripetere parole senza alcun valore o fondo di verità. Va tutto bene, e da un momento all’altro qualcuno sarebbe potuto sbucare dal nulla ed uccidersi prima ancora che avessero il tempo di dire amen con un semplice colpo di pistola. Se qualcuno cerca di farti del male giuro che lo ammazzo con le mie mani, e non era difficile immaginare che in uno scontro fisico contro Attila o uno dei suoi uomini sarebbe finto K.O. nel giro di dieci secondi, se non meno.

Quindi non le aveva detto niente, si era limitato a tenerla stretta a sé accarezzandole piano la schiena, come a voler arrestare i singhiozzi soffocati e trattenuti a stento che la scuotevano. Lei si era addormentata prima che le lacrime finissero, le mani aggrappate alla stoffa della sua maglia.

Lui rimase sveglio ancora a lungo. Erano le due passate quando infine non riuscì più a tenere gli occhi aperti, ed il sonno e la stanchezza furono più forti dell’impulso di rimanere sveglio e all’erta ad ogni costo.

 

*

 

Misty si svegliò quando lo sentì agitarsi. Ancora assonnata, le ci volle un po’ per rendersi conto che non si stava solamente agitando: erano singhiozzi quelli che lo scuotevano. Ash stava piangendo nel sonno e non era solo qualche lacrima, era un pianto come quello di un bambino, che scuoteva in modo quasi violento il suo corpo troppo esile per essere quello di un ragazzo di quindici anni.

Allarmata, si tirò su di scatto e fece per scrollarlo, solo per bloccarsi poi con la mano poggiata sulla sua spalla, sentendo i tremiti che la scuotevano. Esitò per un istante, poi invece di scuoterlo in modo brusco iniziò ad accarezzargli la testa e le spalle, cercando di riportarlo alla veglia con dolcezza.

«Ash? Ash svegliati, va tutto bene, è solo un sogno, tranquillo…»

Lui spalancò gli occhi e per una frazione di secondo rimase a guardarla totalmente smarrito, gli occhi pieni di lacrime. Gli occorse qualche istante per rendersi conto che si trovava nel letto con lei al pokemon center di Hawthorn City e non in qualunque fosse il luogo del suo sogno; e che, appunto, quello era stato solo un sogno.

«Misty…»

«Shh.» sussurrò lei. Continuò ad accarezzargli i capelli, scostandoglieli con dolcezza dalla fronte imperlata di sudore «Va tutto bene, è tutto passato. Era un sogno.»

Lui annuì lentamente. Stava tremando, appena appena. Sollevò la mano che fino a quel momento era rimasta serrata in modo quasi convulso sulle pieghe del lenzuolo, per passarsela sugli occhi e poi contemplare le dita umide di lacrime come se non fossero sue.

«Va tutto bene.» gli ripeté piano Misty, chiudendo la mano su quella di lui «Era un sogno. È passato.»

Ash annuì di nuovo, poi scosse la testa e si tirò su dal materasso, appoggiando la schiena alla parete e raccogliendo le ginocchia al petto, senza guardarla. Misty gli appoggiò una mano sulla spalla.

«Mi vuoi dire cosa hai sognato?»

Si aspettava un no come risposta, invece per una lunga manciata di istanti lui tacque, stringendosi le ginocchia. Quando infine schiuse le labbra per parlare, annuendo in modo quasi impercettibile, la sua voce fu appena un sussurro, stentato e sottilissimo.

«Ho sognato… di… trovarmi di nuovo là sotto…»

Là sotto. Si riferiva alla frana, ovviamente. Il primo impulso di lei fu di prenderlo fra le braccia e stringerlo e cercare di rassicurarlo come aveva sempre fatto, con parole che probabilmente non erano che banali e inutili. Shh, va tutto bene, era soltanto un sogno, non ci pensare. Lo so che era orribile, ma è tutto finito adesso. Davvero. Si trattenne, però, un attimo prima di sporgersi verso di lui per abbracciarlo. Sarebbe stato semplice tranquillizzarlo – o almeno provarci – in quel modo, eppure non avrebbe fatto altro che spingerlo a tenersi tutto dentro, anche adesso che per una volta pareva sul punto di infrangere la sua solita facciata di eroismo e smettere di nascondersi. Non avrebbe fatto altro che lasciare che pensieri e ricordi di quel tipo continuassero a fargli male.

Tenne la mano sulla sua spalla.

«Ash…?»

Lui tacque per un minuto buono, gli occhi ancora umidi di lacrime rivolti al pavimento senza dare l’impressione di vederlo veramente, il mento poggiato alle ginocchia. Poi si rannicchiò ancora di più appoggiandovi la fronte, come a volersi fare il più piccolo possibile, forse fino a svanire.

«Quando ero… …» un sussurro appena udibile, la voce malferma come se fosse stato sul punto di mettersi a piangere di nuovo «È stato… terribile…»

«Lo so.» disse piano Misty. Lui però scosse la testa.

«No, non lo sai.» mormorò. Adesso tremava visibilmente, forse per lo sforzo di trattenere i singhiozzi. «Ero sicuro che… sarei morto là sotto, che sarei… m-morto soffocato lentamente…»

La sua voce ora era così incerta da costringerlo a fermarsi. Misty tacque, interdetta. Non ne aveva mai parlato, da cinque mesi non aveva più neppure minimamente accennato a quegli attimi; di sicuro non si era mai sognato di dirle cosa aveva provato. Ora lo stava facendo. E sebbene il suo impulso più forte fosse ancora quello di stringerlo forte fra le braccia e azzittirlo dolcemente con le proprie parole e le proprie rassicurazioni, adesso si rendeva conto di come fosse un istinto dettato solo dal desiderio di non ascoltare, di non dover essere costretta a sentire quelle parole così dolorose. Capiva invece che sebbene quelle frasi facessero stare male lei nell’ascoltarle neppure una minima parte di quanto faceva male a lui rivivere quei momenti, Ash aveva bisogno di buttarle finalmente fuori.

Tacque, stringendo la mano attorno alla sua spalla.

Sono qui.

«Credevo che non ce l’avrei fatta.» sussurrò Ash. Cosi piano che lei non l’avrebbe neppure sentito se non fosse stato per il totale silenzio che regnava nel pokemon center a quell’ora. «C’eri tu che… continuavi a ripetermi di resistere, e… di essere forte… ma credevo… e-ero convinto che non ci sarei riuscito… e… e…»

La sua mano scivolò a stringere la gamba destra, serrandovisi convulsamente, in una stretta tremante.

«Faceva… così male…»

Non poteva più ascoltarlo. Dovette chinare la testa, serrando le labbra con forza, per non dare a vedere che adesso era lei ad avere gli occhi lucidi di lacrime e a dover trattenere il pianto.

Neppure lui poteva più continuare. Una manciata di istanti più tardi Misty sentì le sue spalle scosse da singhiozzi dolorosi, secchi, senza lacrime.

Misty tornò a voltarsi verso di lui, accarezzandogli piano la spalla. «È tutto okay.» sussurrò finalmente e si rese conto che anche la sua voce era poco ferma adesso «Riprendi fiato.»

Lui non disse nulla, non diede neppure segno di averla sentita. Misty continuò ad accarezzare piano la sua spalla, poi il braccio, facendovi scivolare la mano lentamente fino a chiuderla attorno al suo polso. Non appena lo fece Ash si aggrappò lei di impulso, serrando la mano su quella di lei e stringendola come se fosse stato sul punto di precipitare in un baratro e quella mano fosse l’unico appiglio al quale aggrapparsi. Lei tacque, nonostante le stesse facendo male stringendola in quel modo.

Per un lasso di tempo che parve ad entrambi non finire mai e al tempo stesso essere infinitamente breve rimasero immobili entrambi, lei seduta con le gambe da un lato del letto e lui rannicchiato contro la parete, la fronte appoggiata alle ginocchia che stringeva al petto, la mano aggrappata a quella di lei, calmandosi lentamente; e l’unico rumore fu quello della pioggia contro i vetri.

Poi, di colpo, lui allentò la presa e la lasciò andare, alzandosi in piedi.

«Ash…?»

«Scusa.» disse lui, senza guardarla, la voce bassa ma non più frammentata dai singhiozzi che prima nonostante lo sforzo non era riuscito a trattenere «Credo… di aver bisogno di prendere una boccata d’aria.»

E senza aggiungere nient’altro si diresse verso la porta, con la sua solita andatura lievemente zoppicante che ogni volta le faceva venire voglia di piangere, o almeno di correre da lui e abbracciarlo forte. Scomparve alla sua vista oltre la soglia lasciandola a chiedersi perché avesse dovuto chiederle scusa.

 

*

 

Le gocce d’acqua che gli cadevano incessantemente sulla testa e sulle spalle si interruppero di colpo. Alzò gli occhi, trovandosi ad osservare la tela azzurra dell’ombrello con cui lei lo stava riparando.

«Stai cercando di prenderti una polmonite o cosa?»

«O cosa, appunto.» borbottò, tornando a rivolgere lo sguardo verso terra e ad appoggiarsi alla staccionata, con un sospiro.

«Sta piovendo.»

«L’ho notato.» rispose con scarsa ironia lui. Prima che lei riuscisse a recuperare un ombrello e a raggiungerlo fuori, aveva avuto tutto il tempo di farsi una bella doccia, a giudicare dai vestiti fradici di pioggia e dai capelli che gli ricadevano sulle fronte in ciocche bagnate e gli facevano gocciolare acqua sul viso e sulle spalle.

«E non sono neppure le quattro del mattino.»

Lo vide annuire in modo quasi distratto. «Lo so.»

Mosse un passo verso di lui. «E allora che diavolo ci fai qui fuori?»

Lui si voltò a guardarla. Non aveva gli occhi pieni di lacrime, né si stava sforzando di trattenere il pianto; eppure nel suo sguardo c’era qualcosa di al tempo stesso così rassegnato, spaventato e triste da farle male quanto le parole che aveva dovuto ascoltare pochi minuti prima. Si piegò verso di lui e lo strinse a sé con il braccio libero, e le parve di sentirlo incredibilmente magro, incredibilmente fragile sotto la maglietta zuppa di pioggia. Era ancora più alta di lui; appena un pochino, sì, ma la differenza c’era ancora seppure ridotta ad un paio di centimetri e ora lui le pareva così piccolo. Lo tenne stretto a sé per qualche istante, il mento appoggiato sulla sua spalla.

«È okay. Anch’io ho paura.» sussurrò, le labbra vicine al suo orecchio, sebbene lui non avesse detto nulla. Solo allora lui ricambiò l’abbraccio. Misty lo strinse più forte per un momento, rischiando di lasciar cadere l’ombrello.

«Hai intenzione di restare qui a prendere freddo?» gli chiese poi quando lo lasciò andare. Lui accennò un sorriso quasi invisibile.

«Non devi sempre preoccuparti così tanto per me.»

Lei scrollò le spalle. «Infatti, non “devo” farlo.» ribatté «Io voglio preoccuparmi per te. E mi preoccuperei se ti prendessi una polmonite restando sotto questo diluvio.»

(Oppure se qualcuno ti vedesse qua fuori da solo. Saresti un bersaglio fin troppo facile…

non puoi chiedermi di non preoccuparmi)

Gli prese la mano, cercando di strattonarlo non troppo bruscamente verso l’ingresso del pokemon center. Lui si oppose. Sapendo che se avesse insistito avrebbe solo peggiorato le cose, Misty sospirò e lo lasciò andare, per poi appoggiarsi di fianco a lui alla staccionata.

«Sai…» mormorò, e il suo sguardo si perse, oscurato da un’ombra improvvisa «Mia madre è morta dodici anni fa. Io ne avevo tre. È morta di cancro, o almeno… questo è quello che mi è stato detto poi. Allora io non sapevo neppure cosa volesse dire morire.»

Ash si voltò di nuovo a guardarla, a disagio.

«Misty…»

«Non la ricordo molto bene.» proseguì lei «Ero troppo piccola. Ricordo che aveva i capelli rossi come i miei, e… una voce molto dolce. Ricordo che mi raccontava delle fiabe, credo che le inventasse lei. Preferirei che mi avesse letto delle fiabe da un libro, almeno adesso avrei un posto in cui cercarle. Dell’ultima parte della sua vita io… non mi ricordo niente.»

Intendeva dire che non ricordava nulla del periodo che sua madre doveva aver trascorso in ospedale prima di morire. Non aveva alcun ricordo di averle fatto visita, forse perché davvero nessuno l’aveva mai portata là giudicando che fosse troppo piccola per sopportare di vedere la madre in un letto d’ospedale o forse perché la sua mente aveva rimosso tali ricordi. Adesso avrebbe dato l’anima per averne conservato almeno uno, per non essere stata troppo piccola ed ingenua, per avere almeno un’informazione certa del fatto che Rose Waterflower era veramente morta di cancro e che nessuna organizzazione spietata che portava il nome di Team Rocket aveva qualcosa a che fare con il modo in cui se n’era andata.

La mano della ragazza si irrigidì sul manico dell’ombrello. «Se non è andata veramente come mi è sempre stato detto, se… se loro c’entrano qualcosa… lei adesso potrebbe essere ancora qui.»

Ash non seppe cosa dire. Le cinse le spalle con un braccio, tirandola verso di sé. Lei serrò le labbra con forza e tirò su col naso obbligando se stessa a non piangere mentre appoggiava la testa sulla sua spalla, rinunciando a cercare di tenere dritto quello stupido ombrello e sentendosi gocciolare addosso quella stupida pioggia, mentre il suo stupido ragazzo che preferiva restarsene in cortile alle quattro del mattino sotto quella specie di diluvio universale anziché tornare dentro con lei la teneva stretta, e che avrebbe tanto voluto avere qualcosa da dirle.

Ma le andava bene anche così. Solo per quell’istante, poteva bastare che lui la tenesse in quel modo, poteva bastare quel silenzio, anche nella pioggia che infradiciava i capelli e gli abiti di entrambi e strappava i petali e le corolle dei biancospini.

 

*

 

Poche parole gracchianti sussurrate in una ricetrasmittente.

«Sono soli. Nessuno in vista.»

Lo sportello di un’auto nera schiuso lentamente, dal lato del passeggero. Passi sull’asfalto bagnato.

«Bene. È il momento adatto.»

 

*

 

Con un sospiro, Misty si chinò a raccogliere l’ombrello che aveva lasciato cadere a terra, a riempirsi di pioggia. Non che servisse a qualcosa, ormai. Era bagnata quanto lui e stava iniziando ad avere veramente freddo. Chiuse l’ombrello e si strinse le braccia attorno al corpo, in un tentativo abbastanza inutile di riscaldarsi.

«Ash Ketchum, se mi prendo un malanno per colpa tua giuro che me la paghi.»

Lui scrollò le spalle. «Non ti ho chiesto di rimanere o sbaglio.»

«Non sbagli.» si arrese lei. Scostò con la mano i capelli appiccicati al viso, pensando che almeno di una cosa quella pioggia la doveva ringraziare. Ash non aveva visto la lacrima che le era caduta sulla guancia pochi attimi prima, mentre pensava a sua madre. La pioggia gli aveva impedito di vederla – o almeno aveva finto che così fosse stato e se la versione giusta era la seconda lei gliene era grata.

«Non vuoi tornare dentro…?»

«Fra un minuto.» rispose lui «Tu vai pure se vuoi. Ho… bisogno di pensare un attimo.»

«E non puoi farlo all’asciutto?» ribatté. Parte di lei non desiderava altro che tornare dentro, togliersi quegli abiti zuppi di pioggia e tornare ad infilarsi sotto le coperte. Ma non sarebbe stato lo stesso senza il calore del suo corpo contro il proprio. E a parte quello, sapeva perfettamente che se fosse tornata in camera avrebbe passato le ore che mancavano al mattino a contare i secondi domandandosi se non fosse il caso di andare a controllare se andava tutto bene fino a che non lo avrebbe visto di ritorno. Non poteva lasciarlo là da solo quando gli uomini di Hun potevano essere ovunque.

Ma era probabile che non lo avrebbe lasciato solo neppure se avesse saputo che era per sé stessa che doveva avere paura in quel momento.

«Te l’ho detto, non devi rimanere.»

«Io voglio rimanere.» disse. Anche se era bagnata da capo a piedi. Anche se stava tremando di freddo. «Ti do così fastidio?»

Ash la guardò sorpreso per un istante, poi distese le labbra in un sorriso e scosse la testa.

«Ma no.»

«Perfetto, allora resto.» affermò lei. Passò distrattamente le dita sul ramoscello imbiancato di uno dei cespugli di biancospino, proteggendone la cima con la mano prima che la pioggia potesse portare via e disperdere anche quei pochi petali rimasti. Con una stretta al cuore, ricordò qualcosa che aveva detto ad Ash quelli che effettivamente erano pochi giorni prima, ma adesso parevano molto di più, settimane o mesi.

Ho letto da qualche parte che simboleggia la speranza.

Guardò quei cespugli adesso, spelacchiati e con i petali bianchissimi sparsi al suolo, sulla terra che la pioggia aveva reso cedevole e scura, di un colore più vicino al nero che al bruno.

E di colpo ebbe molta più voglia di piangere.

 

*

 

«Drew! Drew svegliati! Avanti…»

Sì, d’accordo, nessuno avrebbe potuto continuare a dormire con degli scrolloni simili o con i richiami insistenti di lei nelle orecchie. Aprì gli occhi assemblando nella mente assonnata qualcosa di vagamente simile ad un’imprecazione. Distinse vagamente il volto di Vera sopra di lui, i capelli castani che ricadevano in avanti arrivando quasi a sfiorargli il viso e gli occhi azzurri spalancati e almeno all’apparenza (per quanto poteva vedere neanche due secondi dopo essere stato svegliato in quel modo, okay) colmi di preoccupazione.

Cercò di allungare lo sguardo oltre la sagoma di lei in cerca dell’orologio sulla parete. «Che ore sono…?» fu tutto quello che riuscì a borbottare.

Lei scosse la testa, i suoi occhi rimasero fissi in quelli di lui. «Non lo so, tardi… o… mattina presto ma… non importa adesso, alzati!»

Prima ancora che avesse il tempo di raccapezzarsi, Vera l’aveva afferrato per un braccio e stava cercando di tirarlo giù dal letto. Non era certo che ci sarebbe riuscita, ma di sicuro con quello aveva eliminato totalmente ogni suo residuo proposito di voltarsi dall’altra parte e rimettersi a dormire.

Si alzò e la seguì – o forse sarebbe più esatto dire che lei lo trascinò – in direzione della finestra. La prima cosa che notò lo lasciò totalmente interdetto.

«Che diavolo ci fanno quei due sotto la pioggia…?»

Gli ci volle un po’ per rendersi conto che era qualcos’altro che Vera gli stava indicando.

«Non lo so, ma non guardare loro, guarda là…»

era l’ingresso del parcheggio sotterraneo. Un’auto nera stava facendo lentamente manovra per uscirne ed aguzzando la vista per distinguere qualcosa nella semioscurità e attraverso la pioggia che cadeva incessantemente Drew ne vide i vetri oscurati e vide lo sportello del passeggero schiudersi quel tanto che bastava perché la sagoma di qualcuno che vestiva di nero da capo a piedi potesse sgusciarne fuori e allontanarsi furtivamente.

Gli sarebbe piaciuto poter liquidare il tutto con un semplice E allora? Ma quello che vedeva gli accendeva nella mente troppi campanelli d’allarme perché potesse semplicemente metterli a tacere tutti quanti.

Lui era fuori, al di là della staccionata. Era vestito di nero. Era come se mi stesse tenendo d’occhio, o stesse tenendo d’occhio tutto il pokemon center.

Vera a terra fra i cespugli di biancospino, la fronte macchiata di sangue. Misty rapita e ridotta in coma. Ash preso a botte nel parcheggio di cui lui adesso stava osservando l’entrata.

Gli uomini neri.

Il Team Rocket. O meglio, l’ex Team Rocket; i membri di quell’organizzazione senza un volto certo che avevano fallito nel loro incarico cinque mesi prima e che erano scampati alla vendetta di quello che era stato il loro capo, e adesso cercavano una sorta di lasciapassare per avere salva la vita.

Vera lo afferrò per un braccio, praticamente conficcandovi le unghie, e facendogli male. «Sono in pericolo! Ash e Misty sono in pericolo!»

Un istante più tardi stava già correndo in direzione della porta, scalza e con addosso soltanto la camicia da notte.

«Vera, aspett– »

Il resto fu coperto dalla porta che andava a sbattere contro la parete per l’impeto con cui era stata spalancata.

La inseguì. Non poteva fare altro, essendo lei troppo lontana perché potesse ancora fermarla. Pur essendo più veloce di lei, per un pelo non riuscì ad afferrarla prima che lei si precipitasse oltre la porta d’entrata e poi fuori, nella pioggia.

«Ash! Misty! Venite via! SIETE IN PERICOLO!»

La raggiunse, afferrandola per un braccio, a metà del cortile.

Loro si voltarono entrambi di scatto agli strilli della ragazzina. Ash spalancò gli occhi, si guardò intorno quasi freneticamente, prima di localizzare la macchina che prima nessuno dei due aveva notato, e serrare la mano sul polso di Misty e poi bloccarsi, incerto, domandandosi se il pericolo fosse veramente quello, se Vera non avesse alluso a qualcos’altro o se–

«Tornate dentro!»

Forse se non avesse esitato quell’istante di troppo, niente di tutto quello che seguì sarebbe mai accaduto. Perché quando si decise infine a correre trascinando con sé una Misty del tutto presa alla sprovvista e spaventata a morte, una sagoma scura scavalcò con un balzo la staccionata parandosi loro davanti, e sbarrando loro la strada.

Impiegò meno di un istante per riconoscere uno degli uomini di Hun.

Provò a scattare nella direzione opposta, ma non abbastanza in fretta. Sentì Misty strillare e sentì la sua mano venire strappata via dalla propria stretta e prima ancora di avere il tempo di voltarsi indietro un calcio lo raggiunse in mezzo alla schiena, togliendogli il fiato per un istante e facendolo franare a terra.

Rotolò e si rimise in piedi, e vide Misty nelle grinfie dell’uomo in nero, i polsi bloccati dietro la schiena e una mano sulla bocca perché non potesse urlare. Prima che potesse lanciarsi sul suo aggressore nel tentativo di liberarla qualcuno che era dietro di lui lo afferrò bloccandogli le braccia e quando provò a divincolarsi la lama di un coltello premette contro la sua gola.

«Vedi di collaborare.»

Poche parole pronunciate con freddezza ma anche con ferocia. Piegò la testa all’indietro, tentando inutilmente di allontanare il collo dalla pressione del metallo gelido.

«Lasciami andare, pezzo di– » e poi vide che l’uomo che teneva prigioniera Misty la stava trascinando via e i tentativi di lei di divincolarsi dalla sua stretta erano totalmente inutili, con i piedi che toccavano terra a malapena e la mano del suo aggressore schiacciata sulla bocca impedendole quasi di respirare «Lasciala! Lasciala andare!»

«Basta!» questa era Vera. Si era liberata dalla presa di Drew che aveva cercato di portarla al sicuro e stava correndo verso di loro, verso Misty per la precisione e verso l’uomo che stava cercando di portarla via, per afferrarlo per un braccio e cercare inutilmente di fargli mollare la presa. Lui se la scrollò di dosso senza difficoltà, facendola finire a terra contro la staccionata. Drew la raggiunse correndo, si lasciò cadere sulle ginocchia vicino a lei.

«Vera!»

Lui, di tutto questo riusciva a vedere soltanto gli occhi verdi di Misty, grandi ed atterriti, tutto ciò che riusciva a scorgere del suo viso fra i capelli fradici che ora le ricadevano in ciocche scomposte sulla faccia e la mano dell’uomo che le stava impedendo di urlare e che aveva ripreso a trascinarla verso la macchina dopo aver scalciato via Vera.

Non pensò. Si divincolò e basta, a rischio di ritrovarsi la gola squarciata dalla lama del coltello, mollando calci e gomitate alla cieca fino a che non sentì la stretta che lo bloccava allentarsi e non poté scattare in avanti scagliandosi sull’altro uomo e senza avere neanche idea di come ci fosse riuscito qualche attimo più tardi era riuscito a fargli mollare la presa su Misty. Lei cadde sull’asfalto bagnato a cercare di riprendere fiato, in respiri più simili a singhiozzi fino a che Ash non le gridò di scappare, di andare via.

«Non pensare a me è te che vogliono!»

Meno di un istante più tardi era a terra di nuovo ed un colpo violentissimo l’aveva raggiunto alle costole, lasciandolo a boccheggiare sull’asfalto, la vista ottenebrata dal dolore come da ali scure chiusesi di colpo su di lui.

Misty esitò per un attimo, gli occhi colmi di lacrime disperse in parte dalla pioggia fissi su di lui, incapace di ascoltare quello che lui le aveva urlato prima di venire steso con un solo colpo, e di darsela a gambe fino a che effettivamente l’ex agente Rocket non si slanciò di nuovo verso di lei. Soltanto allora si rialzò in piedi velocemente quanto le gambe le permisero e iniziò a correre nella direzione opposta, i capelli rossi appiccicati al viso, le mani strette a pugno e le palpebre serrate per un istante di troppo nel tentativo di spazzare via le lacrime che la accecavano.

Fu allora che per quella che in realtà non fu che una brevissima manciata di istanti il tempo parve rallentare, ripiegarsi su se stesso, come se fosse stato possibile scrollarsi di dosso quella sensazione di orrore che per quella che non era in realtà più di una frazione di secondo lo tenne incollato a terra e vincerlo, impedire che accadesse.

Vide i fari dell’auto nera illuminarsi, li vide farsi più vicini illuminando coni di luce nella pioggia.

Vide Misty illuminata dalla luce di quei fari, la vide arrestarsi di botto, vide i suoi occhi grandi, spalancati.

Si rialzò, corse. Ma era inutile ormai, lei era troppo lontana perché potesse raggiungerla in tempo.

Sentì il suo grido soffocato dallo stridio dei freni. Sentì il tonfo sordo del suo corpo immobile che urtava l’asfalto quando la vide cadere, e gli parve più forte di tutto il resto.

«MISTY!»

E poi mani e braccia lo bloccarono di nuovo, impedendogli di correre ancora, e di raggiungerla.

E lui non riuscì a lottare più di tanto stavolta, i suoi tentativi di liberarsi furono indeboliti dall’orrore ottenebrante che lo teneva immobile a guardare la sagoma caduta di lei.

Misty.

A terra, sull’asfalto, i capelli zuppi di pioggia a coprire il viso.

E una macchia rosso scuro che si allargava lentamente sotto la testa, come una macchia d’acquerello poco diluito, ma infinitamente più scura e densa. Per venire lavata via dalla pioggia come l’immagine di un sogno che sbiadiva di fianco a quella realtà in grado di colpire come una revolverata in pieno petto.

Misty.

Si riscosse solo quando chi era nell’auto scese e aggirò il veicolo per fermarsi vicino alla sagoma immobile di lei. Allora lottò, cercò di divincolarsi, mollando calci e morsi e gomitate ma senza ottenere niente stavolta. Allora urlò, con la forza della disperazione che era l’unica forza che in quel momento gli rimaneva, mentre l’uomo che era sceso dall’auto si chinava su Misty e la sollevava da terra come una bambola rotta.

«Drew! Aiutami! PRENDI MISTY PRIMA CHE LA PORTINO VIA!»

Drew stava già correndo in quella direzione. Ma si bloccò di colpo quando la canna di una pistola, impugnata dall’uomo che prima aveva cercato di trascinare via Misty, si volse verso Vera.

Poche parole, ma in grado di tenerlo inchiodato dov’era.

«Fai una mossa e la tua amica qui finisce all’altro mondo.»

Drew rimase immobile dov’era, a due metri scarsi da Misty, le mani sollevate come un criminale colto sul fatto e lo sguardo fisso sulla canna dell’arma puntata verso la sua ragazza, senza osare quasi respirare. Non si mosse quando Ash gridò, lo implorò di impedire all’uomo in nero di portare via Misty. Non si mosse quando il corpo della ragazza fu gettato con noncuranza sui sedili posteriori – e per quanto assurdo Ash ebbe l’impressione di continuare a vedere tutto con chiarezza allucinante nella propria mente, e di vedere addirittura il sangue che impregnava la tappezzeria del veicolo – e lo sportello si chiuse con un tonfo.

Non si mosse quando l’auto ripartì con una sgommata portando via Misty.

Non si mosse fino a che l’uomo in nero abbassò la pistola, per riporla nella fondina alla cintura e dileguarsi. Allora corse da Vera.

Lui smise di lottare. Semplicemente, quando si rese conto che l’auto nera era ormai scomparsa dal suo campo visivo e Misty con lei smise di cercare di divincolarsi dalla stretta dell’ex agente Rocket e non reagì neppure quando una ginocchiata lo colpì alla schiena facendolo cadere a terra a quattro zampe e l’uomo seguì il suo complice.

Rimase a terra, semplicemente, lo sguardo perso nel vuoto senza vedere neppure le lacrime che gli avevano riempito gli occhi, senza riuscire a pensare nient’altro che Misty, Misty, Misty.

 

CONTINUA...