BREAK MY FALL
XI.
«Drew…?»
Aprì appena gli occhi per ritrovarsi a guardare in quelli azzurri di lei. Era sua la mano che l’aveva scosso, strappandolo al sonno in cui era riuscito a scivolare solo dopo essere rimasto a lungo perso nei propri pensieri. Borbottò qualcosa, protestando per essere stato svegliato nel mezzo della notte.
Lei lo scosse con più energia. «Drew!»
«Mmmh… ma che c’è?» si arrese, aprendo completamente gli occhi. Vera era in piedi vicino al suo letto, con indosso la camicia da notte. Gli parve che ci fosse qualcosa di strano nei suoi occhi, qualcosa di vagamente spaventato, o preoccupato. Si tirò su a sedere, passandosi una mano fra i capelli più simili ad un riccio di mare che alla sua solita chioma.
«Che succede…?»
La vide avvinghiare le mani sul petto, quasi convulsamente. «Sono preoccupata, Drew.» esclamò la ragazzina «Ho fatto un brutto sogno e… c’era Ash… e Misty… e loro sono là da soli adesso e uno degli uomini neri ha già cercato di uccidere Misty… e se tornassero? Se fossero in pericolo…?»
Non si accorse di come lui avesse alzato gli occhi al cielo per un istante quando aveva pronunciato il nome di Ash. Drew sospirò e lanciò una rapida occhiata in direzione dell’orologio sulla parete, constatando che lei l’aveva svegliato alle tre e un quarto di notte solo per dirgli che aveva fatto un brutto sogno. Sbadigliò coprendosi la bocca con la mano.
«Vera, è tardi.» borbottò «Ed era un sogno.»
«Sono preoccupata comunque!» esclamò lei con voce un po’ troppo acuta, rischiando di svegliare anche Brock e Max che – fortuna loro – stavano ancora dormendo «Drew, quella gente vuole uccidere Misty, e probabilmente lei è da sola ora e se tornassero e se Ash questa volta non facesse in tempo a– »
«Conoscendo Ash, non si sarà staccato da lei a meno che non l’abbiano portato via di peso.» la interruppe lui «E non sono tanto sicuro neppure che potrebbero esserci riusciti in quel modo.»
Vera si morse il labbro pensosamente, distogliendo per un attimo gli occhi azzurri da quelli verdi di lui. Un istante dopo lo guardava di nuovo, e con lo stesso sguardo di prima.
«E se volessero uccidere anche lui? E poi è ferito, e ha già rischiato grosso una volta… se cercasse di nuovo di difendere Misty potrebbe…»
Non finì la frase. Drew sospirò di nuovo. «Cosa pretendi che faccia, esattamente? Che vada là con un mitra alle tre e un quarto di notte?»
Lo disse un po’ troppo bruscamente. Gli occhi di lei si spalancarono di colpo. Vera non indietreggiò, non esattamente, ma Drew ebbe comunque l’impressione di vederla arretrare o almeno ritrarsi un pochino. Solo in quel momento si rese conto di aver pronunciato quelle parole in modo così brusco.
«Sei arrabbiato con me…?» mormorò Vera. Drew l’aveva trattata in modo vagamente scostante per buona parte di quel giorno, ma non era mai stato così brusco, non ancora. «Perché se ho fatto qualcosa che non va, non l’ho fatto apposta, te lo giuro! Non me ne sono neanche accorta!»
I suoi occhi azzurri si fecero umidi di lacrime, appena appena. Drew rinunciò alla prospettiva di rimettersi a dormire. Allontanò le coperte e le fece cenno di sedersi vicino a lui. Vera obbedì, ma badò attentamente di lasciare fra loro una decina di centimetri, continuando a guardarlo con quegli occhi; e lui riuscì una volta di più a stupirsi di quanto potesse essere ingenua a volte.
«Non sono arrabbiato con te, Vera.» le disse. Lei lo contemplò dubbiosa per un istante, poi disse qualcosa che lo lasciò totalmente interdetto.
«Allora sei arrabbiato con Ash…?»
Quello lo stupì ancora di più, abbastanza da lasciarlo interdetto per un istante. Abbastanza perché fosse lei a prendere la parola di nuovo, nervosamente, mordendosi il labbro inferiore ed evitando di continuare a guardarlo negli occhi.
«…Scusa.» disse in un sussurro, tormentando fra le dita un lembo della camicia da notte «Ash è il mio migliore amico, lo sai… e se ho fatto qualcosa di sbagliato, io… mi dispiace, Drew. Scusami.»
All’ultimo momento lui si trattenne dal lasciare andare un altro sospiro.
«Ma no, te l’ho detto. Non hai fatto niente di sbagliato.» disse, evitando a sua volta lo sguardo della ragazzina che sedeva al suo fianco «Non ce l’ho con te.»
Vera alzò gli occhi verso di lui. «Non si direbbe, sai…?» disse lentamente, e piano, appena in un bisbiglio. L’intera conversazione si era svolta ad un volume di voce piuttosto basso, considerato che dall’altro lato della stessa stanza Brock e Max dormivano profondamente; adesso però la voce di lei si era abbassata ancora di più, tanto che Drew quasi non riuscì a capire.
Soltanto quasi, però.
«Non ce l’ho con te.» ripeté. Lo sguardo di lei rimase scettico.
Drew tacque. Negli attimi di silenzio che seguirono, formulò nella propria mente almeno cento diverse cose da dirle.
Non ce l’ho con te. Sono solo un cretino.
Non sono più importante del tuo migliore amico…?
Scusa.
Ma odio vederti con lui.
…Sono un cretino.
Scusa…
Ma lei non ne avrebbe sentita nessuna. Rimase in silenzio, tornando lentamente a volgere gli occhi in direzione del pavimento. Adesso che si rendeva conto di essere nel torto, dire qualcosa, qualunque cosa che potesse far tornare le cose a posto almeno un pochino era ancora più difficile, almeno per lui.
«Torna a dormire.» finì invece per dirle, chinando la testa in un gesto quasi di rabbia «È tardi.»
Trascorse una lunga manciata di istanti, che a entrambi parve interminabile, prima che lei si decidesse a bisbigliare un «Okay…» che fu poco più di un bisbiglio, un respiro, quasi – ma non abbastanza da poterlo definire tale – reso tremante da un pianto imminente.
Ancora in silenzio, Drew rimase a guardarla alzarsi in piedi e raggiungere la scaletta che conduceva al letto superiore. Solo quando lei era ormai quasi totalmente scomparsa dal campo visivo le parole gli uscirono di bocca d’impulso.
«Vera, scusa…»
Lei, che aveva quasi raggiunto il proprio letto, scese di qualche piolo e si affaccio verso di lui. Per un istante a Drew parve di vederle scintillare negli occhi un velo quasi invisibile di lacrime, che si dissolse però nel momento in cui la ragazzina stirò le labbra in un sorriso.
«Okay.» disse piano Vera «Adesso vado a dormire. È tardi, no…?»
Drew annuì. Rimase a guardarla arrampicarsi rapidamente sulla scaletta fino a che non riuscì più a vederla e sentì le molle del materasso sopra la sua testa gemere appena appena mentre lei si coricava. Per qualche istante ancora rimase seduto dov’era, nonostante non ci fosse più nulla da vedere a parte il buio e Brock e Max che dormivano negli altri due letti. Poi tornò a stendersi, appoggiando la testa sulle proprie dita intrecciate, e solo dopo molto tempo riuscì a riprendere sonno.
Si svegliò poco dopo l’alba. La prima cosa che sentì, e che lo meravigliò non poco, fu il calore di un altro corpo contro il proprio. Aprì gli occhi di scatto trovandosi a guardare Vera addormentata vicino a lui, la testa castana e arruffata appoggiata contro il suo fianco.
Per qualche attimo non riuscì a fare altro che rimanere a guardarla dormire. Poi un sorriso si insinuò sulle sue labbra, quasi contro la sua volontà.
Si chinò a darle un bacio su una guancia, attento a non svegliarla.
«Scusami…»
*
«Siete un branco di incapaci. Un branco di inutili incapaci!»
La mano si serrò con forza attorno al fascicolo contenente le informazioni sui loro obiettivi, accartocciandolo in un gesto di rabbia. Poteva quasi sentire i suoi uomini trattenere il respiro, il silenzio dei locali abbandonati nei quali adesso la sua voce era l’unica a risuonare. Certamente nessuno di loro avrebbe osato proferire parola adesso, fosse anche soltanto per implorare il suo perdono.
Sfiorò il calcio della pistola. Volendo, avrebbe potuto ucciderli uno ad uno. L’ascendente che esercitava su di loro era tale che nessuno avrebbe osato ribellarsi – e dire che non sarebbe stato così difficile, considerata la superiorità numerica.
Ma aveva bisogno di loro. O meglio… le servivano, allo stesso modo in cui avrebbero potuto servirle delle bestie. Quell’esercito scarno e dalle discutibili capacità era l’unica vera arma di cui disponeva, l’unico mezzo per avere salva la vita scampando al prezzo che Giovanni avrebbe fatto pagare a lei e ad Attila non appena fosse riuscito a localizzarli.
«Meritereste soltanto la morte.»
Il silenzio rimase totale. Teatralmente, Hun sfilò la pistola dalla fondina alla vita e ne fece scattare il caricatore. Poi, il suo sguardo si fermò su uno degli uomini davanti a lei, quello che aveva fallito il suo incarico. Un ghigno quasi impercettibile si delineò sulle sue labbra sottili mentre aveva l’impressione, quasi la certezza, di vederlo trattenere il respiro nei polmoni.
«Tu potresti essere il primo.»
«Chiedo perdono, signora. Non si– »
«Taci. Vi concedo un’ultima possibilità. Stavolta non tollererò un altro fallimento, dunque sfruttate il momento opportuno. Riportatemi qui la ragazza, la figlia di Rose. Non ha importanza se viva o morta. Quello che conta è che il suo ragazzo la creda ancora viva.»
*
«Come stai?»
«Un po’ meglio.» disse lei, ma per qualche motivo gli parve che non l’avesse detto in piena convinzione. Non con l’intenzione di mentire, non proprio, ma neppure gli era parsa un’affermazione del tutto sincera. Sorrideva, e il suo volto aveva recuperato quasi completamente un colorito sano; eppure c’era ugualmente qualcosa, forse nel suo sguardo o nella curva un po’ forzata delle sue labbra. Si sedette sulla sedia vicino al suo letto.
«Sei sicura?»
Lei si sforzò di trasformare il suo sorriso in uno che potesse apparire un po’ più smagliante, o un po’ più sincero. «Ma sì, certo.» disse «E tu? Ti vedo in forma.»
«Aha, mai stato meglio!» esclamò Ash. Si alzò in piedi – anche se non esattamente di scatto come avrebbe voluto – flettendo le braccia come un campione olimpionico per dimostrare il concetto. Era stato dimesso il giorno precedente, a due giorni di distanza dalla notte che aveva trascorso nella stanza di Misty. Lei ne avrebbe avuto ancora per un po’ prima di poter lasciare l’ospedale; di conseguenza Ash non aveva praticamente messo piede al pokemon center, se non per recuperare le proprie pokeball e quelle di lei.
Fino a quel momento nessuno degli uomini di Hun si era ancora fatto vivo, dopo quello che aveva cercato di uccidere Misty durante il suo coma. Ma era più che probabile che stessero mettendo a punto qualche piano d’attacco più sofisticato ed inattaccabile dei precedenti; era più che probabile che in qualunque momento la situazione potesse ribaltarsi totalmente, rispedendoli in mezzo a quell’inferno che non aspettava altro che inghiottirli.
Si sforzò comunque di non pensarci. Misty rise leggermente guardandolo e per un istante quel qualcosa di strano e turbato che aveva negli occhi si dissolse.
«È vero! Sono in forma perfetta!» esclamò, sperando di poter mantenere lontana quell’ombra. Lei scrollò la testa con aria rassegnata.
«Siediti e piantala di fare lo scemo.» gli disse, dolcemente. Lui obbedì. Tese una mano verso di lei e sfiorò appena le punte dei suoi capelli, per poi guardarla negli occhi.
«Sul serio, Misty, cosa c’è?»
«Niente, Ash.» sospirò lei. Si strinse le braccia attorno al corpo e improvvisamente parve molto più piccola, molto più fragile. Improvvisamente lui ebbe la certezza che la risposta esatta a quella domanda non fosse affatto niente. «Sono solo preoccupata. Tutto qui.»
Ash la osservò ancora per un istante. «Guardami.» le disse poi, perché lei era sì voltata verso di lui, ma le ultime parole le aveva dette senza guardarlo direttamente. Ora tornò ad alzare gli occhi verdi in direzione dei suoi.
«Ripetimi quello che hai appena detto. Senza guardare per terra.»
Lei schiuse le labbra, ma si bloccò un attimo prima di parlare. Tacque per qualche istante, poi scosse la testa. «Sono preoccupata.» disse semplicemente e la voce le tremò appena sulle ultime due o tre sillabe «Non si sono ancora fatti vivi, ma potrebbero. In qualunque momento. Anche adesso. No Ash, non dire che se uno di loro entra qui ora ci pensi tu a tenerlo lontano.» lo azzittì, accorgendosi che lui era sul punto di parlare «Potrebbero uccidere anche te.»
Lui finse che quelle parole non l’avessero toccato più di tanto. Scrollò le spalle. «Prima devono riuscirci.» scherzò, sperando che prenderla con una simile leggerezza – o almeno fingere che fosse così – potesse strapparle un altro sorriso. Misty si limitò a rivolgergli uno sguardo severo, in cui lui non vide però solo un rimprovero. Gli bastò guardarla negli occhi per sapere che poteva benissimo smettere di fingere, perché non sarebbe servito.
Perché lei lo sapeva benissimo.
«Ash…» disse piano lei. Tornò ad abbassare lo sguardo. «Non c’è bisogno che fai finta di niente anche quando sei solo con me, sai? Quando sei con gli altri puoi fingere quanto vuoi, ma credevo avessi capito che con me non attacca.»
Lui rimase in silenzio per una manciata di istanti, totalmente interdetto da quelle parole. Gli ci vollero parecchi secondi prima di riuscire a formulare una frase sensata.
«Non sto affatto fingendo…»
«Non è vero.» disse lei, semplicemente. Per qualche attimo lui si aspettò un rimprovero di qualche tipo a seguire quelle parole; e spalancò gli occhi quando invece la vide spingere via le lenzuola e slanciare le gambe oltre il bordo del letto.
«Ferma, cosa vuoi fare? Sbaglio o il medico ha detto che non puoi ancora alzarti?»
Gli occhi verdi di lei si volsero verso i suoi, dal basso verso l’alto, insolitamente timidi e quasi colpevoli. «Sì…» disse piano la ragazza, stringendo un lembo del lenzuolo fra le dita sottili. Per un attimo, Ash ebbe l’impressione di vedere i suoi occhi scintillare di lacrime, prima che lei distogliesse lo sguardo di colpo. «Ma odio questo stupido letto e odio non potermi alzare. Mi sento bene.»
Lui non disse nulla. Misty tornò a guardarlo.
«Per favore.» disse piano, continuando a tormentare fra le mani la stoffa del lenzuolo «Voglio alzarmi solo per qualche minuto. Il tempo di arrivare almeno alla finestra e guardare fuori. Odio questa stanza, odio questo letto…» tacque per un lungo attimo, mordendosi le labbra, prima di concludere: «Tu mi dovresti capire.»
Sicuramente, qualcosa che non poteva negare.
Lasciò andare un lungo sospiro, rendendosi conto di non poter continuare a sostenere il suo sguardo ignorandola per un istante di più. Piano, quasi temesse di farle male, si sporse verso di lei passandole un braccio attorno alla vita.
«D’accordo.» disse, scuotendo la testa «Però ti aiuto io, d’accordo? E se ti gira la testa o non ce la fai torni a letto immediatamente.»
«Ash, mi sento bene.» protestò lei, ma ad ogni buon conto si aggrappò alla sua spalla per alzarsi e ad Ash parve che scaricasse il proprio peso più di lui molto più del necessario. «Piano.» mormorò, e rafforzò la presa attorno alla sua vita sostenendola fino a che non furono in piedi entrambi.
«Ce la fai, sicura?»
La ragazza annuì, sebbene ad Ash non paresse del tutto convinta. Tuttavia, lentamente la guidò verso la finestra, continuando a tenerla per la vita fino a che lei non poté appoggiarsi al davanzale; ed anche allora si limitò ad allentare la presa, senza allontanarsi da lei.
Misty rimase per qualche istante ad osservare il piccolo scorcio di Hawthorn City che riusciva a scorgere fuori dalla finestra. I biancospini si intravedevano anche da lì. Speranza… Ash seguì lo sguardo della ragazza, e cercò di ricordare il momento in cui lei gli aveva parlato del significato di quei fiori. Cercò di ricordare se mai ci avesse creduto, anche solo per un istante.
Probabilmente no.
Misty rabbrividì appena, cercando la sua mano e intrecciando strettamente le dita a quelle di lui.
«Stai bene…?»
«Sì.» mormorò lei «Solo… cose a cui non vorrei pensare.»
E chiuse gli occhi, come se quello potesse bastare a tenere lontani i ricordi che avrebbe tanto voluto poter cancellare.
Deve aver ereditato il talento da sua madre.
Attila che affondava la lama del coltello nel corpo di Ash, il sangue di lui sulle sue mani.
Il volto sfregiato dalla cicatrice del suo carceriere, a pochi centimetri dal suo, mentre la teneva bloccata contro la parete. Il peso del suo corpo che la schiacciava impedendole quasi di respirare.
Di colpo si allontanò da Ash. Fu un impulso improvviso, impossibile da ignorare. Si liberò della stretta attorno alla sua vita ed indietreggiò di un passo, senza pensare, senza sapere cosa stesse facendo, sentendosi improvvisamente soffocare, rivedendo per una frazione di secondo davanti a sé occhi chiari e spiritati, mura luride di uno stabilimento abbandonato da decenni.
«Misty? Misty cosa c’è?»
Sentire la mano di lui appoggiarsi sul suo braccio ed il tono preoccupato della sua voce la riportò sulla terra di colpo. Sbatté le palpebre, e davanti a lei c’erano solo gli occhi scuri e confusi di Ash, le pareti bianche dell’ospedale.
«Misty?!»
Si sforzò di riprendere a respirare.
«Sto bene.» riuscì a mormorare, e la voce le tremò come se stesse per scoppiare in singhiozzi, sebbene i suoi occhi fossero perfettamente asciutti. Scosse la testa, si impose di calmarsi, senza tuttavia riuscirci minimamente.
«Sto bene, i-io… sto bene, davvero. Solo… mi gira un po’ la testa…»
Era vero. La stanza improvvisamente le girava intorno. Di colpo le mancò la terra sotto i piedi e sarebbe crollata a terra se Ash non l’avesse afferrata per la vita, stringendola a sé fino a che la realtà attorno a lei non smise di vorticare.
«Ti aiuto a tornare a letto.» le disse Ash, e lei annuì precipitosamente, aggrappandosi a lui per essere sicura di non cadere.
«Riposati.» mormorò piano il ragazzo, scostandole i capelli dal viso, dopo averla aiutata a raggiungere il letto e a stendersi. Lei annuì raggomitolandosi su se stessa, desiderando di potersi fare piccola piccola fino a svanire fra le pieghe delle lenzuola, desiderando di non dover aprire gli occhi mai più.
«Sto bene.» ripeté ad ogni buon conto, con voce appena udibile, sentendosi credibile quanto avrebbe potuto esserlo se avesse affermato di poter volare.
Non lo vide scuotere la testa, ma fu certa di sentirlo.
«Ti avevo detto di non alzarti.» la rimproverò Ash, e lei si domandò se davvero credesse che il capogiro fosse stato l’origine di tutto quanto «Ti dimetteranno fra qualche giorno, no? Intanto devi riposarti.»
«Senti chi parla.» borbottò la ragazza e la voce le tremò un po’ meno. Riaprì gli occhi ritrovandosi di nuovo a guardare in quelli di lui, ancora preoccupati e vagamente spaventati. Adesso però lo vide accennare un sorriso.
Si sforzò di ricambiare.
«Scusami…»
*
«Misty…?»
Non riuscì a trattenere un sospiro di sollievo quando aprì la porta della loro stanza al pokemon center e distinse nella penombra la figura di lei raggomitolata su uno dei letti, le ginocchia raccolte al petto e la schiena contro la parete. Lei non disse nulla quando lo vide entrare, si limitò ad alzare appena gli occhi.
Ash si chiuse la porta alle spalle, cercando l’interruttore della luce. «Che ci fai qui…? Non dovresti rimanere da sola. Nessuno di noi dovrebbe.»
«Lo so.» disse piano Misty. La voce le tremò appena mentre pronunciava quelle due parole. Ash le si avvicinò e non si stupì troppo di accorgersi che i suoi occhi scintillavano appena di lacrime. Si sedette vicino a lei.
«Che c’è…?»
«Niente.» mormorò lei. Si passò il dorso della mano sul viso, tentando di dissimulare quelle lacrime che aveva sperato che nessuno notasse. Speranza del tutto vana, naturalmente. Così come lei era in grado di capire perfettamente quando per Ash non era tutto a posto come lui si ostinava a ripetere, sapeva che lui era in grado di fare lo stesso con lei. Ora però non disse nulla. Si limitò a rimanere seduto al suo fianco, in silenzio, lo sguardo perso in direzione del pavimento senza metterlo a fuoco davvero. E per un po’ lei non seppe fare altro che osservarlo, osservare il profilo insolitamente serio del suo volto, le spalle vagamente curve, le mani strette a pugno appoggiate sulle ginocchia.
E in quell’istante fu certa di conoscere i suoi pensieri.
Le parve di sentirlo, quasi, mentre rimproverava duramente se stesso per non essere stato forte abbastanza quando avrebbe dovuto esserlo. Per non essere riuscito a proteggerla, ad impedire che i giorni che aveva passato in un letto d’ospedale esistessero. Le era parso di sentirlo rimproverarsi, in silenzio, da quando aveva riaperto gli occhi ed era stata lucida abbastanza perché la sua presenza vicino a lei non fosse solo un qualcosa a cui aggrapparsi per essere sicura che la nebbia non tornasse e non la portasse via di nuovo.
Non è colpa tua.
Avrebbe potuto ripetere quelle parole in eterno e lui non le avrebbe creduto. Non le avrebbe mai fatte diventare vere per lui. Ash avrebbe continuato ad incolparsi di qualcosa di cui non era minimamente stato la causa, ancora e ancora.
«Mi dispiace, Misty…»
Scosse la testa quasi con rabbia. «E di cosa?»
«Lo sai.» disse lui senza guardarla. Ma non ci fu affatto bisogno che voltasse la testa verso di lei perché Misty si accorgesse che adesso erano i suoi occhi ad essere lucidi di lacrime, appena appena, in modo quasi impercettibile. Di colpo si trovò combattuta fra l’impulso di abbracciarlo, di stingerlo a sé fortissimo, e quello di mollargli un ceffone nel tentativo di farlo ragionare.
Non fece nessuna delle due cose.
Le parve di essersi avvicinata improvvisamente ad una verità. Dolorosa, sì, stupida, sicuramente, ma innegabile. Entrambi stavano lentamente erigendo attorno a se stessi una sorta di barriera invisibile. In modo diverso, ma il risultato era lo stesso. E si ritrovò improvvisamente a domandarsi se ci fosse un modo per abbatterla prima che si chiudesse completamente, e che tutto quello che sarebbe rimasto fossero minuscole palline del tempo che avevano passato insieme da srotolare fra le mani e incollare su un album mentale, per non dimenticarle mai.
Perché non ce ne sarebbero state di nuove, e le pagine successive sarebbero rimaste bianche.
Di slancio si avvicinò ad Ash, appoggiando la testa sulla sua spalla e rannicchiandosi contro il suo corpo. «Sei un cretino.» mormorò e gli occhi le si riempirono di lacrime di nuovo. Lui la accolse avvolgendo la sua vita sottile con un braccio, ma allo stesso tempo rimase rigido, quasi pronto a scattare in piedi. Quando le parve che stesse per farlo davvero lo afferrò per la maglia, serrando le dita sulla stoffa ora vagamente umida per le sue lacrime. Sforzandosi di tenere lontani certi pensieri, combattendo con tutta se stessa per scacciare dal buio delle proprie palpebre serrate immagini che non voleva vedere.
«Forse… dovremmo tornare dagli altri.» disse lui. Senza troppa convinzione, ma neppure in modo del tutto casuale. Per tutta risposta lei gli si aggrappò ancora di più, raggomitolandosi contro di lui, e sentendo la stretta del suo braccio attorno alla sua vita farsi di colpo più salda, in modo quasi istintivo.
«Non voglio…»
Lo disse come se si illudesse di potersi stringere contro di lui fino a sparire.
«Non voglio andare dagli altri.»
Ash non protestò. La tenne semplicemente stretta a sé, sfiorando le punte dei suoi capelli sciolti in qualcosa di vagamente simile ad una carezza.
Non seppe cosa esattamente la fece scoppiare a piangere di nuovo. Cercò di farlo in silenzio, il viso nascosto nella stoffa della sua maglia, le labbra serrate per reprimere i singhiozzi.
«Misty…»
Alzò il viso. Ash le sfiorò una guancia, piano, come se volesse asciugarle le lacrime; poi la baciò.
«Scusami.» ripeté, in un sussurro, contro le sue labbra. Lei scosse la testa.
«Smettila.» disse, cercando di mantenere la propria voce abbastanza ferma. Lo sentì irrigidirsi di nuovo e poi allontanarsi appena da lei, in modo quasi impercettibile. Di slancio allacciò le braccia dietro al suo collo, tirandolo verso di sé.
«No.» mormorò «Per favore… non voglio tornare dagli altri…»
Silenzio. Il corpo di lei rannicchiato contro il suo, le sue braccia che lo stringevano come se non ci fosse altro, non esistesse altro a cui aggrapparsi. La maglia appena bagnata delle sue lacrime.
«…voglio…»
Misty si allontanò da lui appena, quel tanto che bastava per poterlo vedere in viso. Per qualche istante non ci furono altro che i suoi occhi, verdissimi, fissi nei suoi. Prima che lei tornasse a nascondere il viso contro il suo petto.
Lei si meravigliò quando lo sentì annuire, piano.
Allentò di nuovo la stretta attorno alle sue spalle, per poterlo guardare negli occhi. Lo sguardo che vide in quelli scuri di lui non era quello di sempre, quello che conosceva fin troppo bene. Era timoroso, incerto, quasi spaventato. Eppure, lui annuì di nuovo.
Lei sorrise – appena, un sorriso che non fu più fermo o più sicuro dello sguardo che aveva negli occhi lui – e lo baciò di nuovo, iniziando in modo dolce, dolce.
Poi, e nessuno dei due avrebbe mai saputo quanto tempo fosse trascorso, ci furono i vestiti di entrambi abbandonati a terra in un mucchietto disordinato, il fruscio delle lenzuola. La voce sottile e appena tremante di lei, di colpo incerta e spaventava che sussurrava Ti prego, non farmi male ma non era certa di dirlo davvero.
Il suo respiro fra i suoi capelli. Il calore del suo corpo. I suoi movimenti inesperti, le mani che cercavano le sue, per intrecciarvisi, stringerle.
La sensazione, la certezza che tutto il resto avesse smesso di esistere. Che tutto quello che aveva desiderato di poter cancellare fosse stato spazzato via.
Dopo, Ash rimase steso per metà vicino a lei e per metà su di lei, il viso fra le ciocche color tramonto dei suoi capelli, le dita ancora mollemente intrecciate a quelle della ragazza, gli occhi chiusi. Lei restò immobile per una lunga, interminabile manciata di istanti, lo sguardo fisso sul soffitto senza che lo vedesse davvero, ad ascoltare il respiro di lui che si calmava lentamente.
«Ash?»
Piano, percorse con le punte delle dita la linea della sua spina dorsale.
«Mmmh…?»
«Qualcuno si starà chiedendo dove siamo finiti…»
«No…» protestò lui, affondando il viso contro il suo collo, senza neppure aprire gli occhi. Lei piegò le labbra in un sorriso quasi impercettibile e quasi del tutto involontario, e sfiorò la sua spalla con un bacio leggero, sentendolo rabbrividire appena appena.
Chiuse gli occhi anche lei, esprimendo in silenzio il più banale e scontato dei desideri, eppure quello che ognuno spera con tutto se stesso, almeno una volta nella vita, di vedere realizzato.
Che quel momento potesse non finire mai.
Soltanto molti minuti dopo si alzarono entrambi. Ash si tirò su a sedere lentamente, sporgendosi oltre il bordo del letto per recuperare i propri abiti a terra. Le lenzuola scivolarono in parte dal suo corpo, e Misty vide la cicatrice che aveva sulla gamba. Un segno scuro, indelebile, che gli attraversava il polpaccio destro per tutta la sua lunghezza.
Di slancio, si sporse verso di lui e gli cinse la vita con le braccia, stringendolo forte.
CONTINUA...