BREAK MY FALL
X.
The sun came up
Desperate desperate
The stars above
Held you back, once again…
(Natalie Imbruglia, When you’re sleeping)
«Ash…?»
Un sussurro appena, così sottile che avrebbe quasi potuto non sentirlo.
Per un istante lui tacque, non riuscendo neppure a trovare il coraggio di parlare. Poi le strinse forte la mano e la voce gli tremò quando osò finalmente pronunciare poche parole.
«Sono qui.» sussurrò, con il cuore che andava a mille, abbandonando ogni pretesa razionale di continuare a ripetersi che forse si stava solo illudendo «Sono qui, Misty. Mi senti? Puoi…?»
Più di così non osò. Gli mancò la voce per andare avanti.
Rimase in silenzio, aspettando, per un paio di secondi che parvero allungarsi in modo assurdo ed insensato, quasi dovessero durare per sempre. Poi gli occhi verdi di Misty si schiusero appena appena, e lei si guardò intorno confusa e disorientata, sbattendo le palpebre nel tentativo di mettere a fuoco quello che vedeva. Infine il suo sguardo si fermò su di lui.
«Ash.» ripeté, piano piano.
Gli occhi del ragazzo si riempirono nuovamente di lacrime, ma stavolta lui non se ne accorse neppure. Si piegò a darle un bacio sulla fronte e rimase a lungo con il viso fra i suoi capelli, serrando le palpebre con forza e reprimendo a stento i singhiozzi, respirando il suo odore. «Sono qui.» le disse di nuovo e la baciò ancora, sulle labbra stavolta, sfiorandole con le proprie per un istante solo prima di raddrizzarsi.
Lo sguardo di lei, un po’ perso ma indubbiamente lucido e presente, si distolse dal suo per volgersi in direzione delle pareti bianche.
«Dove sono…?» bisbigliò Misty. Ash le strinse di nuovo la mano nella sua e la baciò.
«Sei in ospedale.» disse in un sussurro. La voce gli tremò come se fosse stato sul punto di esplodere in singhiozzi, ma una volta tanto non poteva importargliene meno. Sorrise senza neppure rendersene conto, con le lacrime che erano a meno di niente dal cadergli sulle guance. «Va tutto bene, tranquilla. Come ti senti…?»
«Stanca.» mormorò Misty. Richiuse gli occhi, e Ash le accarezzò la testa e si chinò a baciarla ancora.
«Va tutto bene.» ripeté, a lei e a se stesso, e una lacrima cadde a tracciargli una scia lucente sulla guancia. «Va tutto bene adesso. È tutto a posto.»
Lei riaprì gli occhi e lo guardò incerta.
«Stai piangendo…?»
«No.» le disse lui. Si passò una mano sul viso, spazzandosi via le lacrime dalle guance e soffocandovi un singhiozzo che gli scosse comunque le spalle «Non sto piangendo. Va tutto bene, è tutto a posto, davvero.»
Misty non disse nulla e Ash le accarezzò piano i capelli, sfiorandoli appena, quasi temesse di farle male. Lottò per trattenere in fondo agli occhi ogni singola goccia di pianto. Lo sguardo di lei era ancora incerto e confuso e non voleva spaventarla ancora di più.
«Cos’è successo…?» bisbigliò Misty. Si guardò intorno di nuovo. Vide le macchine attorno al suo letto, le lenzuola bianche, i fiori che Ash aveva messo sul suo comò. Il suo volto sopra di lei, gli occhi scuri lucidi di lacrime.
«Attila ti ha ferita.» le disse Ash, continuando ad accarezzarle i capelli «Ti ricordi?»
Annuì debolmente. Ora se ne ricordava. Attila che inchiodava Ash contro la parete sporca ed estraeva il coltello sottratto al cadavere dell’uomo che aveva tentato di violentarla, la lama che affondava nel suo corpo. L’aveva sentito gridare, aveva visto il suo sangue gocciolare sul pavimento lurido. Ricordava Attila che ritraeva il braccio per colpirlo di nuovo e ricordava di essersi messa in mezzo, ricordava di aver cercato di proteggerlo con il proprio corpo. Ricordava il dolore quando la lama del coltello a serramanico aveva colpito lei. Ricordava di aver visto Ash cadere a terra e di averlo stretto forte fra le braccia, di aver provato a portarlo fuori.
…e poi tentare di richiamare alla mente quello che era successo diventava difficile, i ricordi diventavano confusi. Ricordava vagamente Brock, Jessie e James, il boato di uno sparo; ma era tutto così confuso che avrebbe potuto averlo sognato. Poi non c’era altro che vuoto. Però ricordava fin troppo bene il sangue di Ash che cadeva sul pavimento, ricordava di averlo sentito sulle proprie mani, e di aver sentito il suo corpo che si abbandonava contro quello di lei.
Di colpo ebbe paura.
«Stai bene…?» mormorò guardandolo e lui annuì. La mano che stringeva la sua era calda.
«Sto bene.» le disse e si piegò a baciarla di nuovo sulla fronte, sull’attaccatura dei capelli. «Non ti preoccupare per me. Adesso sto bene.»
Non le sfuggì quell’adesso, ma non aveva modo di sapere a cosa si riferisse. Non sapeva di trovarsi in quel letto da più di due giorni. Nella sua mente tutto quanto, la fuga dall’edificio in rovina, lo scontro con Hun e Attila, non era accaduto più di pochi minuti o al massimo poche ore prima. Poi realizzò che Ash era sul punto di piangere quando aveva aperto gli occhi e pensò che forse era rimasta svenuta per un po’, forse qualche ora. Forse era per quello che si sentiva così debole e stordita.
Ash baciò di nuovo le dita della sua mano. Avrebbe potuto chiedergli da quanto tempo si trovava in ospedale, ma le pareva di essere troppo stanca persino per parlare più di quanto non fosse necessario.
«Torno qui fra un attimo, d’accordo?» le disse Ash «Vado a chiamare il dottore. Torno subito.»
«No.» bisbigliò lei e strinse la mano attorno alla sua in un debole tentativo di trattenerlo. Non voleva che se ne andasse.
Non voleva che la lasciasse sola.
«Torno subito, promesso.» le ripeté lui. Si liberò a malincuore della sua stretta e spinse faticosamente la sedia a rotelle fino alla porta. C’era Vera fuori, seduta su una delle sedie verdoline allineate contro la parete del corridoio. Aveva le mani sui viso e ad Ash parve che stesse piangendo. Si sporse verso di lei.
«Vera.» la chiamò e lei alzò la testa di scatto; aveva i segni delle lacrime sulle guance. Spalancò gli occhi quando lo vide sorridere e vide i suoi occhi scuri lucidi di pianto.
«Che c’è…?»
Ash trattenne a stento un singhiozzo. «Vai a cercare il dottore.» le disse, cercando senza successo di controllare il tremito nella propria voce «Fallo tornare qui. Digli che Misty si è svegliata!»
«Cosa?» esclamò la ragazzina. Si alzò in piedi spalancando gli occhi ancora di più e Ash ebbe l’impressione di vederli di nuovo scintillare di lacrime, appena un pochino. «Davvero? E sta bene…?»
«Io… credo di sì.» disse Ash «Credo che stia bene. Ma vai a chiamare il medico per favore.»
Vera annuì e corse via. Ash esitò un istante per passarsi il dorso della mano sugli occhi, poi afferrò le ruote della sedia e rientrò nella stanza. Misty lo guardò più confusa che mai.
«Perché sei su una sedia a rotelle…?»
«Mi hanno proibito di alzarmi.» le rispose. Spinse la sedia verso il letto e Misty tese una mano verso di lui. Ash la prese e ne sfiorò le dita con un bacio. «Per via della ferita. Ma sto bene, non ti preoccupare. Anzi, se non mi fanno alzare neppure domani giuro che la farò a pezzi questa stupida sedia. Mi sento bene. Tu non preoccuparti di niente adesso.»
Si chinò verso il letto e le diede un bacio sulle labbra. Indugiò per un attimo sulla sua bocca e provò una stretta al cuore quando sentì la mano della ragazza posarsi sulla sua nuca e accarezzargli piano i capelli scuri.
Si allontanò appena da lei, quel tanto che bastava per poterla guardare negli occhi. La mano di lei rimase appoggiata sulla sua testa. Misty sorrise appena appena.
«Se va tutto bene perché continui a sforzarti di non piangere…?»
Lui tacque per un istante, interdetto. Poi si chinò fino ad appoggiare la fronte contro la spalla di lei e così piano che Misty rischio quasi di non sentirlo sussurrò: «Perché sono un idiota.» e poi fece scivolare le braccia attorno alla sagoma fragilissima del suo corpo e la strinse forte, sollevandola appena dal materasso, una mano dietro la sua schiena e l’altra a sostenerle delicatamente la nuca.
E stavolta la sentì davvero, sentì il suo corpo vivo contro il suo, la sentì aggrapparsi alla sua maglia e accoglierlo e rannicchiarsi contro di lui, e allora non cercò più di frenare i singhiozzi che gli scuotevano le spalle. Pianse tenendo stretta Misty e accarezzandola e baciandola come se fosse stato certo, fino a quel momento, di non riaverla indietro mai più.
«…Scusa.» mormorò poi, adagiandola con attenzione sulle lenzuola. Si passò una mano sul viso, cercando inutilmente di asciugarsi le lacrime «Scusami, non… cavolo…»
Lei lo guardò e sorrise, anche se ancora non capiva molto bene il perché di tutto quello che stava accadendo. Era un sorriso debole, e il suo volto era ancora troppo pallido e gli occhi erano appena socchiusi; ma era un sorriso e Ash realizzò di colpo che nonostante Vera avesse continuato a ripetergli che sarebbe andato tutto bene e che Misty avrebbe ripreso conoscenza fin dal primo momento una parte di lui era stata convinta che non avrebbe più visto il verde dei suoi occhi o un suo sorriso, che Misty non si sarebbe più risvegliata. Per poco vederla sorridere non lo fece piangere di nuovo.
«Scusa.» ripeté e si passò un’ultima volta la mano sul viso. Misty scosse piano la testa.
«Non c’è bisogno che ti scusi.» sussurrò. In realtà stava iniziando ad avere un po’ di paura. Pensò che doveva essere stata in punto di morte o qualcosa del genere per spingere Ash ad abbracciarla in quel modo, come se non la vedesse da mesi, o come se l’avesse creduta morta per mesi. Lo sentì prenderle di nuovo la mano, e accarezzarle piano le dita con il pollice.
«Ash…?» si arrischiò a bisbigliare e lui la guardò.
«Cosa c’è?»
Stava per chiedergli da quanto tempo si trovava lì quando Vera irruppe nella stanza quasi trascinando con sé il medico. Misty si ritrasse istintivamente contro il cuscino, lievemente intimorita dalla figura autoritaria e seria dell’uomo in camice.
«Tranquilla.» la rassicurò Ash e poi si voltò verso il medico «Dottore…»
L’uomo annuì e si avvicinò al letto senza fretta. «Bene.» disse. Guardò Misty e poi lui, e Vera che l’aveva raggiunto ed era in piedi alle sue spalle, gli occhi azzurri spalancati e le mani intrecciate sul petto. «Voi due ora dovete uscire per qualche minuto. Non potete rimanere mentre la visito.»
Ash esitò. «Ma sta bene, vero? Si è ripresa, questo vuol dire che starà bene, giusto…?»
«Potrò dirtelo con certezza dopo che l’avrò visitata, ma sono comunque propenso a dire che la risposta sia sì.» lo tranquillizzò il medico «Avanti, ora uscite.»
Annuì, anche se a malincuore, e stava per afferrare le ruote della sedia quando la mano di Misty si serrò quasi convulsamente attorno al suo polso, nel tentativo di trattenerlo al suo fianco. Ash volse immediatamente verso di lei e gli bastò guardarla per comprendere che era spaventata.
«Non andare via.» bisbigliò la ragazza, piano piano.
«Va tutto bene, sta’ tranquilla.» cercò di rassicurarla Ash. Le sfiorò la fronte con un bacio «Non me ne vado davvero. Resterò qui fuori. Va bene?»
Per qualche istante ancora la mano di lei rimase serrata attorno al suo polso. Poi, sebbene lo sguardo nei suoi occhi verdi fosse ancora perso e impaurito, la sua stretta si allentò lentamente permettendogli di ritrarre la mano, e Ash sorrise e annuì.
«Brava.» le disse «Resterò qui fuori in corridoio. Promesso.»
Vera spinse la sedia a rotelle fuori dalla stanza. Ash vide che c’erano anche Brock, Max e Drew in corridoio, i primi due in piedi a pochi passi dalla soglia e il terzo seduto a braccia conserte su una delle sedie verdi. Doveva averli chiamati Vera. Mancavano Jessie e James, che avevano fatto visita a lui il giorno precedente e poi si erano eclissati come al solito, stavolta forse per nascondersi in qualche luogo un po’ più sicuro del pokemon center, dato che anche loro erano con tutta probabilità fra i bersagli di Hun e dei suoi uomini.
Brock lo raggiunse quasi di corsa, sebbene non fosse a più di tre metri da lui.
«Si è veramente ripresa? È sveglia…?»
Annuì, senza trovare il coraggio di dire nulla. Vera tolse la mano dalla sedia e gliela appoggiò sulla spalla, in un gesto che voleva forse essere di conforto o almeno provarci ma che Ash sentì diventare dopo pochissimo una stretta quasi convulsa, come se invece che rassicurarlo la ragazzina si stesse aggrappando a lui.
«Starà bene.» gli disse Vera. Le tremava la voce e sembrava parlare più a se stressa che a lui. «Si è svegliata, questo dovrebbe essere un buon segno, no…? Vedrai che sta bene.»
Non le rispose. Continuò a guardare la porta che ora era chiusa, serrando le mani sui braccioli della sedia a rotelle per quello che gli parve un tempo infinito. Brock era in piedi al suo fianco, il volto tirato in un’espressione preoccupata. Drew si alzò per raggiungere Vera e cingerle la vita con un braccio, tirandola verso di sé. Max iniziò a camminare nervosamente su e giù.
Lui rimase a guardare la porta fino a che non gli parve di poter sopportare quella vista un istante di più, e allora chinò la testa e chiuse gli occhi, e pregò che Misty stesse bene, che il medico uscisse dalla stanza per dire loro che era tutto a posto. Pregò che quei due giorni potessero essere dimenticati come se non fossero mai trascorsi. Come se non avesse mai dovuto vedere la persona per la quale avrebbe fatto qualunque cosa stesa fra le lenzuola bianche di un letto d’ospedale, priva di conoscenza.
«Starà bene, non preoccuparti.» gli disse Brock; ma anche lui guardava la porta e la sua voce era vagamente incerta, come se l’avesse detto solo per accertarsi che suonasse verosimile. Ash serrò le labbra e annuì, sperando con tutte le forze che aveva che potesse essere così davvero.
Il medico non rimase dentro per più di dieci minuti. Gli parve che fossero stati molti di più; dieci ore, forse. Quando infine l’uomo in camice bianco schiuse la porta ed uscì Ash si drizzò immediatamente sulla sedia a rotelle, ricordando solo all’ultimo momento che non doveva alzarsi.
«Allora…? Come sta?»
L’uomo annuì e sorrise. «Si riprenderà completamente.» disse, e Ash ebbe l’impressione di non aver respirato fino a quel momento, di aver sentito dissolversi il peso che fino ad un istante prima gli opprimeva il petto impedendogli di riempirsi d’aria i polmoni «Non ci sono conseguenze rilevanti. Dovrà rimanere a riposo per qualche giorno, ma starà bene.»
Sentì Vera lasciar andare un lungo sospiro di sollievo e la vide stringersi le mani al seno, con gli occhi che scintillavano di lacrime. Vide Drew che la stringeva fra le braccia, tenendosi la sua testa contro il petto.
«Grazie.» mormorò e odiò il modo in cui la sua voce risuonò nel silenzio del corridoio, tremante in modo così patetico. Chiuse gli occhi per un lungo istante prima di aggiungere: «Io… la ringrazio.»
«In questo caso noi medici abbiamo fatto ben poco.» disse l’uomo in camice bianco, sorridendo in modo rassicurante «Molto probabilmente non si sarebbe salvata senza una trasfusione, ma il fatto che abbia ripreso conoscenza non dipende da noi.»
«Non importa.» disse Ash, piano «Grazie comunque.»
«Possiamo entrare per salutarla?» chiese Vera. Il medico ci pensò su per un istante.
«Non tutti quanti.» disse poi «Almeno non per oggi. Ha bisogno di riposare. Potrete vederla domani, ma per il momento è meglio che entri solo uno di voi.»
Ash guardò Brock, e poi Vera. Lei annuì.
«Avanti.» gli disse, indicando la porta con un cenno del capo «Cosa fai ancora qui? Entra. Misty ti starà aspettando.»
«Solo per qualche minuto.» gli ricordò il medico, mentre spingeva quella stupida sedia fino alla porta «Deve riposare.»
Fece cenno di sì ed oltrepassò la soglia.
Misty era ancora distesa fra le lenzuola bianchissime, come quando meno di un’ora prima Vera aveva spinto la sedia a rotelle dentro la stanza; ma stavolta era sveglia e sorrise quando lo vide entrare. Gli parve però che fosse ancora spaventata e confusa e si affrettò a raggiungere il letto e a prenderle di nuovo la mano fra le sue.
«Ehi.» le disse e stavolta la sua voce fu un po’ più sicura, un po’ più simile alla sua voce di sempre, appena un pochino «Posso rimanere solo per poco, o temo che il medico verrà a buttarmi fuori a calci.»
Il sorriso di lei si allargò un poco, ma lo sguardo che aveva negli occhi non mutò.
«Devi proprio andare via…?» mormorò, mentre lui le accarezzava i capelli.
«Ho paura di sì.» le disse Ash «Torno domani, promesso. E dovranno portarmi via di peso se vorranno che me ne vada. Ma ora devi pensare a riposarti e a stare meglio, d’accordo? E ti giuro che se solo qualcuno si avvicina a te lo faccio a pezzi.»
Ricordò che c’era ancora un agente della sicurezza dell’ospedale appena fuori dalla stanza di lei, ma preferì non dirglielo. Avrebbe dovuto dirle anche che uno degli uomini di Hun la notte precedente aveva cercato di ucciderla, ma l’avrebbe solo spaventata ancora di più. Si chinò a darle un bacio sulla fronte.
«Ti voglio bene.» le disse e lei piegò di nuovo le labbra in un sorriso.
«Tu stai bene davvero…?» gli chiese, tendendo debolmente una mano per sfiorarlo dove Attila l’aveva colpito, attraverso la stoffa sottile della maglia «Non è che me l’hai detto solo per farmi stare tranquilla, vero?»
«Mai stato meglio.» la tranquillizzò Ash «Cioè, in realtà sì, ma sto bene, non ti preoccupare.»
Lei lo guardò, senza dire nulla. Era ancora pallida, troppo, persino per il normale colorito della sua carnagione che era naturalmente chiara. Ma era sveglia. Stava bene. Poteva stringerla fra le braccia, sentirla con sé. Poteva sentire il suo corpo caldo, vivo.
«Ash?»
«Cosa c’è?»
«Anch’io ti voglio bene.» disse Misty in un sussurro. Poi chiuse gli occhi, voltando la testa di lato contro la stoffa del cuscino.
«Vuoi dormire?» le chiese Ash «Se vuoi me ne vado.»
«No.» mormorò lei. Riaprì gli occhi e si voltò a guardarlo. Si sentiva ancora confusa, e disorientata, e più di tutto voleva che lui rimanesse. Più di tutto voleva che non la lasciasse sola.
Il medico le aveva fatto qualche domanda per verificare che i due giorni di coma non avessero portato conseguenze rilevanti. Le aveva chiesto il suo nome, la sua data di nascita, il nome dei suoi genitori ed un paio di altre cose del genere. Aveva risposto senza difficoltà a tutto quanto, ma quando l’uomo aveva voluto sapere il nome di sua madre e lei aveva detto Rose Waterflower per un istante le era parso che qualcosa fosse stato sul punto di riaffiorarle alla mente, forse un ricordo, forse nemmeno quello, per svanire prima che potesse afferrarlo anche solo vagamente.
La cosa l’aveva un po’ spaventata, e per quanto si fosse sforzata di capire da dove provenisse quella sensazione durata meno di un attimo nella sua mente era rimasto il vuoto. Forse era stato soltanto il ricordo di un sogno. Ma non ne era del tutto sicura.
Ash le accarezzò piano i capelli, scostandole una ciocca dalla fronte. Sorrise.
«Rimango fino a che non ti addormenti?»
Di solito era lei che lo diceva, e ora rispose debolmente al suo sorriso ed annuì, desiderando di avere la forza per tirarsi su dal materasso e stringerlo forte fra le braccia.
«Sì.» sussurrò «Grazie.»
Ash si chinò verso di lei e le diede un bacio sulla fronte. «Allora cerca di dormire ora.» le disse, e quando lei cercò la sua mano da stringere gliela prese di nuovo e la tenne fra le sue «Voglio vederti in piedi e in perfetta forma prestissimo, d’accordo? Quindi cerca di riposarti.»
Continuò a tenerle la mano mentre lei si addormentava. All’inizio la stretta della mano della ragazza rimase ben salda su quella di lui, come se avesse paura di lasciarlo andare. Poi si allentò lentamente, mentre il suo respiro si faceva pesante e regolare. Ash rimase a guardarla dormire per quello che poteva essere un minuto, o cinque, o dieci, non importava.
Era ancora terribilmente pallida ed aveva ancora l’ago della flebo infilato nel braccio sottile. Ma il suo viso ora era sereno, naturalmente abbandonato al sonno; non più congelato in quell’immobilità di cera. Ash la osservò ancora per un istante, poi le lasciò la mano, adagiandola delicatamente sulle lenzuola dopo aver posato un bacio leggero sulle sue dita che ora erano calde.
«Ti voglio bene.» bisbigliò, pianissimo per non svegliarla «Ti voglio tanto tanto bene, Misty.»
Lasciò la stanza in silenzio. Fuori, Vera gli domandò immediatamente come stava Misty.
«Sta bene. Si è addormentata.»
La ragazzina sorrise sollevata, tirando su col naso. Aveva ancora gli occhi azzurri lucidi di lacrime, ma Ash non l’avrebbe vista piangere, non quella sera.
Vera gli disse che anche lui avrebbe dovuto dormire, o almeno riposare un po’. Preferì non contraddirla e si lasciò riaccompagnare docilmente nella propria stanza, senza protestare.
Più tardi, mentre anche lui scivolava più rapidamente di quanto non avesse creduto verso il sonno, si ritrovò a pensare alle prime notti che cinque mesi prima aveva passato in ospedale. Ricordava di essere arrivato sveglio all’alba, o quasi. Al di là del dolore alla gamba, c’era qualcosa di più a tenerlo sveglio; la sensazione di dover tenere gli occhi aperti ad ogni costo, quasi che Brock e James non l’avessero mai tirato fuori da sotto il crollo ed ogni respiro potesse essere l’ultimo, ogni volta che chiudeva gli occhi potesse essere per sempre.
Era un pensiero irrazionale ed anche abbastanza stupido, se ne rendeva perfettamente conto; ma ugualmente non poteva fare altro che rimanere immobile nell’odiato letto d’ospedale, con gli occhi spalancati sul buio, in un’attesa che lo lasciava sfinito fino a che alle prime luci dell’alba non gli riusciva finalmente di scivolare in un dormiveglia confuso ed irrequieto. C’erano state notti intere in cui era rimasto a fissare il soffitto sopra la sua testa, con gli occhi rossi e stanchi che a malapena riusciva a tenere aperti; ma appena provava a chiuderli un’ansia senza nome lo costringeva a sollevare di scatto le palpebre, ritrovandosi spesso con la fronte e gli abiti fradici di sudore e la sensazione che non ci fosse aria nell’aria che respirava, che lo spazio della stanza si fosse chiuso su di lui, come se fosse stato ancora sotto il crollo.
Solo durante il pomeriggio, quando vicino a lui c’era Misty, poteva veramente chiudere gli occhi; e anche se dormiva per non più di dieci minuti erano assai più riposanti quei dieci minuti delle lunghissime notti che passava steso sul letto a guardare le ombre. Solo quando c’era Misty riusciva veramente a dormire, a rilassarsi completamente, senza che in qualche angolo irrazionale della sua mente nascesse il terrore di non risvegliarsi mai più. Quando c’era Misty poteva addormentarsi sapendo che si sarebbe svegliato e l’avrebbe ritrovata vicina.
A poco a poco quella sensazione era svanita, ed era qualcosa di cui non aveva mai osato parlare con nessuno, neppure con lei. Alla fine l’aveva dimenticato. Ora lo ricordava; ricordava l’orribile sensazione di impotenza del non poter fare altro che rimanere sdraiato sulla schiena con la gamba ingessata ancora immobilizzata in trazione, ed aspettare. Ma più di tutto ricordava quanto riuscisse a rassicurarlo il solo sapere che Misty era vicina.
Quella notte riuscì a dormire e stava ancora dormendo quando l’alba illuminò la stanza.
*
«Sveglia, pigrone! Non vuoi vedere Misty?»
Erano le dieci passate quando Vera lo svegliò scuotendolo dolcemente per una spalla. Aprì gli occhi con un mormorio di protesta e si ritrovò a contemplare quelli azzurri e sfavillanti di lei.
«Mmmh…?»
Vera lo scosse di nuovo, stavolta con più energia. «Avanti! Ho detto a Misty che ti avrei buttato giù dal letto se fosse stato necessario. Devo farlo davvero?»
Gli si snebbiò subito la mente. Si tirò su con un po’ di fatica, aspettando una fitta di dolore che non venne o che almeno non fu così intensa come aveva creduto. Si sentiva un po’ meglio. «Hai parlato con Misty?» domandò a Vera, stropicciandosi gli occhi con le mani.
«Buongiorno non si usa più?» finse di offendersi lei, ma stava solo scherzando. Annuì. «Mi ha chiesto dov’eri. Le ho detto che dormivi e le ho chiesto se dovevo svegliarti e lei mi ha detto di no, ma le ho detto che ti avrei svegliato comunque. Tanto sono le dieci, quando volevi dormire ancora…? E comunque si vedeva che Misty non vedeva l’ora di vederti.»
Ash sbadigliò, non ancora del tutto presente. «Rallenta.» borbottò, cercando di raccapezzarsi in tutto quel fiume di parole «Misty sta bene?»
La voce di Vera si addolcì. «Sì.» gli disse «Non è neppure più in terapia intensiva, l’hanno trasferita questa mattina. Ora ci sono Drew e gli altri con lei. È un po’ spaventata, ma sta bene.»
«Spaventata?» ripeté Ash. Ora era completamente sveglio. Quando fece per alzarsi lei lo fermò appoggiandogli una mano sulla spalla e trattenendolo seduto sul letto.
«Non puoi ancora camminare.» gli disse, con la massima dolcezza possibile «Ho cercato il dottore prima di venire qui e mi ha detto che potevo svegliarti e che puoi andare da Misty, ma devi usare la sedia a rotelle. Mi dispiace, ma ha detto che non puoi alzarti.»
«Ma mi sento bene.» protestò Ash. Volse rapidamente lo sguardo in direzione dell’odiata sedia, poi ricordò la questione precedente. «Che vuol dire spaventata?»
Vera esitò per un istante, abbassando gli occhi. «Beh, sa di essere rimasta in coma per più di due giorni.» disse poi, tornando ad alzare lo sguardo verso di lui «E sa che uno di loro ha cercato di ucciderla. No, non guardarmi così. Gliel’ha detto Brock. Prima o poi avrebbe dovuto saperlo comunque.»
Lui serrò le labbra con forza. Non poteva contraddirla, perché sapeva che aveva ragione; ma ugualmente avrebbe preferito che Misty non sapesse nulla, almeno fino a che non fosse stata di nuovo bene. Era quello l’unico modo che aveva per proteggerla, in fondo. Fare tutto quello che poteva per tenerla lontana da tutto quello che poteva farle del male, o almeno provarci.
«Va bene.» sospirò. Si liberò con gentilezza della mano che Vera aveva ancora sulla sua spalla e si aggrappò alla testata del letto per alzarsi e raggiungere la sedia. Vera scattò immediatamente in piedi e lo sostenne sebbene non ne avesse bisogno, aiutandolo a sedersi. Ash sbuffò rumorosamente e lei rise.
«Dai, che devi sopportarlo ancora per poco.» gli disse, spingendo la sedia verso il corridoio «Il dottore mi ha detto che a partire da domani potrai alzarti.»
La stanza di Misty adesso era in quello stesso reparto, poco lontano dalla sua. Per tutta la durata del breve tragitto ebbe il cuore che andava a mille. Sentì la voce di lei nel momento stesso in cui Vera gli fece varcare la soglia. Era seduta sul letto e stava parlando con Brock, ma tacque non appena lo vide e volse gli occhi di quel verde incredibile verso di lui.
«Ash!»
Afferrò le ruote della sedia e raggiunse il letto più rapidamente che poté e prima ancora di avere avuto il tempo di pensare a quello che stava facendo già la teneva stretta forte fra le braccia e le accarezzava dolcemente la testa, affondando il viso fra i suoi capelli.
«Ehi.» sussurrò e Misty si strinse contro di lui, nascondendo il viso contro la sua spalla. Sentì le sue dita aggrapparsi alla stoffa sottile della sua maglia e le appoggiò le mani sul viso, facendoglielo alzare per poterla guardare negli occhi.
«Come stai?»
«Meglio.» disse piano lei «Cioè… mi fa un po’ male il braccio e se provo ad alzarmi mi gira la testa, ma sto meglio, davvero.»
Ash le diede un bacio leggero sulle labbra e la abbracciò di nuovo, e solo dopo molti secondi si obbligò a lasciarla andare, lentamente, scivolando lungo le sue braccia fino a chiudere le mani sulle sue. Misty abbozzò un sorriso dolce e un po’ impaurito. Era ancora pallida, ma rispetto alla sera precedente il suo volto aveva recuperato un po’ di colore. E non era più attaccata alle macchine che avevano monitorato instancabilmente le sue funzioni vitali, sebbene avesse ancora l’ago della flebo infilato nel braccio sottile. Ash la guardò serio.
«Non provare mai più a farmi prendere uno spavento simile, mi hai capito…?» disse, scuotendo appena la testa, gli occhi ancora fissi in quelli di lei «Non hai idea di quanto mi hai fatto preoccupare.»
Vera scelse quel momento per portare via tutti gli altri – dovette praticamente trascinare via suo fratello, e persino Brock ci mise un po’ per recepire il concetto – lasciandoli da soli. Entrambi se ne accorsero a malapena. Vera agitò la mano in direzione di entrambi con un sorriso a trentadue denti.
«A dopo, eh!»
Misty annuì quasi distrattamente, sollevando la mano per ricambiare il cenno di saluto. Poi tornò a guardare Ash.
«Scusa.» disse piano «Mi dispiace se ti ho fatto preoccupare.»
Lui scosse la testa. «Dovrei chiederti scusa io.» disse, abbassando gli occhi. La stretta sulle mani di lei si irrigidì appena. «È colpa mia se non siamo riusciti a scappare e se… se Attila ti ha ferita. Mi dispiace, Misty, credimi.»
La ragazza lo guardò per un lungo istante. Poi lo abbracciò e prima di lasciarlo andare gli assestò uno scappellotto leggero, che non gli fece male neppure minimamente, ma ugualmente Ash fece una smorfia e si massaggiò la nuca per darle soddisfazione.
«Ehi!»
«Stupido.» disse Misty, guardandolo «Mi hai spinto tu davanti ad Attila? No. Mi ci sono lanciata io. Mi sono buttata davanti a lui perché non volevo che ti colpisse di nuovo e che ti facesse male, e a quanto pare ci sono riuscita, perché se ti avesse colpito un’altra volta avrebbe potuto ucciderti e invece sei qui e quindi sono felice di averlo fatto. Come fa ad essere colpa tua…?»
Ash si bloccò ancora con la mano dietro la testa, lievemente spiazzato dalle parole di lei. Abbassò il braccio lentamente e le prese la mano.
«Ci hanno presi perché io non posso correre.»
«Ci avrebbero presi comunque.» disse lei e strinse forte la mano attorno alla sua. Stentava a credere lui stesso che Misty potesse riuscire in quel modo a sciogliere il gelo dentro di lui anche ora che era seduta fra le lenzuola di un letto d’ospedale e così pallida e fragile da far pensare che una folata di vento avrebbe potuto mandarla in frantumi.
Poi la vide abbassare lo sguardo e rabbuiarsi improvvisamente. Quando Misty tornò ad alzare gli occhi verso di lui l’espressione che aveva sul viso era molto diversa, quasi fosse stata sul punto di mettersi a piangere.
«Ash? Ti ricordi quando ti ho detto che mi sentivo in colpa per la tua gamba…?»
«Non ricominciare, non è colpa tua.» le rispose immediatamente Ash, perché se ne ricordava eccome, ricordava i suoi occhi verdi pieni di lacrime e ricordava il modo in cui gli si era seduta accanto dopo averlo aiutato a rialzarsi da terra e a raggiungere la sedia. Se non che, mentre ricordava dolorosamente quelle immagini, realizzò di colpo che cosa lei stesse cercando di dirgli.
La prese fra le braccia e la strinse, sfiorandole i capelli con un bacio.
«Non è assolutamente colpa tua.»
Misty non disse nulla, rimase semplicemente nel suo abbraccio, con la testa appoggiata sulla sua spalla. Quando Ash la lasciò andare gli appoggiò delicatamente una mano sullo stomaco, dove la lama del coltello l’aveva colpito. Accarezzò delicatamente la medicazione.
«Brock mi ha detto che ti sei strappato i punti per salvare me da quello che ha cercato di uccidermi.» gli disse piano. Alzò lentamente gli occhi verso di lui. «Stai davvero bene, vero? Non stai facendo finta perché non vuoi che mi preoccupi, vero…?»
Ash si sporse appena verso di lei e la baciò. «Sto benissimo.» le disse «Sono in forma perfetta! Sì, insomma, anche se non mi permettono di alzarmi da questo stupido trabiccolo con le ruote. Sto bene, non ti preoccupare. Non sai che sono invulnerabile…?»
«No, so solo che sei uno scemo.» ribatté lei, ma era riuscito a farla sorridere. A cacciare via almeno per qualche istante quello sguardo spaventato e confuso dai suoi occhi verdi. «Stupido, potevi morire!»
«Sì, ma sono qui, no?» sorrise lui, con logica inattaccabile e proprio per quello incredibilmente irritante. Misty afferrò il cuscino e glielo lanciò in faccia, poi sorrise di nuovo lo abbracciò.
«Grazie.» bisbigliò.
Ash le cinse la vita con le braccia e la strinse forte, accarezzandole la schiena e obbligandosi a trattenere in fondo agli occhi ogni singola lacrima. Non aveva motivo di piangere. Misty stava bene, aveva ripreso conoscenza, il corpo che stringeva a sé non era inerte e privo di vita ma vivo e caldo ed aggrappato al suo. Eppure ricacciare indietro i singhiozzi diventava sempre più difficile, e presto dovette serrare le palpebre con forza per non piangere di nuovo.
Rimasero abbracciati a lungo, per un tempo che nessuno dei due avrebbe mai potuto definire. Ma non importava, non sarebbe importato mai.
«Devo dirti una cosa.» le disse Ash infine e lei si liberò gentilmente del suo abbraccio per poterlo vedere in viso.
«Cosa?»
Lui tacque, poi si sporse di nuovo verso di lei e la baciò sulle labbra, a lungo, forse più intensamente di quanto non avesse mai fatto prima di quel momento. «Ti amo, Misty.» sussurrò.
La ragazza lo guardò con gli occhi verdi spalancati, lucidi di lacrime, e l’accenno di un sorriso che si disegnava appena sulle sue labbra sottili ed appena schiuse come se fosse stata sul punto di dire qualcosa, o almeno volesse farlo, ma non riuscisse a trovare la voce.
«Non me l’avevi mai detto.» disse infine, in un sussurro «Non me l’avevi mai detto ti amo.»
Ash la prese fra le braccia di nuovo, tenendosi la sua testa contro la spalla e cullandola appena appena. «Sì invece.» le disse, riuscendo a stento a trattenere i singhiozzi che minacciavano di scuotergli le spalle «Sì che te l’ho detto. Però non potevi sentirmi.»
Misty capì. Si strinse contro di lui, raggomitolandosi contro il suo corpo.
«Invece ti ho sentito.» bisbigliò «Cioè… non ho proprio capito quello che mi dicevi ma… so che sei stato qui. Mi ricordo la tua voce. E mi ricordo che mi hai tenuto la mano.»
Lui la liberò dolcemente dall’abbraccio e le prese entrambe le mani, tenendole nelle sue.
«Come adesso?»
«Sì, come adesso.» disse lei e sorrise. Aveva gli occhi che brillavano di lacrime.
Anche lui, si rese conto di colpo. Le lasciò la mano e sfiorò appena con le dita le punte dei capelli di lei, che le cadevano sulle spalle. Misty si sporse appena in avanti e gli accarezzò una guancia, asciugando dolcemente l’unica lacrima che aveva iniziato a cadervi.
«Non ti metterai a piangere di nuovo, vero? Sto bene.» disse e solo in quel momento realizzò che non l’aveva mai visto piangere in quel modo per lei. L’aveva visto piangere, certo; l’aveva tenuto fra le braccia e aveva sentito i singhiozzi che scuotevano la sua schiena e le sue spalle, ma non era mai stato per lei. Aveva visto i suoi occhi farsi lucidi di lacrime quando l’aveva trovata e abbracciata nel covo di Hun, ma non l’aveva mai visto piangere come quando l’aveva stretta a sé la sera precedente.
«Non piango.» la rassicurò, sebbene la sua voce tremasse appena, quasi impercettibilmente.
Lei abbozzò un sorriso, che si spense però dopo pochi istanti.
«Ash…?»
«Che c’è?» le chiese lui, accorgendosi del suo improvviso cambiamento d’umore.
Misty abbassò lo sguardo. «Siamo in pericolo, vero?» mormorò «Voglio dire… potrebbero venire qui ed ucciderci in qualunque momento, non è così…?»
«Non ti succederà niente.» cercò di rassicurarla Ash. Le prese di nuovo le mani e le tenne strette nelle sue, forte; ed attese che lei tornasse ad alzare gli occhi verdi verso di lui. «Non ti faranno niente. Non si avvicineranno nemmeno. Perché il primo che ci prova ti giuro che lo ammazzo con le mie mani. Non ti devi preoccupare.»
Lei scosse piano la testa. «Rispondi alla mia domanda, Ash, per favore.»
Ash tacque per un lungo istante; poi sospirò, e fu il suo turno di distogliere gli occhi dal viso della ragazza, per volgerli in direzione del pavimento di piastrelle bianche. «Sì.» disse «Siamo in pericolo. È vero, potrebbero venire qui e provare ad ucciderci in qualunque momento. Ma ti giuro che farò tutto quello che posso per impedire che si avvicinino a te. Qualunque cosa. Promesso.»
Le labbra della ragazza si piegarono in un sorriso quasi invisibile. Ma lo sguardo che aveva negli occhi rimase lo stesso.
«Ho paura, Ash.»
Lui la guardò. Tacque per un lungo istante, poi disse, esitando: «Anch’io.»
Per una manciata di secondi lei non disse nulla, rimase semplicemente a guardarlo, come se stentasse a credere di averglielo sentito dire davvero. Poi, di slancio, si piegò di nuovo verso di lui e lo strinse con tutta la forza che aveva.
«Non pensavo che l’avresti mai detto.» sussurrò, con la testa appoggiata sulla sua spalla.
«Nemmeno io.» disse lui. Misty lo tenne stretto ancora per qualche istante, poi lo liberò dall’abbraccio e lo guardò improvvisamente più seria e spaventata che mai. Aveva le mani appoggiate sulle sue spalle e Ash le sentì irrigidirsi per un attimo in una stretta quasi tremante.
«Ash… secondo te che cosa voleva dire Hun quando ha parlato di mia madre…?»
Gli ci volle un po’ per capire a cosa si riferisse, perché era un dettaglio che aveva completamente dimenticato, sommerso da tutto il resto. Poi gli tornò in mente tutto di colpo, e ricordò
(deve aver ereditato il talento da sua madre)
la frase che lui e Misty avevano sentito per puro caso, mentre Hun ed Attila si allontanavano del tutto inconsapevoli di essere passati a due metri scarsi dal loro precario nascondiglio. Scosse la testa, incapace di formulare alcuna spiegazione per quelle parole.
«Non lo so, Misty.» disse, lasciando andare un piccolo sospiro «Forse non voleva dire nulla. Forse stava solo mentendo.»
Ma sapeva bene che non era vero. Sarebbe stata una risposta plausibile, forse perfino probabile, se la criminale avesse pronunciato quella frase o una simile parlando con Misty, perché avrebbero potuto far parte di una strategia per confonderla e costringerla in qualche modo a condurla al nascondiglio dei documenti, o a lui, visto che lei aveva sufficientemente dimostrato di non sapere dove si trovassero. In quel modo però non aveva nessun senso, non dopo averle sentito dire quelle parole rivolte al suo complice, senza avere idea che Misty fosse abbastanza vicina da sentirla. E ovviamente lo sapeva anche lei.
Misty serrò le labbra e abbassò lo sguardo, le sue mani scivolarono dalle spalle di lui.
«Mia madre è morta, Ash.» bisbigliò piano, e per qualche motivo a lui tornò in mente l’immagine che aveva visto all’inizio del suo sogno: la donna dai capelli color rame che teneva in braccio una bimba con i capelli rossi, e gli occhi del colore dell’oceano. E il sangue che aveva visto cadere sulle lenzuola della culla, cadendo dal volto della donna come lacrime. «È morta quando io avevo tre anni. Tu credi che… loro c’entrino qualcosa? Pensi che potrebbero…?»
Tacque, lasciando in sospeso il resto della frase. Ash capì ugualmente fin troppo bene quello che avrebbe voluto dire.
Pensi che potrebbero averla uccisa loro…?
«Non lo so.» fu tutto quello che poté risponderle «Non so che cosa dirti, Misty, davvero. Mi dispiace, ma non riesco proprio ad immaginare che cosa volesse dire.»
Lei rabbrividì, e si strinse le braccia attorno al corpo, in un inutile tentativo di infondere a se stessa un po’ di calore o di conforto. Quando tornò a guardarlo, i suoi occhi verdi erano incredibilmente grandi e fissi nel sul volto ancora troppo pallido, pieni di paura e di qualcos’altro che Ash non seppe definire.
«Se… se il modo in cui mia madre è…» si interruppe, tacque per un istante, non riuscendo sulle prime a pronunciare di nuovo quella parola «…morta… avesse qualcosa a che fare con loro io… io… oddio, Ash, se l’avessero uccisa loro…?»
Di nuovo lui non seppe cosa dirle, e non poté fare altro che abbracciarla e stringerla forte, accarezzandole dolcemente la testa. «Shh.» sussurrò, ed i capelli di lei gli finirono sul viso quando la ragazza gli si aggrappò con tutta la forza che aveva, nascondendo il viso contro il suo collo «Lo so che è praticamente impossibile ma… cerca di non pensarci ora. Quando sarai fuori di qui, quando saremo fuori di qui tutti e due… allora cercheremo un modo per saperne di più. È una promessa. Ora pensa soltanto a stare bene, d’accordo…?»
La sentì scrollare la testa. «Ci posso provare, Ash, ma non credo che ci riuscirò.»
«Provaci comunque.» le disse. Le appoggiò le mani sul viso e le diede un bacio leggero sulle labbra. «Lo puoi fare?»
Misty annuì appena appena. Ash si sforzò di rivolgerle un sorriso, sperando che potesse sembrare sincero.
*
Rimase con lei per tutto il pomeriggio. Vera e gli altri si fecero vivi due o tre volte, ma per lo più li lasciarono soli. Poi, quando gli altri erano già tornati al pokemon center da tempo e per lui venne il momento di tornare nella propria stanza, Misty gli prese la mano e la strinse forte nella sua, come se non volesse lasciarlo andare. Ash la guardò, e vide i suoi occhi verdi improvvisamente colmi di una paura quasi irrazionale. Scosse la testa.
«Se vuoi posso rimanere qui stanotte.» le disse «Almeno non saresti da sola.»
Misty spalancò gli occhi e per qualche istante fu seriamente tentata di dirgli sì, di dirgli che non desiderava altro. Appena in tempo ricordò che anche lui era ferito, in modo anche abbastanza grave, e che in quel momento era seduto su una sedia a rotelle e che non poteva alzarsi per il rischio di strapparsi di nuovo i punto. Scosse la testa, a malincuore.
«Non ce n’è bisogno… devi riposarti, Ash. Anche tu sei ferito.»
«Non è nulla di grave.» la tranquillizzò lui, sebbene non fosse vero «E mi sono già riposato abbastanza, considerato che sono quasi tre giorni che non posso alzarmi da questa stupida sedia. Se vuoi resto.»
Lei esitò ancora per qualche istante. «Dici davvero…?»
«Certo che dico davvero.» sorrise Ash «Rimango, non ti lascio sola. Non m’importa niente se fuori c’è un tizio della sicurezza o l’intero corpo delle forze armate di Hoenn. Rimango comunque.»
«Grazie, Ash.» disse lei piano. Le brillavano gli occhi di nuovo.
Lui sorrise. «Figurati. E poi questa sedia non è poi così scomoda in realtà.»
Misty tacque per un momento, mordendosi il labbro nervosamente. Poi lo guardò.
«Se… se vuoi nel letto c’è spazio.»
«Eh…?»
«Sì insomma…» Misty distolse gli occhi di colpo, le sue guance ancora un po’ pallide si imporporarono appena «Voglio dire… se vuoi puoi dormire qui e non sulla sedia. Io prendo metà del letto e tu… l’altra metà. Cioè… puoi dormire con me se vuoi.»
Disse l’ultima frase quasi senza staccare le parole. Ormai era paonazza. Ash pensò che doveva esserlo quasi altrettanto, ma annuì, perché la prospettiva di dividere il letto di sicuro lo attirava di più che quella di passare l’intera notte sulla sedia a rotelle, che in effetti era scomoda, e dopo essere rimasto seduto nella stessa posizione per tutto il giorno stava iniziando a fargli male la schiena.
«Se… se a te va bene, certo.» disse.
«Certo che mi va bene.» lo tranquillizzò lei. Il rossore sul suo viso aveva iniziato a scemare.
Così, invece che tornare nella sua stanza Ash rimase con lei, e quando fuori era ormai completamente buio da un bel pezzo e l’orologio sulla parete segnava le undici passate si alzò con cautela dalla sedia a rotelle e si infilò nel letto vicino a lei. Misty sorrise e gli appoggiò la testa sul petto, rannicchiandosi contro di lui, e facendo attenzione a non fargli male. Delicatamente gli appoggiò una mano sullo stomaco, sentendo sotto le dita la sagoma delle bende.
«Ti faccio male così?»
«No, per niente.» le rispose Ash, ed era vero. Il tocco della sua mano era piacevole quasi come quando gli massaggiava la gamba, ma in modo un po’ diverso, anche se non avrebbe saputo trovare le parole per descriverlo. Era come se potesse sentirne il calore attraverso la stoffa della maglia, ma non poteva essere solo il calore della mano, no? No, era perché era la mano di Misty e perché Misty era quasi stesa su di lui, e il calore che sentiva era piacevole in modo quasi doloroso. Le cinse la vita con un braccio e la strinse a sé, dandole un bacio sulla testa.
Misty mosse la mano dolcemente, descrivendo lenti cerchi sul suo ventre. In un movimento che accrebbe quella sensazione di calore e per un brevissimo istante, così breve da essere quasi impercettibile, gli mozzò il respiro. La strinse ancora più forte.
«Non credo che torneranno.» le disse, cercando di volgere la propria mente altrove.
La mano di lei si fermò. «Ho paura lo stesso.» bisbigliò piano Misty, raggomitolandosi ancora di più contro il suo corpo.
Ash le accarezzò dolcemente i capelli, facendo scorrere le dita fra le ciocche color tramonto. «Puoi dormire tranquilla. Resto io sveglio. Faccio la guardia.»
«Stupido, non devi fare la guardia.» protestò Misty «Devi dormire anche tu. Non devi stancarti.»
«Sto bene.» la rassicurò Ash; ed in ogni caso non era proprio sicuro che anche se l’avesse voluto sarebbe riuscito a dormire, con lei quasi sdraiata addosso. Non era lo stesso che averla vicina e basta, nel sacco a pelo vicino al suo o magari seduta sulla sedia vicino al suo letto, e sapere che l’avrebbe trovata ancora lì al risveglio. Questo era diverso; il calore del suo corpo contro il proprio accendeva qualcosa dentro di lui, qualcosa a cui non sapeva dare un nome, e che accelerava un po’ il battito del suo cuore. Avrebbe voluto…
«Ash?»
La voce di lei lo distrasse dai suoi pensieri. «Cosa c’è?»
Misty esitò per un istante, poi sussurrò: «Ti amo anch’io. Tanto.»
«Lo so.» le disse Ash. La baciò di nuovo sui capelli. «Ora cerca di dormire.»
La sentì annuire. Poi non sentì nient’altro a parte il suo respiro e alla fine credette che si fosse addormentata. Continuò a tenerla stretta e ad accarezzarle i capelli, facendo vagare lo sguardo sul soffitto buio sopra la sua testa; e alla lunga iniziò a pensare che, contrariamente a quello che aveva creduto, si sarebbe addormentato anche lui. Stava iniziando a scivolare in un dormiveglia pacifico quando sentì un singhiozzo leggero scuotere le spalle esili e la schiena di lei.
Spalancò gli occhi incredulo. Misty stava piangendo.
«Misty…? Cosa c’è?»
«Ho paura, Ash.» mormorò lei, senza smettere di piangere «Ho veramente molta paura… potrebbero tornare ed ucciderci, e l’ultima volta che abbiamo avuto a che fare con loro abbiamo rischiato di morire entrambi, e anche Brock e Vera e gli altri, e tu hai… hai rischiato di perdere la gamba e non so se riuscirò a sopportare tutto quanto un’altra volta, non ce l’avrei fatta neppure l’altra volta se non fosse stato per te e ho tanta paura di perderti, Ash, ho tanta paura…»
«Va tutto bene, Misty.» provò inutilmente a rassicurarla. Le accarezzò la schiena dolcemente, sfiorandole di nuovo i capelli con un bacio. «Non ci faranno niente. Non stanotte. Se solo uno di loro si avvicina ti giuro che gli faccio ingoiare i denti e poi… se non basta a fermarlo, prendo quella stupida sedia e la uso per spaccargliela in testa. Promesso. Smetti di piangere, su…»
«N-non ci riesco.» bisbigliò lei. Continuò a piangere con il viso nascosto contro il suo petto e le mani strette sulla stoffa della sua maglia, scossa da singhiozzi violenti, dolorosi. Avrebbe tanto voluto avere qualcosa da dirle, qualcosa che potesse veramente rassicurarla; ma ancora una volta non riuscì a fare altro che stringerla a sé, accarezzandole piano la schiena e le spalle e baciandole la testa, più e più volte.
«Non ti faranno niente.» provò a sussurrarle «Te lo giuro, Misty. Ti giuro che farò tutto quello che potrò, qualunque cosa, per tenerli lontani da te. Il primo che prova soltanto a sfiorarti è morto.»
E tu?! avrebbe voluto urlargli lei. Chi proteggerà te?
Ma ormai singhiozzava troppo forte per poter sperare di ottenere qualcosa di più di un balbettio confuso. Si sentiva ridicola e patetica a piangere in quel modo, si sentiva infinitamente stupida, ma ugualmente non riusciva a smettere.
Ash continuò ad accarezzarla dolcemente.
«Dai, ora smetti di piangere.» le sussurrò piano «Ti prego. Non puoi continuare per sempre.»
Non continuò per sempre, ma solo per altri dieci minuti. Si addormentò prima che le lacrime finissero ed i singhiozzi si spegnessero, come una bambina. Ash le scostò piano i capelli dal viso bagnato di lacrime e la strinse con tutta la forza che aveva.
Dormi… e cerca di fare un bel sogno, Misty. Ti voglio bene.
Lui rimase sveglio per gran parte della notte, tenendo fra le braccia Misty addormentata e ritrovandosi di nuovo a fissare il soffitto sopra la sua testa, con gli occhi aperti sul buio. Solo alle prime luci dell’alba scivolò finalmente nel sonno.
Ma la notte gli era parsa meno lunga stavolta.
CONTINUA...