BREAK MY FALL

IX.

Ash spinse faticosamente le ruote della sedia a rotelle, ignorando l’ennesima fitta di dolore all’altezza dello stomaco, un po’ più intensa delle precedenti. In realtà quel dolore stava iniziando ad affievolirsi, a diventare una pulsazione sorda simile a quella che sentiva talvolta alla gamba, quando il tempo era umido o quando si sforzava un po’ troppo ma non abbastanza da farlo diventare un dolore vero e proprio; ma lo sforzo di spingere la sedia lungo il corridoio l’aveva fatto tornare. Si appoggiò una mano sul ventre, sentendo la sagoma della medicazione attraverso la stoffa della maglia.

Vera non era rientrata nella sua stanza. L’aveva sentita scappare via e non gliene era importato niente, neppure lontanamente aveva provato il desiderio di chiamarla prima che fosse troppo lontana per poterlo ancora sentire. Aveva alzato la testa, limitandosi ad ascoltare il suono dei suoi passi farsi sempre più indistinto, fino a che non c’era stato altro che silenzio. In quel silenzio aveva rivisto davanti a sé il volto pallido di Misty, la sagoma immobile del suo corpo fra le lenzuola. Si era lasciato ricadere contro il materasso, seppellendo la testa sotto al cuscino e pensando che avrebbe pianto di nuovo. Tanto, non c’era nessuno che potesse vederlo.

Invece non aveva pianto. Era rimasto sdraiato sul letto per un tempo che gli era parso interminabile ed un paio di sporadici singhiozzi avevano scosso le sue spalle, ma i suoi occhi erano rimasti asciutti. Infine si era assopito. Era tardi e lui era esausto, ed era stato abbastanza. Nonostante non fosse riuscito a dormire per più di dieci minuti aveva sognato. Misty, principalmente. Aveva fatto sogni confusi in cui si era ritrovato di nuovo nel rifugio degli ex agenti Rocket ed in sogno era stato più forte, più veloce. In sogno l’aveva salvata.

Poi si era svegliato di soprassalto e poco ci era mancato che saltasse giù dal letto a velocità lampo, dimenticandosi completamente della ferita. Se n’era ricordato in tempo, per la precisione quando il suo tentativo di mettersi seduto un po’ troppo rapidamente si era tradotto in una fitta non proprio trascurabile al ventre; allora si era puntellato al materasso con le braccia per non ricadere all’indietro e si era tirato su con cautela, rimanendo a fissare il vuoto per una manciata di secondi, con gli occhi spalancati e la fronte imperlata di sudore.

Aveva ricordato. Di colpo aveva ricordato un particolare del sogno, non quello confuso dal quale si era appena svegliato e che già stava iniziando a dimenticare ma quello ancora nitidissimo che aveva fatto solo due notti prima, anche se ora gli pareva di più, infinitamente di più.

Nel sogno era caduto a terra, crollando sulle ginocchia e sulle mani macchiate del proprio sangue; ed ora ricordava di aver cercato di arrancare verso il letto in cui Misty giaceva incosciente perché sapeva che c’era qualcuno lì, qualcuno che le avrebbe fatto del male e forse l’avrebbe uccisa. E quando aveva alzato gli occhi l’aveva visto davvero, un’ombra nera ai piedi del letto.

Era un particolare che aveva dimenticato, stemperato dall’immagine orribile di Misty nel letto d’ospedale. Ma in quel momento l’aveva rivisto davanti a sé più nitido che mai.

Più velocemente che aveva potuto si era alzato in piedi, tenendosi alla testiera del letto. Il dolore allo stomaco si era fatto sentire quasi immediatamente, assai più intenso di prima, e a stento era riuscito a raggiungere la sedia a rotelle e a lasciarvisi cadere di schianto, tanto che l’aveva sentita cigolare, pallidissimo e con il viso imperlato di sudore.

Spinse di nuovo le ruote, facendola avanzare di poco. Poi dovette fermarsi ed attendere qualche istante, premendosi la mano contro la ferita che adesso pulsava di un dolore intenso e bruciante. Sì, sapeva che probabilmente se avesse continuato avrebbe finito per strappare i punti, ma doveva arrivare da Misty.

Doveva accertarsi che stesse bene. Che nessuno fosse entrato nella sua stanza per farle del male.

Afferrò di nuovo le ruote ed oltrepassò la porta con la scritta terapia intensiva.

Senza sapere bene per quale motivo, quando fu vicino alla stanza di Misty abbandonò la sedia e si alzò aggrappandosi alla parete. Dovette scaricarvi la maggior parte del suo peso per rimanere in piedi e non era solo per il dolore. Si sentiva ancora infinitamente debole, come se avesse corso per chilometri.

Era scalzo, e tenendosi alla parete raggiunse la stanza in silenzio. Le ruote della sedia a rotelle cigolavano invece, un rumore che di giorno era appena percettibile e nel silenzio della notte risuonava come un gemito o un lamento. Si rese conto di averla lasciata indietro per quel motivo.

Raggiunse la porta con il cuore che andava a mille. Quando si sporse oltre la soglia, per un istante il battito furioso si arrestò.

«LASCIALA STARE IMMEDIATAMENTE!»

Il suo urlo risuonò nel silenzio come un colpo di pistola. L’uomo in nero in piedi in fondo al letto si voltò di scatto, ma non smise di premere il cuscino sul viso di Misty.

Ash non pensò. Semplicemente, si staccò dalla parete ignorando la violenta fitta di dolore che accompagnò il suo movimento troppo brusco e si avventò su di lui cercando di spingerlo via, di allontanarlo da Misty.

Il cuscino cadde sul pavimento e pochi istanti dopo cadde anche Ash, quando l’uomo lo allontanò da sé con una manata che lo raggiunse al ventre. Ebbe il tempo di scorgere per un istante il volto pallido di Misty circondato dai capelli rossi sparsi attorno alla testa, poi finì contro la parete e si accasciò con le mani premute sullo stomaco quando il dolore lo travolse, riducendolo ad una sagoma rannicchiata sulle piastrelle bianche.

Si obbligò a tirarsi su emettendo qualcosa a metà fra un gemito ed un ringhio e si lanciò di nuovo sul sicario di Hun, afferrandolo all’altezza delle ginocchia e cercando di sbilanciarlo, di tirarlo via dal letto.

«Va’ al diavolo.» ringhiò l’uomo e gli assestò un calcio su un fianco, mandandolo a sbattere contro il letto. Il dolore lo stordì per un istante. Crollò a terra tirandosi dietro metà del lenzuolo.

Si sforzò di riaprire gli occhi e lo vide, una forma scura contro la luce pallida che veniva dal corridoio. Lo vide raccogliere da terra il cuscino.

Fece forza sulle braccia e si tirò su a fatica, annaspando nel disperato tentativo di riempirsi i polmoni d’aria.

«AIUTO!» urlò, con tutto il fiato che aveva, rendendosi conto che non c’era altro che potesse fare, rendendosi conto che ancora una volta era troppo debole per poterla proteggere, che ancora una volta non era in grado di salvarla «C’È QUALCUNO? VI PREGO AIUTOO!»

L’uomo in nero imprecò e gli mollò un altro calcio, nello stomaco stavolta. L’esplosione di dolore che seguì fu tanto intensa da oscurargli la vista per qualche istante. Urlò senza accorgersi di urlare, pensando confusamente che questo doveva aver riaperto la ferita, che stava di sicuro perdendo sangue di nuovo.

Ripiombò contro il pavimento, sbattendo con forza la spalla sinistra; e quando si costrinse a riaprire gli occhi fino a quel momento serrati in una smorfia di dolore distinse la realtà attorno a lui che di colpo si era fatta confusa, distante.

Ma qualcuno l’aveva sentito gridare. Sentì passi in corsa fuori dalla stanza e sentì l’uomo imprecare di nuovo e darsi alla fuga. Provò debolmente ad alzarsi ed il dolore lo travolse di nuovo, bruciante, lacerante come un’ondata, un fiume in piena, che lo stordì annebbiandogli la vista. Ma l’uomo in nero se n’era andato e il cuscino era per terra vicino a lui e i macchinari vicino al letto di Misty avevano ripreso a scandire il battito del suo cuore nei suoni regolari e costanti che prima aveva sentito farsi più radi e sporadici come se fossero stati sul punto di arrestarsi, quindi ce l’aveva fatta, ce l’aveva fatta e andava tutto bene, andava tutto bene…

(va tutto bene ce l’hai fatta shh puoi smettere di pensare adesso)

Ash svenne.

 

*

 

Lo svegliò la voce di Vera, appena oltre la soglia della sua stanza, insinuandosi nella pesante foschia che gli aveva avvolto la mente e riportandolo con violenza alla coscienza della veglia.

«Non m’importa niente se c’è Brock con lei! Voglio sapere che cos’è successo, Drew!»

«Non gridare così! Lo chiederai a lui quando si sveglierà. Il medico ha detto che dovrebbe riprendere conoscenza presto, no?»

Aprì gli occhi a fatica, ritrovandosi a contemplare per l’ennesima volta il soffitto bianco sopra la sua testa. Stavolta non c’era nessuna nebbia in cui potesse desiderare di sprofondare di nuovo, né l’effetto di qualche analgesico ad ottenebrare la pulsazione dolorosa che lo travolse non appena provò a muoversi, in modo assai più violento del giorno precedente. Si lasciò ricadere all’indietro sul cuscino, inspirando avidamente aria nei polmoni nel tentativo di riprendere fiato. Quando si portò una mano allo stomaco sentì attraverso la maglia la sagoma di una medicazione più ingombrante.

Di colpo ricordò. Di colpo gli tornò in mente tutto quanto. L’uomo di Hun che aveva sorpreso nella stanza di Misty, a premerle il cuscino sul volto esangue. Aveva visto la linea verde che disegnava il battito del cuore di lei sugli schermi neri dei macchinari farsi irregolare, minacciare di arrestarsi.

E di colpo ebbe paura. Immaginò con una chiarezza agghiacciante qualcuno che portava via lui, privo di sensi e con una macchia di sangue che si andava allargando sui vestiti mentre le condizioni di Misty si aggravavano e sugli schermi neri la linea verde tornava a tracciare onde brevi e sporadiche fino a rimanere piatta; immaginò i deboli battiti del suo cuore spegnersi, arrestarsi senza clamore, senza che lui potesse anche solo stringerla fra le braccia per l’ultima volta ed illudersi che bastasse quello a tenerla con sé.

Vide tutto quanto con chiarezza estrema e non servì a nulla dirsi che la frase di Vera – non m’importa niente se c’è Brock con lei – non poteva essere riferita a nessun altro che a Misty. La sentiva ancora parlare concitatamente con Drew, nel corridoio bianco che non riusciva a scorgere oltre la soglia della stanza; ma quando provò a chiamarla gli uscì solo un bisbiglio, debole ed impastato, anche se aveva creduto di gridare.

Rinunciò a provare di nuovo e si voltò verso la finestra, serrando il lenzuolo nella mano che aveva preso a tremare. Vide i fiori di biancospino nel vaso di vetro sul suo comò, ma solo vagamente, ridotti ad un particolare insignificante su uno schermo bianco. Avevano cominciato ad appassire.

Quando infine Vera irruppe nella sua stanza di corsa, seguita da Drew la cui espressione diceva in modo abbastanza chiaro che aveva provato inutilmente a fermarla, Ash si voltò debolmente verso di lei.

«Vera…»

«Ash!» lo interruppe lei, precipitandosi verso il letto. Gli prese la mano ed ignorò Drew quando lui la raggiunse e le appoggiò una mano sulla spalla, intenzionato a convincerla a tornare fuori.

«Lascialo riposare, Vera. Hai sentito cosa ha detto il dottore.»

Vera fece cenno di no e gli strinse più forte la mano, tirando su col naso. Aveva di nuovo gli occhi pieni di lacrime.

«Fa niente, tanto ormai sono sveglio.» mormorò Ash, non senza sforzo «Vera… Misty sta bene?»

«Sì.» lo tranquillizzò lei «Cioè… non ha ancora ripreso conoscenza, ma nessuno le ha fatto del male, se è quello che volevi sapere.»

Ash chiuse gli occhi per un lungo istante, con l’impressione di non avere veramente respirato fino a quel momento. «Sì.» disse poi, piano «È quello che volevo sapere.»

La ragazzina accennò un sorriso quasi invisibile e gli accarezzò gentilmente la fronte, scostandogli i capelli scuri. Ash ebbe l’impressione di vedere Drew stringere duramente i denti dietro le labbra serrate e guardarlo come se gli stessero prudendo le mani dalla voglia di afferrare il cuscino e schiacciarlo sulla sua faccia.

«Che cos’è successo, Ash…?» volle sapere Vera. Le tremava la voce. «C’è un agente della sicurezza dell’ospedale fuori dalla stanza di Misty e il medico ci ha detto che ti hanno trovato lì svenuto… che cos’è successo?!»

Non le rispose. Serrò le labbra per ricacciare indietro un eventuale gemito di dolore e provò di nuovo a tirarsi su, solo per ricadere all’indietro dopo essere riuscito a sollevarsi dal materasso sì e no di cinque centimetri. Vera gli appoggiò una mano sulla spalla.

«No.» disse, in tono apprensivo e categorico insieme «Non puoi alzarti. Hai rischiato grosso stanotte, lo sai? Il medico dice che hai fatto riaprire la ferita. Ti sei strappato via i punti.»

Lui chiuse gli occhi, gemendo debolmente; e Vera allentò con cautela la stretta sulla sua spalla, trasformandola in qualcosa che somigliava ad una carezza.

«Tranquillo.» mormorò «Nessuno ha fatto del male a Misty. Non le è successo niente.»

«Hanno cercato di ucciderla.» disse lui con un filo di voce, riaprendo gli occhi per incrociare quelli di lei che di colpo si erano fatti enormi «Stanotte… sono tornato da lei e c’era uno di loro là. Ecco che cos’è successo. Se non avessi provato a fermarlo l’avrebbe… Dio, stava cercando di soffocarla con il cuscino…»

Vera trasalì, spalancando gli occhi ancora di più; e allontanò di scatto le mani da lui per premersele sulla bocca, a soffocare un’esclamazione di orrore.

«Oddio.» bisbigliò poi e la voce le tremò ancora di più, quasi fosse sul punto di esplodere in singhiozzi come la sera precedente. Riuscì però a trattenere le lacrime, sforzandosi ostinatamente di non battere le palpebre fino a che non fu sicura che non avrebbe pianto. Allora scosse la testa e si sedette sulla sedia di plastica verde vicino al suo letto, prendendogli la mano di nuovo.

«Allora l’hai salvata.» disse piano, la sua voce fu poco più che un sussurro «Le hai salvato la vita.»

Sul volto pallido del ragazzo si disegnò l’accenno di un sorriso amaro.

«Forse avrei dovuto farlo prima.» disse e Vera non seppe come replicare.

Drew lasciò trascorrere qualche istante, poi si piegò ad appoggiarle la mano su un braccio. «Dai, ora dovremmo andarcene.» le disse «Non hai sentito cosa ha detto il medico? Deve riposare.»

Si aspettava che la ragazzina si alzasse e lo seguisse; invece, Vera scosse piano la testa. I capelli le ondeggiarono attorno al viso. «Io non vengo.» disse «Tu vai pure se vuoi. Io rimango.»

Lui rimase interdetto per un istante che la disse lunga su quello che provava davvero in quel momento, tanto che Ash pensò che se non gli aveva ancora fatto ingoiare i denti con un pugno era solo perché lui era in un letto d’ospedale e a sentire Vera la notte precedente aveva rischiato di morire. Poi sospirò ed almeno una cosa a suo favore Ash poté pensarla: non avrebbe fatto qualcosa solo perché riteneva che fosse giusto. Crudele, forse, ma almeno era sincero.

Non avrebbe cercato di portare via Vera con la forza, forse; ma non si offrì di rimanere con lei.

«D’accordo.» sospirò, in tono abbastanza seccato. Si sporse a darle un bacio sulle labbra e Ash pensò distintamente: L’ha fatto apposta perché lo vedessi. Come se gliene fosse importato qualcosa. Si domandò cosa avrebbe fatto Drew se avesse saputo che solo il giorno precedente aveva realizzato che, se solo fosse stato possibile, pur di avere indietro Misty sarebbe stato disposto a vedere Vera giacere fra le lenzuola immacolate di un letto nel reparto terapia intensiva, ridotta ad un vegetale tenuto in vita dalle macchine.

Probabilmente Drew l’avrebbe ammazzato con le sue mani, se l’avesse saputo. Ed avrebbe avuto tutte le ragioni di questo mondo.

Ma importava meno di zero ora che in un letto d’ospedale c’era Misty, la sua Misty, l’unica persona di cui era disposto ad ammettere di avere bisogno. L’unica persona di cui gli importasse davvero in quel momento, ed era lei ad essere ridotta ad una sagoma immobile fra le lenzuola, viva solo perché le macchine a cui era attaccata facevano in modo che fosse così.

Viva solo perché quelle macchine tenevano il suo corpo ancorato alla terra, trattenevano fra quelle lenzuola quello che non era ancora scivolato via.

«Rimani, se vuoi.» disse Drew a Vera «Io torno al pokemon center.»

La ragazzina annuì. Si voltò a guardare Drew con uno sguardo che addolcì un po’ quello di lui, che piegò le labbra in un sorriso poco più che appena accennato e si chinò di nuovo a darle un bacio sulla fronte, per poi arruffarle affettuosamente i capelli con la mano. Lei reagì con un «Ehi!» di protesta, ritraendosi contro lo schienale della sedia, con un ciuffo che le era scivolato davanti agli occhi. Se lo ravviò dietro l’orecchio, fingendosi imbronciata.

«Ci vediamo.» le disse Drew, così come gliel’aveva detto tante e tante volte prima di darle quel bacio nel cortile del pokemon center di Fiordoropoli, più di cinque mesi prima, e poi andarsene lasciandola a fissare il vuoto con gli occhi spalancati come una perfetta imbecille. Vera gli rivolse un piccolo sorriso che lui ricambiò; ma ugualmente si voltò indietro due volte prima di arrivare alla porta e la seconda volta guardò lui con una rabbia che lo lasciò del tutto indifferente.

Vera rimase seduta vicino a lui. Ash sospirò e si voltò faticosamente su un fianco, volgendo lo sguardo verso le piastrelle bianche del pavimento. Desiderando di poter sprofondare sotto le coperte e non uscirne mai più, desiderando di poter vedere Misty e poterla stringere di nuovo fra le braccia e ripeterle che andava tutto bene e che doveva solo aprire gli occhi fino a che non avesse sentito il suo corpo così incredibilmente fragile ricambiare la stretta e rannicchiarsi contro il suo.

«Misty non è da sola. C’è Brock con lei.» gli disse Vera, quasi avesse intuito i suoi pensieri. Ash non le rispose. Si limitò ad annuire.

Lei gli appoggiò di nuovo una mano sulla spalla e si sforzò di rivolgergli un piccolo sorriso. «Se vuoi piangere puoi farlo.» gli disse, gentilmente «Non lo dico a nessuno, promesso.»

«Non voglio piangere.» disse piano Ash «Vera… sai quando potrò alzarmi?»

«Non tanto presto.» gli rispose lei, con la massima delicatezza possibile «Almeno non fino a domani. Il dottore ha detto che la ferita potrebbe riaprirsi di nuovo. Stanotte te la sei vista brutta.»

Lui tacque, serrando le labbra. Vera tenne la mano sulla sua spalla.

«Te l’ho detto, c’è Brock con Misty adesso. Se dovesse svegliarsi non sarebbe sola. E sono sicura che quando si sveglierà vorrà trovarti in piedi e in buona salute, quindi adesso tu rimani a letto e cerchi di non sforzarti troppo, d’accordo?»

Ash annuì. «Vera?» mormorò poi e lei gli rivolse uno sguardo interrogativo.

«Che c’è?»

«Grazie.» le disse lui in un sussurro, per poi distogliere gli occhi e guardare senza interesse la ridotta porzione di corridoio che riusciva a scorgere oltre la porta. Lei non gli chiese di cosa volesse ringraziarla ed Ash non si domandò se fosse perché non le importava o perché aveva capito.

«Ti senti un po’ meglio?» gli chiese Vera, invece che domandargli per che cosa fosse quel grazie.

Lui non le rispose. Chiuse gli occhi e stavolta non vide davanti a sé il volto innaturalmente pallido di Misty, ma la linea verde dell’elettrocardiogramma che si faceva stentata e irregolare sugli schermi dei macchinari. Serrò le palpebre nel tentativo di scacciare quell’immagine, stringendo la mano sulla stoffa del cuscino; ma la linea verde e frammentata rimase lì. Ash tenne gli occhi chiusi fino a scivolare lentamente in un dormiveglia confuso e poi in un sonno fortunatamente privo di sogni. Vera continuò a tenere la mano sulla sua spalla. Quando ormai era vicinissimo ad addormentarsi la sentì trasformare quel tocco leggero in una carezza gentile e confortante. Non era diversa dal modo in cui soltanto due sere prima Brock gli aveva appoggiato una mano sulla schiena mentre piangeva; ma decise confusamente che almeno per un pochino poteva fingere che vicina a lui ci fosse Misty e non Vera, che la mano che lo accarezzava fosse la sua.

E per un istante, un solo brevissimo istante nell’attimo in cui scivolava definitivamente nel sonno, ci credette davvero.

Dormì per un paio d’ore e quando si svegliò la sedia vicino al letto era vuota. Vera se n’era andata mentre lui dormiva. Con cautela si voltò di nuovo sulla schiena e il suo sguardo cadde sui minuscoli fiori bianchi nel vasetto di vetro sul comò vicino al suo letto.

Tese una mano in quella direzione, ed afferrò uno dei rametti. Lo sfilò piano dal vaso ed alcuni dei piccoli fiori ora vagamente appassiti si staccarono e caddero sulle lenzuola, simili alla neve.

 

*

 

Misty stava sognando.

Non avrebbe mai ricordato quel sogno e, se mai aveva avuto un senso, né lei ne nessun altro avrebbe mai potuto chiedersi quale fosse. Ma in quel momento il sogno era vivo e nitido mentre il suo corpo giaceva nel letto d’ospedale e le macchine monitoravano instancabilmente il battito del suo cuore. Su uno degli schermi la linea di un elettroencefalogramma registrava la debole attività del suo cervello, non del tutto sprofondato oltre il baratro dell’incoscienza.

C’era stato un momento in cui aveva avuto la sensazione che Ash le fosse vicino, minuti o forse giorni o forse ore prima. Soltanto la sensazione, niente di più; l’impressione vaga della sua voce e della mano di lui che stringeva la sua. La realtà era lontanissima ma in qualche modo ancora presente. Come il medico aveva detto a Brock e agli altri, parte della sua mente era rimasta attiva, sveglia. La linea dell’elettroencefalogramma non era mai stata piatta; altrimenti, non avrebbe probabilmente avuto speranze di riprendersi. Parte della sua mente continuava a sentire quello che le accadeva intorno, ed aveva sentito Ash quando si era seduto al suo fianco. Adesso però Ash se n’era andato e lei stava sognando da sola.

Aveva l’impressione di trovarsi in un corridoio, e di essere stanca, come non lo era mai stata in vita sua. Le pareti che la circondavano erano vagamente indistinte, così come lo era il pavimento attorno ai suoi piedi; il soffitto si perdeva oltre il suo campo visivo. In un certo senso la realtà ed il sogno erano presenti allo stesso modo e mentre le pareva di camminare aveva anche la vaga sensazione di trovarsi in un letto, di sentire le lenzuola su di sé e rumori vaghi e insensati che non venivano dalla sua mente. Alcuni erano voci.

In sogno vide il corridoio arrestarsi davanti ad una porta di legno chiaro. Era chiusa, ma si aprì quando appoggiò la mano sulla maniglia, con un cigolio lieve e familiare. Riconobbe la stanza che si trovava dall’altra parte prima ancora di vederla: era la sua stanza a Cerulean City, ancora ingombra delle cose che non erano mai cambiate da quando era bambina. Misty sorrise appena e mosse qualche passo oltre la soglia, riconoscendo il letto coperto dalla trapunta a scacchi colorati, i suoi pupazzi a forma di pokemon d’acqua, le foto incorniciate sulla scrivania.

Prese fra le mani una di quelle foto e sorrise all’immagine bloccata nel tempo oltre il vetro sottile della cornice. In silenzio accarezzò con la punta delle dita il volto della donna che vi era ritratta, i capelli che le cadevano sulle spalle in morbide onde color rame. Sfiorò l’immagine della bimba sorridente fra le braccia della donna. Era lei quella bambina e la donna che la cullava era sua madre.

Per un istante le parve di ricordare qualcosa che le fece morire il sorriso sulle labbra anche se non le riuscì di arrivare oltre la sensazione che ci fosse qualcosa che aveva a che fare con sua madre, qualcosa che qualcuno aveva detto e che poi lei aveva dimenticato perché poi aveva visto Attila avventarsi su Ash e affondargli la lama di un coltello a serramanico nello stomaco e tutto il resto era stato spazzato via. Qualcosa che ora non riuscì a definire, che rimase nascosto oltre la nebbia che separava la realtà illusoria del suo sogno dalla realtà della stanza d’ospedale in cui il suo corpo giaceva immobile in un letto e Brock sedeva sulla scomoda sedia di plastica con una rivista aperta sulle ginocchia e lo sguardo perso nel vuoto, senza voltare pagina da chissà quanto tempo.

Tornò a poggiare la foto sul piano della scrivania. E poi la voce dolce di una donna risuonò alla sue spalle, la voce che desiderava sentire da tanto, tantissimo tempo.

“Misty…”

Si voltò, quasi lasciando cadere la foto. La luce chiara che entrava dalla finestra illuminò i capelli rosso scuro di una donna alta e bella, il suo sorriso luminoso, gli occhi grandi e dolci come quelli della figlia.

“Mamma!”

Rose Waterflower aprì le braccia verso la sua bambina e Misty corse a rifugiarvisi. Ci fu una parte di lei che le disse che sua madre era morta quando lei aveva tre anni e che se quello non era un sogno poteva significare solo che doveva essere morta anche lei; ma era una voce insignificante, una voce che poteva ignorare. Poteva fingere che non esistesse.

In silenzio Rose le appoggiò le mani sul viso, facendoglielo alzare, e la guardò con quello sguardo dolce che lei non aveva mai dimenticato, anche se aveva creduto di sì. Ora comprese che i suoi ricordi della madre, che il tempo aveva affievolito e sbiadito, da qualche parte della sua mente erano ancora vivi. In quel momento le parve di poterli raggiungere tutti.

“Sei felice?” le chiese la donna, guardandola. Quasi inconsciamente Misty sorrise e annuì.

“Sì.” disse, piano “Sono felice. Ho conosciuto un ragazzo. E… gli voglio bene, gli voglio tantissimo bene, e so che lui vuole bene a me.”

Rose sorrise con dolcezza ed andò a sedersi sulla trapunta colorata, facendole cenno di raggiungerla. “Vieni qui.” le disse semplicemente “Vieni qui e raccontami tutto.”

Misty annuì ed in silenzio si accovacciò ai piedi del letto, appoggiando il capo sulle ginocchia della donna dai capelli color rame.

“Si chiama Ash.” disse e non riuscì a smettere di sorridere mentre pronunciava il suo nome, e mentre le mani esili e chiare di Rose le accarezzavano piano la testa, giocando dolcemente con le ciocche rosse dei suoi capelli “E sa essere la persona più testarda e stupida che abbia mai conosciuto… ma sa essere anche la persona più dolce che abbia mai conosciuto.”

“Gli vuoi davvero molto bene, non è vero?”

“Sì.” rispose senza esitazione Misty “Moltissimo. Farei qualunque cosa per lui.”

Rose tacque per qualche istante. Quello che disse poi parve aprire una crepa nella realtà illusoria in cui la mente della ragazza aveva cercato rifugio, dissolvendo e stemperando l’atmosfera dolce e confortevole del sogno e ricordandole di nuovo che non era tutto a posto, che non era tutto come doveva essere. Non più.

“Allora non dovresti lasciarlo solo.” disse Rose.

Misty non capì. “Ash non è solo.” disse scuotendo la testa, confusa, alzando gli occhi verdi verso la madre “Ash non è mai solo, non lo sarà mai. Lui ha me.”

La donna le prese di nuovo il volto fra le mani e la guardò.

“Ne sei sicura…?”

Stava per dirle di nuovo che non capiva e che Ash non era solo quando di colpo le tornò in mente tutto quanto, e rivide se stessa nel nascondiglio dell’ex Team Rocket, rivide Ash infilarsi a quattro zampe sotto il tavolo e stringerla forte fra le braccia. Lo vide correre al suo fianco, vide il suo volto pallido e sudato mentre si sforzava di resistere al dolore, lo vide cadere. Vide Attila immobilizzarlo contro la parete e affondare il coltello nel suo corpo, vide la scia di goccioline rosse che erano schizzate nell’aria quando la lama si era ritratta. Vide se stessa liberarsi dell’uomo che la bloccava e lanciarsi su Ash per fargli scudo, quando Attila aveva tirato indietro il braccio per colpirlo di nuovo.

E risentì il suono lontano della sua voce, la stretta quasi impalpabile della sua mano quando l’aveva sentito vicino e contemporaneamente così lontano da non avere idea di come avrebbe potuto raggiungerlo. Avrebbe dovuto essere con lui. Avrebbe dovuto essere al suo fianco per stringerlo fra le braccia ed impedirgli di cadere. Ma la sua voce era rimasta indistinta nella nebbia, presente solo vagamente. Di colpo capì.

Spalancò gli occhi e guardò la madre, senza avere il coraggio di porle la domanda che di colpo le risuonava nella mente con una nitidezza terrificante.

Sono morta…?

“Corri.” le disse Rose. Lo sguardo dei suoi occhi verdi di colpo si era fatto serio. “Se vuoi tornare da lui, devi correre.”

Misty annuì. E corse, lasciandosi alle spalle la stanza in cui aveva trascorso buona parte della sua infanzia e lo sguardo dolce della madre che aveva visto per l’ultima volta in un letto d’ospedale quando aveva soltanto tre anni e neppure sapeva che cosa significasse morire. Corse fino a che non le parve che le gambe stessero per cederle, corse fino a che il corridoio bianco ed interminabile non prese a vorticarle intorno come se stesse per franarle addosso, chiudersi su di lei come le macerie di una grotta nel cuore del Monte Luna.

Continuò a correre fino a che il sogno divenne vago come la realtà della sua stanza d’ospedale, fino a che non iniziò a credere che presto sarebbe crollata a terra senza forze.

Ma non riusciva ad arrivare da lui.

 

*

 

Non gli permisero di tornare da Misty fino al giorno successivo.

Dovette usare ancora la sedia a rotelle e fu di nuovo Vera a spingerla lungo il corridoio e oltre la porta con la scritta terapia intensiva. Quel giorno la ragazzina aveva sostituito i fiori appassiti sul suo comò con altri appena raccolti. Le aveva chiesto se poteva portarne qualcuno a Misty.

«Certo.» gli aveva risposto Vera, ed aveva sorriso senza guardarlo negli occhi.

Misty era in coma da due giorni.

Ash appoggiò i fiori sul comò vicino al suo letto, e si sporse a darle un bacio sulla tempia mentre dietro di lui Vera esitava e poi usciva dalla stanza lasciandolo solo con lei.

«Ciao.» bisbigliò Ash, prendendo di nuovo la mano di Misty nella sua. La voce gli tremò mentre pronunciava quell’unica parola e dovette rimanere in silenzio per un lungo attimo prima di essere sicuro di riuscire a parlare senza che le lacrime gli salissero agli occhi. «Scusa se… se non sono venuto ieri.»

La osservò per qualche istante, nella speranza di cogliere anche il minimo movimento nella sagoma immobile del suo corpo fra le lenzuola bianche. Lei non reagì. Ash afferrò le ruote della sedia e la spinse più vicina al letto, per chinarsi a sfiorarle le labbra con un bacio. «Ti voglio bene.» le disse piano e la baciò di nuovo, sperando forse che potesse bastare quello a ridestarla da quel sonno profondo e innaturale e a riportarla indietro. Quando si tirò su si rese conto di avere gli occhi pieni di lacrime. Non gliene importò nulla.

«Reagisci.» sussurrò e la sua voce fu ancora più sottile e stentata. Strinse forte la mano di lei fra le sue, sollevandola fino a portarsela al viso. «Ti prego, Misty. Io… non sono forte. Sei tu quella che lo è davvero. Non puoi rimanere qui, non può essere questo il tuo posto. Dovrei esserci io in quel letto. Dovrei… io… mi dispiace tanto Misty, credimi…»

Stava piangendo. Tirò su col naso e si passò il dorso della mano sugli occhi, serrando le labbra per ricacciare indietro i singhiozzi. Per un po’ rimase in silenzio ad ascoltare i suoni dei macchinari attorno al letto di lei, stringendo e accarezzando la mano abbandonata sulle lenzuola, fino a che l’immagine del suo volto non si confuse di nuovo e lui si rese conto di essere sul punto di piangere un’altra volta.

«Va tutto bene.» bisbigliò allora, a lei e a se stesso, cercando inutilmente di impedire alla propria voce d tremare «Va tutto bene Misty, è tutto a posto adesso. Uno di loro è stato qui ieri notte e… e ha cercato di farti del male… ma se n’è andato adesso. È andato via. E se torna, se prova soltanto a riavvicinarsi a te io giuro che lo ammazzo. Non ti farà più del male. Te lo prometto.»

Si piegò di nuovo a darle un bacio sulla fronte. La mano che teneva stretta fra le sue gli parve un po’ più calda, appena un pochino. Così poco che forse se lo stava solo immaginando.

«Te lo prometto.» ripeté e poi non riuscì a dire nient’altro.

Riuscì solo a rimanere a guardare il suo corpo fragilissimo tra le lenzuola bianche del letto, l’ago della flebo infilato nel suo braccio, i fili che la collegavano alle macchine. Le bende che le avvolgevano il braccio destro, dove Attila l’aveva colpita. E le labbra prive di colore, le guance pallide e i capelli rossi sparsi attorno alla testa che contrastavano spaventosamente con il colorito innaturale del suo viso, facendola apparire ancora più pallida.

«Ti voglio bene.» ripeté Ash, piano «Ti voglio tanto bene, Misty. Tantissimo. Non lo so se mi puoi sentire ma… ti voglio bene.»

Stava per lasciarle la mano per asciugarsi le lacrime di nuovo. E poi, per un istante solo e così piano che avrebbe potuto benissimo esserselo solo immaginato, le dita di lei si strinsero debolmente attorno alle sue.

Gli occhi del ragazzo si spalancarono e sulle sue labbra si disegnò l’accenno di quello che avrebbe forse voluto essere un sorriso ma non osava esserlo, non ancora.

«Ti ho sentita lo sai…?» sussurrò, quasi senza avere il coraggio di parlare «Mi hai stretto la mano… mi senti, Misty? Lo… lo puoi fare di nuovo…?»

Un secondo. Due. Tre. Poi sentì di nuovo quella stretta debolissima, quasi impercettibile, ma non si stava solo illudendo. L’aveva sentita davvero. Misty gli aveva stretto la mano davvero. Le lacrime gli riempirono gli occhi e gli caddero sulle guance, ma stavolta non se ne curò.

«Brava.» bisbigliò e la voce gli tremò così tanto da rendere quasi incomprensibile quell’unica parola che era riuscito a pronunciare «Bravissima. Adesso… adesso puoi aprire gli occhi…?»

Stavolta lei non reagì. Ash ebbe l’impressione che l’invisibile peso che si era affievolito per qualche istante dopo aver gravato su di lui gli fosse ripiombato addosso di colpo, ma si sforzò di tenere le labbra piegate nel fantasma di un sorriso, di mantenere i singhiozzi dolorosamente bloccati in fondo alla gola.

«Va bene.» le disse in un sussurro «Va bene lo stesso, non c’è fretta. Va bene così.»

Vera entrò in quel momento nella stanza e lo raggiunse, fermandosi vicino a lui. «Come va?» gli chiese piano e Ash si voltò a guardarla continuando a stringere la mano di Misty fra le sue che ora tremavano, scosse da un tremito quasi convulso.

«Vai… vai a cercare il dottore, Vera. Fallo venire qui. Digli… digli che Misty mi ha stretto la mano, digli che l’ho sentita muovere le dita.»

«Cosa?» Vera spalancò gli occhi e il suo sguardo volò in direzione del volto ancora immobile e pallido della ragazza stesa sul letto, per poi distogliersene di colpo «Si è…?»

«Non ancora.» disse Ash. Non guardava più lei, guardava di nuovo Misty, e ora sfiorò con un bacio le dita della mano che teneva stretta. «Non ancora, ma sono sicuro di averla sentita stringermi la mano. Per favore Vera vai a chiamare il medico. Non voglio lasciarla sola adesso.»

La ragazzina esitò, poi annuì e scattò in direzione della porta. Ash sentì i suoi passi in corsa allontanarsi fino a svanire. Rimase in silenzio, stringendo forte la mano di Misty, guardando lei e guardando gli incomprensibili schermi dei macchinari e i biancospini nel vaso sul comò, guardando tutto quanto senza riuscire a vedere nulla o a pensare nulla tranne il suo nome, il suo nome che continuava a ripetersi incessantemente senza parlare e senza muovere le labbra. Chiuse gli occhi tenendosi la sua mano contro il viso, pensando a lei, pensando al verde dei suoi occhi che gli pareva di non vedere da mesi, pensando alla sua voce dolce e alle sue braccia che lo stringevano e al suo corpo vivo contro il proprio, a tutte le volte che l’aveva sentita raggomitolarsi fra le sue braccia e appoggiare la testa sulla sua spalla, a tutte le volte che l’aveva baciata.

Misty. Soltanto questo. Misty.

Riaprì gli occhi solo quando sentì Vera rientrare di corsa nella stanza e voltandosi vide il medico entrare dietro di lei, una sagoma confusa avvolta nel camice bianco oltre le lacrime che gli riempivano gli occhi.

Vera doveva avergli già spiegato tutto quanto, perché l’uomo non fece domande mentre raggiungeva rapidamente il letto e controllava i valori sugli schermi dei macchinari.

«Mi ha stretto la mano.» disse Ash ad ogni buon conto. Il medico si voltò verso di lui e Ash inghiottì a vuoto. «Mi ha stretto la mano, io… l’ho sentita. Ne sono sicuro.»

«Potrebbe trattarsi solo di un riflesso incondizionato.» disse calmo l’uomo in camice, tornando ad osservare gli schermi «È presto per poterlo definire un buon segno.»

Ash scosse la testa quasi con rabbia. «Non era un riflesso incondizionato, o come cavolo l’ha chiamato! Mi ha sentito, ha sentito la mia voce, e mi ha stretto la mano perché mi ha sentito. Io… lo so. Ne sono sicuro.»

Sulla soglia, Vera si stringeva le mani al seno, con gli occhi azzurri spalancati. Ash serrò le labbra con forza, poi tornò a guardare Misty.

«Ehi.» bisbigliò «Ehi, Misty, mi senti? Puoi stringermi la mano di nuovo…?»

Lei non reagì. Ash le tenne la mano stretta fra le sue, ma stavolta non sentì le sue dita muoversi.

Il medico sospirò e per un istante parve sul punto di appoggiargli una mano sulla spalla. «Le probabilità che possa riprendere conoscenza sono buone.» disse invece, tenendo le mani intrecciate dietro la schiena «Le funzioni vitali sono nella norma. Ripeto, ci sono buone probabilità che riprenda conoscenza. Ma non posso dirti quando accadrà.»

Ash non disse nulla. Volse lo sguardo verso il pavimento ed annuì distrattamente quando il medico disse che sarebbe tornato a controllare Misty nel giro di qualche ora. Non sentì Vera che gli si avvicinava fino a che lei non gli sfiorò una spalla.

«Ash…»

«Vattene.» le disse, senza guardarla «Per favore, Vera. Va’ via.»

La ragazzina esitò a lungo, poi gli strinse amichevolmente la spalla e obbedì. Ash rimase di nuovo solo con Misty e di nuovo non fu in grado di dire nulla senza che le lacrime gli cadessero silenziosamente sul viso. Le asciugò con il dorso della mano, spazzandole via; ma non riuscì in alcun modo a frenare i singhiozzi che presero a scuotergli le spalle con violenza.

«Ti voglio bene, Misty.» ripeté in un sussurro. Rimase a lungo seduto vicino a lei, ad ascoltare i rumori delle macchine e il suo respiro debolissimo, con gli occhi chiusi per non vedere altro. Non voleva più vedere niente. Di colpo gli pareva di non avere forza per poter sopportare nient’altro.

Sussultò quando sentì la mano di Misty stringersi di nuovo attorno alla sua, forte stavolta, tanto che quasi gli fece male.

«Misty?» osò bisbigliare Ash, spalancando gli occhi scuri.

Per un tempo che gli parve infinito, i suoi occhi verdi rimasero chiusi e il suo volto rimase immobile; e l’unico segno di vita rimasto in lei fu quella stretta che non si era ancora allentata e di cui Ash non osava liberarsi.

Poi, debolmente, le labbra di lei si mossero appena, a pronunciare un’unica parola.

«Ash…?»

 

CONTINUA...