BREAK MY FALL
VIII.
Non avrebbe ricordato, in futuro, il momento in cui tornò in sé. A dir la verità non ci fu davvero un momento simile; c’era solo la nebbia, una foschia densa e avvolgente che copriva ogni cosa come una marea, portando via anche il dolore. Ogni tanto la marea si abbassava e la nebbia si diradava abbastanza da permettergli di scorgere particolari confusi, troppo lontani per essere raggiunti, della realtà che lo circondava.
Pikachu accovacciato in fondo al suo letto.
Vera, con gli occhi azzurri pieni di lacrime, china al suo capezzale.
Ma erano solo immagini vaghe, indistinte. Immagini che riusciva a vedere solo negli attimi in cui la nebbia si diradava abbastanza da lasciar passare assieme ad esse anche il dolore, una pulsazione lacerante all’altezza del suo stomaco. Meglio tenere gli occhi chiusi. Meglio tenere gli occhi chiusi e lasciare che la foschia si chiudesse di nuovo su di lui.
Perché al di là di essa c’era qualcos’altro. Un pensiero che era come una macchia di un brutto colore sulla tela bianca e sgombra della sua mente. Un peso non meglio definito che gli opprimeva il petto. Qualcosa che avrebbe dovuto sapere, qualcosa che avrebbe dovuto ricordare. E lo sapeva, lo ricordava, ma ora c’era solo la nebbia e la nebbia avvolgeva la sua mente e fino a che non si fosse dissolta del tutto non sarebbe stato costretto a pensare a quel qualcosa e a ricordare…
(no shh stattene zitto adesso)
Ricordare che quel qualcosa che aveva a che fare con Misty.
Quando infine la nebbia si squarciò del tutto – e quello l’avrebbe ricordato, e a lungo – non c’era nessuno con lui, neppure Pikachu o Vera. E per un istante, prima ancora che gli riuscisse di mettere completamente a fuoco i contorni di quello che lo circondava, ebbe l’impressione di aver viaggiato all’indietro e di essersi risvegliato nella luce morente di un pomeriggio di cinque mesi prima.
Era in un letto d’ospedale. Tutto quello che riusciva a vedere sopra di sé era il soffitto bianco e sgombro e gli unici rumori erano quelli dei macchinari che monitoravano le sue funzioni vitali. Ma la sedia di plastica vicino al suo letto era spinta contro la parete e vuota. Non c’era Misty seduta vicino a lui, a sorridergli e a dirgli che andava tutto bene, che sarebbe andato tutto bene.
Provò a tendere una mano verso la sedia vuota, quasi a volersi accertare che non fosse tutto quanto un prodotto della sua mente esausta; ma scoprì di essere troppo debole per farlo.
La prima cosa che sentì, che non fossero i suoni monotoni delle macchine, furono le voci dei suoi amici poco oltre la porta. La voce di Brock, principalmente, e un’altra voce che non conosceva. La voce di un uomo dal tono calmo e distaccato.
«Dottore, come sta?»
«Si riprenderà. La ferita non è profonda e fortunatamente nessun organo vitale è stato lesionato. Ha avuto bisogno di una trasfusione, ma non ci sono danni seri.»
«Quindi starà bene, vero?» questa era Vera e la sua voce era più sottile del solito e tremava come se avesse appena finito di piangere o stesse per farlo. Gli venne in mente l’immagine di lei che ricordava solo vagamente, china su di lui, nel posto che avrebbe dovuto occupare Misty.
Misty.
Ancora non riusciva a ricordare. Non voleva ricordare.
«Sì, starà bene. Dovrebbe riprendere conoscenza nel giro di qualche ora.»
«E… Misty…?»
Silenzio per qualche istante.
«Purtroppo la sua situazione è diversa.» disse poi la voce che Ash non conosceva e che doveva essere quella di un medico «Non è in pericolo di vita e per il momento le sue condizioni sono stabili ma… l’arteria brachiale è stata praticamente recisa. L’emorragia è stata… ha perso moltissimo sangue. Troppo.»
«Che cosa sta cercando di dire…?»
Di nuovo ci furono attimi di silenzio. Interminabili. Allungati in modo assurdo, insensato.
«Che purtroppo è entrata in coma. Vorrei essere in grado di dirvi quando si risveglierà, ma non ne ho alcun modo. Fortunatamente si tratta di un coma vigile, non di un coma profondo. Potrebbe– »
«Cosa significa “coma vigile”?»
«Significa che reagisce ad alcuni stimoli. In parte la sua mente è presente, attiva insomma. Ma la sua situazione resta comunque grave. Potrebbe risvegliarsi da un momento all’altro, ma anche fra giorni o fra settimane. E più tempo passa, più diminuiranno le probabilità.»
Ci fu di nuovo silenzio. E in quel silenzio Ash rimase a fissare il soffitto bianco, irraggiungibile, a sforzarsi di respirare in una stanza che di colpo sembrava priva di aria. D’un tratto riusciva a ricordare, ricordava tutto nei minimi particolari. Attila che l’aveva colpito allo stomaco con il coltello a serramanico e poi il suo braccio muscoloso che si ritraeva per tornare poi ad affondare la lama rossa di sangue. Misty che si lanciava fra loro due ed il coltello che lacerava la sua carne, la lama sporca e affilata che si tingeva del suo sangue.
Misty che si metteva in mezzo fra lui e Attila, per non lasciare che venisse colpito di nuovo.
Gli aveva salvato la vita.
Purtroppo è entrata in coma. Vorrei essere in grado di dirvi quando si risveglierà, ma non ne ho alcun modo.
Non aveva bisogno di compiere nessuno sforzo di immaginazione per vederla. Aveva davanti agli occhi l’immagine del suo sogno, l’immagine di Misty stesa in un letto d’ospedale con i capelli sparsi sul cuscino ed il volto cereo, gli occhi chiusi. La sagoma del suo corpo completamente immobile. Una mano inerte abbandonata sulle lenzuola.
Ed era troppo orribile, troppo per essere reale. Ma sapeva che lo era.
Era reale e Misty era in un letto di quello schifoso ospedale, lontana da lui. Sola.
Soltanto perché aveva fatto l’unica cosa che poteva fare per proteggerlo, tutto quello che era in suo potere per impedire che Attila affondasse di nuovo la lama del coltello a serramanico nel suo corpo, forse colpendo stavolta un punto vitale.
(mi dispiace)
Misty seduta vicino a lui su una di quelle orribili sedie di plastica grigia, con una delle sue stampelle fra le mani e lo sguardo che indugiava sul pavimento.
(come fai a dirlo? Se non mi avessi spinta via…)
Gli aveva detto di sentirsi in colpa per la sua gamba. Lui le aveva detto che la colpa non era sua.
Ma ora era lei a trovarsi in una stanza d’ospedale, distesa fra le lenzuola incolori di un letto, l’ago di una flebo infilato nel braccio sottile. E solo perché aveva cercato di salvarlo. Soltanto perché aveva cercato di salvarlo.
Per un istante, il soffitto bianco si confuse davanti ai suoi occhi nella foschia delle lacrime.
Stupida!
Ma la colpa era sua. La colpa era unicamente sua. Non era stato forte abbastanza per portarla via dalla base di quel nuovo Team Rocket. Era a causa sua che gli uomini in nero li avevano raggiunti e accerchiati. Era a causa sua che adesso Misty giaceva incosciente in un letto d’ospedale.
La colpa era soltanto sua.
Fuori, in un altro universo, Brock e chiunque fosse con lui stavano continuando a parlare. Gli parve che il suono delle loro voci si fosse fatto di colpo infinitamente lontano, insignificante ed inutile così come lo erano i fiori che qualcuno aveva messo sul comò vicino al suo letto. Era un vasetto di vetro con all’interno un piccolo mazzo di rametti di biancospino. Probabilmente era stata Vera a metterlo lì. E ora era lei che parlava e le tremava la voce tanto che le sue parole erano quasi incomprensibili.
«E… non c’è nulla che possiate fare…?»
Un sospiro, quasi impercettibile.
«No, purtroppo. Abbiamo fermato l’emorragia e come vi ho detto le sue condizioni al momento sono stabili, ma per il resto… il momento in cui riuscirà a svegliarsi dipende unicamente da lei. Noi medici possiamo fare ben poco.»
«Possiamo almeno vederla…?»
«Si trova in terapia intensiva al momento. Non può ricevere visite.»
Stavolta ci fu silenzio più a lungo. Lentamente, come in sogno, Ash si voltò a guardare il mazzetto di biancospini. Speranza, gli aveva detto Misty qualcosa come mille anni prima. Non era riuscito a crederle.
Vide che alcune corolle bianche si erano staccate ed erano cadute sul legno chiaro del comò come neve.
Serrò un lembo del lenzuolo nella mano stretta a pugno fino a farsela tremare, le lacrime che gli appannavano la vista di nuovo. Forse era davvero un sogno. Forse non aveva ancora ripreso i sensi e questo era solo un prodotto della sua mente. Forse era lui ad essere ridotto ad un vegetale tenuto in vita da instancabili macchinari, lui e non Misty. In fin dei conti era lui ad essersi beccato una coltellata nello stomaco e forse la ferita era più grave di quello che Brock aveva creduto.
Sperò che fosse così. Lo desiderò. Lo pregò.
Ma c’era il dolore allo stomaco a dirgli che quella era la realtà. Costante ed innegabile, anche se ottenebrato da quello che doveva essere l’effetto di qualche farmaco. Conosceva l’effetto degli antidolorifici ormai. Non era privo di sensi, non era morto. Non era un sogno.
E pensò che ricominciava di nuovo da lì. Da un letto d’ospedale.
Senza di lei, stavolta.
Quando Brock entrò nella stanza stava ancora guardando i biancospini. Il giovane mosse qualche passo verso il letto e poi si fermò, lasciando andare un lungo sospiro. Sussultò quando Ash volse la testa verso di lui; evidentemente, non si era accorto che fosse sveglio.
«Ash.» esclamò e di colpo parve teso, come se non desiderasse altro che tirarsi al più presto fuori da lì «Ti sei ripreso…»
Prima che potesse aggiungere qualcos’altro, tipo che andava a cercare gli altri o un medico, Ash schiuse le labbra secche per parlare. Gli uscì solo un sussurro, debolissimo, impastato.
«Brock…» iniziò, piano. Forse dopotutto era davvero un sogno. Doveva essere un sogno. «Brock come sta Misty…?»
Brock abbassò di colpo gli occhi verso il pavimento e tacque per qualche istante di troppo. «Pensa a riposare adesso.» gli disse poi, iniziando ad indietreggiare verso la porta con una fretta che tradiva la realtà dei fatti, quella realtà che non aveva il coraggio di dirgli in faccia e che stava evitando così come lui, nella nebbia che l’aveva avvolto fino a pochi minuti prima, aveva respinto il pensiero di qualcosa che non era come doveva essere: «Torno subito. Vado a chiamare il medico.»
«No Brock aspetta…» articolò, tendendo debolmente una mano verso l’amico «Misty… Misty sta bene vero? Brock…»
«Vado a chiamare il medico.» ripeté lui «Ti mando Vera, d’accordo? Tu rimani tranquillo. Non sforzarti.»
Era già corso via prima ancora che potesse provare di nuovo a richiamarlo indietro. Neppure dieci secondi dopo fu Vera ad irrompere nella stanza, seguita da Drew, che rimase poco oltre la soglia mentre lei si precipitava correndo verso il letto.
«Ash!» esclamò, con la voce che le tremava ancora di più, quasi fosse sul punto di esplodere in un pianto dirotto «Sei sveglio.» disse e gli prese la mano, tenendola fra le sue mentre le lacrime le riempivano gli occhi azzurri.
Ash strinse piano la mano attorno a quella di lei.
«Vera…»
«Come ti senti?» lo interruppe lei, preoccupata ed ancora sul punto di piangere, le mani calde che stringevano forte la sua e quasi tremavano.
«Sto bene.» le rispose sbrigativamente ed ancora a fatica. Poi scosse la testa. «Vera… Vera come sta Misty…?»
Vide gli occhi di lei spalancarsi e poi distogliersi dai suoi troppo rapidamente, per indugiare poi sul pavimento di piastrelle bianche. Ash le strinse più forte la mano, forse abbastanza da farle male.
«Dov’è Misty? Come sta?»
«Non dirglielo, Vera!» si intromise Drew, avanzando fino al letto fino a poggiare una mano sulla spalla della ragazzina e bloccando qualunque cosa lei stesse per dire «Forse è meglio se non lo sa.»
Vera si voltò di scatto verso di lui, quasi con rabbia. «Cosa dovrei fare allora, sentiamo! Dovrei mentirgli, dirgli che Misty sta bene…? Dirgli…» si bloccò di colpo e tornò a voltarsi verso di lui, e le lacrime le traboccarono dagli occhi cadendole lentamente sulle guance. Si morse il labbro con forza, quasi spillandone sangue.
«Misty è in coma, Ash. Il dottore ha detto che potrebbe svegliarsi in qualunque momento ma più tempo resta in coma… meno probabilità ha…»
Le tremava la voce così tanto che Ash stentò a capire le ultime parole. Ma il senso non avrebbe potuto essere più chiaro, non avrebbe potuto ridurre in frantumi quello che rimaneva della sua illusione più di quanto ci fossero riuscite quelle poche frasi.
È in coma… il dottore ha detto che potrebbe svegliarsi in qualunque momento ma più tempo resta in coma, meno probabilità ha.
Immediatamente cercò di alzarsi, puntellandosi al materasso con i gomiti; il dolore lo travolse come un’ondata, bruciante e improvviso. Si sforzo di ignorarlo e forse sarebbe riuscito a tirarsi su rischiando di riaprire la ferita con qualche movimento troppo brusco se Vera non si fosse lanciata su di lui afferrandolo per le spalle e spingendolo all’indietro verso il materasso.
«No, Ash! Resta giù, non devi sforzarti così!»
Scosse la testa con rabbia, cercando di liberarsi di lei.
«Voglio vedere Misty… voglio andare da lei!»
«Non puoi.» gli disse Drew, calmo. Serrò la mano attorno alla sua spalla e lo bloccò contro il letto, obbligandolo a rimanere sdraiato. Era più forte di Vera, e debole com’era Ash non riuscì a divincolarsi dalla sua stretta.
«Voglio vedere Misty…» ripeté, lasciandosi ricadere all’indietro. Aveva la fronte imperlata di sudore e Vera gliela asciugò delicatamente con la mano, scostandogli i capelli scuri.
«Non puoi.» gli disse gentilmente. Aveva smesso di piangere, ma aveva ancora i segni luccicanti delle lacrime sulle guance. «Il dottore ha detto che Misty è in terapia intensiva e che non può ricevere visite. Ed è meglio che tu rimanga sdraiato, almeno fino a che il dottore non ti avrà visitato, d’accordo?»
Ash non rispose. Voltò la testa dall’altra parte e quando Drew si arrischiò a togliergli la mano dalla spalla non provò di nuovo ad alzarsi. Vera intrecciò le mani in grembo e tenne gli occhi fissi sulle proprie dita sottili fino a che la sua visuale non si confuse oltre un velo di nuove lacrime.
«Misty è forte.» disse in un sussurro, sia ad Ash che a se stessa «Si riprenderà. Vedrai che starà bene. Io… sono sicura che starà bene.»
Drew le posò una mano sulla spalla e lei la coprì con la sua in un movimento quasi convulso, per poi chinare la testa di lato fino ad appoggiare la guancia su entrambe le mani, la sua e quella di lui, e chiudere gli occhi trattenendo le lacrime dietro le palpebre abbassate.
Ash rimase ancora in silenzio, a guardare la parete bianca senza vederla davvero.
Vera era seduta sulla sedia verdolina di fianco al letto, nel posto che tante e tante volte aveva occupato Misty. Avrebbe dato qualunque cosa pur di vedere Misty seduta lì, a sorridergli come aveva sempre fatto. Qualunque cosa. E quando la sua mente formulò un pensiero orribile ed egoistico non ebbe neppure la forza di scacciarlo e contemporaneamente seppe che negare a se stesso di averlo mai pensato non l’avrebbe reso meno vero: avrebbe dato qualunque cosa, sì, anche se il prezzo da pagare fosse stato di vedere Vera dove Misty si trovava ora, fra le lenzuola immacolate di un letto in un reparto in cui non erano ammesse visite, separato dal resto dell’ospedale da una porta bianca con la scritta terapia intensiva in fredde lettere nere.
Brock rientrò in quel momento seguito dal medico di cui conosceva soltanto la voce. Non era lo stesso che aveva visitato Vera due sere prima, ma un uomo basso e tarchiato, con i capelli ingrigiti dall’età ed un’espressione seria sul viso.
L’uomo borbottò un «Bene.» e si diresse speditamente verso il letto, senza neppure chiedere a Vera ed agli altri di uscire dalla stanza; ma bastò comunque la sua presenza a indurre Vera ad alzarsi dalla sedia e indietreggiare fino alla porta, dove Brock si era fermato; Drew la imitò dopo pochi istanti. Il medico lesse per qualche istante i valori sugli schermi neri dei macchinari, poi sorrise gentilmente ad Ash. Un sorriso che avrebbe voluto essere rassicurante, forse; ma non lo fu neppure lontanamente per lui.
«Sono il dottor Gregory Sheldon.» si presentò cordialmente, mentre gli appoggiava lo stetoscopio sul petto per controllare il battito del suo cuore «Sono il tuo medico. Puoi dirmi come ti senti? Hai nausea, debolezza?»
«Sto bene.» rispose Ash, brusco «Dottore voglio vedere Misty. Voglio alzarmi.»
«Non se ne parla.» disse l’uomo in camice bianco «Si trova in terapia intensiva al momento e non può ricevere visite. E tu non puoi alzarti da letto. Non sei ferito gravemente, ma per quanto sia poco profonda una ferita da arma da taglio al ventre non è esattamente una cosa da poco. Devi rimanere a riposo per qualche– »
«Non mi importa niente!» esplose Ash, serrando le mani attorno al lenzuolo fino a strapparlo via dal materasso «Voglio vedere Misty! Non potete impedirmi di vederla!»
«Non puoi alzarti.» gli ripeté calmo il medico. Ash scosse la testa.
«Allora portatemi una sedia a rotelle, o… un dannato letto con le ruote… dottore voglio andare da lei! Voglio vederla!»
Aveva l’ago di una flebo infilato nel braccio sinistro ed ora afferrò il sottile tubo di gomma con rabbia, intenzionato a strapparselo via. Il medico lo fermò in tempo ed Ash si liberò con rabbia della sua presa, per cercare di nuovo di tirarsi su dal letto. Stavolta ci riuscì, ignorando con decisione il dolore allo stomaco; e si ritrovò seduto sul letto a guardare negli occhi il medico.
«Io vado da lei comunque.» ringhiò, stringendo il lenzuolo al punto che le mani gli tremavano per lo sforzo «E se prova a fermarmi le garantisco che se ne pentirà!»
«Calmati, Ash…» gli disse Vera in un bisbiglio, dalla porta. Senza neppure voltarsi davvero a guardarla, registrò l’immagine di lei in piedi sulla soglia, pallida e con le mani strette fra i seni.
Il medico scosse la testa, ancora impassibile. «Non puoi camminare, questo è assolutamente fuori discussione. Rischi di far riaprire la ferita.»
«E allora vada a prendermi una dannata sedia a rotelle!» urlò Ash, con tutto il fiato che aveva, trattenendosi a stento dall’avventarsi su di lui e fargli ingoiare i denti con un pugno «Adesso!»
Per un lungo istante l’uomo in camice bianco rimase in silenzio. Poi annuì, lentamente.
«D’accordo.» concesse, e scomparve in direzione della porta. Ash ascoltò il suono dei suoi passi e poi si lasciò ricadere all’indietro sul materasso, chiudendo gli occhi in un debole tentativo di tenere fuori il dolore allo stomaco che ormai aveva sovrastato l’effetto di qualunque analgesico gli fosse stato somministrato.
Nessuno disse nulla. Nel buio delle sue palpebre chiuse Ash si ritrovò di nuovo a tornare indietro con la memoria di cinque mesi e a stento si accorse delle lacrime che avevano iniziato a fargli bruciare gli occhi. Li strinse più forte, ma non abbastanza da scacciare via il ricordo che aveva preso forma nella sua mente, di colpo vivido come se riguardasse avvenimenti accaduti da pochissimi giorni.
Non era quasi riuscito a chiudere occhio, la prima notte che aveva passato in ospedale. Il mattino successivo aveva atteso non sapeva bene che cosa, e quando infine Misty era comparsa sulla soglia ancora prima dell’inizio dell’orario di visita – e da sola, perché gli altri li avrebbero raggiunti solo una mezz’ora più tardi e lui non avrebbe mai saputo che era stata Misty ad insistere perché fosse così – il cuore aveva preso a battergli un pochino più forte e aveva capito che era lei che aveva aspettato per tutto quel tempo.
La sera precedente lei l’aveva stretto fra le braccia e gli aveva detto che avere paura andava bene, e sentirselo dire da lei per qualche istante l’aveva fatto diventare un po’ più vero, anche per lui. E ora aveva un disperato bisogno che lo facesse diventare vero di nuovo. Ora aveva un disperato bisogno di averla vicina di nuovo.
«Ciao.» gli aveva detto Misty con un sorriso dolcissimo e quando era stata abbastanza vicina da potersi chinare sul suo letto senza neppure rendersene conto Ash le aveva teso le braccia, come un bambino; un gesto di cui si sarebbe vergognato quando ci avrebbe ripensato in seguito, ma di cui non gli era importato nulla in quel momento. Misty aveva fatto di corsa gli ultimi due o tre passi e l’aveva stretto forte.
«Va tutto bene.» gli aveva detto in un sussurro, le labbra vicine al suo orecchio, accarezzandogli piano la schiena «Va tutto bene, Ash. È tutto passato. Tranquillo.»
Le aveva creduto. Andava davvero tutto bene, perché c’era lei a fare in modo che fosse così. Non era ancora arrivato il momento in cui per la prima volta avrebbe sfiorato le sue labbra con un bacio goffo e impacciato; ma in quel momento importava solo che lei fosse lì e che lo stringesse forte.
Riaprì gli occhi quando sentì il cigolio delle ruote della sedia a rotelle. Non era il medico a spingerla, ma un’infermiera con i capelli biondi trattenuti da un elastico a cui sfuggiva qualche ciocca che le ricadeva disordinatamente sulle spalle. L’infermiera cercò di aiutarlo ad alzarsi e Ash la respinse, divincolandosi con rabbia.
Si tirò su a sedere lentamente e quando gli sfuggì un gemito e fu costretto a fermarsi con la mano premuta sullo stomaco Vera si precipitò verso il letto e lo sostenne, gli occhi azzurri spalancati nel volto più pallido del normale. Ash non la spinse via e la ragazzina gli circondò gentilmente la vita con un braccio, aiutandolo ad appoggiare i piedi a terra e a raggiungere la sedia.
Fu lei a spingerla fuori dalla stanza e poi lungo il corridoio, seguendo l’infermiera che si era guardata bene dal protestare. Drew e Brock li seguirono a breve distanza.
Nessuno parlò per l’intero tragitto. Ash strinse con forza le mani attorno ai braccioli della sedia a rotelle, detestando quello stupido mezzo di trasporto, detestando se stesso e la propria debolezza.
Detestandosi, perché non era stato forte abbastanza.
Vera spinse la sedia oltre la porta bianca con la scritta terapia intensiva. Quando svoltò verso la porta di una delle stanze che si aprivano lungo il corridoio ed oltrepassò la soglia seguendo l’infermiera bionda, per un lunghissimo istante Ash smise di respirare.
«Misty…»
I suoi occhi misero a fuoco l’immagine di lei distesa fra le lenzuola bianche, immobile e pallida, le palpebre abbassate a coprire i suoi splendidi occhi verdi. Neppure le sue labbra avevano colore. I capelli rossi sparsi sul cuscino contrastavano spaventosamente con il pallore cereo delle sue guance, facendo apparire il suo colorito ancora più innaturale.
Per un lunghissimo, interminabile istante nella stanza non ci fu nessun altro suono che il bip monotono e costante dei macchinari che tenevano attaccato alla vita quello che di lei non era ancora scivolato via.
Quello che di lei poteva ancora raggiungere, stringere fra le braccia, prima che fosse troppo tardi e non rimanesse più niente.
Non attese che Vera spingesse la sedia a rotelle fino al letto. Afferrò le ruote e le spinse faticosamente in quella direzione, sforzandosi di ignorare il dolore che quel movimento gli provocava. Eppure, quando infine fu vicino a lei non ebbe il coraggio di sollevare il suo corpo immobile dalle lenzuola candide e stringerlo a sé; di colpo aveva paura di farle male, aveva paura che qualunque esercitazione di forza su quella sagoma immobile e fragilissima potesse bastare a sbriciolare fra le sue dita quello che ne rimaneva.
Esitò a lungo prima di trovare il coraggio di prenderle la mano. Era fredda, e rimase immobile quando la sollevò delicatamente fra le sue, senza ricambiare la sua stretta tremante. Senza accennare il minimo movimento.
«Ehi…» provò a bisbigliare e poi gli mancò la voce per andare avanti. Si tenne la mano di lei contro il viso e stavolta non gli riuscì di impedire che le lacrime gli cadessero sulle guance.
«Mi dispiace.» disse solo. La voce gli tremò come se fosse sul punto di scoppiare in singhiozzi.
«Non è colpa tua, Ash.» disse piano Vera alle sue spalle. Lontana, distante mille miglia. Scosse appena la testa e non si voltò a guardarla.
«Andate via.» mormorò debolmente, lo sguardo rivolto al pavimento bianchissimo «Voglio rimanere solo con lei. Per favore.»
Invece che andarsene Vera lo raggiunse e gli appoggiò una mano sulla spalla. «Non dovresti.» gli disse piano, con una vocina sottile «Voglio dire… forse…»
«Andate via! Per favore!» esclamò Ash, voltandosi di scatto verso di lei. La ragazzina vide i suoi occhi pieni di lacrime ed indietreggiò involontariamente di un passo, ritirando la mano. Non aveva mai visto Ash piangere.
Fu solo un istante, perché poi lui abbassò la testa di colpo, ma fu sufficiente. Vera indietreggiò ancora, esitando, fino a trovarsi abbastanza vicina a Drew perché lui potesse afferrarla per un braccio e tirarla con dolcezza verso il corridoio.
Ash attese di sentire i loro passi allontanarsi prima di rialzare la testa. Si spazzò via le lacrime dal viso e non si soffermò a riflettere sull’assurdità di quel gesto. Non c’era più nessuno che potesse vederlo.
Accarezzò piano le dita della mano di Misty, sperando in una reazione anche minima. Gli sarebbe bastato di sentire le sue dita ricambiare la stretta anche per un istante solo. Qualsiasi movimento, qualsiasi minimo fremito nel suo corpo immobile sarebbe stato abbastanza per convincerlo che lei era ancora lì, che non era troppo lontana perché potesse raggiungerla. Il debolissimo alzarsi ed abbassarsi del suo petto non era sufficiente a cancellare del tutto dalla sua mente l’impressione di sfiorare non la sua Misty, ma un involucro vuoto e senza vita; così come non erano sufficienti le linee ondulate che disegnavano il battito del suo cuore su uno schermo.
Lei non reagì. Ash le sfiorò le dita con un bacio. «Mi dispiace.» ripeté e la voce gli tremò così tanto che lei non sarebbe probabilmente riuscita a capire neppure se fosse stata sveglia, cosciente «Mi dispiace tanto Misty, credimi, ti prego…»
La sua mano era ancora fredda. Forse se avesse continuato a tenerla fra le sue sarebbe riuscito a farla diventare un po’ più calda. Forse se avesse continuato a tenerla fra le sue infine l’avrebbe sentita ricambiare la stretta, anche per un attimo solo.
Gli sarebbe bastato. Qualunque cosa.
«Non ti lascio sola.» sussurrò, sforzandosi più che poteva di ricacciare indietro i singhiozzi che minacciavano di scuotergli le spalle «Non me ne vado. Rimango qui fino a che non aprirai gli occhi quindi se vuoi liberarti di me… sai cosa devi fare.»
Tacque, come se davvero sperasse che lei l’avesse sentito. Misty non ebbe alcuna reazione. Il suo volto rimase pallido e immobile anche quando Ash si chinò a sfiorarle una tempia con un bacio.
«Sei al sicuro, lo sai?» bisbigliò e quasi senza rendersene conto tese una mano ad accarezzarle i capelli rossi che ricadevano sparsi attorno al viso «Sei in un letto. Non sei… sotto un tavolo nella base del Team Rocket o qualcosa del genere. Sei al sicuro. Devi soltanto fare un piccolo sforzo e aprire gli occhi. Va tutto bene adesso, te lo giuro. Non permetterò più a nessuno di farti del male, se solo qualcuno si avvicina ti garantisco che dovrà vedersela con me. Ti voglio bene, Misty. Ti voglio tantissimo bene.»
Dovette rimanere in silenzio a lungo prima di essere in grado di proseguire. Ormai le lacrime gli cadevano incessanti sulle guance e stavolta non si curò di asciugarle. Non sarebbe servito.
«Sei una stupida.» disse, chinando la testa «Avresti dovuto lasciare che colpisse me. Io… sono forte, no? Lo dici sempre. L’avrei sopportato. Ci sarei riuscito, se… se avessi avuto te.»
Per un po’ tacque, ascoltando il suono monotono dei macchinari attorno al letto di lei ed accarezzandole piano i capelli. Domandandosi se almeno una parte della sua mente riuscisse a sentire che lui era lì, che non l’aveva lasciata sola.
«Che cosa ci fai qui…?» bisbigliò infine «Non dovresti esserci tu in questa stanza. Dovrei esserci io. Quel figlio di puttana voleva colpire me. Dovrei essere io quello che sta peggio e invece sono qui e… parlo con te… e tu dovresti stare bene. Ho bisogno che tu stia bene. Io ti amo, Misty.»
Non gliel’aveva mai detto, non aveva mai trovato il coraggio, neppure tutte le volte che l’aveva guardata dormire al suo fianco ed avrebbe potuto dirle qualunque cosa senza alcun timore, a patto di non alzare troppo la voce. Eppure ora quelle due parole gli uscirono di bocca senza che avesse neppure bisogno di pensarle, come se fossero le uniche possibili da pronunciare.
E lo erano, si rese conto di colpo. Lo erano davvero.
Lentamente si chinò verso di lei, attento a non impigliarsi nel groviglio di fili e tubicini che tenevano il suo corpo ancorato alla terra; e con la massima delicatezza possibile fece scivolare le braccia sotto alla sua sagoma immobile ed incredibilmente leggera, quasi che qualcosa di lei fosse effettivamente scivolato via e fosse andato perduto. La sollevò appena, stringendola forte, accasciandosi fino a toccarle la fronte con la sua.
«Ti amo.» le ripeté in un sussurro. La strinse ancora più forte, facendo comunque attenzione a non farle male, quasi stesse tenendo fra le braccia una bambola di porcellana fragilissima. Il suo corpo rimaneva inerte e gli occhi rimanevano chiusi; ma ora che era così vicina il suo respiro, per quanto debolissimo, gli diceva che Misty era ancora lì.
Non si curò delle lacrime che gli rigavano il viso e cadevano sui capelli di lei.
Quando infine la mise giù, adagiandola con delicatezza fra le lenzuola, il volto di lei era ancora cereo ed immobile. Non riuscì più a trattenersi, non ci provò neppure. Nascose il viso contro le mani e smise di sforzarsi di trattenere i singhiozzi, che gli scossero le spalle in spasmi violenti, dolorosi.
Stava ancora piangendo quando Vera rientrò nella stanza e non si accorse di lei fino a che la ragazzina non gli appoggiò una mano sulla spalla. Si passò inutilmente le mani sul viso, cercando di frenare le lacrime.
«Dai, vieni via.» gli sussurrò dolcemente Vera «Ti serve soltanto a farti del male, rimanere qui adesso. E poi devi riposare. Devi pensare a stare meglio.»
Ash scosse la testa, piano. «Non voglio lasciarla sola.» mormorò.
Vera non seppe cosa dire.
«Avrei dovuto… essere abbastanza forte da impedirlo.» disse Ash, lo sguardo che non osava staccarsi dall’orlo del lenzuolo bianco che si arricciava in minuscole pieghe «E non serve che tu dica che non è colpa mia. Avrei dovuto impedirle di rimanere per me.»
Nonostante non sapesse a cosa si stesse riferendo poiché non sapeva nulla di quello che era accaduto all’interno dello stabilimento in rovina, di slancio Vera lo circondò con le braccia e lo strinse. Lui rimase rigido nel suo abbraccio, senza respingerla, senza ricambiare.
«Misty starà bene.» sussurrò la ragazzina, pericolosamente vicina al pianto, ma senza smettere di stringere fra le braccia l’amico che aveva sempre considerato così forte da non essersi mai soffermata davvero a pensare che anche lui doveva avere delle debolezze, come tutti; e che aveva sorpreso a piangere con il viso contro le mani, come se non fosse troppo tardi per potersi nascondere «Si riprenderà, vedrai. Lei… è forte. Come te.»
«Io non sono forte.» mormorò Ash, senza espressione «Non lo sono. Non abbastanza.»
Aveva smesso di piangere e fissava il vuoto, le mani strette a pugno appoggiate sulle ginocchia. Lei lo liberò dall’abbraccio e gli appoggiò di nuovo una mano sulla spalla, tirando su col naso e sforzandosi di ricacciare indietro le lacrime che minacciavano di riempire anche i suoi occhi.
«Dai, vieni adesso.» gli disse di nuovo. Lo sguardo di lui tornò al volto pallidissimo di Misty.
«Non voglio lasciarla sola.» ripeté, piano «Non voglio che sia sola se… se dovesse svegliarsi…»
«Non puoi passare la notte qui, Ash. Devi riposare. Anche tu sei ferito.»
Lui non disse niente. Vera afferrò la sedia a rotelle e fece il gesto di allontanarla appena dal letto, ma senza farlo veramente. «Vieni, dai.» si limitò a ripetergli.
Ash prese allora per l’ultima volta la mano di Misty nella sua e sfiorò con le labbra le sue dita sottili. «Ciao.» bisbigliò, così piano che neppure Vera che era vicina a lui avrebbe potuto capire «Ci vediamo domani, d’accordo? Ti prometto che torno. Ti voglio tantissimo bene, Misty.»
Vera attese pazientemente. Poi, senza dire nulla, recuperò un fazzoletto dalla tasca della gonna e glielo porse, perché potesse asciugarsi le lacrime. Lui eseguì in silenzio, continuando a tenere l’altra mano stretta attorno a quella di Misty; poi alzò lentamente gli occhi scuri verso l’amica.
«Non si vede che hai pianto.» gli disse lei, nonostante non fosse vero. Ash capì perfettamente che mentiva, ma preferì lasciar perdere. Si chinò di nuovo verso Misty e le diede un bacio sulla fronte, sfiorandola appena appena.
«Ciao.» le ripeté un’ultima volta, in un bisbiglio, prima di lasciarle la mano. Così piano e con la voce che gli tremava così tanto che Vera temette che stesse per mettersi a piangere di nuovo. Ma stavolta Ash riuscì a ricacciare indietro ogni singola lacrima.
Mentre la ragazzina spingeva lentamente la sedia a rotelle verso il corridoio, Ash si voltò indietro verso Misty. Di colpo vederla gli fece ancora più male. La mano che aveva tenuto nella sua nella speranza di sentirle ricambiare la stretta era abbandonata ed inerte sulle lenzuola. Il corpo che aveva abbracciato tante volte prima di allora e che tante volte aveva sentito accogliere il suo e palpitare di vita ora era una sagoma immobile. Le labbra che tante volte aveva baciato rimasero serrate e lui mai aveva desiderato come in quel momento di vederle schiudersi per sussurrare qualcosa. Forse il suo nome.
Avrebbe dovuto esserci lui in quel letto. Non lei.
Attila aveva affondato la lama del coltello a serramanico verso di lui. Avrebbe dovuto colpire lui.
Mi dispiace, pensò di nuovo, chinando la testa.
La colpa è soltanto mia. Non sono riuscito a proteggerti.
Perdonami, Misty.
Vera spinse la sedia a rotelle oltre la porta.
*
«Branco di inetti incapaci. Non meritereste altro che la morte!»
Per molti istanti la voce rabbiosa di Hun fu l’unica a risuonare nella stanza semibuia della costruzione abbandonata da decenni. La criminale guardò in silenzio le fila dei suoi uomini, gli occhi che bruciavano di una follia omicida. Arrivò persino a mettere mano ad una delle pistole che portava in vita. Avrebbe potuto ucciderli tutti senza alcun rimpianto se non le fossero serviti.
Soprattutto dopo che Jessie aveva fatto fuoco su uno di loro con la pistola che aveva raccolto da terra, riducendo ulteriormente il numero dei reietti scampati ai sicari di Giovanni.
«Se un simile scempio dovesse ripetersi nessuno di voi vivrà abbastanza da raccontarlo. Sono stata chiara…?»
«Sissignora.»
«…Bene. E adesso i nostri piani sono cambiati.»
«Come dobbiamo agire?»
La risposta attraversò l’aria con una freddezza ed una noncuranza agghiaccianti.
«Uccidete la ragazza. Lei non sa niente, non ci serve. Sarà un avvertimento per gli altri. Uccidete la figlia di Rose.»
*
«Dovresti mangiare qualcosa.»
Guardò senza interesse il carrello con il cibo che l’infermiera bionda aveva lasciato davanti a lui.
«Non ho molta fame, Vera.»
La ragazzina lo guardò con i suoi occhioni azzurri. Era l’unica ad essere rimasta con lui per tutto quel tempo, anche quando Drew le aveva detto che lui tornava al pokemon center aspettandosi che lei lo seguisse. Quando Vera gli aveva risposto che poteva andare e che lei voleva rimanere lì, per un istante il suo sguardo era saettato rabbiosamente verso Ash. Vera aveva abbozzato un sorriso.
«Non c’è bisogno che tu sia geloso, Drew.» gli aveva detto, ma dal modo in cui lui l’aveva guardata non era certa di averlo convinto davvero.
Ash sedeva sul letto con le gambe raccolte quasi contro il petto e le braccia appoggiate alle ginocchia. Lo sguardo dei suoi occhi scuri scivolò via dal vassoio e si perse di nuovo nel vuoto.
«Non vuoi almeno fare uno sforzo…? Devi mangiare se vuoi tornare in forma. Dovrai pur mettere qualcosa nello stomaco prima o poi.»
Lui spinse via il carrello.
«Piantala, Vera, per favore. Mi viene da vomitare.»
Vera rimase a guardarlo per qualche istante, poi tese una mano e gliela posò di nuovo sulla spalla, per quella che era almeno la terza o la quarta volta in quel giorno. Lo sentì sussultare appena sotto il suo tocco, quasi le sue dita l’avessero scottato.
Non ritirò la mano.
«Non serve a nulla continuare a colpevolizzarti, lo sai vero?» gli disse in tono quasi severo, senza riuscire ad incrociare il suo sguardo che non sembrava focalizzato su nulla in particolare «Così riesci solo a farti del male. Io… non so cosa sia successo laggiù ma so che non sei stato certo tu a ferire Misty! Come può essere colpa tua?»
Per una lunga manciata di istanti lui non rispose. Rimase a guardare il vuoto, serrando le labbra fino a farle scomparire in una linea sottile.
«Avrei dovuto proteggerla.» bisbigliò infine. Quasi inconsciamente, la sua mano destra scivolò in un gesto quasi automatico a stringere la gamba che ora non gli faceva neppure male. «Avrei dovuto essere abbastanza forte. E credevo di esserlo. Credevo di essere forte abbastanza per poter entrare là dentro, trovarla e portarla via, credevo che ci sarei riuscito. È per questo che ho detto a Brock e agli altri di rimanere fuori. Invece ho fallito. Ho fallito e la colpa è solo di questa dannata gamba!»
Disse le ultime parole quasi urlando. Vera aveva ancora la mano appoggiata sulla sua spalla e lo sentì tremare. Di colpo ricordò quello che Misty le aveva detto, soltanto la sera precedente, nel cortile sul retro del pokemon center.
«Lo so.» disse piano, senza osare alzare la voce più di così «Misty mi ha detto che non ha mai smesso di farti male.»
Non avrebbe dovuto dirglielo, e lo realizzò solo dopo che quelle parole le furono uscite di bocca; ma ora non le pareva più importante. Vide Ash stringere i pugni con forza e appoggiare la fronte contro le ginocchia. Avrebbe voluto essere in grado di sanare le sue ferite come ci riusciva Misty, l’avrebbe voluto tanto.
Avrebbe voluto conoscere le parole adatte a penetrare il gelo che aveva avvolto il suo cuore.
Strinse più forte la mano attorno alla sua spalla. «Continuare a farti una colpa di quello che è successo non cambierà niente!» esclamò, quasi con rabbia «Non te ne accorgi…? Non posso… non posso nemmeno immaginare quello che provi in questo momento ma so che… impazzirei se dovesse succedere qualcosa a Drew. Non riesco nemmeno a pensare a cosa proverei senza morire di paura. Però… almeno so che cercherei di sforzarmi di credere che alla fine andrà tutto bene e lo sto facendo anche adesso, perché Misty è mia amica e sono preoccupatissima per lei, ma so che è forte. E tu dovresti saperlo meglio di me. Perché non la pianti di piangerti addosso e non fai uno sforzo?! Non ti chiedo altro! Solo questo!»
Finalmente Ash si voltò verso di lei e spalancò gli occhi quando vide le lacrime che cadevano dai suoi inondandole il viso. Vera stava piangendo. E lui non riuscì a fare altro che rimanere a guardarla fino a che lei non abbassò la testa, ritirando la mano di colpo.
«…Scusa.» bisbigliò, ma ormai piangeva troppo forte per potersi fermare. Si alzò in piedi di scatto, tanto che per poco non fece cadere all’indietro la sedia; e un istante dopo stava correndo via con una mano sul viso. Ash la sentì singhiozzare quando fu oltre la porta ed anche se non la vedeva riuscì chiaramente ad immaginarla mentre si fermava appoggiando la schiena alla parete, per poi lasciarsi scivolare giù fino a ritrovarsi seduta sul pavimento freddo e piangere con le ginocchia strette al petto, come una bambina.
E per quanto crudele potesse sembrare, non gli importava.
La sentiva piangere a meno di cinque metri da lui, una distanza ridicola, ed era ridicolo il fatto che lei pensasse probabilmente che fosse abbastanza perché lui non potesse sentirla. Immaginava i singulti che le scuotevano le spalle.
Avrebbe potuto raggiungere la sedia a rotelle abbandonata vicino al letto ed andare da lei, andare a dirle qualunque cosa che potesse farla smettere di piangere in quel modo.
Avrebbe potuto semplicemente chiamarla, dirle che aveva capito, dirle di tornare dentro.
Avrebbe potuto.
Nascose il viso contro le braccia conserte, schiacciandosi la piega del gomito sugli occhi, e tutto quello che riuscì a vedere fu il volto immobile di Misty, le ciglia scure contro le guance pallidissime, i suoi capelli sparsi sul cuscino.
Fuori Vera continuava a piangere. Non si mosse per andare da lei.
Non si era ancora mosso di un millimetro quando un’infermiera entrò a portare via il vassoio con la cena ancora intatta.
*
Notte. Reparto terapia intensiva, stanza 318. Il rumore costante di macchinari ed una sagoma immobile fra le lenzuola, la sagoma indifesa di una ragazza di quindici anni appena che non avrebbe dovuto essere lì. Avrebbe dovuto essere sveglia, stare bene. Eppure, l’unico segno di vita nel suo corpo inerte era il movimento quasi impercettibile del suo petto al ritmo di un respiro debolissimo, che quasi pareva sul punto di spegnersi, arrestarsi senza clamore.
“Uccidete la ragazza.”
L’uomo in nero eluse abilmente la sorveglianza. Uno scherzo, per lui. Nel momento in cui oltrepassò la porta con la scritta terapia intensiva in freddi caratteri neri, un ghigno folle si disegnò sulle sue labbra.
“Uccidete la figlia di Rose.”
L’uomo sgusciò in una delle stanze, fermandosi vicino al letto. Sarebbe stato semplice. Un lavoro da niente.
Le sue mani protette da spessi guanti di pelle nera si strinsero attorno al cuscino, per sollevarlo e calarlo sulla faccia della ragazza priva di sensi.
CONTINUA...