BREAK MY FALL

VII.

«Voi rimanete qui. Entro io.»

«No, Ash.»

Guardò Brock negli occhi, desiderando di poter cancellare quello che lui aveva visto quando l’aveva seguito dall’ospedale fino a che non era crollato nel giardino del pokemon center, sapendo che non esistevano parole che potessero allontanare dalla mente dell’amico il ricordo di quel momento e convincerlo che non sarebbe accaduto di nuovo.

Serrò i pugni e guardò di nuovo la finestra. Tailow svolazzava impaziente vicino al vetro in frantumi, un paio di metri sopra la sua testa; quasi come se gli stesse chiedendo che diavolo facesse ancora lì impalato. Tornò a voltarsi verso Brock, di scatto.

«Più siamo là dentro e più è facile che si accorgano di noi.» disse. L’altro non seppe cosa replicare per qualche istante, poi scosse la testa, determinato più che mai a non lasciare che rischiasse la vita da solo. Di nuovo.

«Che hai intenzione di fare se ti scoprono, si può sapere?!»

«Non mi scopriranno.» ribatté Ash, deciso «E poi ho i miei pokemon con me. Devo rimanere qui a perdere tempo?!»

Di nuovo Brock non seppe cosa dire. Ash si voltò ancora verso la finestra, come se la sola forza di volontà potesse servire a farlo arrivare lassù; ma era troppo in alto, totalmente fuori dalla sua portata, e non vedeva neppure nulla su cui potersi arrampicare – anche se forse non era un’idea così brillante, considerato che solo due ore prima per poco non era caduto come un sacco di patate di fronte a Vera, e stava solo camminando – o appoggiare per arrivare un po’ più su.

Tornò a guardare Brock, quasi con rabbia.

«Dammi una mano ad arrampicarmi, piuttosto!»

Brock esitò ancora, poi parve rassegnarsi. Fece per intrecciare le dita di entrambe le mani in modo da fargli scaletta, e poi si bloccò e lo guardò negli occhi.

«Sicuro?» gli chiese, a voce abbastanza alta perché il tono della domanda risultasse chiaro e deciso, ma allo stesso tempo abbastanza bassa perché Jessie e James a pochi passi da loro potessero non sentire o almeno fingere di non aver sentito. Non avrebbero comunque capito il vero senso di quella domanda, avrebbero creduto forse che stesse alludendo alla possibilità di venire sorpreso all’interno dell’edificio e con tutta probabilità ucciso. Ma Ash capì. Brock parlava della sua gamba.

Annuì, ricambiando il suo sguardo con una decisione che lasciava poco all’incertezza. Brock si rassegnò del tutto. Intrecciò le dita e Ash vi appoggiò il piede sinistro, per darsi lo slancio e tirarsi su in piedi. Il giovane lo sollevò verso l’alto, fino a che non poté raggiungere il bordo della finestra e aggrapparsi.

Dalla cornice metallica sbucavano diverse schegge di vetro. Rischiava di ferirsi seriamente se provava ad oltrepassarla. Con i piedi sulle spalle di Brock, si sfilò rapidamente la giacca e se la avvolse attorno ad una mano per liberarsi dei frammenti che sporgevano dal telaio come denti da una fauce arrugginita scongiurando il rischio di tagliarsi con i bordi affilati e taglienti.

Non riuscì a toglierli di mezzo del tutto; alcune punte acuminate continuarono a sporgere verso l’interno. Ma non aveva il tempo per un lavoro a regola d’arte.

«Puoi farmi arrivare un po’ più su?»

Brock fece cenno di sì, e lo spinse in alto fino a che non poté issarsi a forza di braccia fino alla finestra. Due o tre frammenti di vetro gli si conficcarono dolorosamente nelle mani; ma si sforzò di ignorare il dolore e con sua stessa sorpresa si accorse di riuscirci bene. Il vetro che affondava per non più di mezzo centimetro nella sua carne e il sangue che gli gocciolava dai palmi non erano niente se confrontati alla pulsazione che sentiva quasi costantemente nelle ossa, in qualche punto imprecisato fra il ginocchio e la caviglia.

Fu certo di sentire Brock e gli altri due trattenere il respiro per un istante mentre finalmente arrivava all’altezza della finestra. Cercando di non fare nessun movimento brusco fece passare la gamba destra oltre al telaio della finestra, mentre Tailow lo precedeva.

Dentro era buio. Riusciva comunque a vedere il pavimento, due o tre metri sotto di lui, leggermente più in alto del terreno dall’altra parte.

Lentamente, molto lentamente, cercò di portare anche l’altra gamba al di là della finestra.

Un istante più tardi aveva perso l’equilibrio e stava cadendo inesorabilmente verso l’interno. Sfregò la schiena contro il bordo inferiore della finestra e avvertì un dolore bruciante quando le schegge di vetro gli graffiarono la pelle spillandone minute gocce di sangue e facendogli risalire la t-shirt fino alle scapole. Mancò per un soffio la presa su qualunque appiglio, che fosse anche irto di frammenti acuminati.

Fortunatamente fu la gamba sinistra ad assorbire maggiormente l’impatto, o non sarebbe riuscito a rialzarsi in piedi. L’atterraggio fu comunque doloroso. Si tirò su faticosamente aggrappandosi alla parete e la stoffa della maglia sfregò contro la sua schiena graffiata, facendogli risucchiare bruscamente il respiro fra i denti. Sentì Brock gridargli se fosse tutto intero.

«Sì!» sibilò, attento a non alzare troppo la voce. Potevano essere ovunque. Potevano aver sentito il baccano della sua caduta.

Quella possibilità lo bloccò per un istante, e rimase immobile a tendere l’orecchio nel tentativo di captare qualsiasi suono, fino a che Tailow non gli sbatté irrequieto le ali davanti al viso, riportandolo di colpo alla realtà.

«Sì.» ripeté, stavolta più piano ancora, perché non aveva bisogno di farsi sentire da Brock e dagli altri che erano rimasti fuori dall’edificio in rovina «Tutto a posto. Fammi vedere dov’è Misty.»

Tailow obbedì, librandosi rapidamente lungo quello che scoprì essere un corridoio interminabile fatto di continue svolte e biforcazioni. Lo seguì con circospezione, ancora attento ad eventuali rumori che potessero tradire la presenza di qualcun altro oltre lui. Fece appena in tempo a tuffarsi nuovamente dietro un angolo, con il cuore che di colpo batteva così forte da sembrare che volesse uscirgli dal petto, prima che due uomini in nero della stessa stazza di quelli che l’avevano malmenato nel parcheggio passassero a due metri scarsi da lui, come sentinelle. Vide con un brivido i calci delle pistole che sporgevano dalle fondine alla vita di entrambi.

Attese che il rumore dei loro passi si facesse lontano fino a scomparire e solo allora si arrischiò a sporgersi di nuovo oltre la curva secca del corridoio. Tailow lo precedette e di nuovo Ash lo inseguì, stavolta con cautela ancora maggiore, tenendosi vicino alla parete quanto più poteva nel tentativo di dare nell’occhio il meno possibile.

Quando Tailow si fermò, la prima cosa che Ash vide fu una larga chiazza di sangue che si andava imbrunendo sul pavimento, ai piedi di una catasta di tavoli e sedie apparentemente abbandonati lì dove lui li vedeva ora. Si chinò, con l’impressione che il suo cuore avesse smesso di battere, fino a sfiorare la macchia scura con i polpastrelli. Il sangue era ancora abbastanza fresco da macchiarglieli di rosso, come se avesse toccato della vernice non ancora asciutta, viscosa e densa.

Per un interminabile manciata di istanti, non riuscì a mettere a fuoco altro che le immagini del suo sogno, di colpo così reali da sembrargli più vere del pavimento su cui poggiava i piedi. Misty, e una pozza di sangue che si allargava e si espandeva sotto al suo corpo, macchiando l’asfalto, disperdendosi nella pioggia.

(oh Dio ti prego NO)

Tailow lo richiamò di nuovo, agitando furiosamente le ali brune. Alzò gli occhi appena in tempo per vederlo infilarsi sotto al mucchio di tavoli. Esitò per una frazione di secondo e poi lo seguì, insinuandosi carponi là sotto.

Lì l’oscurità era più fitta e i suoi occhi non si erano ancora abituati del tutto al buio. Si fermò e sbatté le palpebre, in attesa che i contorni di quello che lo circondava si delineassero con un minimo di chiarezza in più.

«Ash…?»

Alzò la testa tanto di colpo che per poco non sbatté la nuca contro il piano del tavolo.

Misty. Raggomitolata nel buio ad un metro scarso da lui, i capelli che le coprivano in parte il viso, le guance sporche di polvere e di lacrime e le labbra che tremavano appena, come quelle di una bambina sul punto di scoppiare in un pianto dirotto. Misty. Misty.

Un istante dopo lei si ritrovò con il viso schiacciato contro la sua spalla e le sue braccia che la stringevano così forte da toglierle quasi il respiro, così forte da farle quasi male, ma neppure lontanamente pensò di cercare di liberarsi dalla sua stretta, neppure lontanamente pensò di dirgli che la stava stringendo troppo e che le faceva male. Ricominciò a piangere silenziosamente, rannicchiandosi contro di lui, mentre le sue mani le accarezzavano i capelli, le spalle, la schiena in modo quasi convulso, quasi che Ash volesse accertarsi di averla trovata davvero, di non avere davanti solo un’illusione.

«Misty.» lo sentì sussurrare, fra i suoi capelli, mentre la stringeva e la accarezzava come per essere sicuro che non mancasse nessun pezzo della sua ragazza «Misty, Misty, Misty…»

Se avesse potuto guardarlo in viso, avrebbe visto le lacrime sfuggire dalle sue palpebre chiuse.

Alla fine Ash la lasciò andare e la afferrò per le spalle, guardandola, e allora lei vide i suoi occhi lucidi ed era una cosa tanto rara vedere Ash sul punto di piangere e la sorprese a tal punto che per qualche istante i suoi singhiozzi si bloccarono. Solo per qualche istante. Poi l’immagine di lui si scompose oltre le lacrime che di nuovo le avevano riempito gli occhi.

«Stai bene?» le chiese Ash, e lei annuì e poi scosse la testa, e quando provò a parlare le uscì solo un balbettio confuso, patetico.

«Mi ha… h-ha cercato di…»

Ash le strinse più forte le spalle. «Ti hanno fatto del male? Che cos’è successo, Misty?!»

Lei tornò a nascondere il viso sul suo petto, aggrappandosi alla sua maglia e facendosi piccola piccola contro di lui che la circondò di nuovo con le braccia quando sentì i singhiozzi che le scuotevano le spalle esili in un modo che gli parve quasi doloroso. La baciò sui capelli e la strinse, piano stavolta, come se temesse di farle male.

«Cosa ti hanno fatto…?»

Misty tremò, stringendosi ancora di più contro il suo corpo. «Quello… il tizio con la cicatrice sulla faccia…» bisbigliò, la voce attutita dalla stoffa della t-shirt di lui e così sottile che rischiò di non sentire, e lo desiderò, quasi, quando sentì il resto: «Ha… ha cercato di violentarmi…»

Sentì Ash irrigidirsi di colpo. Quando gli appoggiò le mani sul petto e si staccò da lui quel tanto che bastava per poterlo guardare in viso, nei suoi occhi vide qualcosa che non riuscì a riconoscere e che le fece paura.

«Io lo ammazzo.» disse Ash, con una glacialità sconvolgente e solo superficiale, perché vedeva le iridi scure dei suoi occhi ardere.

Scosse piano la testa. «È già morto.» mormorò «Loro… l’hanno ucciso, perché mi ha fatta scappare. Proprio qui davanti. Hai visto il sangue…? È… è stato orribile…»

Stava per piangere di nuovo. Ash le appoggiò una mano sul viso, facendoglielo alzare fino a che i loro occhi non si incrociarono.

«Non l’ha fatto, vero…?» le chiese, quasi trattenendo il respiro «Non ti ha…»

«No.» rispose Misty, quando la voce di lui si affievolì sull’ultima parola al punto di spegnersi completamente «No, non c’è riuscito. Sono scappata.»

Inconsciamente Ash lasciò andare l’aria che aveva trattenuto nei polmoni. La osservò con attenzione, notando il livido che aveva sul viso, notando i polsi graffiati e scorticati. Glieli prese delicatamente, attento a non farle male.

«Che ti è successo…?»

«Mi hanno legata. Ho… tentato di liberarmi.» rispose piano Misty. Le tremava la voce, ma gli parve che stesse iniziando a calmarsi. Si guardò i polsi feriti come se solo ora avesse ricordato quei graffi e quelle escoriazioni, il che probabilmente era vero. Il destro, quello che doveva farle più male, in un punto era quasi carne viva.

Ash la lasciò andare e cavò un fazzoletto dalla tasca dei jeans. Lo strappò in due strisce aiutandosi con i denti ed avvolse delicatamente i bendaggi di fortuna attorno ai polsi della ragazza. Lei sussultò appena quando le strisce di stoffa sfiorarono i graffi e si morse il labbro mentre Ash finiva di annodare i lembi dei due pezzi di stoffa.

«Tailow, ritorna.» mormorò poi lui, sfiorando appena la pokeball assicurata alla cintura. Il pokemon si smaterializzò in un lampo di luce rossastra. Un attimo dopo Ash stava di nuovo guardando Misty, e di nuovo desiderava stringerla fra le braccia e sentire il suo corpo così esile contro il proprio, stentando ancora a credere di averla trovata davvero.

«Stai bene?» le domandò invece, scostandole dolcemente i capelli dal viso «Intendo… puoi camminare, vero?»

Misty annuì. Ash si sforzò di rivolgerle un piccolo sorriso di incoraggiamento e le afferrò un polso bendato, attento a non stringere troppo. «Dobbiamo andare.» le disse «Prima che si accorgano di noi. Dobbiamo anche trovare un’uscita, non credo che riusciremo ad andarcene da dove sono entrato io.»

Solo in quel momento Misty realizzò che non era comparso dal nulla. «Sei qui da solo?» gli domandò e Ash fece cenno di no.

«C’è anche Brock, fuori. E Jessie e James.»

Rafforzò appena la presa sul suo polso, facendo comunque attenzione a non farle male ma stringendola abbastanza da essere sicuro che non potesse scivolargli via; e si arrischiò a sporgersi oltre il bordo del tavolo. A stento Misty resistette all’impulso di afferrarlo e tirarlo di nuovo al sicuro, dove loro non potevano vederlo.

Lui si guardò cautamente intorno e stava per voltarsi e dirle che la via era libera quando di colpo un rumore di passi lo bloccò, pietrificandolo. Erano lontani, ma si stavano inesorabilmente avvicinando; e Ash si rituffò sotto il tavolo più rapidamente che poté, facendo cenno a Misty di tacere. Lei annuì, con tanta foga che i capelli le rimbalzarono attorno al viso.

La prese fra le braccia di nuovo, stringendola e schiacciandosi contro la parete come se avessero potuto scomparirvi entrambi, mentre chiunque fosse là dentro con loro si faceva sempre più vicino, anche se le loro voci – non era una persona sola, anzi, quasi certamente erano più di due – erano rese ancora lontane e incomprensibili dalle numerose svolte dei corridoi. Sentì che Misty tremava e la strinse ancora più forte, mentre lei serrava le dita sulla stoffa della sua t-shirt fino a che le mani non le tremarono, gli occhi sbarrati fissi sulla ridotta porzione di corridoio che riusciva a vedere.

Presto furono abbastanza vicini perché le loro parole acquisissero un senso.

«Dunque non l’avete ancora trovata…?»

Ash spalancò gli occhi e si voltò di scatto verso Misty, riconoscendo quella voce fredda e apparentemente priva di qualunque emozione. Lei annuì contro il suo petto, rispondendo alla sua muta domanda senza avere neppure bisogno di guardarlo in viso.

Sì Ash, è lei. È Hun.

È Hun e con lei ci sono anche gli altri.

Li sentirono fermarsi spaventosamente vicini al loro precario nascondiglio. Sufficientemente lontani da rimanere fuori dal loro campo visivo, e questo faceva ancora più paura; ma non abbastanza perché potessero sperare di non essere sentiti se solo si fossero lasciati sfuggire il minimo suono.

Non abbastanza perché potessero non sentire le loro voci. Ogni singola parola.

«No, signora. Abbiamo perlustrato l’intero stabilimento.»

«Significa che non l’avete perlustrato abbastanza, razza di inetti incapaci. Le vie d’accesso all’esterno sono sorvegliate costantemente. Non può essere uscita da qui. Nessuno potrebbe uscire da qui senza ritrovarsi una pallottola piantata nella testa.»

Strinse Misty con tutta la forza che aveva e lei seppellì il viso nella stoffa sottile della sua maglia, spingendosi contro di lui a tal punto che Ash non riuscì più a stabilire con certezza se a tremare fosse solo lei, o entrambi.

L’aveva trovata, ma non erano ancora salvi. Non lo sarebbero stati prima di aver messo almeno mille miglia fra loro e quel nuovo Team Rocket. E potevano non riuscirci; potevano morire nel tentativo. Poteva perderla nel tentativo.

«Ricominciate da capo. Buttate giù le pareti, se serve. Radete al suolo l’intero stabilimento. Ma la voglio qui.»

«Ma signora…»

«Adesso! Non voglio rivedere le vostre facce fino a che non l’avrete trovata o non vedrete l’alba di domani. Andate.»

Passi che si allontanavano veloci, quasi in corsa, fino a svanire. Poi silenzio, e poi il ritmo più lento e calmo dei passi di Hun, le suole degli stivali di cuoio contro il pavimento lordo di sporcizia vecchia di generazioni. Ma la criminale dai capelli grigio-azzurri non era sola, realizzò Ash; ed un brivido gli corse lungo la spina dorsale. Il rumore era quello dei passi di due persone.

Misty chiuse gli occhi, tremando in tutto il corpo.

«Potrebbe essere fuggita comunque.»

Riconoscere quella terza voce fu come una sferzata. Attila. Lo stesso uomo che cinque mesi prima, quando neppure aveva lo svantaggio di quella stupida gamba e senza neppure aver bisogno di due complici della sua stessa stazza per immobilizzarlo come aveva fatto l’ex agente Rocket con la cicatrice sulla faccia nel parcheggio sotterraneo, era riuscito a stenderlo in meno di due minuti.

Lo stesso uomo che aveva pestato Misty quasi a sangue.

«Non può essere fuggita. Non può essere uscita da qui viva. Tutte le vie di comunicazione con l’esterno sono sorvegliate.»

«Le porte sono sorvegliate. Ci sono delle finestre.»

«A tre metri da terra. Quella mocciosa non è alta neppure un metro e sessanta. Pensi forse che abbia imparato a volare?!»

«Non sto dicendo che l’ha fatto, d’accordo? Ma dico che potrebbe.»

Poi ci fu solo il rumore dei loro passi, fino a che non furono davanti al nascondiglio che ora sembrava ad entrambi inutile come se avessero cercato di proteggersi dalla pioggia dividendosi un ombrello nel bel mezzo di un uragano. Eppure, grazie forse a chissà quale miracolo, Hun e Attila non si fermarono. Proseguirono lungo il corridoio e solo quando furono ormai abbastanza lontani la voce della criminale si fece sentire di nuovo.

«Tu sai quanto detesti ammetterlo, ma quella mocciosa è in gamba. È un peccato vedere un simile potenziale sprecato. Deve aver editato il talento da sua madre.»

Deve aver ereditato il talento da sua madre.

Nel suo sogno aveva visto una donna con i capelli color rame tenere in braccio la bimba che sarebbe diventata la ragazza che conosceva da quasi cinque anni. L’aveva vista cullarla con l’amore che può essere rivolto solo ad una figlia.

Sentì Misty irrigidirsi di colpo fra le sue braccia e la vide sbarrare gli occhi.

Deve aver ereditato il talento da sua madre.

«Cosa… cosa voleva dire…?» gli chiese lei in un bisbiglio, quando il rumore dei passi dei due ex agenti Rocket si fu affievolito del tutto. Ash scosse la testa. Non aveva nessuna risposta, non riusciva neppure a pensare ad una possibile risposta.

Allentò l’abbraccio e lei non si ribellò, non cercò di tirarlo di nuovo verso di sé. Guardava assorta la porzione di corridoio dalla quale Hun e Attila erano scomparsi. Ash le appoggiò una mano sulla spalla, cercando di richiamare la sua attenzione; e solo dopo una manciata di istanti Misty si voltò a guardarlo, sbattendo le palpebre come se per un momento di fosse dimenticata della sua presenza.

«Cerca di non pensarci adesso, d’accordo?» le disse, sapendo che era impossibile. Non aveva modo di sapere che nel giro di venti minuti Misty l’avrebbe dimenticato completamente, che quelle parole sarebbero state spazzate via dalla sua mente con la violenza di una mazzata nel momento in cui avrebbe visto Attila avventarsi su di lui impugnando il coltello a serramanico sottratto al cadavere dell’uomo con la cicatrice.

«D’accordo.» mormorò Misty. Ash le prese la mano e tornò a sporgersi verso il corridoio, guardando nervosamente a destra e a sinistra ed aspettandosi di vederli sbucare di nuovo dall’una o dall’altra direzione.

Quando non accadde, tornò a voltarsi verso Misty e obbligò le proprie labbra a piegarsi in un sorriso che sarebbe voluto sembrare incoraggiante.

«Via libera.» annunciò, prima di avanzare a quattro zampe fino a che non ebbe più la superficie del tavolo sopra la testa, seguito a brevissima distanza da lei.

Poco dopo furono entrambi in piedi in mezzo al corridoio, e Misty gli si teneva aggrappata stringendo le dita attorno al suo braccio tanto che gli stava facendo abbastanza male, ma evitò con cura di farglielo notare. Lei continuava a guardarsi intorno voltando la testa con scatti nervosi, come un animaletto spaventato. Con una stretta al cuore Ash si domandò quanto tempo avesse passato là sotto, in attesa che qualcuno si accorgesse di lei.

«Va tutto bene.» le disse, e dallo sguardo che lei gli rivolse comprese che non gli credeva.

Neanche lui ci credeva tanto, in realtà.

Misty dovette rendersi conto in quel momento di quanto lo stava stringendo, perché allentò lentamente la presa sul suo braccio e sussurrò qualcosa che poteva essere Scusa, ma così piano che non ne fu sicuro nonostante lei fosse ancora aggrappata a lui, così vicina che poteva sentire il battito furioso del suo cuore.

Si liberò gentilmente di quello che rimaneva della sua stretta e le prese la mano, tenendola forte nella sua perché il sudore che sentiva sul palmo di lei non potesse fargli perdere la presa.

«Andiamo.» le disse dolcemente, sforzandosi di rivolgerle un sorriso che stavolta fu un po’ più vero, giusto un pochino «Dobbiamo cercare un’uscita.»

 

*

 

«È là dentro da troppo tempo. Io vado a cercarlo.»

Jessie scosse la testa, ma anche il suo sguardo era fisso sulla finestra rotta oltre la quale Ash era scomparso oramai da almeno mezz’ora. Così come quello di James, d’altronde. Come se guardare insistentemente quel rettangolo di buio e schegge di vetro avesse potuto far scorrere più velocemente i minuti che passavano.

«Dagli ancora un po’ di tempo. Potrebbero essere bloccati da qualche parte e stare aspettando di avere via libera. Se vai dentro anche tu rischi di metterli in guai peggiori.»

Brock strinse i pugni con rabbia.

«Cinque minuti.» disse «Poi vado a cercarli.»

 

*

 

Hun non scherzava quando aveva detto che tutte le uscite erano sorvegliate.

Ash si sporse appena oltre il punto in cui il corridoio svoltava, e solo grazie a qualche miracolo non incrociò lo sguardo della sentinella appostata sulla porta sfasciata dell’edificio, che non lo vide solo perché in quel momento guardava svogliatamente per terra con una sigaretta che si consumava lentamente fra le dita e l’altra mano sul calcio della pistola che aveva in vita.

Poi, di colpo, come se avesse sentito o percepito qualcosa di anomalo, l’uomo sollevò di scatto la testa e appena in tempo Ash riuscì a ributtarsi dietro l’angolo, con tanto impeto che rischiò di travolgere Misty e solo per miracolo riuscirono a non franare a terra entrambi con un fracasso che si sarebbe certamente sentito.

Si appiattì contro la parete, facendo cenno a Misty di tacere. Lei obbedì e si schiacciò contro di lui, gli occhi spalancati fissi sul punto in cui il corridoio svoltava.

Per un istante ci fu silenzio.

Poi due passi lenti, indolenti, nella loro direzione. Silenzio di nuovo. Misty si strinse ancora di più contro il suo corpo, facendogli finire in faccia i suoi capelli color tramonto. Tremava, ma lui non osava muovere un muscolo e non si arrischiò a spostare il braccio per circondare la vita di lei in un blando tentativo di rassicurarla. Il minimo rumore ed erano morti entrambi.

Un altro passo verso di loro. Poi la sentinella si fermò di nuovo.

Nel totale silenzio che seguì, riuscì a sentire distintamente un piccolo rumore metallico e realizzò con orrore che era lo scatto del tamburo della pistola che l’agente doveva aver estratto dalla fondina alla cintura. Una goccia di sudore gelido gli scivolò lentamente lungo la colonna vertebrale.

«Chi è là?!»

Misty tremava così forte che i brividi che la scuotevano gli parevano dolorosi. A lui faceva male il fatto di non poter fare niente, assolutamente niente per cercare di calmarla. Niente che potesse farla smettere di tremare in quel modo. Neppure una parola. Non poteva neppure dirle che sarebbe andato tutto bene.

Non poteva neppure stringerla fra le braccia.

Lui era troppo vicino.

Così vicino che riusciva a vedere la sua ombra possente che si protendeva oltre il brusco angolo del corridoio, una sagoma massiccia con un braccio teso e una pistola-ombra nella mano priva di consistenza, disegnata sulle piastrelle sporche.

Ancora un passo.

Tre, quattro al massimo e li avrebbe visti. E allora non avrebbero avuto scampo.

«C’è qualcuno?!»

La sagoma d’ombra sul pavimento riprese ad avanzare verso di loro e stavolta non si fermò.

«Corri!» esclamò Ash e la afferrò per un braccio, trascinandola con sé tanto all’improvviso che lei per poco non perse l’equilibrio e rischiò di cadergli addosso.

«FERMI DOVE SIETE!»

Non si voltò indietro. Neppure quando il boato di uno sparo riempì l’aria assordandolo ed un proiettile colpì il pavimento ai loro piedi. Misty strillò e si sforzò di correre più velocemente, ricordandosi di colpo della sua gamba e realizzando che facendosi quasi trascinare non si limitava a rallentarlo, raddoppiava anche lo sforzo che lui doveva sostenere. Aggiungeva il peso del proprio corpo al suo.

«Fermatevi! FERMATEVI IMMEDIATAMENTE!»

Un altro sparo, un altro proiettile cozzò contro il pavimento facendo esplodere una delle piastrelle che un tempo erano state bianche. I frammenti schizzarono lontano, graffiandole le gambe, lasciandole segni rossi e brucianti sulla pelle chiarissima.

Ash era più veloce di lei. E normalmente, avrebbe potuto continuare a precederla e a tirarla con sé per parecchio prima di sentire il minimo affanno. Ora in breve si ritrovò a correre quasi al suo fianco, a sentire il suo respiro faticoso e ansante.

La gamba. Quella dannata gamba.

Distinse in lontananza il ronzio gracchiante di una ricetrasmittente.

Guardò Ash, e vide che era pallido. Le guance erano arrossate per lo sforzo ed il resto del viso era pallido come quello di un fantasma. Vide le gocce di sudore che iniziavano ad imperlargli la fronte, non per la fatica ma per lo sforzo di sopportare il dolore, di non rallentare.

Strinse fortissimo la mano attorno alla sua, ricacciando indietro le lacrime a forza; e si sforzò di correre più veloce di lui. Poteva. Non ci volle molto perché fosse lei a trascinare lui e quando sentì il suo corpo farsi più pesante gli strinse la mano ancora più forte, strattonandolo, obbligandolo a non fermarsi. Obbligandolo a lottare.

«Misty– »

«Sta’ zitto e corri!» gli urlò, ansimando. Lui era troppo pesante perché potesse continuare a trascinarlo in quel modo. Era troppo pesante per lei. Poteva aiutarlo a camminare lasciando che lui le si appoggiasse completamente; ma non poteva correre e contemporaneamente trasportare anche lui, trainare il suo corpo che ormai assecondava la sua corsa solo sporadicamente.

Non era forte abbastanza. Ma non l’avrebbe lasciato andare. Non fino a che le sue ginocchia non avessero ceduto e lei non fosse crollata a terra svenuta per la fatica.

Quando si voltò a guardarlo vide che lui correva con gli occhi chiusi e il volto lucido di sudore contratto in una smorfia, così pallido da sembrare sul punto di perdere i sensi. Sentì la presa sulla sua mano allentarsi, e lo afferrò lei, tirandolo verso di sé con rabbia e tornando a guardare davanti a sé, nel corridoio interminabile.

Poi, di colpo, un violento strattone le fece perdere la presa. Si voltò in tempo per vedere Ash a terra, a stringersi la gamba che di colpo aveva smesso di reggere il peso del suo corpo, una smorfia tremenda a piegargli i lineamenti del viso.

«Alzati!» urlò, senza osare guardare oltre la sua sagoma rannicchiata sul pavimento, sforzandosi di fingere che i passi in corsa sempre più vicini della sentinella non esistessero al di fuori della sua mente. Lo afferrò per la vita, cercando inutilmente di tirarlo su.

Era stanca. Troppo stanca. Le gambe le tremavano e riuscì solo a cadergli addosso, le braccia ancora strette attorno alla sua vita, le lacrime che di colpo le salirono agli occhi brucianti quanto i graffi lasciati dalle schegge.

«Alzati!» singhiozzò stringendolo forte, fortissimo «ALZATI!»

Ash scosse la testa, pallido, i capelli incollati alla fronte sudata.

«N-non ce la faccio– »

«Non m’importa un cazzo se ti fa male la gamba!» gli urlò Misty. Gli afferrò un braccio con forza e se lo appoggiò sulle spalle, circondandogli poi la vita e sforzandosi faticosamente di rimettersi in piedi sollevando da terra anche lui. Forse ci sarebbe riuscita se Ash non avesse opposto la propria forza alla sua, rimanendo ancorato al pavimento.

«Lasciami andare e scappa!» le gridò, riaprendo gli occhi scuri e sofferenti per guardarla «Va’ via, forza!»

Misty fece cenno di no, con tanta foga che i suoi capelli gli finirono di nuovo in faccia; e cercò ancora di sollevarlo, stringendogli la vita con entrambe le braccia. Ci riuscì. Ash barcollò e le franò addosso, schiacciandola contro la parete, il respiro ridotto in brevi ansiti febbrili dallo sforzo di sopportare il dolore che gli esplodeva nella gamba destra.

Cercò di obbligarlo almeno a camminare. Ma era troppo tardi ormai.

L’uomo di guardia alla porta li aveva raggiunti, e non era solo. C’erano altri due uomini in nero con lui, e dietro di loro Hun e Attila. La criminale dagli occhi di ghiaccio li raggiunse in tutta calma, le mani sui fianchi, mentre il resto del gruppo li accerchiava bloccandoli contro la parete.

Lo strinse ancora più forte, le mani convulsamente aggrappate alla sua maglia.

«Guarda guarda.» disse Hun, piegando le labbra in un ghigno «Due topolini in trappola invece che uno solo.»

Ash gemette piano e Misty gli accarezzò la testa, gli occhi fissi in quelli della criminale, mentre lui chiudeva gli occhi e appoggiava la fronte sudata sulla sua spalla abbandonandosi contro di lei, sfinito dal dolore che gli pareva non fosse stato così forte neppure mentre tonnellate di roccia gli schiacciavano la gamba stritolando le ossa.

Hun rise perfida. «Sarebbe questo il tuo eroe…?» apostrofò Misty, avanzando di un passo verso di lei oltre il semicerchio formato dai suoi uomini.

«Sta’ lontana da lui.» ringhiò Misty, cercando inutilmente di fargli scudo con il proprio corpo. Ash rialzò la testa e guardò Hun, e poi gli uomini in nero che li attorniavano come un muro compatto ed impossibile da oltrepassare; e poi appoggiò la nuca contro la parete, respirando forte.

La criminale rise di nuovo, buttando la testa all’indietro. Fece un cenno e Attila avanzò verso di lei, afferrandola per un braccio e tirandola via da Ash senza difficoltà. Si divincolò debolmente, scoprendosi del tutto esausta per la corsa; e Attila rise, la sua risata si mischiò a quella di Hun mentre la immobilizzava bloccandole le braccia dietro la schiena e sollevandola da terra.

«Lasciami! Lasciami andare!»

Cercò di liberarsi, riuscendo solo a scalciare inutilmente nel vuoto. I capelli le caddero sulla faccia, sporchi di polvere e di sudore, appiccicandosi alle guance bagnate di lacrime.

Poi, quasi non riuscì più a capire che cosa stesse accadendo.

Di colpo era libera ed era precipitata a terra storcendosi dolorosamente una caviglia, e Ash si era avventato su Attila riuscendo chissà come ad atterrarlo.

«Non toccarla MAI PIÙ!»

Non sarebbe mai riuscito a buttarlo a terra se non l’avesse colto di sorpresa. Attila se lo scrollò di dosso senza nessuna difficoltà, facendolo atterrare sulla schiena ad almeno un metro e mezzo di distanza. Sentì il bruciore dei graffi che si era fatto cadendo dalla finestra, ma non era niente confrontato al dolore che sentiva alla gamba. Niente.

Rotolò faticosamente su un fianco e si sforzò di sollevarsi da terra, in tempo per vedere Attila rialzarsi ed uno degli uomini in nero afferrare Misty per un braccio e tirarla su di peso, strappandole un gridolino quando le sue dita le strinsero con forza il polso ferito.

Si rialzò, senza sapere come, scaricando il peso contro la parete lurida; e fu Attila a scagliarsi su di lui stavolta, afferrandolo per una spalla e mandandolo a sbattere con la schiena con una violenza che riaccese il dolore dei graffi e gli mozzò il respiro per un istante mentre il criminale lo inchiodava fra il muro e la propria sagoma imponente, immobilizzandolo.

Quello che accadde poi parve quasi svolgersi al rallentatore, tanto che gli parve di riuscire a distinguere ogni singolo dettaglio, ogni fotogramma.

Gli occhi folli di rabbia di Attila. La sua mano che affondava nella tasca dei calzoni.

La lama argentea del coltello a serramanico che ne estrasse.

Poi ci fu soltanto l’urlo inorridito di Misty

ASH!»)

e il suo grido strozzato quando la lama affondò nella sua carne e un dolore improvviso e bruciante gli esplose all’altezza dello stomaco. Qualcosa di caldo che iniziò a colargli lentamente sul ventre quando la lama si ritrasse, portandosi dietro una scia di goccioline scarlatte.

Attila lo colpì una volta e l’avrebbe colpito di nuovo se Misty non si fosse messa in mezzo. Il coltello sottratto al cadavere dell’uomo che aveva cercato di stuprarla la colpì ad un braccio, penetrandole nella carne tanto a fondo da arrivare a sfregare contro l’osso, quasi a metà strada fra la spalla ed il gomito. Il sangue zampillò immediatamente. Attila la scansò con uno spintone che la fece cadere riversa sul pavimento, con i capelli sul viso.

(ASH!)

Gridò solo nella propria mente stavolta. Mentre lui si piegava in due premendosi le mani contro lo stomaco e grosse gocce di sangue cadevano sulle punte delle sue scarpe da ginnastica. Come nel sogno. Come nel suo incubo.

Un attimo prima che tutto il suo corpo cedesse e Ash si ritrovasse a terra con lei, in ginocchio.

«Ash…»

Rinunciò a cercare di comprimersi la ferita al braccio ed avanzò carponi verso di lui. Ash non alzò la testa quando lei lo tirò a sé e lo strinse, accarezzandogli la testa quasi freneticamente e facendo cadere le proprie lacrime sui suoi capelli scuri, mormorando frasi sconnesse che avrebbero voluto significare Va tutto bene, tranquillo, va tutto bene. Ma non era sicura di dirlo davvero.

Forse era solo nella sua testa.

E poi di colpo le nacque nella mente l’unico pensiero possibile.

Fece scivolare le braccia attorno alla vita di Ash e prese dalla cintura dei jeans le sue pokeball, tutte quante, sentendole appiccicose del sangue che fuoriusciva dalle ferite di entrambi.

I pokemon di Ash si materializzarono nel corridoio dell’edificio abbandonato.

«Distraeteli! Teneteli lontani!»

Non si aspettava che funzionasse. L’aveva fatto solo per disperazione. Eppure, incredibilmente, gli esserini variopinti parevano in grado di tenere testa ai loro cinque avversari, almeno per un po’ di tempo. Quel poco tempo avrebbe dovuto essere sufficiente.

Afferrò di nuovo Ash, obbligando se stessa ad ignorare il dolore pulsante al braccio ed il sangue che sgorgava copioso dalla ferita impregnandole i vestiti e gocciolando sul pavimento, mescolandosi al suo.

«Alzati!» gli urlò di nuovo, cercando inutilmente di tirarlo su di peso «Alzati!»

Ash scosse la testa, la mano insanguinata premuta sullo stomaco.

«Non ci riesco…»

«Non mi frega niente!» urlò Misty. I pokemon di lui non sarebbero riusciti a tenere a bada gli ex agenti Rocket per molto. Lo obbligò di nuovo a passarle un braccio attorno alle spalle e facendo appello alle poche energie che le rimanevano gli cinse la vita e fece forza sul suo fianco per riuscire a mettersi in piedi, sollevando anche lui.

Per poco un capogiro non la fece ricadere a terra. Stava perdendo troppo sangue. Si appoggiò alla parete, chiudendo gli occhi in un inutile tentativo di allontanare la realtà che le girava vorticosamente intorno e sentì la voce sofferente di Ash mormorare il suo nome.

Si sforzò di schiudere le palpebre e di piegare le labbra in quello che avrebbe voluto essere un sorriso e che non riuscì ad esserne neppure un’ombra vaga.

«Va tutto bene.» sussurrò con un filo di voce, staccandosi dalla parete «Vieni…»

«FERMATEVI, LURIDI SCHIFOSI…»

Un proiettile sparato dalla pistola di Hun colpì la parete appena sopra le loro teste, sfarinando l’intonaco non più bianco da tempo, un attimo prima che Tailow le facesse cadere l’arma dalle mani ed il calcio involontario di qualcuno la spedisse lontano. Misty strinse Ash con tutta la forza che aveva, sapendo che non sarebbe riuscita a portarlo fuori, sapendo che presto i suoi pokemon sarebbero stati sopraffatti come animaletti insignificanti, sapendo già che stavolta sarebbero morti entrambi. E che forse avrebbe dovuto guardarlo morire, avrebbe dovuto vedere il suo corpo contrarsi in un ultimo spasmo e poi giacere immobile come quello dell’uomo che aveva cercato di violentarla. I suoi occhi scuri spalancarsi innaturalmente e poi spegnersi, rimanendo aperti e fissi su di lei, per sempre.

Eppure cercò comunque di muovere qualche passo trascinandolo con sé, mentre la realtà attorno a lei si faceva sempre più distante. Furono le sue gambe a cedere stavolta, dopo neppure una decina di passi, facendola crollare sul pavimento e Ash con lei.

Si strinse il braccio ferito, tentando inutilmente di fermare il sangue che le colava sulla pelle, senza avere il coraggio di volgere gli occhi verso di lui e guardarlo.

«Mi dispiace.» le bisbigliò Ash. Era vicino a lei, quasi riverso a terra. Gli tese le braccia e lo tirò a sé, tenendosi la sua testa contro il petto. «Shh…» sussurrò, stringendolo con tutta la forza che le rimaneva; e sperò che le fosse almeno concesso di morire prima di lui.

Sperò che le fosse almeno concesso di non dover guardare i suoi occhi nel momento in cui il suo cuore avesse smesso di pompare il sangue nelle vene, arrestandosi in silenzio.

«Forretress attacca!»

Sollevò di scatto la testa verso il suono di quella voce.

Brock. E dietro di lui Jessie e James.

Senza lasciarle il tempo di lasciare che l’ondata indescrivibile di sollievo che la travolse avesse la meglio su di lei, Brock li raggiunse correndo e le tolse Ash dalle braccia per controllare le sue condizioni e poi obbligarlo ad arrampicarsi sulle sue spalle, e poi gridare a James di correre lì quando si accorse che anche lei perdeva sangue e che le sue condizioni erano forse peggiori di quelle di lui. Cercò Ash con lo sguardo e lo vide abbandonarsi quasi completamente sulle spalle dell’amico, mentre James prendeva in braccio lei sollevandola come avrebbe potuto sollevare una bambina piccola, stringendole la vita sottile fra le braccia. Si ritrovò sospesa a mezz’aria, con i piedi che continuavano a sbattere contro le ginocchia di James mentre lui iniziava a correre lungo il corridoio; e si aggrappò alla stoffa della sua maglia per rimanere aggrappata alla realtà, per non svenire proprio adesso.

Il suo sangue macchiò i vestiti di James.

Non vide Jessie raccogliere da terra la pistola che era caduta ad Hun e le pokeball di Ash. La sentì però richiamare i suoi pokemon e sparare un colpo a terra, urlando che chiunque avesse provato a seguirli si sarebbe ritrovato una pallottola piantata nella testa. Era voltata in modo da poter guardare oltre la spalla di James e chiuse gli occhi stringendoli con forza quando uno degli uomini in nero ignorò la minaccia e si avventò su Jessie. Ma non ebbe modo di non sentire il boato che seguì, e l’odore penetrante della polvere da sparo.

Jessie non aveva bluffato.

Quando furono fuori, James la mise a terra distendendola con attenzione sull’erba, scostandole con un gesto sorprendentemente gentile i capelli dalla faccia. Schiuse le palpebre e la luce del sole le ferì gli occhi, prepotente, improvvisa. Li richiuse. Sentì la mano dell’ex criminale dai capelli viola stringersi attorno alla sua spalla e scuoterla, strappandola alla nebbia in cui la sua mente stava affondando. Ma solo per pochi istanti. Poi la nebbia tornò, avvolgendola.

Non aveva la forza di scacciarla. Non più.

«Cerca di rimanere sveglia.» le disse James ed ebbe l’impressione che lei non lo sentisse affatto. Si tolse la maglia e la avvolse attorno al suo braccio sebbene non avesse idea di come fermare la perdita di sangue. Digrignò i denti e cercò con lo sguardo Brock, che aveva messo a terra Ash e stava comprimendo la ferita che lui aveva allo stomaco con la propria giacca appallottolata. Ma le condizioni di Ash gli parvero meno gravi.

«Ehi, tu!» urlò al giovane, mentre il sangue di Misty impregnava la stoffa della sua maglia troppo rapidamente «Vieni qua! La tua amica ha bisogno d’aiuto!»

La scosse di nuovo e lo sguardo assente di lei tornò vivo e lucido per un istante per poi perdersi di nuovo. «Rimani sveglia!» esclamò James e poi si voltò di nuovo verso Brock «Ti decidi a darti una mossa, porca miseria?!»

Brock accorse, lasciando Jessie ad occuparsi di Ash, le cui condizioni non parevano effettivamente brutte quanto quelle della ragazza. La ferita gli era sembrata superficiale. Si chinò su Misty e scostò l’inutile bendaggio di fortuna con cui James aveva cercato di fermare il sangue e che ne era ormai impregnato.

«Sta perdendo troppo sangue. Merda…» mormorò, stringendo la mano attorno alla sua ferita nel tentativo di bloccare o almeno rallentare l’emorragia «Forse ha colpito un’arteria. Misty, ehi, Misty mi senti…?»

Lei riaprì gli occhi, appena appena.

«Ash.» bisbigliò, con voce così sottile che il ragazzo riuscì a capire a stento pur essendo chino su di lei «Portate… Ash…»

Le si chiusero gli occhi di nuovo. Brock rinunciò a cercare di tenerla cosciente e ridusse la maglia di James in strisce sottili che legò strettamente attorno alla ferita, ignorando il gemito debolissimo della ragazza.

Per lei era tutto lontano. Stava scivolando via.

Il vocio confuso dei suoi amici, il calore viscoso del sangue che le scivolava lungo la pelle del braccio. Persino il dolore. Sapeva di stare perdendo troppo sangue, troppo rapidamente. Sapeva che probabilmente stava morendo. Ma era troppo debole perfino per avere paura.

Poi non ci fu altro che nebbia, oblio, nel momento in cui perse i sensi e la sua mente si chiuse.

«Misty…»

Ash si tese inutilmente verso di lei e lance acuminate di dolore si conficcarono nel suo corpo all’altezza dello stomaco. «Sta’ fermo!» esclamò Jessie, stringendo con forza la mano attorno alla sua spalla e cercando di tirarlo indietro. Lui cercò di divincolarsi dalla presa delle sue braccia esili e scrollarsela di dosso, ma non ne aveva la forza. La ragazza dai capelli fucsia lo obbligò a rimanere seduto mentre James prendeva in braccio Misty, seguendo alla lettera gli ordini di Brock, e la portava correndo verso le moto.

Vide la sua testa ricadere all’indietro come quella di una bambola, il suo corpo completamente inerte e inanimato fra le braccia di quello che era stato uno dei loro nemici, in un tempo così lontano da assumere le tinte sfocate di un sogno.

Misty. Misty. Misty…

Brock corse verso di lui e lo afferrò per la vita sollevandolo da terra. «Coraggio.» gli disse, continuando a tenergli la giacca appallottolata contro lo stomaco. Era sporca di sangue, ma non fradicia come la maglia di James.

Ash scosse la testa con rabbia, cercando di liberarsi delle sue braccia che lo sostenevano.

«Misty.» ripeté, faticosamente «Lasciami, voglio sapere come sta…»

«Dobbiamo portarla in ospedale.» gli disse Brock, bruscamente «E in fretta, quindi piantala e cerca di collaborare, d’accordo?!»

Ma tutta la convinzione di quelle parole non servì a nulla quando raggiunsero le moto e lui vide di nuovo Misty svenuta fra le braccia di James. La testa era reclinata di lato, una guancia pallidissima poggiava contro la spalla. Il suo corpo intero era molle, inanimato. Privo di vita.

«Misty!»

Spinse via Brock e cercò di protendersi verso di lei, ma non aveva calcolato di essere anche lui in condizioni alquanto precarie. L’ultima cosa che sentì fu un’esplosione scarlatta di dolore ed altro sangue che fluiva dalla ferita, riversandosi sulla pelle del suo addome. Brock riuscì appena in tempo ad afferrarlo e sostenerlo.

Poi fu come precipitare in un abisso, e nella sua mente trasformatasi all’improvviso in uno schermo bianco per pochi istanti si delineò un volto. Prima che la nebbia avvolgesse anche lui.

Occhi verdi, profondissimi, del colore del mare.

 

CONTINUA...