BREAK MY FALL
VI.
«Molti di loro non sono più parte del Team Rocket.»
I tre ex criminali dal cuore d’oro li raggiunsero attorno alle undici di quel mattino. Lo sorprese non poco vederli irrompere nella quiete della piccola città in sella a due moto di grossa cilindrata, Jessie in testa con i capelli che volavano fuori dal casco e dietro di lei James con Meowth che gli si teneva aggrappato affondando gli artigli nei suoi vestiti. Jessie per poco non lo travolse nel parcheggiare l’ingombrante veicolo, con una sgommata assordante che lasciò segni scuri sull’asfalto. Appena in tempo Ash riuscì ad appiattirsi contro la staccionata, con la moto che gli passava così vicina da sentire addosso lo spostamento d’aria.
«Ma sei scema?!» le gridò dietro, nella nuvola dei gas di scarico che lei gli riversò addosso. La sua voce si perse sotto il rombo del motore, che si placò dopo poco. Jessie smontò dal veicolo e si tolse il casco, lasciandosi cadere platealmente i capelli sulle spalle mentre dietro di lei Meowth sbraitava che aveva perso sei delle sue sette vite durante quella corsa. Quando gli occhi azzurri della ragazza si posarono su Ash, le labbra laccate di rosso si piegarono in un sorrisetto malizioso.
«Chi non muore si rivede, eh, moccioso…?»
Ash le disse bruscamente di lasciar perdere i convenevoli e non si accorse neppure che il suo primo istinto nel vederli comparire era stato di metter mano alle sue pokeball, come tante volte aveva fatto in passato. Se ne rese conto con la mano già all’altezza della cintura dei jeans e lasciò ricadere lentamente il braccio lungo il fianco, rilassando le dita contratte nell’atto di afferrare una delle sfere. Jessie se ne accorse e il suo sorriso si allargò, beffardo.
Gli altri li raggiunsero in breve, Brock per primo, quasi correndo; dietro di lui Vera provò a seguirlo ma Drew la bloccò afferrandola dolcemente per un braccio e obbligandola a rallentare, ancora preoccupato per lei nonostante le parole del medico. Lei accondiscese a raggiungere gli altri camminando più lentamente, ma a due o tre metri da Ash iniziò a correre e si fermò solo vicino a lui, davanti a quello che era stato il trio di incapaci agenti Rocket.
Dieci minuti più tardi il gruppetto si era raccolto nella hall del pokemon center, dopo che Brock aveva saggiamente decretato che rimanere lì in bella vista era come appendersi un’insegna luminosa sulla testa; e la voce solo apparentemente di Jessie era l’unica a risuonare nel silenzio che altrimenti sarebbe stato totale.
«Molti di loro non sono più parte del Team Rocket.»
Tacque, aspettandosi di venire interrotta con qualche domanda; ma gli occhi di tutti quanti rimasero puntati su di lei e per una manciata di secondi ci fu veramente silenzio. Ash non disse niente perché non era sicuro di riuscire a parlare mantenendo ferma la propria voce. Aveva ripetuto ai tre quel poco che sapeva e quando era arrivato a parlare del modo in cui Misty era stata rapita e portata chissà dove era stato costretto a deglutire dolorosamente un pesante nodo alla gola. Vera gli era venuta in aiuto spiegando che gli uomini neri (era lei che continuava a chiamarli così) avevano aggredito entrambe nel cortile sul retro dell’edificio, colpendo lei per toglierla di mezzo e poi probabilmente portando via Misty. Probabilmente, perché lei aveva perso i sensi, e nei dintorni non c’era nessun altro. Drew le aveva circondato la vita con un braccio mentre parlava, e lei si era toccata quasi distrattamente la medicazione che aveva sulla fronte, coperta in parte da un ciuffo di capelli castani. Ash non aveva detto nulla, ma le era immensamente grato per l’intervento che gli aveva permesso di non dire altro, la gola ancora oppressa dal peso che quasi lo soffocava.
Jessie sospirò e riprese: «Il capo non tollera fallimenti. Se qualcuno commette errori gravi… lui lo chiama “prendere dei provvedimenti”, e quando lo senti dire che qualcosa che hai fatto lo costringe a questo sai già che probabilmente non arriverai al giorno dopo. Provvedimenti significa che un sicario ti sorprende nel sonno, o mentre non sei con tutti i sensi all’erta, e ti pianta una pallottola nella testa prima che tu abbia il tempo di dire amen.»
Il silenzio che seguì fu più lungo e molto più angosciato, quasi calcolato ad arte, prima che la ragazza dai capelli fucsia scrollasse mestamente la testa e ricominciasse a parlare.
«Tutti quelli che hanno fallito con voi… o sono morti o sono riusciti a fuggire in tempo e a nascondersi da qualche parte. Se è come dici tu e alcuni di loro li avevate già visti, probabilmente è proprio così che è andata. Potrebbero addirittura essersi riuniti in una nuova organizzazione. È un’ipotesi, ma credo che stiano cercando di recuperare quei documenti per rientrare nelle grazie del capo e sperare di aver salva la vita come ricompensa.»
Era eventualità che Ash aveva già ipotizzato, alla lontana, e sentirla esporre ad alta voce da Jessie gli provocò una dolorosa stretta al cuore.
«Misty non sa dove avete nascosto i documenti.»
«Allora è in guai seri, e intendo veramente seri.» lo gelò Jessie «Probabilmente non avrebbe fatto alcuna differenza ma… temo che non le crederanno, se dirà di non sapere dove siano. Temo che tenteranno di obbligarla a dire la verità e non credo che ci sia bisogno di spiegare come.»
Ash strinse i pugni con forza, trattenendosi a stento dallo sfogarsi contro la parete fino a scavare solchi nell’intonaco bianchissimo e a farsi sanguinare le mani. E di sicuro, non c’era un momento più sbagliato perché ricordasse i lividi che aveva visto sulla schiena di Misty quando cinque mesi prima erano sfuggiti dalla base di Forestopoli.
«Come la troviamo?»
Jessie tacque e lasciò andare un altro sospiro. «Non ne ho la più pallida idea Ash, mi dispiace.»
Quello fu come una mazzata.
«Ti dispiace?!» quasi le urlò in faccia «Misty è scomparsa, quella gente l’ha portata chissà dove e probabilmente ora la stanno picchiando o torturando o chissà cosa per farla parlare, e cavolo, lei non direbbe nulla neppure se sapesse dove avete nascosto quei maledetti documenti, e tutto quello che sei capace di dire è che ti dispiace?!»
«Calmati.» gli disse Vera, sfiorandogli un braccio con la mano; e solo in quel momento si accorse di stare urlando. Jessie sbuffò.
«Non l’ho rapita io la tua ragazza, quindi come diavolo faccio a sapere dov’è? Non solo noi non siamo più parte del Team, neppure loro lo sono. Non ne so più di te. Potrebbero essere a cento metri da qui oppure dall’altra parte del mondo, per quello che ne so.» poi scrollò le spalle e alzò lo sguardo verso il soffitto «Ma probabilmente non sono molto lontani. Il problema è che potrebbero essere ovunque.»
«Beh, non proprio ovunque.» si intromise James, che se ne era rimasto zitto fino a quel momento, a contemplare pensoso il pavimento «Si stanno nascondendo dai sicari del capo in fondo. Deve essere un posto sicuro… oppure insospettabile.»
Ash annuì e poi si fermò di colpo.
«Se… se questi sicari li trovassero ora che hanno Misty, cosa…?»
(Cosa ne sarebbe di lei?)
Jessie si limitò a guardarlo. Non c’era bisogno d’altro.
Calò il silenzio di nuovo. Fu Max il primo a prendere la parola ed il suo sguardo si illuminò dietro le spesse lenti degli occhiali.
«Ehi, Ash, forse ho un’idea…»
Il ragazzo si voltò verso di lui come se avesse ricevuto una frustata, gli occhi spalancati e fissi, le mani strette a pugno tanto da farle tremare.
«Spara.»
*
«Lasciami… ti prego, ti prego lasciami!»
Il peso di lui che la schiacciava contro la parete, impedendole quasi di respirare. E i suoi occhi, di quell’azzurro ghiacciato, ora a non più di cinque centimetri dai suoi. Le teneva le mani bloccate sulla testa e il suo intero corpo le impediva di muoversi o di provare a divincolarsi dalla sua stretta, e gridare non sarebbe servito, avrebbe potuto urlare e piangere fino a quando non avesse avuto più voce e lui non l’avrebbe lasciata andare.
Eppure gridò, e pianse, e provò a liberare i polsi feriti dalla presa della sua mano. Lui si limitò a ringhiare un «E sta’ ferma!» mentre usava la mano libera per slacciarsi i pantaloni. Misty cercò ancora di liberarsi, la vista offuscata dalle lacrime, il petto che le doleva per lo sforzo di respirare, soffocata dai singhiozzi e dal suo peso.
«Ti prego…» provò inutilmente a implorarlo, per l’ennesima volta, sapendo che non sarebbe servito, sapendo che non l’avrebbe fermato.
Poi il braccio con cui le bloccava i polsi le finì davanti al viso. Misty non pensò neppure.
Vi affondò i denti, al punto di riempirsi la bocca del sapore del suo sangue.
Lui lanciò un grido per metà di dolore e per metà di rabbia, e la presa sui polsi della ragazza si allentò quasi automaticamente. Stavolta non perse tempo come quando lui aveva tranciato le corde che la tenevano bloccata alla sedia. Si liberò della sua stretta prima che lui riuscisse a tornare a stringere e quando non riuscì a scrollarsi di dosso la mole del suo corpo strinse la mano sul cavallo dei suoi pantaloni slacciati per metà, e torse.
Questa volta lui urlò veramente di dolore e la spinse via, mandandola a sbattere prima contro la parete e poi contro il pavimento sporco quando la violenza del primo urto la tramortì abbastanza da farle cedere le ginocchia. Atterrò facendosi male alla schiena e ad un fianco, ma obbligò se stessa a rialzarsi e a correre verso la porta mentre lui si accasciava con le mani fra le gambe.
Le lacrime la accecavano. Trovò il chiavistello quasi a tentoni, singhiozzando così forte che a stento riusciva a riempirsi i polmoni d’aria; ma non riuscì a farlo scorrere neppure quando vi scaricò disperatamente tutto il peso del proprio corpo.
«Troia schifosa!»
L’agente Rocket con il volto deturpato dalla cicatrice le si avventò di nuovo addosso e solo all’ultimo istante riuscì a comandare al proprio corpo di muoversi e a buttarsi a terra, facendo finire l’uomo che aveva cercato di stuprarla contro il metallo della porta che rimbombò all’impatto. Misty si rialzò tremando, aggrappandosi alla sedia dalla quale lui l’aveva tenuta d’occhio; e non seppe da dove provenisse la presenza di spirito che le permise di sollevare la sedia per lo schienale e di scagliarla con forza verso di lui quando lo vide slanciarsi di nuovo nella sua direzione.
Lo colpì su un lato del collo, con una violenza che avrebbe forse steso una persona normale che non fosse un ammasso di muscoli. Lui barcollò e basta e neppure un istante più tardi avanzava di nuovo verso di lei, e la porta era alle sue spalle.
«Troia…»
Ma ora i suoi movimenti erano più lenti, più impacciati. Gli aveva fatto male. Se la lasciò sfuggire fin troppo facilmente quando lei scattò verso destra, staccandosi dalla parete.
Misty si acquattò dietro l’altra sedia, quella a cui qualcuno le aveva legato i polsi chissà quante ore prima. E poi di colpo non riuscì a fare altro che rimanere accovacciata sul pavimento, singhiozzando e respirando a fatica, mentre la sagoma scura dell’uomo tornava a farsi sempre più vicina. Poi lui le strappò via la sedia dalle mani e la scagliò lontano, mandandola a schiantarsi contro il muro.
«N-no, ti prego…» bisbigliò Misty mentre lui tornava ad affondare la mano nella tasca dei calzoni ancora slacciati per afferrarne il coltello a serramanico e ne estraeva la lama, almeno venti centimetri di acciaio che scintillarono catturando il riverbero freddo delle luci.
«Ti prego…»
Si rannicchio contro la parete sporca. Gli occhi di lui bruciavano di rabbia folle. Calò il coltello verso di lei e solo per miracolo Misty riuscì a buttarsi a terra, coprendosi la testa con le braccia. La lama fendette l’aria nel punto in cui si trovava il suo collo neppure due secondi prima. Sentì lo spostamento d’aria sulla pelle. Fu qualcosa come una sferzata.
Obbligò se stessa ad alzarsi in piedi e corse di nuovo verso la porta. Le dita dell’uomo le artigliarono i vestiti e riuscì a liberarsi catapultandosi in avanti, e rischiando di finire con la faccia contro il pavimento. Riuscì a mantenere l’equilibrio e finalmente appoggiò di nuovo le mani sul metallo della porta, freddo e polveroso.
Stavolta riuscì a sbloccare il chiavistello. La porta si aprì cigolando sul cardini e Misty corse verso l’esterno veloce quando le permisero le gambe, che le tremavano e la reggevano a malapena. Ormai non le sarebbe importato neppure se dall’altra parte avesse trovato Attila. Non le sarebbe importato neppure se lui avesse voluto finire quello che aveva lasciato a metà.
Invece, il corridoio era deserto. Constatò rapidamente di trovarsi in quella che pareva una costruzione in rovina e poi riprese a correre, sentendo l’uomo con la cicatrice che arrancava dietro di lei. Lì non c’erano luci elettriche e la penombra era addolcita solo dai pallidi raggi del sole che filtravano dalle poche finestre sottili ed opacizzate da decenni di polvere e pioggia. Misty corse tenendo gli occhi chiusi e le braccia tese davanti a sé per prevenire una caduta o l’impatto con una parete, sforzandosi con tutta se stessa di trattenere i singhiozzi che ancora le scuotevano dolorosamente le spalle.
Quando osò voltarsi a guardare dietro di sé lo vide più lontano di quello che aveva sperato. Forse gli aveva davvero fatto male con la sedia.
Davanti a lei il corridoio si biforcava, piegandosi in una curva secca sulla destra. Senza pensarci due volte imboccò quella direzione. Adocchiò un cumulo di sedie e tavoli in disuso accatastati in un angolo e fu lì che si precipitò, infilandosi carponi sotto ad uno di essi un attimo prima che anche lui svoltasse a destra.
Si rannicchiò più che poté, facendosi piccola piccola nella penombra, le ginocchia strette al petto e le labbra serrate per non singhiozzare. C’era sporco là sotto, batuffoli grigiastri di polvere che le si appiccicarono alla pelle. Lo sentì imprecare e ringhiarle di venire fuori se non voleva che la tirasse fuori lui, e vide i suoi stivali neri e parte delle sue gambe delinearsi nel rettangolo di pallida luce fra il pavimento e la superficie del tavolo.
Un secondo. Al massimo due. Poi avrebbe realizzato che era là sotto e si sarebbe chinato per controllare.
Rimase nascosta, tremando violentemente in tutto il corpo e non osando neppure respirare per paura che l’aria le uscisse dai polmoni in singhiozzi rumorosi. Senza che la sua mente riuscisse a formulare nient’altro che l’unica parola che avesse ancora un senso.
(Ash ti prego aiutami Ash ti prego)
Lui non guardò sotto il tavolo. Forse era troppo furioso, troppo fuori di sé per riuscire a pensare in modo coerente. La minacciò ancora una volta, gridandole che avrebbe polverizzato le ossa del suo stupido ragazzo e poi le sue se non si fosse fatta vedere. Poi le sue gambe scomparvero dal suo campo visivo.
Osò schiudere le labbra e lasciare andare l’aria che aveva trattenuto, nel tentativo di alleggerire l’oppressione ai polmoni che reclamavano dolorosamente ossigeno. Osò riprendere a respirare quando sentì i suoi passi e le sue minacce farsi sempre più lontani. Ma non ebbe il coraggio di venir fuori da sotto il tavolo e darsi alla fuga nella direzione opposta. Al contrario strisciò ancora più in fondo, appiattendosi contro la parete in un rettangolo d’ombra più fitta, ed attese.
Attese che i singhiozzi si placassero del tutto. Attese che il suo intero corpo smettesse di tremare e che il battito spasmodico del suo cuore si calmasse.
Attese che qualcuno scoprisse dov’era.
Attese che qualcuno venisse a salvarla o ad ucciderla.
Rimase là sotto per quella che avrebbe potuto essere mezz’ora come un’ora o come due, perché il tempo non aveva alcun senso. E stava iniziando a illudersi di essere salva, almeno per ora.
Stava già iniziando a domandarsi quale fosse il modo più sicuro per uscire da lì e darsela a gambe quando lui tornò. E stavolta non era solo.
*
«Vai, TAILOW!»
L’esserino alato si materializzò fuori dalla pokeball e compì un mezzo giro in aria, sorvolando il cortile del pokemon center e i biancospini, prima di andare a posarsi sul braccio teso di Ash attendendo istruzioni.
«Ascoltami, Tailow. Voglio che tu dia un’occhiata in giro e che cerchi qualche posto abbandonato o isolato… un posto dove qualcuno potrebbe nascondersi. Mi hai capito?»
La testa del pokemon si mosse su e giù in un cenno d’assenso. Ash deglutì e lasciò passare un lungo istante prima di finire.
«Devi trovare Misty. Capito?»
Tailow annuì di nuovo, sbattendo impaziente le ali. «Allora vai.» disse Ash e il piccolo pokemon volante si alzò in volo compiendo un largo giro sopra le loro teste e sopra al tetto dell’edificio prima di svanire alla vista. Ash rimase comunque a guardare il cielo nel punto in cui era scomparso per una lunghissima manciata di secondi, come aspettandosi di vederlo ricomparire da un momento all’altro per condurlo al luogo in cui Misty era tenuta prigioniera. Quando non accadde – com’era prevedibile, d’altronde – sospirò ed abbassò lo sguardo verso il terreno sotto ai suoi piedi. Vera gli si avvicinò e gli appoggiò gentilmente una mano su un braccio.
«Vedrai che la troverà.» gli disse. Ash si voltò scettico a guardarla, accennando un sorriso che era solo un’ombra, un vaghissimo stiracchiamento di labbra senza un minimo di allegria.
«Lo spero.» mormorò, anche se qualcosa dentro di lui gli stava gridando che era una trovata perfettamente idiota e che evitava di dirlo ad alta voce solo per non ferire Max dato che l’idea era sua, e che non sarebbe servito, che non serviva neppure che Vera provasse a rassicurarlo fingendo di credere che sarebbe servito a qualcosa.
Tornò a guardare il cielo, ma naturalmente la sagoma di Tailow non si delineò sulle nubi bianche che da un paio d’ore avevano invaso l’azzurro. Ash strinse i pugni e tornò all’interno dell’edificio, ignorando Vera che gli chiedeva dove stesse andando. Non si fermò fino a che non raggiunse la stanza attigua a quella che avrebbe dovuto essere la stanza sua e di Misty; la stanza che Vera e Drew avrebbero dovuto dividere con Brock e con il fratello di lei se di colpo la quotidianità non si fosse trasformata in un’anormalità agghiacciante.
Si chiuse la porta alle spalle e raggiunse il letto di Brock, dove il giovane aveva abbandonato il suo zaino. Ash vi frugò all’interno e ne tolse la cassetta del pronto soccorso. Per il momento il dolore alla gamba era qualcosa che superava di poco il consueto fastidio che raramente lo abbandonava; ma sapeva che sarebbe peggiorato e non poteva lasciare che accadesse quando avrebbe avuto bisogno di correre.
Trovò un flacone di aspirine. Sperava in qualcosa di più forte, ma a quanto pareva avrebbe dovuto accontentarsi.
Ne ingoiò due senz’acqua, sentendone il sapore amaro.
«Che stai facendo…?»
Vera lo sorprese mentre riponeva la cassetta del pronto soccorso nello zaino di Brock e quando gli fece notare la sua presenza era troppo tardi perché potesse semplicemente mollare tutto quanto e sperare che lei non si fosse accorta di nulla. Si voltò lentamente, la mano ancora stretta sulla cinghia dello zaino. Lei era in piedi sulla soglia ed aveva aperto la porta di uno spiraglio appena, quel tanto che bastava per mettere dentro la testa.
«Niente.» le rispose, sapendo che sarebbe servito ancor meno che spedire Tailow a cercare Misty fra le migliaia di luoghi in cui quel nuovo Team Rocket poteva tenerla prigioniera.
La ragazzina non disse nulla, si limitò a spingere di più la porta e a scivolare nella stanza accostandosela alle spalle. Ash vide la medicazione bianca che aveva sulla fronte, nascosta solo in parte dai capelli.
Scosse la testa. «Come stai, Vera?» le domandò e si accorse di non averglielo ancora chiesto.
E per quanto ignobile potesse essere, si accorse anche che gliene importava ben poco. Voleva bene a Vera e in qualunque altro momento sarebbe stato il primo – preceduto forse solo da Drew – a trascinare gli altri in cerca di chiunque la sera precedente l’avesse ridotta in quello stato per fargliela pagare; ma ora tutto quello che riusciva a pensare guardandola era che lei non era Misty e che Misty era chissà dove e che non c’era nient’altro che importasse, nient’altro che riuscisse a vedere o a pensare che non fossero i suoi occhi o la sua voce o il tocco dolcissimo delle sue mani e delle sue labbra e, suo malgrado, anche se cercava con tutto se stesso di impedirsi simili pensieri, che poteva già essere troppo tardi per riavere indietro tutte quelle cose, tutto quello che per lui contava. Il suo intero mondo.
«Sto bene.» disse Vera. Evitava di guardarlo negli occhi ed era una fortuna che Ash non sapesse che temeva che lui potesse leggere nei suoi che sapeva, che il giorno precedente Misty le aveva detto tutto. Piegò le labbra in un sorriso quasi invisibile. «Cioè, mi fa un po’ male la testa, ma il dottore ha detto che sono a posto. Meno male, non ne potevo più di stare là dentro!»
«Lo dici a me?» si lasciò sfuggire Ash e quando se ne rese conto era troppo tardi perché potesse tapparsi la bocca.
Finalmente Vera alzò gli occhi verso di lui e per un istante, un solo brevissimo istante, nella sua mente esausta e stressata lo sguardo dei suoi occhi azzurri divenne lo sguardo di quelli verdi e dolcissimi di Misty. Poi l’illusione svanì, lasciandolo solo con Vera.
«Tu come stai?» gli domandò lei e Ash si strinse nelle spalle, rilassando le dita della mano con cui teneva ancora lo zaino di Brock e lasciandolo finalmente cadere sul materasso.
«Non mi lamento.» disse e poi sospirò «Torniamo fuori con gli altri, dai. Magari Tailow torna.»
Vera annuì e Ash fece per raggiungerla; ma come a voler contraddire di proposito le sue parole, quando le fu accanto poggiò a terra il piede destro con troppo impeto e una fitta acuta e improvvisa gli attraversò la gamba. Gli era già capitato prima, talvolta; e sapeva che si trattava di un dolore destinato a svanire in fretta come era comparso. Ma le altre volte c’era sempre stata Misty ed era sempre riuscita a distogliere da lui l’attenzione degli altri perché non si accorgessero di nulla; e, se era necessario, a sorreggerlo perché non cadesse.
Questa volta mancò per un soffio lo stipite della porta e sarebbe finito a sfracellarsi contro il pavimento se all’ultimo momento Vera non lo avesse afferrato per la vita. Rischiò di cadere con lui, ma riuscì a tenerlo in piedi.
«Tutto bene…?» gli domandò apprensiva. Ash annuì, appoggiando la schiena allo stipite della porta in attesa che il dolore diminuisse. Passò quasi subito, ma ormai era troppo tardi perché potesse fingere.
«Ma sì, era solo una fitta.» mormorò, ma ancora non osò staccare le mani dal legno dello stipite per paura che quella stupida gamba cedesse di nuovo. Vera lo capì.
«Vuoi che ti aiuti?»
«No, lascia perdere.» le rispose, scuotendo la testa «Sono a posto.»
Come per dimostrarlo, più a se stesso che a lei, lasciò la presa sullo stipite e provò a muovere due o tre passi: la gamba lo reggeva e non faceva neppure troppo male, ma ormai temeva troppo che il dolore potesse tornare per potervi fare affidamento del tutto. Vera se ne accorse, e lo afferrò gentilmente per un braccio fermandolo a metà passo.
«Avanti…» mormorò. I suoi occhioni azzurri lo guardarono quasi imploranti. Come tante e tante volte l’aveva guardato Misty.
Fu un pensiero che gli fece male. Cercò di scacciarlo, sapendo già che sarebbe stato perfettamente inutile, e tentò di sdrammatizzare con un sorriso in cui c’era molto poco di vero.
«Non riusciresti neppure a reggermi.» le disse e lo pensava davvero perché di colpo in quel momento, con la benda sulla fronte ed il volto un po’ troppo pallido perché il suo aspetto potesse sembrare sano, gli era parsa molto più fragile del solito.
Lei scrollò le spalle. «Misty ci riesce.» ribatté, e non gli lasciò il tempo di lasciarsi piombare addosso il nome di lei come una coltellata: «Avanti, giuro che non lo dico agli altri. E ti lascio andare quando arriviamo nella hall, così non ti vedono.»
Ash esitò. E quando Vera gli cinse gentilmente la vita il suo primo impulso fu di spingerla via; poi invece finì per lasciarla fare e le appoggiò un braccio sulle spalle, attento a non scaricare davvero il proprio peso su di lei.
Tuttavia mentre si dirigevano lentamente verso la hall ci fu un momento in cui Vera sentì il suo corpo farsi più pesante e per un istante credette che sul serio non sarebbe riuscita a reggerlo. Ma fu solo un momento. Poi Ash le tolse il braccio dalle spalle e le disse che andava bene così, che ce la faceva. Decise di credergli.
Decise di lasciarlo fare.
In fondo, quello che contava era che si fosse davvero appoggiato a lei, anche solo per pochi secondi. Che avesse ammesso, anche senza parole, di aver avuto bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi. Pensò che Misty sarebbe stata d’accordo.
Mentre raggiungevano gli altri in cortile, per l’ennesima volta Ash rivide le immagini del suo sogno ed una volta di più dovette constatare che erano ancora perfettamente nitide nella sua memoria, che non erano sbiadite, che non avevano perso colore come era logico che facessero i sogni. Non ancora. Forse mai.
Forse non prima di essere diventate vere.
Le gocce di sangue, lacrime scarlatte sulle lenzuola bianche di una culla. Un altro letto, altre lenzuola immacolate e sterili e fra quelle lenzuola la sagoma immobile di un corpo sospeso in una rete di tubi di gomma sottili e onde verdastre, i capelli color tramonto sparsi sul cuscino.
Il sangue sull’asfalto e la pioggia che lo lavava via.
Cancellandolo, come se quelle macchie rosse non fossero mai state lì. Come se tutto quel sangue potesse essere dimenticato.
Un corpo caduto nella pioggia come una bambola spezzata.
La fine del mondo. Misty.
*
«Come ha fatto a liberarsi…?»
Era la voce di Hun. Nell’esatto momento in cui la riconobbe il cuore prese a batterle fortissimo. Si rannicchiò ancora di più sotto il tavolo e quasi nello stesso momento tre paia di piedi comparvero nel ridotto rettangolo del suo campo visivo. Si fermarono davanti a lei. Era abbastanza in fondo alla catasta di tavoli perché potessero lanciare un’occhiata distratta là sotto e non vederla, a meno che non si chinassero di proposito per controllare; ma erano ugualmente così vicini che volendo avrebbe potuto tendere una mano ed arrivare quasi a toccarli.
Il cuore le batteva così forte da sembrare sul punto di esplodere.
«Non lo so, signora. Non riesco a capirlo.»
(bugiardo porco schifoso)
Ma aveva troppa paura per riuscire veramente a pensare con chiarezza. Si spinse ancora di più con la schiena contro la parete, quasi a voler sprofondare nell’intonaco sporco, le ginocchia strette al petto con tutta la forza che aveva.
Riconobbe le gambe snelle di Hun, al centro. Alla sua destra c’era l’uomo che aveva appena parlato. Quello che aveva cercato di violentarla. Ma non aveva modo di capire chi fosse il terzo.
Anche se credeva di saperlo e la sola idea la riempiva di terrore.
«E così…» iniziò la criminale dagli occhi color ghiaccio, girando attorno al suo tirapiedi come un avvoltoio «Chissà come, quella mocciosa è riuscita non solo a liberarsi dalle corde tagliandole di netto, ma anche ad uscire dalla stanza e sparire senza che tu sia riuscito a fermarla…?»
Ci fu silenzio. Lentamente l’uomo con la cicatrice indietreggiò di due passi e Hun annullò immediatamente quella distanza, accostandoglisi di nuovo. Ora erano un po’ più lontani e Misty riusciva a vederli un po’ meglio, rientravano quasi per intero nel suo ristretto campo visivo. Sperò con tutte le sue forze che non volesse dire anche che loro potevano vedere lei.
L’altro, chiunque fosse, rimase dove si trovava.
L’uomo con il volto segnato dalla cicatrice era più alto di Hun di almeno venti centimetri e di sicuro pesava più del doppio di lei. Eppure, apparentemente lei lo terrorizzava. Neppure cinque minuti e Misty avrebbe scoperto che ne aveva tutte le ragioni.
«Rispondimi.» sibilò Hun, guardandolo negli occhi «È così che è andata…?»
«Sì, signora.»
Non vedeva in faccia Hun, di lei riusciva a vedere solo la schiena e i capelli grigio-azzurri; ma in quell’istante fu sicura che lei avesse piegato le labbra nel suo consueto ghigno, che riuscì a gelarla fin nelle ossa anche ora che non riusciva a vederlo.
«D’accordo.» disse la criminale, in tono così gelido da sembrare quasi casuale, come se stesse parlando del tempo «Ma temo che questo mi costringerà a prendere dei provvedimenti, mio caro.»
«Non si ripeterà più, signora.» fu il suo unico tentativo di riscattarsi.
Inutile come era stato il suo tentativo di fuggire.
«C’è un solo modo per esserne sicuri.» disse Hun, scrollando le spalle «Attila…»
Il cuore di Misty perse un battito. Lo sapeva, sapeva già che era lui, eppure vederlo avanzare fino a comparire davanti a lei la paralizzò completamente, al punto che per una manciata di spaventosi istanti non riuscì neppure a pensare, la sua mente fu completamente vuota, come se fosse volata fuori dal suo corpo.
Se ti dico di saltare tu che cosa rispondi?
T’ammazzo, troia! E se posso, oh, sì, se Dio me lo concede, ti ammazzo due volte!
Attila che prendeva a calci Ash quando lui era già a terra.
I suoi stivali che le calavano addosso senza smettere di colpirla neppure quando aveva perso i sensi.
Fine dei giochi.
Scosse la testa con tanta foga che i capelli le volarono, stringendo le palpebre in un inutile tentativo di ricacciare indietro le lacrime. Quando riaprì gli occhi, tremando in tutto il corpo e facendosi piccola piccola contro la parete più che poteva, vide Attila estrarre una pistola e passarla a Hun.
«Potrei lasciarti vivere.» disse lei, soppesando quasi distrattamente l’arma fra le mani «Suppongo che sarebbe la soluzione più semplice. Potrei fidarmi delle tue parole e credere che un simile errore non si ripeterà. Tu credi che dovrei fidarmi…?»
L’uomo con la cicatrice chinò la testa. «Non si ripeterà, signora.» disse di nuovo.
Hun gli girò intorno di nuovo. Si fermò dietro di lui.
«Suppongo che potrei farlo.» disse. Tacque, e poi aggiunse: «Oppure no.»
Un solo colpo preciso. Dietro la nuca.
A stento Misty represse un grido premendosi le mani sulla bocca, mentre l’uomo che mezz’ora prima aveva cercato di violentarla crollava sul pavimento, accompagnato da un fiotto denso e scarlatto di sangue che si allargò attorno alla sua testa in una pozza grumosa.
Dal suo precario nascondiglio vide i suoi occhi di quell’azzurro spiritato spalancarsi in modo innaturale, vide tutto il suo corpo tremare e le sue labbra schiudersi nel tentativo di rantolare un’unica parola, prima di giacere immobile.
Si tenne le mani premute sul viso, sforzandosi di non gridare, sforzandosi di obbligare il suo corpo a smettere di tremare, con il cuore che le batteva così forte che, se fosse ancora riuscita a pensare in modo razionale, avrebbe temuto che anche loro potessero sentirlo.
Gli occhi azzurri e spenti, ancora spalancati. Guardavano dritto nella sua direzione. Guardavano lei senza vederla. Non avrebbero mai smesso di guardarla.
Mai, mai, mai.
Forse l’ultima parola che aveva cercato di pronunciare era stato un tentativo di far sapere ai suoi due superiori che lei era lì, che l’aveva vista. Che era rimasta per tutto il tempo nascosta a neanche due metri da loro.
Il torpore che aveva avvolto i suoi pensieri si squarciò di colpo e le lacrime che le riempirono gli occhi furono brucianti e insensate, mentre muti singhiozzi azzittiti dalle mani ancora schiacciate sulla bocca iniziavano a scuoterle dolorosamente le spalle, mentre il suo corpo intero tremava, mentre rimanere nel più totale silenzio era così difficile che i polmoni le dolevano per lo sforzo.
L’uomo che aveva cercato di violentarla ora era un cadavere sul pavimento sporco.
Non aveva motivo di piangere. Avrebbe dovuto gioirne. Eppure non riusciva a smettere, non riusciva in alcun modo a placare le lacrime e i singhiozzi. Eppure per quando si sforzasse non riusciva a credere che fosse stato quello che meritava.
Nessuno meritava di morire in quel modo. Nessuno. Neppure lui.
Hun fece scattare la sicura della pistola e si assicurò l’arma alla cintura, poi si rivolse ad Attila con tutta la noncuranza del mondo, come se non avesse appena piantato un proiettile nella testa di uno dei suoi uomini, come se non ci fosse nessun cadavere sul pavimento, nessuna pozza scura di sangue ai suoi piedi, a macchiare le punte dei suoi stivali di cuoio.
«Liberati di questa spazzatura, d’accordo?» disse, e Attila ghignò e annuì mentre lei gli rivolgeva un cenno di assenso e poi si allontanava calpestando la chiazza di sangue e lasciandosi dietro una scia di impronte scarlatte.
Attila si chinò, a recuperare dalla tasca dei calzoni indosso al cadavere il coltello a serramanico con cui aveva tranciato le corde che legavano Misty alla sedia. In quel momento, se solo avesse lanciato un’occhiata veloce verso la catasta di tavoli, avrebbe potuto vederla. Avrebbe potuto voltarsi, o più semplicemente ancora volgere per caso gli occhi in quella direzione, e scorgere la figura di lei rannicchiata contro la parete come a volerne essere inghiottita, le ginocchia schiacciate contro il petto e il volto livido per l’orrore e per lo sforzo di non singhiozzare.
Avrebbe potuto infilarsi sotto il tavolo, afferrarla per un braccio e tirarla fuori con la forza e finire quello che aveva lasciato a metà.
Avrebbe potuto ucciderla come Hun aveva ucciso quell’uomo.
Senza altro rumore che il boato dello sparo. Senza un grido. Senza neppure un pigolio.
Dietro la nuca, come una delinquente.
Il suo sangue avrebbe verniciato le piastrelle sudice mescolandosi a quello dell’uomo che l’aveva quasi stuprata schiacciandola contro la parete di un edificio in rovina.
Attila non guardò sotto il tavolo. Si rialzò afferrando il cadavere come se fosse stato un sacco di patate e Misty vide il suo volto svanire dal rettangolo della sua visuale, lo vide allontanarsi fino a che non rimase altro che il rumore cadenzato dei suoi passi e il sangue che cadeva lento dal cadavere disegnando minute macchie scarlatte e rotonde sulla polvere del pavimento. E il cuore di lei che ormai batteva così forte da rimbombarle nelle orecchie, prepotente, doloroso.
Nella quiete che seguì, nessuno notò una minuscola figuretta alata insinuarsi nel pertugio di una finestra rotta ed aggirarsi cauta fra le stanze.
Quando Misty riuscì a calmarsi del tutto, il sangue aveva ormai iniziato a rapprendersi sulle piastrelle del pavimento. Guardò la macchia brunastra e a stento represse un conato di vomito. Ci riuscì solo tornando a schiacciarsi il palmo della mano sulla bocca, le palpebre serrate per non vedere altro.
Nel buio pensò ad Ash. Si sforzò di tenere a fuoco l’immagine di lui che arrivava a salvarla ma oramai non riusciva a fare altro che rivedere ricordi che aveva cercato di scacciare o di cancellare per cinque mesi, ricordi orribili, ricordi che non sarebbero mai dovuti esistere. Il sangue di lui sulle sue mani nel vano merci del furgone che li aveva portati in una delle basi del Team Rocket nel territorio di Hoenn, mentre Ash scivolava via da lei, lentamente, inesorabilmente. Ash a terra nella caverna del Monte Luna, la gamba destra ridotta in condizioni pietose, la stoffa dei jeans tinta di rosso fino al ginocchio; la gamba a cui avrebbe probabilmente sentito dolore per il resto della sua vita. La voce troppo neutrale e distaccata del medico al Viridian City Memorial.
(solo grazie al modo in cui la perdita di sangue è stata bloccata non siamo stati costretti a ricorrere all’amputazione)
Riaprì di scatto gli occhi e scosse la testa con rabbia, tanto che i capelli quasi le frustarono il viso.
Non voleva ricordare. Non ancora, non di nuovo. Si spazzò via le lacrime dagli occhi, lasciandosi segni nerastri sulle guance umide con le dita sporche di polvere.
Valutò per un istante l’idea di scivolare fuori da sotto il tavolo e cercare una via di fuga, valutò l’idea di salvarsi da sola invece che rimanere nascosta là sotto in attesa che qualcuno si accorgesse che era lì, e venisse a prenderla.
Ma aveva troppa paura.
Rimase raggomitolata su se stessa nella semioscurità, ad abbracciarsi le ginocchia. Poi, di colpo, una sagoma svolazzante si infilò sotto il tavolo spaventandola a morte.
Impiegò non poco per capire che diavolo fosse anche quando le si fermò davanti, sfiorandole quasi il viso con le ali scure. Poi lo riconobbe.
«Tailow…?»
Il cuore riprese a batterle forte, stavolta non per la paura, bensì per qualcosa a cui non osò neppure dare un nome. Tailow. Uno dei pokemon di Ash. L’aveva trovata; sapeva dov’era. Il piccolo pokemon volante sbatté trionfalmente le ali.
Le tremò la voce mentre sussurrava l’unica domanda che importasse.
«Tailow, Ash è qui…?»
Tailow scosse rapidamente il capo.
«Puoi farlo venire qui?»
La testa di soffici piume brune si mosse stavolta dall’alto verso il basso. Sì.
«Allora… allora fallo venire.» implorò Misty, reprimendo a stento lacrime di sollievo «Ti prego…»
Tailow fece nuovamente cenno di sì. Spiegò le ali e a Misty non rimase altro che guardarlo volare via, fino a che non sparì dalla ridotta porzione di corridoio che riusciva a vedere. E sperare che non fosse già troppo tardi, quando sarebbe tornato con Ash.
Ash…
*
«Tailow!»
Quando mise a fuoco la sagoma comparsa contro le nubi, il suo cuore prese a correre ad una velocità tripla al normale. Non erano trascorse neppure due ore, ma erano state le più lunghe della sua vita, battute forse solo dagli attimi che aveva trascorso intrappolato sotto tonnellate di roccia nelle grotte del Monte Luna. Vera aveva continuato per tutto il tempo a ripetergli che Tailow sarebbe tornato a momenti, e che l’avrebbe portato da Misty; ma via via che i minuti passavano era diventato sempre più difficile sforzarsi di crederle ed ormai le sue parole somigliavano troppo ad una cantilena ininterrotta e senza senso.
Rimase ad attendere, con il cuore che andava a mille, fino a che il pokemon non fu abbastanza vicino da potersi posare di nuovo sul braccio teso del suo allenatore.
«L’hai trovata?»
Tailow annuì.
«E sta bene…?» l’unica cosa che importasse davvero e la voce gli tremò in modo assurdo, insensato, mentre la pronunciava.
Tailow annuì di nuovo. Dissolvendo almeno in parte l’enorme peso che lo opprimeva.
«Va bene, allora portami là.» disse, e tese di scatto il braccio verso l’alto, spingendo Tailow a spiccare il volo di nuovo «Avanti, io ti seguo.»
Il pokemon volò verso la strada e Ash gli corse dietro. Jessie fu più veloce di lui e saltò in sella alla sua moto, infilandosi rapidamente il casco.
«Avanti moccioso, sali!»
Ash annuì, grato; e salì velocemente dietro di lei, aggrappandosi con entrambe le mani ai suoi vestiti. Jessie scosse però la testa, e afferrategli le braccia lo obbligò a stringergliele attorno alla vita, affermando sprezzante che doveva fare meno lo schizzinoso o rischiava di fare una brutta fine.
Mentre la ragazza dai capelli fucsia metteva in moto, con la coda dell’occhio vide James salire a sua volta sull’altro veicolo e vide Brock raggiungerlo correndo e salire quasi al volo dietro di lui, gridandogli che veniva con loro. Gli altri ovviamente rimasero a terra. Vide Vera iniziare a correre verso chissà cosa – probabilmente neppure lei lo sapeva bene – e vide Drew afferrarla per un braccio per fermarla e tirarla indietro.
La moto schizzò nella strada con una sgommata e Vera, Drew e Max e il cortile del pokemon center furono spazzati via con violenza dal suo campo visivo. Strinse la vita di Jessie, comprendendo di colpo perché lei l’avesse praticamente obbligato a tenersi in quel modo.
Jessie guidava in modo spaventoso. Solo trenta secondi dopo essere salito sulla moto con lei stava iniziando a convincersi che non ne sarebbe sceso vivo.
«Ci fai ammazzare entrambi così!» le urlò, nel vento che gli sferzava il viso e le braccia nude, mentre lei si infilava prepotentemente nel traffico insinuandosi ad almeno novanta all’ora nello strettissimo pertugio fra due autocarri in sosta a un semaforo.
Lei gli rispose con un gridolino euforico.
«Fidati!»
I suoi capelli gli volarono sul viso.
In breve si lasciarono alle spalle Hawthorn City, ritrovandosi a correre lungo strade in aperta campagna. Non riusciva neppure a vedere Tailow, solo il groviglio dei capelli di Jessie che continuavano a finirgli in faccia e la strada che sfrecciava sotto di loro. Così chiuse gli occhi, e pensò a Misty. Si sforzò di credere che presto l’avrebbe rivista.
«TIENITI!» gli gridò improvvisamente Jessie e la moto svoltò bruscamente verso sinistra, tanto che con tutta probabilità sarebbe stato sbalzato via dalla sella se non avesse avuto la prontezza di riflessi di stringere ancora più forte la vita di lei.
Jessie abbandonò la strada, fondandosi verso il pendio non esattamente lieve che la costeggiava; la velocità era così alta che per un pauroso momento le ruote si staccarono dal suolo.
L’urto fu violento. La moto vacillò pericolosamente, minacciando di ribaltarsi.
«Sei PAZZA!» le urlò Ash, ma solo quando il veicolo smise di sussultare. Fino ad un momento prima la voce gli era rimasta ancorata in gola.
«Vuoi salvare la tua ragazza sì o no?!» ribatté Jessie ed in quel momento inchiodò di colpo.
Ash scese dalla moto reggendosi a stento sulle ginocchia che gli tremavano. Ma dimenticò in fretta la folle corsa, prima ancora che James e Brock avessero il tempo di raggiungerli. Vide Tailow sorvolare uno stabilimento in rovina, poco distante da loro. Lo vide fermarsi vicino ad una finestra rotta, ed il pertugio era abbastanza grande perché anche una persona potesse infilarsi là dentro.
CONTINUA...