BREAK MY FALL

V.

Quella notte pensò a come avrebbe potuto trovarla, a come avrebbe potuto portarla via da qualunque fosse il luogo in cui il Team Rocket l’aveva imprigionata. Pensò e scartò almeno mille piani d’attacco, si concentrò inutilmente sul modo in cui, cinque mesi prima, erano riusciti ad uscirne vivi. Ma soprattutto, quella notte pensò a lei. A Misty.

Inutile dire che, pur essendo esausto, non riuscì a dormire più di pochi minuti, alternati ad interminabili periodi di veglia nei quali tutto ciò che poteva fare era fissare le doghe della rete che sosteneva il letto superiore, e saperlo vuoto, fino a che non riusciva più a sopportare quella vista e allora afferrava il cuscino per premerselo sul viso, soffocandovi la propria voglia di gridare fino a che non avesse avuto più voce.

Ricordò un momento in cui Misty si era seduta vicino a lui nell’odiata stanza d’ospedale, non sulla scomoda sedia di plastica ma sul letto, liberandosi delle scarpe con un calcio e rannicchiandosi contro di lui. Doveva essere stato non più di una settimana dopo il suo ricovero, quando da poco poteva usare le stampelle per alzarsi dal letto, e quando da poco aveva imparato a dare veramente un nome ai sentimenti che provava per lei; ed averla così vicina aveva fatto correre il suo cuore ad una velocità tripla al normale. Lei aveva sorriso e gli aveva appoggiato una mano sul petto, e senza neppure pensare lui l’aveva abbracciata forte, il viso fra i suoi capelli.

«Grazie, Misty.» aveva detto piano, stringendola e stringendosi contro di lei «Non te l’avevo ancora detto. Scusami.»

Lei si era allontanata da lui fino a che non aveva potuto guardarlo negli occhi, le mani ancora posate sul suo petto. Aveva scosso la testa. «Grazie per cosa?»

Ash aveva abbassato lo sguardo. «Sì, insomma… sai… per non avermi abbandonato. Mentre ero là sotto, intendo.»

Là sotto. Non l’avrebbe detto più esplicitamente di così, probabilmente non ci sarebbe riuscito neppure se l’avesse voluto. Non diceva mai “sotto il crollo” o “intrappolato sotto la frana”; anche ora, mentre ripensava a quell’attimo così insignificante eppure così indispensabile e scolpito nella sua memoria, non riuscì a pensare altro che là sotto.

Misty l’aveva guardato per un istante. Poi l’aveva circondato con le braccia e l’aveva stretto forte, fortissimo, ma senza fargli male. «Non ti avrei abbandonato.» gli aveva detto, tenendosi la sua testa contro la spalla; e Ash avrebbe giurato di sentire la sua voce tremare un pochino, appena appena, mentre pronunciava quelle parole: «Non lo farò mai.»

E ricordava di aver pensato che lui non avrebbe abbandonato lei.

Quel ricordo gli fece più male di tutto il resto. Soltanto poche ore prima lei gli aveva probabilmente salvato la vita. Avrebbe dovuto ringraziarla, lasciare che lei lo aiutasse senza protestare, invece tutto quello che gli era uscito di bocca era stato Non ho bisogno di nessuno. Ed anche se non lo pensava davvero, nel momento stesso in cui aveva pronunciato quelle parole era stato troppo tardi per tornare indietro.

Aveva visto lo sguardo di Misty rabbuiarsi. Le aveva chiesto scusa, e aveva provato a dirle che non era vero, ma non era riuscito a dire altro che non era vero che se la sarebbe cavata anche senza il suo aiuto. La verità era che aveva bisogno di Misty. La verità era che non c’era un solo momento in cui fosse in grado di cavarsela senza il suo aiuto.

Si schiacciò con più forza il cuscino sul viso, come se avesse potuto scacciare in quel modo le immagini che non avevano smesso di ossessionarlo. Le gocce di sangue, i suoi capelli sparsi sul cuscino, la mano abbandonata sulle lenzuola candide. Il suono monotono e ripetuto dei macchinari che la tenevano attaccata alla terra. La sagoma immobile del suo corpo sull’asfalto in una pozza di sangue che si espandeva e si allargava nella pioggia.

E lui non era forte abbastanza.

Non era forte abbastanza per impedire tutto questo.

Soffocò un gemito nel cuscino e poi lo scagliò contro il materasso, voltandosi verso la parete. Vi appoggiò la fronte e la sentì incredibilmente fredda. Gli schiarì un po’ le idee. Ricordò l’ultima volta in cui avevano visto Jessie e James; incredibilmente, era stato quasi cinque mesi prima. I due erano ormai fuori dal Team Rocket, e quella volta era stato per sapere da Jessie dove avessero nascosto la copia dei documenti rubati dall’archivio centrale del Team. Misty non lo sapeva. Aveva voluto che non ascoltasse, come se inconsciamente una parte di lui sapesse già allora che non era veramente finita, che essere a conoscenza del nascondiglio dei file fosse un rischio che era meglio non correre, se c’era un modo per poterlo evitare.

Lui aveva scelto di non far correre quel rischio a Misty. Quando quella sera aveva provato a domandargli cosa gli avessero detto Jessie e James, non aveva provato ad inventare qualche scusa: le aveva detto la verità. Che i due ex criminali gli avevano rivelato il luogo in cui avevano nascosto i documenti, e che preferiva che lei non lo sapesse. Non le aveva detto il motivo – ovvero, che parte di lui non riusciva ancora a credere che fosse del tutto finita, e temeva che essere in possesso di quelle carte fosse più pericoloso che non averle – ma lei aveva capito comunque.

«Così saresti in pericolo soltanto tu, se dovessero tornare.» aveva provato a protestare, e poi aveva scosso la testa, prima di aggiungere, in un sussurro: «Non voglio.»

Lui l’aveva baciata sulle labbra e quando si era staccato da lei aveva visto che lo guardava ancora con la stessa espressione, gli occhi verdi ora appena scintillanti di un sottile velo di lacrime.

«Sei stupido.» gli aveva detto.

«Lo so.» le aveva risposto lui, accennando un sorriso «Ma non te lo dirò comunque, e neanche agli altri. Non voglio che lo sappiate.»

Misty aveva continuato a guardarlo, fino a che un battito di ciglia non le aveva fatto cadere una lacrima sulla guancia. L’aveva asciugata con il dorso della mano, poi aveva preso il cuscino e gliel’aveva lanciato addosso irritata, e per una volta lui era riuscito ad afferrarlo al volo invece che prenderselo in faccia come un idiota. L’aveva appoggiato distrattamente sul letto e poi aveva sospirato, e le aveva fatto cenno di sedersi vicino a lui.

«Non credo che torneranno.» le aveva detto, quando lei aveva silenziosamente ubbidito; e Misty aveva alzato la testa e si era voltata a guardarlo «Ma se dovessero… meno persone sanno dove si trova quella roba, meno possibilità ci sono che vengano a saperlo anche loro.»

«Grazie tante.» aveva sbuffato Misty, voltandosi di scatto dall’altra parte «Vuol dire che non ti fidi di me.»

«Io mi fido di te.» le aveva detto «Ma se ora ti dico dove sono, prima o poi potremmo parlarne fra noi e quando succederà potrebbero starci ascoltando.»

Lei l’aveva guardato di nuovo, e Ash le aveva letto negli occhi che non credeva che fosse quello il vero motivo per cui non voleva dirle nulla. Le aveva letto negli occhi che aveva capito che lo stava facendo solo ed unicamente per non metterla in pericolo. Poi Misty aveva sbuffato di nuovo, si era sporta sopra di lui per recuperare il cuscino e stavolta gliel’aveva tirato in faccia davvero.

«Sei stupido.» gli aveva ripetuto, ma non era più arrabbiata. L’aveva abbracciato, seppellendo il viso nell’incavo fra collo e spalla; e gli era parsa così piccola ed esile in quel momento – per quanto fossero in realtà entrambi aggettivi che stonavano con la personalità effervescente di Misty – che senza neppure pensare le aveva dato un bacio sulla testa, e poi le aveva fatto alzare il viso per baciarla di nuovo sulle labbra e le aveva detto: «Ti voglio bene.»

Era stata la prima volta che glielo diceva, ed era riuscito a farlo guardandola negli occhi, e senza balbettare. Misty gli aveva risposto dicendogli che anche lei gli voleva bene, tantissimo, ma che era comunque uno stupido; e da allora non avevano più parlato del Team Rocket.

Però non era a questo che stava pensando adesso, nel buio della stanza vuota, con la fronte contro il freddo della parete. Pensava alle parole di Jessie, al modo in cui gli aveva parlato di quella che era stata per qualche tempo una sorta di base operativa del loro trio senza che nessuno dei loro superiori, tantomeno il famigerato Giovanni, ne fosse minimamente a conoscenza. Prima di andarsene, la ragazza dai capelli fucsia gli aveva messo in mano un foglietto con un numero di cellulare e non c’era stato bisogno che gli dicesse che gli sarebbe servito per contattarli se qualcosa fosse andato storto. Aveva annuito, guardandola con gratitudine, e si era affrettato a far sparire il pezzo di carta nella tasca dei calzoni prima che Misty rientrasse.

Quel ricordo gli fece spalancare gli occhi. Si affrettò a tirarsi su dal materasso e, senza alzarsi in piedi per non sforzare la gamba, si sporse a recuperare lo zaino che aveva abbandonato sul pavimento vicino al letto. Tastò alla cieca l’interno fino a reperire la chiusura lampo della tasca in cui ricordava di aver riposto il foglietto, e mentre la faceva scorrere il cuore prese a corrergli all’impazzata al pensiero che per un motivo o per l’altro potesse non essere più lì. E per qualche terrificante attimo gli parve che fosse così davvero.

C’era invece, tutto accartocciato sul fondo della tasca. Lo tolse rapidamente da lì e lo stirò appiattendolo contro il materasso, e socchiudendo gli occhi per distinguere qualcosa nell’oscurità quasi totale. L’inchiostro con cui cinque mesi prima Jessie aveva scritto il numero di cellulare era vagamente scolorito; ma le dieci cifre erano ancora perfettamente leggibili.

Tornò a stendersi sulla schiena, tenendo il foglietto sollevato davanti al viso. Si sarebbe precipitato a comporre quel numero immediatamente, ma mancavano ancora due o tre ore all’alba e inoltre non poteva negare che Brock avesse ragione: aveva bisogno di riposare. La gamba non gli faceva più male, ma sapeva che il dolore sarebbe tornato se si fosse sforzato troppo adesso.

Eppure, questo non gli impedì di continuare a contemplare quel numero di telefono con il cuore che non accennava a riprendere a pompare il sangue nelle vene ad una velocità normale e la mente che continuava a formulare il nome di Misty a ritmo serrato, sì, ma con un briciolo di speranza in più. A guardare quel pezzo di carta come se in quelle insignificanti cifre tracciate con una biro blu si celasse la soluzione di tutto quanto. La chiave per riavere indietro Misty.

Incredibilmente riuscì ad aspettare, ripetendosi che non avrebbe combinato niente se a malapena riusciva a stare in piedi.

Ma alla fine non resistette, si alzò ed andò a cercare Brock.

 

*

 

«Felice di rivederti, principessa.»

E i capelli le caddero sulle spalle, di quell’assurdo colore, mentre lasciava cadere sul pavimento il cappello che li aveva nascosti. Pochi istanti dopo gli occhiali da sole avevano subito la stessa sorte, e lo sguardo che incrociò quello di Misty fu quello di due occhi color ghiaccio, apparentemente privi di qualunque umana emozione.

Provò a parlare, ma tutto quello che le riuscì di fare fu muovere le labbra senza che ne uscisse alcun suono. Per qualche spaventoso istante non riuscì neppure a pensare con chiarezza, le fu solo chiaro che adesso lei avrebbe fatto comparire una pistola e le avrebbe svuotato l’intero caricatore in fronte e poi avrebbe fatto lo stesso con Ash, e che sarebbe stato il prezzo per aver osato intralciare i piani del Team Rocket. Chiuse gli occhi aspettando di morire.

Invece sentì la sua risata gelida, crudele. Riaprì gli occhi piano. Hun smise di ridere e la guardò, ghignando.

«Proprio felice.» aggiunse. Misty serrò le labbra e la guardò negli occhi, cercando di impedire alla propria voce di tremare senza riuscirci del tutto.

«Che… che cosa vuoi…?»

«Te lo spiego subito.» disse Hun, con un sorriso cattivo. Le brillavano gli occhi come ad una bambina che ha davanti il suo giocattolo preferito. «Ricordi quando cinque mesi fa tu ed i tuoi amichetti avete avuto la brillante idea di infilarvi nella nostra base? Ma certo, come potresti non ricordarlo, dico bene…?»

Misty tacque.

«Prova pure con la vecchia tattica del silenzio, se credi che me ne freghi qualcosa.» sbottò la criminale, portando le mani sui fianchi e raddrizzando la schiena dopo essersi chinata appena verso di lei «Per caso sai qual è stato il risultato della vostra prodezza, piccola serpe?»

Di nuovo Misty non rispose. L’espressione sul volto di Hun cambiò di colpo, il sogghigno scomparve. La afferrò per la maglia, con rabbia, e la scrollò.

«Il capo vuole farci fuori.» ringhiò, guardandola come se volesse ucciderla seduta stante «Me e tutti gli altri che si sono lasciati sfuggire il vostro gruppetto di sfigati.»

Misty tacque ancora, sforzandosi di sostenere il suo sguardo e di impedire alle lacrime di salirle agli occhi. Hun la guardò ancora per un istante, poi la lasciò andare, pulendosi la mano sulla stoffa della divisa come se avesse toccato qualcosa di immondo.

«Meritereste che vi ammazzassi tutti con le mie mani.» sibilò «Ma per fortuna tua e di quel cretino del tuo ragazzo e di tutti i tuoi amichetti idioti non ne ricaverei niente. Ora, il capo non può uccidere voi per via di quei documenti del cazzo, non è così?»

Ancora una volta Misty non disse nulla, ma spalancò gli occhi e Hun sospirò rumorosamente.

«È inutile che mi guardi in quel modo, conosco perfettamente il vostro piano idiota.» disse, e poi riprese da dove aveva interrotto: «Ma può uccidere noi. E lo farà, se solo scopre dove siamo. Ora prova ad immaginare come cambierebbero le cose se fossimo noi ad avere quei documenti: voi mocciosi non sareste più un problema per il capo, e se noi gli portassimo quei documenti, magari come ricompensa per averli recuperati ci lascerà vivere.»

Di colpo Misty capì. Non era il Team Rocket questo, non più, ma un’organizzazione nuova di reietti e disposti a tutto, anche ad uccidere. Un’organizzazione di cui Hun aveva preso il comando, divenendo la temuta signora di questo gruppo di fuggitivi che ora sottostava ai suoi ordini come un tempo aveva seguito quelli di Giovanni.

Si ritrasse istintivamente contro lo schienale della sedia. Hun la guardò con disprezzo.

«Immagino che tu abbia capito perché ti trovi qui.» tacque platealmente per qualche istante, poi si piegò di nuovo in avanti fino a che il suo volto non si trovò alla stessa altezza di quello di Misty e aggiunse: «Voglio quei documenti.»

Misty sollevò il mento spavalda. «Non so dove siano.» disse «E anche se lo sapessi non te lo direi.»

Hun non parve particolarmente impressionata. Si limitò a scrutarla piegando la testa di lato, e l’accenno di un sorrisetto si disegnò sulle sue labbra sottili. «Me l’aspettavo.» affermò. Poi il suo ghigno si allargò. «E se portassi qui il tuo ragazzo? Se ordinassi a qualcuno dei miei uomini di picchiarlo fino a polverizzargli le ossa? Sentirei una verità diversa, non è vero…?»

«Non so dove siano!» ripeté Misty, ora quasi disperatamente, senza poter nascondere il tremito nella propria voce «E lascia stare Ash, troia schifosa! Non provare a toccarlo!»

«Altrimenti? Mi sputi in faccia?» la derise Hun. Misty tentò per l’ennesima volta di liberarsi le mani e di nuovo non riuscì a fare altro che scorticarsi i polsi che già le facevano male. La criminale la guardò e rise.

«Lascia stare Ash.» ripeté Misty, con voce ancora più insicura ma con tono ancora deciso, senza smettere di guardare Hun negli occhi.

Lei inarcò le sopracciglia. «Ma che paura.» disse «Comunque per il momento il tuo eroe non è qui, o mi sbaglio? Sei sola, principessa.»

Misty non abbassò lo sguardo. Ormai la voce le tremava così tanto che temeva di mettersi a piangere, ma non distolse gli occhi da quelli color ghiaccio della criminale neppure per un istante.

«Non mi fai paura.» disse.

«No?» replicò lei, senza mostrarsi particolarmente impressionata «E se facessi venire qui qualcun altro? Qualcuno che muore dalla voglia di finire quello che ha lasciato a metà con te?»

«Non so dove siano quei documenti!» ripeté ancora una volta la ragazza, in tono quasi isterico, mentre le lacrime le salivano inevitabilmente agli occhi perché non c’era bisogno che Hun ripetesse lo stesso concetto in modo meno ambiguo, non c’era bisogno che le dicesse che Attila avrebbe potuto costringerla a dire la verità anche se lo stava già facendo. Non c’era bisogno che le facesse ricordare che se avesse visto Attila, se la sua sagoma imponente e massiccia le si fosse parata davanti, avrebbe potuto piangere e implorarlo di non farle male di nuovo, promettergli qualunque cosa purché non le facesse male di nuovo.

«D’accordo.» disse Hun «E se ti dicessi che il tuo ragazzo è già qui? Se ti dicessi che in questo stesso istante i miei uomini lo stanno picchiando a sangue?»

«Direi che stai bluffando.» ribatté Misty, senza però esserne molto sicura.

Hun si strinse nelle spalle. «Forse.» accondiscese «O forse no. Come puoi esserne sicura…?»

Misty tacque e le lacrime le scivolarono sulle guance di nuovo, e le parve che bruciassero e che al tempo stesso fossero ghiacciate come gli occhi di Hun. Stava tremando. Si addossò ancora di più allo schienale, reprimendo a stento i singhiozzi.

«Allora… allora portami da lui.» disse, tentando disperatamente di recuperare un po’ di controllo e sperando con tutta se stessa che una tattica così stupida potesse servire a qualcosa, a farle sapere almeno se davvero Ash era nelle mani di quell’organizzazione senza nome «Portami da lui e ti dirò tutto quello che vuoi sapere.»

La sua aguzzina non si lasciò incastrare. «Pensi di essere più furba di me, non è vero? Beh, ci hai provato.» disse raddrizzandosi. Il ghigno che le piegava le labbra si allargò. «Io ho un’idea migliore: ho del tempo da perdere, principessa.»

«Non ti dirò niente.» disse Misty, sforzandosi di tenere ferma la propria voce e di non distogliere gli occhi da quelli color ghiaccio della criminale, nonostante avesse capito dove Hun volesse andare a parare. Lei ghignò.

«E allora morirai, e al capo porterò il tuo corpo invece dei documenti.» disse, incrociando le braccia. Il suo sorriso gelido si allargò. «E il corpo del tuo stupido ragazzo storpio prima del tuo.»

Misty tentò con rabbia di liberare i polsi dalla stretta delle corde, guardando Hun come se avesse potuto farla crollare morta sul pavimento lurido con la sola forza dello sguardo.

«Tu prova soltanto a fare di nuovo del male ad Ash e giuro che ti uccido, puttana schifosa, fosse l’ultima cosa che faccio!» ringhiò, dimenticando di essere legata e che Hun avrebbe potuto benissimo estrarre una pistola e piantarle un proiettile in mezzo agli occhi. Invece lei si limitò a ridere, portando le mani sui fianchi e piegando la testa all’indietro fino a che le punte dei capelli grigio-azzurri le sfiorarono le scapole.

Poi si piegò di nuovo verso di lei, e la guardò negli occhi.

«Ascoltami bene.» le disse «Se credi di spaventarmi ti sbagli di grosso, ragazzina. Vuoi proprio sapere come finirà? Tu parlerai, o lo farà il tuo ragazzo per te, e il capo vi ucciderà. Oppure mi stuferò di aspettare e vi ucciderò io. Vedila come ti pare, non me ne frega un cazzo, ma questa resta una storia in cui vincono i cattivi, principessa.»

 

*

 

Non riconobbe immediatamente quello che vedeva, quando aprì gli occhi. Le ci volle un po’ per ricordare di essere in ospedale. Provò cautamente ad alzarsi a sedere, preparandosi ad un eventuale capogiro che l’avrebbe fatta ripiombare sul cuscino; invece constatò di riuscirci senza difficoltà. La testa non le faceva più male, o almeno non come la sera prima. Si toccò la medicazione come per accertarsene, poi vide Drew.

Doveva averla vegliata per buona parte della notte, ma alla fine la stanchezza l’aveva avuta vinta su di lui e ora dormiva con la testa appoggiata alle braccia, per metà sulla sedia di plastica e per metà sul suo letto. I capelli, solitamente in ordine, gli ricadevano sulla fronte in ciuffi arruffati e scomposti. Vera sorrise appena, e si sporse ad appoggiargli una mano sulla spalla per scuoterlo dolcemente.

«Drew?» lo chiamò.

Lui borbottò qualcosa nel sonno ed aprì gli occhi, dapprima senza rendersi bene conto di dove fosse. Quando lo ricordò si tirò su di colpo, e sbadigliando scosse la testa.

«Accidenti… mi sono addormentato, scusa…»

«Non fa niente.» disse. Gli sorrise, ma come il precedente quel sorriso si spense subito, non appena le riaffiorò alla mente il ricordo ancora troppo nitido di quello che era accaduto la sera prima. Si strinse le braccia attorno al corpo, rabbrividendo, senza sapere se fosse per l’aria fresca del mattino e per il fatto che aveva addosso solo un camice da ospedale o per qualcos’alto che non sapeva come definire e non era proprio paura, non ancora forse; ma di sicuro ci andava molto vicina. Drew si stropicciò gli occhi.

«Stai bene?» le domandò.

Vera annuì, e mentre lui si voltava per controllare l’ora sul quadrante dell’orologio appeso alla parete ripensò ad Ash e a come l’aveva visto la sera precedente, così incredibilmente indifeso, tanto che solo vederlo l’aveva fatta stare ancora più male. Strinse la stoffa sottile del lenzuolo fra le mani e non si accorse di Drew che la chiamava fino a che non lo sentì appoggiarle una mano sulla guancia.

«Tutto bene?» le domandò lui preoccupato, quando gli occhi della ragazzina incrociarono i suoi.

Lei annuì. «Sì, tutto bene.» mormorò «Stavo solo pensando. Sono preoccupata, Drew…»

«Sono sicuro che andrà tutto per il meglio.» provò a rassicurarla lui. Quando Vera lo guardò di nuovo negli occhi, e lui si rese conto di quanto poco effetto avessero avuto quelle parole, si sporse verso il letto e le diede un bacio sui capelli. Vera scosse appena la testa, stringendo più forte il lenzuolo.

«Misty è mia amica.» mormorò, abbassando gli occhi azzurri «E Ash è… Ash è il migliore amico che abbia al mondo.»

Drew accennò un sorrisetto. «Devo essere geloso?»

«Stupido.» disse Vera, e un istante dopo gli aveva buttato le braccia al collo e si stava aggrappando a lui stringendolo con tutta la forza che aveva «Stupido, lo sai cosa voglio dire!»

«Sì, lo so.» sussurrò Drew. Le accarezzò la schiena, piano. «E anch’io sono preoccupato. Vera ascoltami… te la senti di rimanere sola per qualche minuto? Voglio andare a cercare un medico.»

Lei fece cenno di no. «Non mi serve un medico. Mi sento bene.» disse, anche se in realtà era solo un tentativo di farlo rimanere. Drew le prese il volto fra le mani.

«Voglio soltanto esserne sicuro. E poi non voglio essere accusato di rapimento per averti portata via da qui senza il consenso di un medico.» le disse, poi sorrise e la baciò sulle labbra «Sto via solo cinque minuti, promesso. Se non trovo nessuno torno qui. Okay?»

Vera annuì incerta. Drew le sorrise e si alzò in piedi, e le ripeté di nuovo che sarebbe tornato prestissimo, prima di sparire oltre la soglia della stanza. La ragazzina rimase seduta immobile fino a che anche il rumore dei suoi passi non svanì nel corridoio che lei poteva soltanto immaginare; poi si abbracciò le ginocchia, raggomitolandosi fra le lenzuola incolori. Drew doveva essere ancora a pochi passi da lì, se si fosse messa a gridare era molto probabile che la sentisse e tornasse indietro di corsa; eppure non ricordava di essersi mai sentita così sola.

Attese per quella che le parve un’eternità, mentre non era più di un minuto o due. Infine spinse via le lenzuola e appoggiò con cautela i piedi scalzi sul pavimento, sentendolo terribilmente freddo.

Non aveva flebo o macchinari attaccati; così dopo qualche istante di esitazione si alzò, tenendosi alla sponda metallica del letto. Constatò di riuscire a rimanere in piedi senza problemi, ma ad ogni buon conto si tenne vicina alla parete, per potersi appoggiare se un capogiro l’avesse colta di sorpresa. Raggiunse la porta e si sporse verso il corridoio – che le parve interminabile come l’aveva immaginato, e talmente bianco da darle un vago senso di vertigini – ma non vide Drew. Rimase ferma sulla soglia per un minuto o due, la mano appoggiata allo stipite, nella speranza di vederlo comparire.

Alla fine tornò dentro la stanza, ma girò intorno al letto senza neppure pensare di tornare a stendersi fra le lenzuola. Raggiunse invece la finestra e si appoggiò al davanzale per guardare fuori. Era ancora presto, non erano neppure le sette, e la luce del sole era di un bianco quasi abbagliante. Non le diede fastidio, però, perché non era lo stesso bianco sterile dell’ospedale.

Poggiò le mani sul vetro, e vide che nelle aiuole del parcheggio crescevano i biancospini.

Drew rientrò in quel momento e prima ancora che avesse avuto il tempo di rendersene conto l’aveva raggiunta e le aveva circondato la vita con un braccio, preoccupato.

«Eccomi. Visto, ho fatto presto. Che cosa fai in piedi?»

«Mi sento bene, Drew.» disse, voltandosi. Vide vicino alla porta il medico che l’aveva visitata la sera precedente, un uomo alto e bruno con occhiali tondi da gufo. Drew ignorò quello che lei aveva detto, e non la lasciò andare fino a che non si fu seduta sul letto; ed anche allora le rimase accanto.

Il medico sorrise. Aveva un modo rassicurante di sorridere, ma le fece solo desiderare ulteriormente di essere al pokemon center con Ash e gli altri.

«Qualcuno non vede l’ora di andarsene, vedo.» disse cordialmente l’uomo in camice bianco; poi guardò Drew «Mi spiace, ma adesso devi uscire per qualche minuto. Non puoi rimanere mentre la visito. Regole ospedaliere.»

Me ne infischio delle regole ospedaliere, avrebbe voluto rispondergli Drew ed aveva già aperto bocca per parlare quando Vera gli appoggiò la mano su un braccio. Si voltò ed incrociò gli occhi di lei, di quell’azzurro così incredibile, che neppure la preoccupazione e l’impazienza di andarsene da lì riuscivano a stingere di dolcezza.

«D’accordo.» si arrese, con un sospiro. Si piegò verso di lei e la baciò rapidamente. «Sarò in corridoio, okay?»

«Okay.» disse Vera. Drew esitò ancora per un istante, poi uscì dalla stanza sotto lo sguardo paziente del medico. Attese per una quindicina di minuti seduto su una delle scomode sedie verdoline allineate lungo la parete per il corridoio, alzandosi di tanto in tanto per camminare su e giù come se servisse a far scorrere il tempo più velocemente e poi buttandosi di nuovo a sedere, frustrato; e scattò in piedi quando vide uscire l’uomo in camice bianco.

«Allora?»

Il medico annuì e sorrise. «Sta bene.» lo rassicurò «Fortunatamente il colpo non ha provocato lesioni rilevanti. Può lasciare l’ospedale. Ma è opportuno che eviti di sforzarsi troppo per qualche giorno, chiaro?»

Drew annuì. «La ringrazio.» disse, guardando l’uomo negli occhi.

Al di là della soglia della stanza Vera era ancora seduta sul letto, ma fece per alzarsi quando lo vide entrare. Lui fu più veloce e le afferrò la mano, sollevandola quasi di peso. Lei lo abbracciò, i suoi capelli gli accarezzarono il viso.

«Voglio andare via.» bisbigliò, con una vocina sottile «Possiamo, vero?»

Lui fece cenno di sì. Quando la liberò dall’abbraccio Vera afferrò i suoi vestiti, accuratamente piegati su una delle sedie, e li strinse al petto alzando gli occhioni azzurri verso di lui.

«Voglio tornare dagli altri.» ripeté. Drew annuì di nuovo.

«Subito.» disse «Vestiti, dai.»

Annuì e, mentre si sfilava il camice da ospedale, pensò alle interminabili settimane che Ash aveva dovuto passare in un letto come quello e si rese conto di non aver mai riflettuto davvero su quanto potesse essere terribile, soprattutto per qualcuno con il suo carattere vitale ed impaziente. E ricordò quello che Misty le aveva rivelato la sera prima.

Si vestì più rapidamente che poté. Voleva vedere Ash; voleva essere sicura che stesse bene.

 

*

 

Rinunciò a cercare Brock quando non lo trovò al primo colpo, nella stanza attigua a quella in cui avrebbe dovuto dormire con Misty.

Strinse il foglietto con il numero di Jessie nella mano e si precipitò verso la hall del pokemon center, non proprio di corsa – la gamba non gli faceva più male, ma neppure lui era così stupido, anche se spesso era difficile crederlo – ma comunque abbastanza di fretta da avere il fiato corto quando ci arrivò. Talmente di fretta che il ricevitore del telefono pubblico gli sfuggì di mano. Lo riacchiappò al volo, e più rapidamente che poté compose il numero di telefono.

«Rispondi…» mormorò, stringendo la mano attorno alla cornetta tanto da farla tremare, mentre contava mentalmente gli squilli «Avanti…»

Sbatté giù il ricevitore, frustrato. Neppure dieci secondi dopo lo sollevò di nuovo per riprovare.

«Che diavolo stai facendo?»

Si voltò ad incrociare gli occhi di Brock. Aveva già composto il numero e si limitò a scuotere la testa, ascoltando il segnale di libero. Solo quando di nuovo non rispose nessuno tornò a guardare l’amico, senza però mettere giù il telefono.

«Forse so come trovare Misty.» affermò e la voce gli tremò mentre lo diceva «Forse so come– »

«Pronto?»

Sussultò nel riconoscere la voce della ex agente Rocket.

«Jessie?» esclamò, stringendo ancora più forte il telefono «Jessie, sono Ash. Ascoltami, Misty è scomparsa e mi serve assolutamente il vostro aiuto per trovarla. È stata rapita e sono quasi certo che siano stati loro, quindi non– »

«Rallenta.» sbuffò lei. Aveva la voce assonnata e Ash realizzò di colpo che erano appena le sei e mezza del mattino e che doveva averla tirata giù dal letto, ovunque si trovassero lei e i suoi compagni. Oh, al diavolo, non poteva importargliene meno.

Trasse un lungo respiro, imponendosi di mantenere la calma, prima di ripetere: «Misty è stata rapita. Sono sicuro quasi al cento per cento che c’entrino loro e che vogliano ottenere i documenti che abbiamo rubato cinque mesi fa. I-il fatto è che… non so dove l’abbiano portata, non ne ho la minima idea, ecco perché ti ho chiamata. Dovete aiutarmi a trovarla.»

All’altro capo del filo, Jessie rimase in silenzio per un lungo istante. Infine le sue parole gli piombarono addosso con la violenza di una mazzata.

«Ho capito, moccios…ehm, Ash. Però c’è un problema. In questo caso non possiamo aiutarvi.»

Fu come se quelle parole avessero fatto crollare qualcosa su di lui, con tanta violenza che quasi gli parve di sentire il colpo nel momento in cui gli piombò addosso. Per poco il ricevitore non gli cadde di mano di nuovo.

«Che cosa…?»

Jessie sospirò. «Dove siete?»

«Hawthorn City.» rispose Ash, quasi automaticamente, senza sapere da dove provenisse quella voce ferma e sicura. Poi scosse la testa e a stento resistette all’impulso di sradicare il telefono dalla parete per scagliarlo lontano. «Che cosa vuol dire che non potete aiutarci, Jessie?!»

«Vuol dire quello che ho detto.» ribatté lei, tagliente. Sentì un altro sospiro. «Beh, potremmo raggiungervi. Ma dubito che servirà a qualcosa: non siamo più parte del Team Rocket, Ash. Non abbiamo modo di sapere nulla di loro o dei loro piani, non più di quanto ne sapete voi.»

Ash picchiò il pugno contro la parete, facendone cadere qualche bianco frammento di intonaco. «Ci sarà pure qualcosa che potete fare!» ringhiò nel ricevitore «Eravate una delle loro squadre! Almeno conoscerete i loro nascondigli, saprete dove potrebbero aver portato Misty, accidenti!»

«Ci sono centinaia di luoghi sparsi per Hoenn in cui potrebbero averla portata.» lo freddò Jessie «E non essendo più parte dell’organizzazione… non ho idea di come potremmo aiutarvi a trovarla.»

Ash appoggiò la testa contro la parete e chiuse gli occhi, stringendo il pezzo di carta con il numero di Jessie nel pugno che aveva preso a tremare.

«Venite comunque.»

 

*

 

Non aveva idea di quanto tempo fosse trascorso da quando Hun se n’era andata. Non sapeva neppure se fossero ore, o minuti. O magari giorni.

La sentinella sonnecchiava, e anche lei si sentiva vicina all’oblio. A tenerla sveglia c’era solo il dolore al collo e alle spalle, che si era acuito in una fitta fastidiosa e quasi insopportabile e si era esteso anche alle braccia bloccate dietro la schiena. Aveva un disperato bisogno di muoversi. E ormai iniziava ad avere anche un disperato bisogno di bere.

Non sapeva se fosse un effetto collaterale del sonno artificiale provocato dal cloroformio, ma aveva la gola secca come se non bevesse da giorni. Deglutire le faceva male.

Inclinò la testa sulla spalla sinistra, e i capelli le scivolarono sulla fronte imperlata di sudore. Ormai neppure illudersi che Ash sarebbe arrivato a salvarla aveva più un senso; eppure, se riusciva ancora a mantenersi lucida e presente era solo grazie al pensiero di lui. Se ancora non si era lasciata andare alla disperazione e alla paura, ci era riuscita solo sforzandosi di tenere a fuoco nella sua mente l’immagine di Ash che irrompeva nel covo di quella non meglio definita organizzazione che sottostava agli ordini di Hun per portarla via, ed aggrappandovisi con tutta la forza che aveva. Ma era un’immagine che si andava via via affievolendo, i contorni perdevano chiarezza ed oramai sapeva più che bene di essere completamente sola. Eppure, aveva bisogno di illudersi. Quasi quanto aveva bisogno di bere e di sgranchirsi le braccia doloranti.

Aveva assolutamente bisogno di credere che Ash sarebbe arrivato a salvarla.

Alla fine si assopì, vinta dalla stanchezza e dalla sonnolenza innaturale che ancora non l’aveva abbandonata del tutto. Si svegliò di scatto mezz’ora dopo ed ora si sentiva ancora peggio, e sulle prime faticò a rendersi conto di dove fosse.

La sentinella la guardava fissa.

Per l’ennesima volta provò a liberare i polsi. Le facevano male e sapeva che li avrebbe visti graffiati e sanguinanti. Ma aveva l’impressione che, alla lunga, i nodi si fossero allentati. Solo di un pochino, troppo poco perché le sue mani potessero scivolare via dagli stretti giri di corda; ma forse, se avesse sopportato il bruciore della pelle martoriata ed avesse continuato, alla fine sarebbe riuscita a liberarsi.

Raddrizzò la testa sul collo dolorante ed incontrò gli occhi azzurri e spiritati dell’uomo con la cicatrice. Si affrettò ad abbassare i suoi, ma non prima di aver scorto una bottiglietta d’acqua minerale piena per metà appoggiata sul pavimento, fra i piedi dell’uomo.

Ma riuscì a resistere giusto un minuto o due. Alla fine alzò gli occhi di nuovo.

«Posso avere un po’ d’acqua…?»

Lui la guardò, le braccia muscolose poggiate sulle cosce. Il suo volto deturpato dal segno di una vecchia ferita si allargò in un ghigno che mise in mostra i suoi denti giallastri. «Sicuro.» disse, e una luce fugace illuminò il suo sguardo folle come se qualche idea malsana gli fosse affiorata di colpo alla mente «Quando avrai parlato.»

«Non so dove siano quei documenti.» ripeté, e la sua voce risuonò rauca e debole. E quello che aveva detto era vero. Ash non aveva voluto dirle dove si trovassero. Si era arrabbiata con lui ed avevano quasi litigato, ma non era riuscita a farselo dire. Ed era stato probabilmente un bene, perché iniziava a credere che altrimenti avrebbe già ceduto rivelando all’uomo che non le toglieva gli occhi di dosso per un istante il nascondiglio dei file sottratti all’archivio del Team Rocket in cambio di un sorso d’acqua che non le sarebbe probabilmente stato concesso comunque. E avrebbe messo in pericolo non solo se stessa, ma anche Ash e gli altri. In pericolo mortale.

Chiuse gli occhi, abbandonandosi contro lo schienale della sedia.

«Per favore.» si ritrovò suo malgrado a bisbigliare. Ebbe quasi l’impressione di sentire il suo ghigno allargarsi ancora, anche se non lo vedeva.

«Potresti deciderti a parlare. Oppure…» sentì le zampe della sua sedia sfregare contro il pavimento sudicio e lo sentì alzarsi per avvicinarsi a lei con lenti passi cadenzati. Di colpo ebbe ancora più paura, il cuore prese a batterle così forte da sentirselo rimbombare nelle orecchie, così forte da temere che potesse esploderle nel petto. Per un istante lo desiderò addirittura.

Tenne ostinatamente gli occhi chiusi, le lacrime che iniziavano a premerle contro le palpebre serrate, anche quando lo sentì così vicino da avvertire su di sé il suo alito pesante. Obbligò se stessa a tenerli chiusi anche quando le sue dita le sfiorarono la guancia in una carezza oscena e la obbligarono ad alzare il viso.

Ash, pensò. Oddio, ti prego, aiutami. Ash…

Si addossò più che poté allo schienale della sedia, fino a che la pressione del legno contro le scapole non divenne dolorosa. Lui non la lasciò andare.

«Oppure…» ripeté, in tono quasi distratto e allo stesso tempo viscido, disgustoso «Potresti fare una piccola cosa per me, e poi potresti avere l’acqua.»

Riaprì gli occhi lentamente e si ritrovò a guardare dritto nei suoi.

«Lasciami.» sibilò, e si stupì di quanto la sua voce risuonasse ferma.

Lui si limitò a sghignazzare, inclinando la testa all’indietro. Le tolse la mano dal viso e la portò alla tasca dei pantaloni per estrarne un coltello a serramanico. Misty tremò, certa che si fosse stufato di aspettare e che adesso glielo avrebbe conficcato nel petto o nello stomaco. Per poi magari scoparsi il suo cadavere.

«No.» bisbigliò e stavolta le uscì solo un sussurro, mentre l’immagine del suo aguzzino si confondeva fra le lacrime che le riempirono gli occhi «No, ti prego… ti prego…»

Vide il baluginio della lama nella luce spietata dei neon e chiuse gli occhi di nuovo, stringendo forte le palpebre, aspettando il dolore che le sarebbe piombato addosso come un’esplosione scarlatta, aspettando di sentire il metallo freddo scavare nelle sue carni.

Invece lui rise, e con un solo taglio netto tranciò le corde che le bloccavano i polsi.

La colse tanto di sorpresa che per un lungo attimo non riuscì neppure a pensare di alzarsi in piedi e fuggire. Quando realizzò che poteva, era già troppo tardi.

L’uomo la bloccò prima che avesse il tempo di fare mezzo passo, afferrandola per un polso e strattonandola all’indietro con tanta violenza che un dolore secco e improvviso le corse dalla spalla lungo tutto il braccio. Un istante più tardi dimenticò completamente quel dolore, quando lui la prese per le spalle e la sbatté contro la parete con tanta violenza da farle sfuggire l’aria dai polmoni in un grido soffocato.

Provò a liberarsi e lui rise. Di colpo le lacrime le inondarono il viso e lui rise ancora, e quando di nuovo cercò di divincolarsi le afferrò i polsi martoriati strappandole un altro grido e le bloccò le braccia sopra la testa, schiacciandola contro la parete con il resto del corpo.

«Lasciami!» singhiozzò Misty, tentando disperatamente di scrollarsi di dosso il suo peso, di affondare i denti in qualunque cosa si ritrovasse davanti alla faccia «Lasciami, ti prego, ti prego lasciami, ti dirò dove sono quei documenti, ti giuro che te lo dirò!»

Non aveva idea di cosa avrebbe fatto se lui le avesse creduto. Non se lo chiese neppure, non per davvero. Sentì se stessa gridargli di smettere, gridare che avrebbe saputo tutto quello che voleva sapere se solo l’avesse lasciata andare.

Lui non la ascoltò.

La guardava e ghignava, la dentatura irregolare in mostra fra le labbra arricciate. La schiacciò contro il muro sporco con tutto il peso del corpo e lei quasi non riuscì a respirare eppure continuò a piangere, piegando la testa all’indietro fino a sbattere la nuca contro la parete.

Sentì il rigonfiamento del suo pene premere contro di lei e desiderò di svenire, desiderò di morire.

«Ti prego…» bisbigliò ancora, fra i singhiozzi che la soffocavano. Lui rise ancora una volta e le strinse più forte i polsi doloranti, mentre con l’altra mano iniziava a slacciarsi i pantaloni.

Fu in quel momento che l’immagine di Ash che arrivava a salvarla si frantumò definitivamente davanti ai suoi occhi, e non ne rimase nulla.

 

CONTINUA...