BREAK MY FALL
IV.
I’m looking for a way to calm
These voices in my head
With all this mad confusion
I don’t wanna leave this bed
I’m on the run
I’m on the run again…
(Natalie Imbruglia, On the run)
«Vera! Svegliati… Vera, mi senti?»
La voce di Drew. La chiamava, e c’erano mani che la scuotevano, ma c’era anche il dolore, una pulsazione lancinante che le esplodeva nelle tempie. Riaprì gli occhi e a fatica distinse il suo volto, una sagoma chiara nella luce giallastra dei lampioni, fino a che non si confuse di nuovo. Tornò a chiudere gli occhi. La luce gialla era troppo intensa, le dava noia. Sentì le mani di lui che la scuotevano di nuovo, con più energia.
Basta, pensò. Basta, per favore. Ma non aveva la forza di dirlo davvero.
«Vera!» la sua voce le rimbombava nella testa, acuendo il dolore «Mi senti? Vera!»
Schiuse le palpebre e stavolta vide il suo volto un po’ più nitido. «Drew.» bisbigliò, e sperò che potesse bastare. Sentì che lui le scostava con delicatezza i capelli dalla fronte.
«È un brutto colpo.» disse qualcuno che non riusciva a vedere. Le parve che potesse essere la voce di Brock. Drew la scosse di nuovo, piano stavolta, quasi dolcemente.
«Riesci a sentirmi, Vera? Che cos’è successo?»
«Gli uomini neri.» mormorò, e solo quello le costò uno sforzo enorme. La sua voce fu appena un sussurro, molto più debole e incerta di quanto non fosse nella sua mente. Chiuse gli occhi di nuovo.
Lentamente, il mondo attorno a lei stava tornando, sostituendosi all’oblio che l’aveva avvolta fino a quel momento. Sentiva la terra umida e sottile sotto le dita. Era distesa sulla schiena, con qualcosa di soffice sotto la testa.
Drew le passò un braccio dietro la schiena, alzandola delicatamente a sedere. Vide che era sulla sua giacca che aveva appoggiato la testa fino a quel momento, e vide alcuni minuscoli fiori bianchi che le erano caduti sulle spalle e sui capelli. Vide Brock e Max in piedi alle spalle di Drew, e dietro di loro Ash che si appoggiava appena alla staccionata che divideva il cortile dalla strada. Ricordò.
«Misty.» mormorò e poi non riuscì a dire nient’altro. La testa la faceva troppo male. Ash si staccò dalla recinzione e mosse qualche passo verso di lei, zoppicando ancora leggermente.
«Dov’è Misty, Vera?»
«N-non lo so, forse l’hanno portata via…» riuscì a bisbigliare. Vide gli occhi di Ash spalancarsi, scuri e preoccupati. Lo vide chinarsi su di lei e guardarla come se la colpa fosse sua.
«Di chi parli, Vera? Gli uomini vestiti di nero? Sono stati loro? Che cosa– »
«Smettila!» lo interruppe Drew, con rabbia, stringendola fra le braccia come se volesse proteggerla da lui «Non può risponderti, non lo vedi?! Dobbiamo portarla in ospedale!»
Vera richiuse gli occhi.
Ash guardò Drew incredulo. Se non avesse avuto Vera fra le braccia, forse gli si sarebbe avventato addosso e l’avrebbe steso con un pugno. «Sei sordo o cosa?! Non hai sentito cosa ha detto? Forse quella gente ha preso Misty!»
«Ho sentito.» disse Drew, senza abbassare gli occhi neppure per un istante. Se fosse stato Ash ad avere Misty fra le braccia, ferita e cosciente solo a malapena, e Drew si fosse preoccupato di Vera, probabilmente Ash avrebbe reagito allo stesso modo; ma ora, davanti alla sua impassibilità, poco ci mancò che gli saltasse alla gola. L’avrebbe fatto davvero, forse, se Brock non si fosse precipitosamente messo in mezzo.
Il giovane afferrò Ash per una spalla, con forza. «Portiamo Vera in ospedale.» disse, e gli bastò uno sguardo a bloccare qualunque cosa Ash fosse stato sul punto di dire.
«Adesso.» aggiunse, e solo dopo gli tolse la mano dalla spalla. Ash strinse i pugni.
«Misty è scomparsa, Brock!»
Brock annuì. «Lo so.» disse «E sono preoccupato. Ma ora è più urgente portare Vera da un medico.»
Come a sottolineare le sue parole, Drew avvolse Vera nella propria giacca e si alzò in piedi sollevandola da terra, un braccio a sostenerle la schiena e l’altro sotto le sue ginocchia. Lei gli appoggiò la testa contro la spalla, aggrappandosi debolmente alla stoffa della sua maglia. Aveva il lato sinistro della fronte sporco di sangue.
«Stiamo perdendo tempo.» disse, prima iniziare a correre di correre con Vera in braccio. Max lo inseguì, preoccupato per la sorella; e Ash fece per imitarli nonostante il dolore che ancora sentiva alla gamba, anche se ormai era tornato sopportabile. Brock lo fermò afferrandolo per un braccio.
«Non dovresti sforzarti.»
A differenza di Misty, che aveva iniziato a pensare che Brock sapesse, lui non l’aveva mai sospettato. Ora, davanti allo sguardo serio dell’amico, una rabbia improvvisa ed immotivata gli invase i pensieri. Si liberò bruscamente della sua stretta.
«Non sta a te deciderlo.» disse, e seguì Drew.
Lo raggiunse nonostante il dolore che non era passato del tutto e ancora lo obbligava a zoppicare un po’. Hawthorn City era davvero una piccola città, e nessun posto si poteva definire veramente distante da un altro posto. L’ospedale non era lontano dal pokemon center, ma Drew in fondo era un ragazzino ed anche con i suoi quarantacinque chili scarsi Vera era pesante per lui. Neppure a metà strada fu costretto a fermarsi, ansimando. Brock lo raggiunse prima di Ash e cercò di togliergli Vera dalle braccia, e lui se la strinse al petto, nonostante avesse il fiato corto e la fronte imperlata di sudore.
«La porto io.» disse, quasi boccheggiando.
Ash li raggiunse solo in quel momento, ansimando molto più di Drew nonostante non stesse portando nessun peso. Brock aveva ragione, non avrebbe dovuto sforzarsi ed ora la gamba gli faceva più male. Si appoggiò al basso muricciolo di mattoni che circondava un cortile, scaricando il peso sull’altra gamba, stringendo i denti con forza per non gemere.
E riuscendo a pensare solo Misty, Misty, Misty, ed era più forte ancora del dolore.
Faceva molto più male.
«La porto io.» ripeté Drew, riprendendo fiato. Fra le sue braccia, Vera sembrava aver perso conoscenza di nuovo. Lui la strinse più forte e riprese a correre, nella luce artificiale dei lampioni che disegnava ombre troppo nitide sull’asfalto nero, con il vento che gli soffiava sul viso e sulle labbra i capelli di lei.
Si fermò solo quando infine fu davanti alla costruzione bianca e squadrata che spiccava come un tratto di muro spoglio nell’aspetto confortevole e caldo delle abitazioni circostanti. Si fermò sentendo le ginocchia troppo molli per sostenere il peso del suo corpo e di quello di Vera. Si fermò e vide che anche in quelle aiuole crescevano i biancospini.
Vera si mosse appena contro di lui, e schiuse gli occhi azzurri, cercando i suoi con uno sguardo perso e spaventato. «Drew.» bisbigliò, e lui trovò chissà dove la forza di sorriderle.
«Va tutto bene.» la rassicurò «Va tutto bene, siamo arrivati. Sei…»
Brock lo raggiunse appena in tempo per prendergli Vera dalle braccia, un attimo prima che Drew rischiasse di stramazzare a terra esausto. Lo sostenne Ash, che pure faticava a rimanere in piedi, e lo aiutò a rialzarsi; e quando l’altro lo guardò con negli occhi qualcosa che somigliava di più all’astio di poco prima che alla gratitudine si limitò a scuotere la testa.
«Portiamo dentro Vera.» disse. Brock lo stava già facendo.
*
Per Ash, la sala d’attesa dell’ospedale di Hawthorn somigliava fin troppo a quella di Viridian.
Era più piccola, certo. Le sedie spinte contro la parete ed allineate come soldati erano verdoline e non grigie come quelle che ricordava. Ma l’odore era lo stesso. L’odore che aveva sopportato per gli orribili mesi in cui non era stato neppure in grado di alzarsi dal letto se non c’era qualcuno a sostenerlo, odore cattivo di cibo insapore e di medicinali, odore di ospedale.
Sedeva su una delle sedie scomode, con la gamba che gli faceva male, ed aveva l’impressione che tutto fosse tornato indietro. Ma cinque mesi prima ci sarebbe stata Misty al suo fianco; avrebbe potuto alzare gli occhi ed incontrare i suoi, ed il suo sorriso sempre così dolce, e l’avrebbe vista seduta al suo fianco o magari in piedi davanti a lui, con i capelli che le cadevano sulle spalle, a tendergli una mano perché potesse aggrapparsi ed alzarsi in piedi senza appoggiarsi alle odiate stampelle e senza che facesse troppo male.
Ci sarebbe stata Misty. Sarebbe stata lì. E non chissà dove.
Avrebbe potuto vederla, toccarla. Non sarebbe rimasto lì seduto, a tenersi la testa fra le mani senza sapere cosa facesse più male, se la gamba oppure saperla impossibile da raggiungere.
Il dolore alla gamba si era quasi placato, prima; ma la corsa fino all’ospedale l’aveva reso di nuovo quasi insopportabile. Solo per miracolo era riuscito a raggiungere una delle sedie, e a lasciarsi cadere su quella invece che sul pavimento. Ma non avrebbe esitato a rialzarsi in piedi e a tornare correndo al pokemon center se qualcuno gli avesse detto che vi avrebbe trovato Misty, che era sfuggita agli uomini in nero nascondendosi da qualche parte, magari nel parcheggio, sarebbe tornato anche in quel maledetto posto per cercarla, qualunque cosa, e pazienza se poi la gamba gli avrebbe fatto così male che non sarebbe riuscito ad alzarsi dal letto per una settimana. Qualunque cosa. Qualunque cosa pur di riaverla indietro.
Non si accorse di starlo ripetendo ininterrottamente in un bisbiglio, come un mantra, finché Brock gli si avvicinò e gli appoggiò una mano sulla spalla. «Anch’io sono preoccupato.» gli disse, quando lui alzò gli occhi «Ma la troveremo, d’accordo? Misty è in gamba, lo sai meglio di me. Saprà cavarsela.»
«Non lo sai.» rispose, e si sorprese di sentire la propria voce incerta e vagamente tremante. Strinse i pugni con forza ed abbassò lo sguardo. Brock strinse la mano attorno alla sua spalla, non come quando poco meno di mezz’ora prima aveva cercato di trattenerlo dal saltare addosso a Drew, ma come se volesse confortarlo; allo stesso modo in cui soltanto poche ore prima Misty aveva stretto la mano attorno alla sua quando aveva dovuto ammettere che i tre uomini in nero erano riusciti ad immobilizzarlo.
Soltanto poche ore prima. Dio.
«La troveremo.» ripeté Brock. Avrebbe tanto voluto credergli.
Tornò ad appoggiare la fronte ai palmi delle mani. E senza più poterselo impedire ripensò al sogno, al rumore appena percettibile delle gocce scarlatte che cadevano lentamente, a Misty nel letto d’ospedale, sospesa in un grembo di lenzuola candide e tubi sottili e nel suono monotono dei macchinari, nel ritmo regolare delle onde verdi.
Misty riversa nel suo sangue che la pioggia disperdeva in rivoletti di un rosa annacquato, come un agghiacciante acquerello troppo diluito.
Drew era in piedi dall’altro lato della sala e dava loro le spalle, guardando fisso davanti a sé. Brock gli aveva ripetuto più volte di riposarsi e lui l’aveva ignorato, continuando a fissare la porta che poteva essere aperta solo dall’altra parte, bianca come tutto il resto. Da quando erano lì, Ash aveva visto le lancette dell’orologio sulla parete bianca spostarsi dalle nove e cinquanta alle dieci e quindici; e neppure una volta aveva visto Drew distogliere lo sguardo dalla porta.
All’altro capo della fila di sedie, Max era rimasto seduto in silenzio per quasi tutto il tempo. Poco prima Ash l’aveva sentito chiedere a Brock se pensava che sua sorella stesse bene, con la voce che tremava come se stesse per mettersi a piangere. «Vedrai che non ha niente di grave.» gli aveva risposto Brock con un sorriso tirato, e non era sembrato molto sicuro neppure a lui che l’aveva ascoltato da quattro metri di distanza, figurarsi al ragazzino che aveva fermato afferrandolo per un lembo della giacca il suo continuo andare su e giù per la sala, e che era preoccupato a morte per la sorella maggiore.
A lui pareva tutto distante almeno mille miglia.
Misty era rimasta al suo fianco fino a che lui non si era addormentato. Gli aveva accarezzato la gamba, e nonostante andasse contro ogni logica il tocco delle sue dita aveva realmente reso più sopportabile il dolore. Poi si era chinata a dargli un bacio sulla fronte e gli aveva sussurrato qualcosa che nel dormiveglia non aveva capito, e che poteva essere Dormi bene, oppure Ti voglio bene. Aveva sentito i suoi capelli che gli sfioravano il viso.
Avrebbe potuto semplicemente riaprire gli occhi, in tempo per vederla alzarsi e lasciare la stanza in punta di piedi; avrebbe potuto afferrarla per un braccio e dirle Rimani.
Nelle poche frasi sensate che era riuscita a mettere insieme, Vera aveva parlato degli uomini in nero. Aveva detto che forse avevano portato via Misty.
E mentre accadeva, a neanche cinque metri dalle finestre chiuse della sua stanza, lui stava dormendo e non si sarebbe svegliato prima di un paio d’ore. Solo allora aveva raggiunto sbadigliando la finestra, provando cautamente a muovere qualche passo e constatando che ora almeno riusciva a reggersi in piedi, ed aveva visto Vera a terra fra le corolle dei biancospini e Drew che la scuoteva. Li aveva raggiunti percorrendo i corridoi del pokemon center il più velocemente possibile, e prima ancora di raggiungere il cortile sul retro dell’edificio aveva saputo con certezza disarmante che era troppo tardi.
Che anche se riusciva a vedere nella luce dei lampioni la sagoma di Drew che scuoteva Vera priva di sensi, e le sagome ancora più indistinte di Brock e Max alle sue spalle, non avrebbe visto Misty né in quel rettangolo di cortile né in nessun altro posto che potesse raggiungere.
L’aveva semplicemente saputo, così come quando aveva aperto gli occhi ed aveva incrociato quelli di Misty china su di lui a cercare di svegliarlo dopo averlo sentito gridare nel sonno aveva saputo che quello non era un semplice incubo e che aprire gli occhi non sarebbe bastato a sconfiggerlo.
Che avrebbe avuto davanti agli occhi l’immagine di Misty distesa sull’asfalto, fra la pioggia ed il sangue, fino a che quell’immagine non fosse diventata reale.
La porta bianca si aprì in quel momento, e Max scattò in piedi e corse verso il medico che ne uscì, imitato qualche istante dopo da Ash che raggiunse il resto del gruppo più lentamente, zoppicando.
«Dottore, come sta?» chiese Drew, stringendo le mani a pugno fino a farle tremare.
L’uomo in camice bianco annuì ed accennò un sorriso rassicurante. Era alto e magro, con una corta barba bruna a coprirgli le guance ed il mento ed occhiali tondi sul naso.
«Non riporterà conseguenze.» disse, e Drew lasciò andare in un lungo sospiro l’aria che fino a quel momento doveva aver trattenuto nei polmoni «Il trauma causato dall’urto non è grave. Al momento è cosciente e lucida, ma preferisco comunque che passi la notte qui in osservazione.»
Drew annuì, poi scosse la testa, e Ash vide che stringeva ancora le mani a pugno, al punto che le nocche avevano perso colore. «Ma sta bene, vero?» chiese e la sua voce risuonò incerta nel silenzio della sala d’attesa, carica di paura e di sollievo al tempo stesso «Starà bene, non è così?»
Il medico annuì di nuovo. «Starà bene.» confermò.
«Grazie.» mormorò Drew, chiudendo gli occhi per un lungo istante. La stretta delle sue mani si rilassò. «Io… la ringrazio.»
«Non è necessario.» disse cordialmente il medico «Immagino che tu la voglia vedere, giusto…?»
«Sì.» si affrettò a rispondere il ragazzo. Poi aggiunse: «Se… se è possibile, naturalmente.»
Anche se il tono con cui l’aveva detto lasciava presupporre che, se la risposta fosse stata no, sarebbe stato capace di attraversare con la forza la porta che il medico bloccava con il proprio corpo.
«Seguitemi.» disse invece il medico, e Drew si affrettò ad obbedire, subito seguito da Max ed infine da Brock, che afferrò Ash per un braccio per aiutarlo quando lo vide vacillare ed aggrapparsi allo stipite della porta per non cadere, e bloccò con un’occhiataccia che non ammetteva repliche il suo tentativo di protestare.
Trovarono Vera seduta sul letto, fra le lenzuola bianche, con la schiena appoggiata al cuscino.
«Drew!» esclamò non appena li vide, e lui le corse incontro e la prese fra le braccia, stringendola forte. Lei gli si aggrappò, confusa e spaventata. Aveva una benda sul lato sinistro della fronte.
«Come stai?» le domandò Drew, prendendole il viso fra le mani.
«Mi fa male la testa.» rispose la ragazzina in un bisbiglio tremante. Aveva gli occhi umidi di lacrime. Lui le diede un bacio sulla fronte, quasi sull’attaccatura dei capelli; poi la abbracciò di nuovo. Vera tirò su col naso ed appoggiò il capo sul suo petto.
Drew le accarezzò la nuca, con cura, facendo scivolare le dita fra le ciocche soffici dei suoi capelli castani. «È tutto a posto.» le sussurro, stringendola a sé, le labbra vicine al suo orecchio «È tutto passato ora. Promesso.»
Lei annuì piano, incerta. Drew la lasciò andare lentamente, a malincuore, fermandosi con le mani sulle sue braccia sottili. La baciò di nuovo, stavolta sulle labbra. Appena appena, sfiorandole con le proprie come se volesse solo accarezzarle.
«Che cos’è successo?» esordì in quel momento Ash, a voce alta abbastanza perché non potessero fingere di non sentirlo. Si voltarono entrambi. «Vera, che cos’è successo a Misty?»
La ragazzina scosse piano la testa. «Non lo so.» disse, con una vocina sottile «Stavamo parlando, in cortile… e poi lei mi ha urlato di stare attenta, e quando mi sono voltata ho visto uno di quei tizi vestiti di nero. E poi quello mi ha colpita. È l’ultima cosa che mi ricordo.»
«Quindi non sai dov’è Misty adesso?» la incalzò Ash.
«No.» mormorò Vera. Scosse il capo di nuovo. «Io… penso che l’abbiano portata via. Penso che volessero lei. Mi dispiace, Ash…»
Si appoggiò le mani sulle tempie, chiudendo gli occhi, come se anche il solo sforzo di provare a ricordare qualcosa di più acuisse il dolore. Drew la prese fra le braccia di nuovo.
Ash rimase immobile per un istante, in mezzo alla stanza bianca che di colpo gli pareva essersi allargata a dismisura, allontanando di chilometri tutto quello che lo circondava e lasciandogli attorno il vuoto più totale.
Penso che l’abbiano portata via. Penso che volessero lei.
Di colpo il vuoto si infuocò di rabbia e di frustrazione, e senza neppure sapere che diamine stesse facendo Ash mollò un calcio alla sedia più vicina, facendosi male, ma senza trarre alcuna soddisfazione né dal dolore né dal fracasso infernale che ne derivò quando la sedia andò a schiantarsi contro il letto.
Mi dispiace, Ash.
Un attimo dopo Brock l’aveva afferrato per le braccia, immobilizzandolo prima che potesse fare altri danni. «Ma sei impazzito?!» lo sentì esclamare, e solo allora ripiombò sulla terra. Vide Vera che si teneva la testa fra le mani, con gli occhi chiusi ed una debole smorfia di dolore sul volto pallido. Drew lo guardava come se volesse ammazzarlo di botte.
Si divincolò con rabbia dalla stretta dell’amico. «Io vado a cercarla.» esclamò scuotendo la testa, e l’avrebbe fatto, se Brock non lo avesse afferrato di nuovo.
Probabilmente fu un bene, perché altrimenti avrebbe quasi sicuramente finito per sfracellarsi a terra in mezzo al corridoio, visto che ormai la gamba gli faceva troppo male perché potesse anche solo scaricarvi parte del suo peso mentre stava in piedi. Eppure, Ash lo fulminò comunque con lo sguardo e di nuovo cercò di liberarsi dalla sua presa; ma stavolta Brock non lo lasciò andare.
«Cristo, Ash, ma non vedi che non ti reggi in piedi?!»
«Che cosa dovrei fare allora?!» gli urlò, e con uno strattone riuscì infine a liberare il braccio dalla stretta di Brock e indietreggiò, solo perché la gamba cedesse sotto il peso del suo corpo. Non finì a terra solo perché c’era la parete dietro di lui. Vi sbatté con forza la schiena, ma almeno si evitò una brutta caduta.
Guardò Brock con rabbia, e il ragazzo più grande si meravigliò di vedere gli occhi dell’amico lucidi di lacrime, come se stesse per scoppiare a piangere.
«Che cosa dovrei fare secondo te?! Rimanere qui con le mani in mano mentre magari Misty viene picchiata o chissà cosa?! Che cosa dovrei aspettare?!»
«Smettetela!»
Drew era in piedi di fianco al letto e li guardava incredulo. Vicino a lui Vera continuava a tenersi il capo fra le mani, cercando di coprirsi le orecchie per proteggersi dalle loro urla.
Ash scosse la testa e si rimise in piedi, stringendo i denti con forza per resistere al dolore. «Io vado a cercarla.» ripeté, e scansò con uno spintone Brock che aveva provato a fermarlo di nuovo, o forse a seguirlo.
«Ash…» iniziò il giovane. Lui lo interruppe con rabbia.
«Non mi serve il tuo aiuto.» disse, con la voce che tremava. Indietreggiò tenendosi alla parete con la mano, guardando tutti e quattro attraverso le lacrime che gli riempivano gli occhi.
Scosse di nuovo la testa e corse via; o almeno ci provò, perché dopo neppure cinque passi fu costretto a rallentare. Ma ormai era fuori, lontano dallo sguardo dei suoi amici. Si appoggiò alla parete, ansimando, pallido come un cencio per il dolore.
Misty. Non riusciva a pensare nient’altro. Misty. Misty.
Neanche il dolore aveva importanza. Non più.
Nella stanza che si era lasciato alle spalle, Vera sollevò piano il capo, guardando Brock con gli occhi azzurri colmi di lacrime.
«Fermalo.» bisbigliò, ricordando quello che solo poche ore prima Misty le aveva detto a proposito della gamba di Ash «Ti prego…»
Una lacrima le cadde sul viso, percorrendo lentamente la curva della guancia. Brock annuì.
Lentamente, con la sensazione di stare muovendosi in sogno, raggiunse la porta e si sporse verso il corridoio, appoggiando la mano allo stipite. Distinse Ash quasi immediatamente, a neppure cinque metri da lì. Avanzava lentamente tenendosi alla parete, zoppicando in modo così evidente da stringergli il cuore. Pensare che probabilmente Ash l’avrebbe preso a pugni se avesse saputo che provava compassione per lui servì solo a peggiorare le cose.
Sei un idiota, pensò, e fece per raggiungerlo; ma rivide lo sguardo che aveva mentre ringhiava di non aver bisogno del suo aiuto e si fermò, appena fuori dalla stanza.
Esitò per qualche istante, poi decise che l’avrebbe seguito. Se la sua gamba destra avesse ceduto completamente, almeno ci sarebbe stato qualcuno ad aiutarlo.
In caso contrario l’avrebbe seguito facendo in modo che lui non si accorgesse di nulla.
*
Riuscì a percorrere solo metà del tragitto prima di dover cercare qualcosa su cui sedersi prima di stramazzare a terra. Esausto, si lasciò cadere su una delle panchine allineate a intervalli regolari sui lati della strada; e attese che il dolore tornasse sopportabile, con gli occhi chiusi e la testa abbandonata contro il legno dello schienale.
Non si rese conto di aver stretto le mani a pugno fino ad affondarsi le unghie nei palmi. Non sentì neppure il dolore, né sentì la goccia di sangue che gli scivolò lentamente lungo la mano destra, arrivando fino al polso. Sentì però le lacrime premere contro le palpebre chiuse fino a che una non gli cadde sulla guancia.
La spazzò via con rabbia e riaprì gli occhi. La strada era deserta. Le ombre si erano fatte più intense, ed i lampioni proiettavano coni di luce di un giallo malsano in cui svolazzava qualche falena. L’aria era fredda nonostante fosse primavera, un freddo gelido che si insinuava fin nelle ossa; ma non era per quello che stava tremando.
Oh, al diavolo. Al diavolo tutto.
Cautamente provò a rimettersi in piedi, tenendosi allo schienale della panchina per scongiurare il rischio di finire con la faccia contro l’asfalto se avesse constatato che la gamba gli faceva ancora troppo male. Scoprì invece di poter stare in piedi e lentamente tornò ad arrancare verso il pokemon center. Quando infine lo raggiunse, almeno venti minuti più tardi, la gamba smise di reggerlo giusto in tempo per farlo crollare sulle ginocchia nel cortile invaso dai biancospini.
Non cercò neppure di rialzarsi.
Era semplicemente crollato, e non solo fisicamente. Di colpo, tutto quanto gli era piombato addosso con una violenza atroce. Ogni minimo agghiacciante dettaglio.
Appoggiò le mani contro il terreno, picchiando i pugni sull’erba, piegandosi fino a sfiorarla con la fronte. Così fresca.
E stavolta non si curò delle lacrime che sfuggirono dalle sue palpebre serrate, non si preoccupò di trattenere o nascondere i singhiozzi che gli scuoterono la schiena con violenza, come minacciando di volergli spaccare la spina dorsale in mezzo alle scapole.
Pensò a Misty in piedi davanti a lui, per aiutarlo ad alzarsi senza che dovesse appoggiarsi alle stampelle.
Pensò a Misty che lo abbracciava, pensò alle sue mani che gli accarezzavano i capelli mentre piangeva come adesso, senza potersi fermare. Pensò a Misty che riusciva a consolarlo ogni volta che aveva voglia di mollare tutto quanto e di infilarsi sotto le coperte per non uscirne mai più.
Avanti, sorridi. Non voglio vederti con quella faccia imbronciata, non mi sembri tu!
E di colpo tutto gli parve così assurdo, così privo di senso.
Strinse l’erba e la strappò, pensando al tocco dolce e inesperto delle labbra di Misty sulle sue, pensando ai lividi che le aveva visto sulla schiena dopo che erano sfuggiti al Team Rocket.
Non era forte abbastanza.
Non era forte abbastanza per proteggerla. Non più.
«Ash.»
Non alzò la testa.
«Vattene via, Brock.» mormorò invece, e la sua voce fu appena un sussurro, debole e frammentato dal pianto. Patetica, così come si sentiva lui stesso, ormai.
Sentì l’amico che gli si avvicinava lentamente. Scosse la testa, affondando le mani nell’erba.
«Come potrei… salvarla…?! N-non riesco neanche a…»
Non proseguì. Brock sospirò e si accovacciò al suo fianco. Gli appoggiò una mano sulla schiena, e non disse nulla, non provò a cercare parole che potessero consolarlo. Si limitò a lasciare che si sfogasse, fino a che i singhiozzi dolorosi che gli scuotevano le spalle non si smorzarono trasformandosi in singulti soffocati, senza lacrime.
Era da tanto, troppo tempo che non piangeva davanti a qualcuno che non fosse Misty.
Quando infine riuscì a smettere, si tirò su sulle ginocchia e riprese a respirare regolarmente, passandosi il dorso della mano sul viso. Non appena fu certo di aver riacquistato abbastanza controllo sulla propria voce si voltò verso Brock.
«Se dici qualcosa a qualcuno non mi interessa se sei mio amico, giuro che ti distruggo.» disse spavaldo, sebbene la voce gli tremasse ancora.
Brock gli rivolse un sorriso accomodante e annuì. «La troveremo.» gli disse poi, e stavolta gli parve più facile credergli, giusto un pochino: «Starà bene. Misty è in gamba.»
«Lo so.» sussurrò. Provò ad alzarsi, ma ci rinunciò immediatamente e finì per lasciarsi cadere seduto sull’erba, con le gambe distese davanti a sé. Misty era forte. Molto più di lui.
…e non aveva bisogno che qualcuno la seguisse per evitare che prima o poi andasse a finire con la faccia sull’asfalto.
«Sei stanco.» gli disse Brock «Dovresti riposarti. Domani mattina penseremo a qualcosa. Tanto non credo che riusciremmo a fare niente per stanotte.»
Annuì, cautamente. Brock si alzò in piedi. Non gli tese una mano per aiutarlo a fare lo stesso e Ash gliene fu grato, perché se davvero sapeva e davvero provava compassione per lui almeno non lo stava palesando. Ma stavolta la gamba gli faceva veramente troppo male. Si morse le labbra, abbassando lo sguardo verso l’erba.
«Brock…?»
«Che c’è?»
Esitò. «Puoi… aiutarmi ad andare in camera, per favore…?»
Lentamente volse lo sguardo verso Brock, e lo vide piegare le labbra in un sorriso sorpreso, ma sincero. Come avrebbe potuto sorridergli un fratello maggiore.
«Avanti, puoi appoggiarti a me.»
Fece cenno di sì. Mentre si aggrappava all’amico, vide che molti rami di uno dei cespugli di biancospino erano spezzati, e vide un piccolo tappeto di minute corolle bianche che appassivano sull’erba. Non poteva saperlo, ma era il cespuglio su cui Misty era caduta, mentre cercava inutilmente di sfuggire al suo aggressore. Immaginò comunque qualcosa del genere, dato che era a pochi passi da lì che avevano trovato Vera.
Pensò al modo in cui, soltanto poche ore prima, Misty avesse trovato simbolico che i biancospini significassero speranza.
A lui parve simbolico vedere quel cespuglio ridotto così.
*
Un’infermiera si infilò nella stanza per dire a Drew e Max che l’orario di visita era terminato da un bel pezzo, e che dovevano andarsene. Quando Drew annuì e fece per alzarsi, Vera lo afferrò per un braccio e scosse la testa con tanta foga che i capelli le volarono.
«Non andare via.» bisbigliò, tirandolo appena verso di sé «Per favore.»
Drew lanciò una rapida occhiata verso la porta. L’infermiera era ancora sulla soglia, con le braccia incrociate sul seno, e ricambiò il suo sguardo con una pazienza accomodante. «Cinque minuti.» la implorò Drew «Per favore. Poi me ne vado, giuro.»
L’infermiera sospirò. «D’accordo.» concesse «Ma voglio vederti fuori da qui fra cinque minuti esatti, okay?»
«Okay.» rispose Drew. Attese che il rumore lieve dei passi della donna si allontanasse lungo il corridoio e prese Vera fra le braccia, stringendola a sé e facendole appoggiare il capo sulla propria spalla. «Rimango.» le disse in un sussurro «Non vado via.»
«Grazie.» mormorò la ragazzina, con voce ancora più sottile. Drew le prese il viso fra le mani, e vide che aveva di nuovo gli occhi pieni di lacrime.
Vera fece cenno di no. «Non voglio rimanere sola.» disse, e lui la baciò sulla fronte.
«Non ti lascio sola.»
Lei annuì grata e tornò a stringersi contro di lui, poggiando il capo contro il suo petto. Drew le accarezzò i capelli con delicatezza, come se temesse di farle male. Chiuse gli occhi, trattenendo le lacrime dietro le palpebre abbassate e riuscendo a ricacciarle indietro; e lo sentì scostarle le ciocche che le cadevano sulla fronte e sfiorare appena la medicazione.
«Ti fa male?» le chiese.
«Non molto.» rispose in un sussurro «Meno di prima.»
Drew la liberò dall’abbraccio e la prese per le spalle, scrutandola con attenzione, come per accertarsi che fosse lì davvero e che davvero stesse bene. Vera sorrise appena – un sorriso quasi impercettibile – e si sporse a sfiorargli le labbra con un bacio. Lo colse di sorpresa. Quando si staccò da lui, ci volle qualche istante perché l’espressione di vago stupore che aveva sul viso si trasformasse nel suo solito sorrisetto, quello che riusciva ad essere insieme beffardo ed infinitamente dolce, ma solo per lei.
Per gli altri, Drew poteva essere pungente come le spine delle sue rose.
«Allora stai bene?» le domandò adesso «Non devo preoccuparmi, sicura?»
Annuì. «Sicura.» rispose. Poi sospirò, e prese a mordicchiarsi il labbro inferiore, stringendo le mani attorno ad un lembo del lenzuolo. «Sono preoccupata per Misty.» disse «E anche per Ash. Oddio, spero tanto che Brock sia riuscito a farlo ragionare. Misty mi ha detto– »
E si fermò, coprendosi la bocca con la mano, ricordando che cos’altro Misty le aveva detto. Non dirlo a nessuno, neppure a Drew. Le aveva promesso che non l’avrebbe fatto, e sapeva che avrebbe ferito Ash anche se avesse chiesto a Drew di tacere.
Lui la guardava incuriosito. «Misty ti ha detto cosa…?»
«Niente.» mormorò, affrettandosi ad abbassare gli occhi «Sono stanca.»
Drew la osservò ancora per qualche istante, e Vera temette che le avrebbe chiesto di nuovo che cosa avesse saputo dall’amica, perché sapeva che non sarebbe capace di mentirgli. Non era capace di dire bugie. Misty poteva essere l’unica a riconoscere lo sguardo che Ash aveva quando non diceva la verità; ma lei era una di quelle persone che si lasciano leggere tutto negli occhi, quasi fossero trasparenti. Ma poi Drew scrollò le spalle, e sulle sue labbra rispuntò il sorriso che Vera conosceva bene anche se, lo notò solo ora, non era proprio lo stesso di sempre: ora riusciva a scorgere una punta di preoccupazione nei suoi occhi verdi, quasi invisibile, che rendeva leggermente forzato quel sorrisetto gentile e spavaldo.
«Allora dovresti cercare di dormire.» le disse, arrotolandosi distrattamente fra le dita una ciocca dei suoi capelli e poi lasciandogliela ricadere sulla spalla, per accarezzarne piano le punte «Dai, prova a riposarti un po’. Resto qui mentre dormi, tranquilla.»
«Prometti…?» domandò la ragazzina, incerta. Drew annuì.
«Prometto. Non ti lascio sola.»
Rincuorata, Vera rispose appena al suo sorriso e si stese fra le lenzuola bianche, appoggiando la testa sul cuscino. Drew si sporse a darle un bacio su una guancia. «Non preoccuparti per Misty adesso.» le disse in un bisbiglio, prima di rialzarsi «E neanche per Ash. Adesso pensa solo a riposarti, e a tornare in forma. Va bene?»
Annuì, ma in realtà stava già scivolando nel dormiveglia. Era stanca, e la testa le faceva male, e le era bastato poggiarla al guanciale perché le sue palpebre si facessero pesanti. Sentì lui che le accarezzava di nuovo i capelli, ravviandoglieli all’indietro; e sentì la sua mano chiudersi sulla propria. Era calda, e Vera sorrise, ed anche se era preoccupata da morire per Misty ed anche per il migliore amico che aveva al mondo pensò che sarebbe riuscita a dormire, e che non avrebbe fatto brutti sogni.
Si addormentò sapendo che, al risveglio, lui le sarebbe stato ancora vicino.
*
La prima cosa che Misty sentì, quando tornò lentamente in sé, fu un dolore sordo e fastidioso al collo e alle spalle, come se avesse dormito in una posizione scomoda. Ci mise un po’ a realizzare di essere seduta, con la testa reclinata di lato e le braccia immobilizzate dietro la schiena.
Provò a liberare le mani. Erano ben strette da svariati giri di corda, che le graffiarono i polsi.
Non riusciva a ricordare.
Raddrizzò cautamente la testa, che sentiva pesante e strana. Non riusciva a pensare con chiarezza, e provarci le procurava dolore, come se avesse una brutta emicrania. Quando aprì gli occhi le ci volle qualche secondo per mettere a fuoco i contorni degli oggetti che la circondavano. Sbatté le palpebre, pesanti almeno una tonnellata, e la sua visuale si fece vagamente più nitida. Appena appena.
Distinse un vasto spazio delimitato da pareti di cemento, una porta chiusa da un chiavistello massiccio, finestre sbarrate con delle assi, come a voler eludere sguardi curiosi ed indesiderati. E poi scorse la sagoma imponente di un uomo appollaiato su una sedia ad un paio di metri da lei, vicino alla porta chiusa. Aveva le braccia incrociate e la scrutava attentamente. I suoi occhi erano di un inquietante azzurro, e la guancia destra era sfregiata da una cicatrice. Sulla sinistra vide i segni rossi di cinque graffi non ancora completamente rimarginati.
Di colpo ricordò. E di colpo ebbe paura. Molta paura.
L’uomo ghignò e si alzò in piedi, e per un momento il suo volto uscì dalla visuale della ragazza, non ancora del tutto nitida. Misty chiuse gli occhi per un istante, poi li riaprì, sentendosi ancora intontita e strana, avvolta da una sgradevole sonnolenza.
«Bentornata sulla terra, bella addormentata.» la derise l’uomo in nero. Si avvicinò con passi lunghi e lenti alla sedia alla quale la ragazza era legata, e si accovacciò chinandosi di lei, fino a che Misty non sentì il suo alitò pesante sul viso. Piegò la testa di lato, e lui prese il mento fra le dita luride, obbligandola bruscamente a guardarlo.
Provò a sottrarsi e lui la tenne ferma. «Buona.» borbottò. C’era qualcosa di disgustoso nel modo in cui la guardava, qualcosa di osceno. Quando infine la lasciò andare, Misty allontanò la testa con uno scatto secco, con tanta foga da farsi sobbalzare i capelli davanti al viso.
Lui la guardò e rise, una risata sprezzante e crudele, con la testa buttata all’indietro e le mani appoggiate sulle cosce. La luce fioca di quelle che dovevano essere lampade al neon si rifletté per un attimo sui suoi denti giallastri.
«Hai fegato, ragazzina, lo sai?» le disse, come se la cosa lo compiacesse. Poi ghignò. «Mi piace.»
Misty scosse piano la testa, nel tentativo di scacciare la sensazione di torpore che ancora la opprimeva. Provò a parlare.
«D-dove…?»
Le uscì un bisbiglio debole e rauco. Inghiottì e scoprì una gola secca, e di colpo pensò che avrebbe dato qualunque cosa in cambio di un sorso d’acqua. Riprovò.
«Dove mi trovo…?»
L’uomo in nero si rialzò, raddrizzando le gambe. Gli schioccarono le ginocchia, e Misty si ritrovò a pensare: È reale. Mi sta succedendo davvero. Quello fu come una sferzata, e d’un tratto realizzò che aveva le mani legate dietro la schiena, sì, ma i piedi erano liberi.
«Lo scoprirai.» le disse l’uomo; e senza neppure pensare Misty gli sferrò un calcio, che lui evitò senza difficoltà e senza smettere di ghignare.
«Dovrai fare molto più di così se vuoi– »
Questa volta lo colpì, stampandogli su un ginocchio la suola della sua scarpa da ginnastica. L’uomo si piegò a stringere il punto colpito con la mano, con un’esclamazione più di rabbia che di dolore vero e proprio. Un istante più tardi le aveva rifilato un pugno in faccia, dritto sullo zigomo destro, con tanta violenza da farle piegare la testa sulla spalla.
«Mi auguro che ci penserai prima di riprovarci.» ringhiò e si allontanò da lei, tornando a sedersi vicino alla porta.
Cercò disperatamente di non piangere, tirando su col naso e stringendo le labbra con forza per reprimere un singhiozzo; ma le lacrime le scivolarono ugualmente sulle guance, mentre cercava di non guardare la sagoma scura dell’uomo nell’angolo, che ancora scrutava lei con bramosia oscena.
«Che cosa volete?» domandò in un bisbiglio, senza aspettarsi una risposta. L’uomo in nero si strinse nelle spalle.
«Non è compito mio dirtelo. Io eseguo degli ordini.»
Provò di nuovo a liberare le mani, senza risultato. Chiunque l’avesse legata alla sedia aveva fatto un buon lavoro. I legacci che le immobilizzavano le braccia dietro la schiena erano ben stretti, e anche se avesse continuato a tentare per delle ore non sarebbe probabilmente riuscita a fare altro che martoriarsi i polsi, già indolenziti e scorticati. Frustrata, abbassò la testa verso la spalla destra e i capelli le caddero sul viso, scivolando a coprire il livido bluastro che le stava comparendo sulla guancia.
Ricordò come, mentre si nascondeva nel rettangolo di oscurità fra le ruote del furgone, avesse provato ad illudersi che Ash sarebbe riuscito a tirarla fuori da quel guaio. Ma Ash non poteva sapere dove si trovasse adesso. Non lo sapeva nemmeno lei.
Ash non poteva salvarla. Se voleva uscirne viva, avrebbe dovuto salvarsi da sola.
Le sfuggì un singhiozzo, che le scosse le spalle con forza. L’uomo nell’angolo sospirò rumorosamente, alzando gli occhi verso il soffitto macchiato. «Piantala di frignare.» la ammonì, e lei rialzò la testa, guardandolo negli occhi.
«I miei amici mi troveranno.» mormorò, anche se non ci credeva; e la voce le tremò così tanto mentre lo diceva che quasi non riuscì a capire neppure lei. Attese, cercando di recuperare un minimo di controllo; quando non ci riuscì strinse i pugni con forza, odiandosi. «Scopriranno dove mi avete portata. Loro… loro verranno ad aiutarmi.»
«Illusa.» disse l’uomo in nero, in tono quasi annoiato «I tuoi amici non sanno dove sei. E anche se lo sapessero… credi di spaventarmi dicendo che quell’idiota storpio del tuo ragazzo verrà a salvarti?» piegò un angolo delle labbra in un mezzo sogghigno beffardo «Anche se riuscisse a scoprire dove sei, l’unica cosa che succederà sarà che finirò quello che ho lasciato a metà con lui.»
Misty scosse precipitosamente la testa, il cuore che di colpo prendeva a pompare il sangue nelle vene ad una velocità tripla al normale. «No.» disse e stavolta la sua voce fu un po’ più sicura, appena un pochino «Non provare a toccare di nuovo Ash, razza di… di…»
Si interruppe, perché di nuovo l’uomo si era alzato in piedi e di nuovo si stava dirigendo verso di lei, una sagoma scura contro la luce che aveva alle spalle. Provò inutilmente ad appiattirsi contro lo schienale della sedia, tremando.
Lui si chinò, alitandole in faccia, così vicino da poter scorgere ogni singola venatura dell’azzurro slavato dei suoi occhi.
«Ascoltami bene, ragazzina.» ringhiò, e lei chiuse gli occhi, e lui la obbligò a riaprirli afferrandola per una spalla e scrollandola con forza «Ne ho già piene le palle delle tue stupide chiacchiere, mi hai capito? Se vuoi illuderti che il tuo eroe verrà a salvarti, fa’ pure, non m’importa un cazzo, ma spero che tu non ti illuda anche che non gli polverizzerò le ossa in meno di dieci secondi se solo fa tanto di comparire qui. Chiaro?»
Richiuse gli occhi e non rispose. Lui le diede un’altra scrollata, con tanta forza da farle rimbalzare la testa avanti e indietro.
«Chiaro?!»
«S-sì.» bisbigliò Misty. Riusciva a malapena a vederlo attraverso le lacrime che le avevano di nuovo riempito gli occhi; ed era certa che si sarebbe come minimo beccata un altro manrovescio quando una serie di colpi sulla porta catturò l’attenzione dell’uomo.
Lo vide rialzarsi rapidamente e scattare in quella direzione, precipitandosi a far scorrere il pesante chiavistello di metallo. La porta si schiuse con un cigolio. Per qualche istante la mole dell’uomo le nascose chiunque fosse dall’altra parte; ma lo sentì confabulare con qualcuno, in tono incredibilmente sottomesso e ossequiente, a voce troppo bassa perché da dove si trovava riuscisse a capire le parole.
Poi l’uomo in nero si scostò, e una seconda persona fece il suo ingresso nella stanza. L’uomo chinò la testa con reverenza.
«Signora…»
Era una donna, ma questo Misty lo poté capire soltanto dalla sagoma snella e quasi esile del suo corpo. Perché il resto era celato alla vista da un soprabito nero che le arrivava a metà polpaccio, e da grossi e scurissimi occhiali da sole. Persino i capelli erano nascosti da un cappello, allo stesso modo in cui una monaca avrebbe potuto celarli sotto il soggolo.
La donna la scrutò per qualche istante e piegò le labbra in un ghigno perfido, che gelò il sangue nelle vene della ragazza in una tremenda sensazione di déjà vu alla quale non si preoccupò di dare un senso, per quanto la terrorizzasse. Si limitò a schiacciarsi contro lo schienale della sedia fino a farsi male, tremando, mentre lei avanzava di qualche passo e sollevava le mani per slacciare lentamente i bottoni del soprabito che si lasciò poi scivolare dalle spalle, rivelando una tenuta in tutto e per tutto simile a quella del suo tirapiedi. Si avvicinò ancora, i tacchi dei suoi stivali di cuoio ticchettarono sul cemento.
Soltanto quando la raggiunse Misty comprese di colpo chi fosse, e perché la spaventasse così.
La donna sogghignò di nuovo e si afferrò la tesa del cappello, sfilandolo platealmente dalla testa.
«Felice di rivederti, principessa…»
La cascata di capelli che le ricadde sulle spalle era di un grigio quasi azzurro.
CONTINUA...