BREAK MY FALL
III.
Si fermò solo per un istante, a raccogliere qualcosa da terra, all’imboccatura del sotterraneo, dove pareva che qualcuno avesse scaricato la propria spazzatura senza troppo riguardo per l’ambiente.
Le parve che fosse abbastanza resistente. Le parve anche che potesse tornarle utile.
*
Cercò di nuovo di liberarsi, ma senza alcun risultato. Sentiva in bocca il sapore ferroso del proprio sangue. Lo sputò per terra e l’uomo con la cicatrice si limitò a guardarlo, le braccia incrociate sull’ampio petto muscoloso.
«Vediamo se adesso sei un po’ più disposto a collaborare.» disse, ghignando ed avvicinandoglisi di nuovo, e Ash cercò di indietreggiare nonostante i due uomini che lo bloccavano tenendolo per le braccia. Sentì di nuovo la risata crudele dell’uomo che aveva davanti.
«Ma guarda un po’… hai paura per caso?» lo derise, e nonostante la sua precaria situazione Ash lo guardò come se fosse lui a poterlo uccidere a suon di botte, e non il contrario.
«Io non ho paura.»
L’espressione sul volto dell’uomo cambiò. Il sogghigno scomparve. «Dovresti averne.» disse, e lo colpì di nuovo, stavolta allo stomaco, con tanta violenza che l’aria sfuggì dai polmoni del ragazzo in un breve grido soffocato mentre si piegava in due.
Eppure rialzò la testa, ed anche se in seguito si sarebbe dato dell’idiota almeno mille volte incrociò di nuovo gli occhi azzurri dell’uomo con la cicatrice e lo guardò, senza distogliere i suoi neppure per un istante.
«Non ho… paura.» riuscì a ripetere, in un soffio. Riuscendo solo a beccarsi un altro pugno in mezzo allo stomaco, che lo fece piegare in avanti di nuovo. Poi l’uomo lo afferrò per la gola, obbligandolo a guardarlo negli occhi di nuovo. Strinse fino a mozzargli il respiro.
«Mi hai stancato.» ringhiò, mentre Ash cercava disperatamente di inspirare, i polmoni che reclamavano aria in una dolorosa fitta «Non vuoi collaborare? Bene, sarà la tua amichetta dai capelli rossi a farlo al posto tuo.»
«Prova soltanto a toccare Misty e giuro che ti ammazzo.» riuscì a bisbigliare, quando la stretta si allentò un poco. L’uomo sghignazzò e tornò a serrare con forza le dita attorno al suo collo.
«Ma davvero.» disse «Ora ascoltami bene: so che tu hai qualcosa che appartiene a noi. Dicci dove si trova e forse non ti ucciderò. Io lo vedrei come uno scambio equo.»
Ancora nel disperato tentativo di riempirsi d’aria i polmoni, Ash chiuse gli occhi e scosse la testa, debolmente. Sennonché di colpo ricordò qualcosa e improvvisamente gli fu chiaro che cosa volesse da lui l’uomo con la cicatrice sul viso.
I documenti segreti del Team Rocket.
La copia con cui avevano ricattato Giovanni, in cambio delle loro vite.
Jessie e James l’avevano nascosta. Lui sapeva dove.
«E va bene, ora basta.» ruggì l’uomo. Gli lasciò la gola ed uno dei due che lo tenevano per le braccia lo spinse a terra, ma lo bloccò a metà caduta afferrandolo per la maglia e sferrandogli una ginocchiata diretta sui reni prima di lasciarlo andare.
Cadde rovinosamente sull’asfalto, e rimase curvo a terra a tossire cercando di inspirare aria nella trachea schiacciata. Prima ancora che riuscisse a riempirsi i polmoni un calcio lo raggiunse alla base della schiena, scomponendo la sua visuale in una miriade di punti di luce. Per qualche istante credette che sarebbe svenuto.
Non svenne, ma lo desiderò. La suola dello stivale di uno degli uomini si posò sulla sua gamba destra e spinse con forza. Ash gridò. Sentì l’uomo ridere. «Fa male, vero?» sentì, e poi sentì lo stivale sollevarsi e poi colpirlo con un violento calcio a metà fra il ginocchio e la caviglia.
Soffocò il grido contro le braccia, nascondendovi il viso.
L’uomo con la cicatrice si accovacciò e lo afferrò per la stoffa della t-shirt, sollevandolo da terra e costringendolo a guardarlo di nuovo.
«Ci stai facendo perdere tempo, moccioso.» ringhiò, così vicino che Ash poteva sentire il suo alito sul viso. Girò la testa di lato e l’uomo lo scrollò con rabbia. «Credi che non sarebbe più semplice cercare la tua ragazza e obbligare lei a parlare? O magari potremmo portarla qui… ti sentirei forse dire qualcosa, se la picchiassi fino a farle sputare sangue…? Credi che– »
Di colpo strabuzzò gli occhi e lo lasciò andare. Atterrò dolorosamente sulla schiena, mentre l’uomo crollava sulle ginocchia e si portava una mano alla nuca lanciando una tremenda imprecazione.
C’era Misty dietro di lui. Misty con in mano quello che ad Ash parve un pezzo di tubo metallico, e non c’erano dubbi che l’avesse usato per mandarlo ad infrangersi sulla testa del suo aguzzino con tutta la forza di cui era capace. Ansimava ed aveva le guance rosse ed i capelli sul viso come se avesse corso.
La mole dell’uomo gli aveva impedito di vederla, e probabilmente l’aveva impedito anche ai suoi due complici.
«Va’ via!» le gridò, cercando di tirarsi su da terra «Misty scappa!»
L’uomo che aveva colpito con il tubo ringhiò e le si lanciò addosso. «Troia schifosa.» ruggì, e lei lo evitò lasciandosi cadere all’indietro verso il cofano di una macchina. Atterrò con un tonfo e sollevò la gamba destra, spingendola con forza in direzione del volto dell’uomo. Lo colpì in pieno.
Ma c’erano anche gli altri due. Aveva lasciato cadere il tubo ed ora cercò disperatamente di togliersi lo zaino ed afferrare una delle sue pokeball prima che le fossero addosso, ma non ne ebbe il tempo. Uno degli uomini glielo strappò di mano e lo lanciò lontano, e poi afferrò lei per un braccio, sbattendola con forza contro il cofano dell’auto.
Ash tentò di rialzarsi, ma la gamba lo tradì di nuovo. Faceva troppo male.
Misty riuscì a colpire con un calcio allo stomaco uno dei tre uomini, ma non abbastanza forte da fargli veramente male. «Cosa credi di fare?» la derise lui, e Misty lo guardò come se non fosse per nulla intimorita.
«Questo.» sibilò e sferrò un secondo calcio, che stavolta lo colpì in un punto molto più doloroso, e molto più violentemente. L’uomo lanciò un grido di dolore e la lasciò andare, piegandosi in due, con le mani fra le gambe. Misty riuscì a divincolarsi dalla stretta dell’altro uomo che la teneva ferma e a rotolare giù dal cofano, atterrando sull’asfalto.
Aveva sopportato le botte di Attila. L’aveva guardato negli occhi, e gli aveva risposto Dopo di te quando lui l’aveva sollevata da terra e le aveva chiesto che cosa avrebbe dovuto rispondere se le avesse ordinato di saltare. Aveva sopportato quello che era venuto dopo.
Non aveva paura.
Nello stesso momento Ash vide il suo zaino. Non era molto lontano da lui. Non poteva alzarsi, ma riuscì comunque a muoversi in quella direzione quasi strisciando, fino a chiudere le dita attorno al tessuto. Sfilò dallo zaino una delle pokeball di Misty.
«Vai, GYARADOS!»
Il maestoso pokemon d’acqua si materializzò fra lui e gli uomini in nero, quasi fuori posto nell’oscurità dell’angusto parcheggiò.
«Gyarados, usa psicoraggio contro quei tre, forza!» e Gyarados gli obbedì anche se era stato lui a parlare, e non Misty, che si acquattò dietro l’auto proteggendosi la testa con le mani mentre l’energia psichica dell’attacco avvolgeva i tre uomini e li sollevava da terra, facendoli finire a gambe all’aria dall’altro lato dell’automobile.
Misty si rialzò e lo raggiunse correndo. Si lasciò cadere per terra vicino a lui, scorticandosi le ginocchia sull’asfalto, e lo strinse fra le braccia. Ash vide che aveva gli occhi pieni di lacrime, che ora le caddero sulle guance.
«Gyarados, completa l’opera, forza!» esclamò, abbracciandolo. Il grosso pokemon colpì i tre uomini con un’idropompa che li spedì ancora qualche metro più in là. Ash non si meravigliò troppo di vederli alzarsi per darsi alla fuga, imprecando.
Misty lo tenne stretto ancora per qualche istante, poi gli prese la pokeball di mano. «Gyarados, ritorna.» mormorò, e poi tornò a voltarsi verso di lui.
«Che diavolo volevano?» domandò, con la voce che tremava. E poi, senza neppure dargli il tempo di rispondere: «Stai bene?»
Lo osservò con attenzione mentre parlava. Aveva un brutto livido su un lato del viso, che dalla guancia arrivava appena sotto l’occhio destro.
Ash annuì senza esserne troppo convinto. «Sì, credo di sì. Ma mi sono preso un calcio sulla gamba e ora mi fa un male del diavolo, accidenti.»
Lei gli appoggiò delicatamente la mano sulla gamba dolorante, e bastò quel lievissimo contatto a farlo sussultare. Misty ritirò la mano e gliela posò sulla spalla. «Non puoi camminare così.» gli disse, e probabilmente aveva ragione «Vuoi che vada a chiamare Brock?»
Scosse la testa precipitosamente. «No… ce la faccio.» mormorò «Solo, aiutami ad alzarmi.»
Sospirando lei si alzò in piedi e gli tese una mano. Lui vi si aggrappò; ma quando fu in piedi a sua volta e provò ad appoggiare a terra il piede destro non riuscì a trattenere un piccolo gemito e sollevò la gamba rapidamente, stringendo la mano attorno al polpaccio con un’espressione sofferente sul viso. Misty lo sostenne, evitandogli forse un’altra brutta caduta.
«Prova a metterla giù.» gli suggerì dopo qualche istante, e lui obbedì, mordendosi le labbra con forza per trattenere un altro gemito. Era pallido ed aveva la fronte imperlata di sudore.
«Fa male?» gli chiese Misty, con l’aria di sapere già che la risposta era sì.
«È sopportabile.» mentì, ma si appoggiò alla parete, scaricandovi contro il proprio peso.
«Sicuro?» domandò ancora lei. Gli si avvicinò e lui si sottrasse quando provò a passargli un braccio attorno alla vita. «Credi di poter camminare, sì…?»
Annuì, sforzandosi di rivolgerle un sorriso. «Ce la faccio, tranquilla.» la rassicurò, ma fu costretto a fermarsi dopo neppure cinque passi e ad appoggiarsi alla parete di nuovo, ancora più pallido, ansimando per il dolore. Misty gli si avvicinò di nuovo, lentamente.
«Per una volta, Ash, lascia che ti aiuti.»
Lui esitò per un lungo istante prima di annuire di nuovo. «D’accordo.» mormorò, piano; e Misty gli cinse la vita e lo sostenne, mentre lui le faceva passare il braccio attorno alle spalle. Lentamente, in quel modo raggiunsero il pokemon center. Lui zoppicava vistosamente ed il dolore era più forte ad ogni passo, ma c’era Misty ad impedirgli di cadere. Se ne rese conto di colpo. Si rese conto anche che era così che era sempre stato, anche prima della gamba.
C’era Misty ad impedirgli di cadere.
*
«Ma che diavolo volevano da te?»
«E che ne so? Hanno iniziato ad inseguirmi e poi– ahia, fa’ piano!»
«Scusa.» mormorò Misty, tornando a tamponargli con più delicatezza lo zigomo destro illividito con il ghiaccio avvolto in un fazzoletto. Lui era seduto di traverso sul divano, la schiena appoggiata ad uno dei braccioli e la gamba destra distesa davanti a sé, appoggiata ad un cuscino che Brock era andato a prendere assieme alla sua cassetta del pronto soccorso. Aveva medicato le ginocchia sbucciate di Misty e lei ora era in piedi vicino a lui. Gli cingeva la schiena con un braccio, quasi come se volesse sostenerlo anche ora che non ne aveva più bisogno.
Misty gli diede un bacio sui capelli, continuando a tenergli il ghiaccio contro il livido che aveva sul viso. Forse non gli aveva solo impedito di cadere, stavolta. Forse gli aveva salvato la vita.
Forse l’avrebbero ammazzato di botte, se non fosse arrivata lei.
Sapeva che avrebbe evitato di dirlo ad alta voce ed anche che l’avrebbe evitato anche lei.
«Come va la gamba?» gli domandò gentilmente Misty. C’erano anche gli altri, attorno. Vera lo guardava con gli occhioni azzurri spalancati e le mani strette al seno. Quando li aveva visti arrivare era corsa loro incontro ed aveva provato ad aiutarlo a camminare come lo stava aiutando Misty; lui però le aveva detto che non ce n’era bisogno, ed aveva lasciato che Misty lo guidasse fino al divano e lo aiutasse a mettersi seduto, continuando a tenerlo anche quando aveva potuto appoggiarsi, prima di voltarsi e dire a Vera di andare a chiamare Brock.
«Un po’ meglio.» le rispose, senza aver bisogno di mentire «Il dolore sta passando.»
Lei lo guardò negli occhi, come per capire se le stesse dicendo la verità. Decise di sì e gli rivolse un piccolo sorriso. «Meno male.» disse, e gli accarezzò i capelli, abbandonando l’involto con il ghiaccio sul basso tavolo davanti al divano.
Gli credeva, perché non vedeva più nei suoi occhi la sofferenza di poco prima, e sebbene la voce di lui fosse ancora un po’ incerta, il suo volto aveva ripreso un po’ di colorito. Si sedette vicino a lui.
«Ma che diamine è successo?» volle sapere Brock. Ash scosse la testa.
«Non lo so.» rispose, toccandosi la guancia illividita e poi allontanandone di scatto le dita con una smorfia «Ti ricordi il tizio vestito di nero che Vera diceva di aver visto? Pensavo di averlo visto anch’io, mentre entrava nel parcheggio dietro al pokemon center. Così ho pensato di andare a vedere cosa…»
«Sei uno stupido.» lo interruppe Misty. Aveva appoggiato la mano sulla sua gamba e la stava accarezzando quasi distrattamente, senza guardarlo. Aveva abbassato la testa ed Ash non le vedeva il viso perché i capelli le cadevano in avanti, nascondendolo; ma sentì che la voce le tremava e seppe senza possibilità d’errore che se avesse alzato la testa avrebbe visto i suoi occhi verdi pieni di lacrime. «Sei uno stupido, potevi chiedere ad uno di noi di venire con te, potevano farti molto più male! Potevano anche ammazzarti!»
Si sporse verso di lei, fino a che poté farlo senza muovere la gamba; ma riuscì comunque a prenderle la mano.
«Sto bene.» le disse, e quando Misty si voltò a guardarlo vide che aveva davvero gli occhi lucidi di lacrime «E non serve che uno di voi mi faccia da scorta ogni volta che faccio due passi, okay?»
A stento lei riuscì a trattenere dietro le labbra serrate le parole che per nessun motivo al mondo avrebbe dovuto dire. Soprattutto non ora, quando c’erano anche tutti gli altri.
Forse non ti serviva prima. Ora sì.
«Okay.» disse invece, abbassando lo sguardo.
«Allora?» indagò Brock, scuotendo la testa «Sei andato nel parcheggio e poi?»
«Mi hanno inseguito.» completò «Erano in tre. Uno di loro aveva una ricetrasmittente e l’ho sentito chiedere a qualcuno se doveva passare alla seconda parte del piano. E poi, quando mi hanno bloccato…» si fermò e deglutì, e sentì la mano di Misty stringersi attorno alla sua. Quando la guardò la vide rivolgergli un minuscolo sorriso. Si era asciugata le lacrime. «…Hanno detto che ho qualcosa che appartiene a loro. Nient’altro.»
«Hai idea di cosa volessero?» gli chiese Brock.
Ash sospirò e annuì.
«I documenti del Team Rocket.»
Per un lunghissimo istante, che non era lunghissimo in realtà ma lo sembrò adesso e lo sarebbe sembrato anche a posteriori, nella piccola e luminosa hall del pokemon center di Hawthorn City regnò il silenzio.
Sentì la mano di Misty stringere di nuovo la sua, stavolta non per fargli coraggio. La sentì tremare, appena appena, come se avesse confermato un sospetto che aveva già attraversato i suoi pensieri, troppo terribile per essere espresso ad alta voce.
Ricordò come, cinque mesi prima, la prospettiva di avere di nuovo a che fare con il Team Rocket l’avesse distrutta, riducendola in frantumi che lui non aveva saputo come ricomporre.
Vera fu la prima a prendere la parola.
«Ma stai bene, vero?» gli domandò, con voce preoccupata e più sottile del solito. Ash vide che guardava la sua gamba, e ricordò che lei non sapeva che non era mai guarita del tutto. Che non lo sapeva nessuno, a parte Misty.
La ragazzina scosse la testa ed alzò gli occhi verso di lui. Era spaventata. «Voglio dire… la gamba…» mormorò «Magari dovresti farti vedere da un medico, se ti fa così male…»
«Andrà a posto.» le rispose, forse un po’ troppo bruscamente. Vera ammutolì. Ash lasciò la mano di Misty e si appoggiò allo schienale del divano, traendo un lungo respiro. Sentiva dolore anche alla schiena, nel punto in cui il calcio l’aveva raggiunto.
Misty si alzò e gli accarezzò piano i capelli. Aveva dei cerotti su entrambe le ginocchia.
«Forse dovresti riposare.» gli suggerì «Vuoi che ti aiuti ad andare in camera? Potresti stenderti un po’ sul letto.»
«Non mi serve aiuto.» disse Ash, gentilmente. Come per dimostrarlo slanciò entrambe le gambe oltre il bordo del divano e fece per alzarsi, stringendo i denti con forza per trattenere una smorfia di dolore; ma Misty lo fermò appoggiandogli le mani sulle spalle.
«Lo so che non ti serve aiuto.» gli disse «Ma non voglio che ti sforzi, la gamba potrebbe ricominciare a farti male come prima.»
Ash esitò, e Misty si chinò verso di lui per sussurrargli, così piano che nessuno degli altri avrebbe potuto sentire: «Qualche volta va bene anche fermarsi, Ash.»
Lui non rispose. Misty sospirò e gli cinse la vita con un braccio, e dopo aver esitato ancora per qualche istante Ash le si aggrappò di nuovo. Si mise in piedi tirandolo su quasi di peso. Era sempre stato lui il più forte, su questo non aveva il minimo dubbio; essere diventata forte abbastanza da poterlo tenere in quel modo talvolta la spaventava.
E non parlava solo di forza fisica. Non più.
Lui zoppicava un po’ meno. Misty lo sostenne comunque, guidandolo verso la parete in modo che potesse appoggiarvisi dall’altro lato. Vera fece per seguirli, ma Drew la fermò afferrandola per un braccio.
«Lasciali soli.» le disse in un sussurro, e a malincuore lei annuì.
Fortunatamente il pokemon center era tutto su un piano, quindi almeno non c’erano rampe di scale da salire. Misty lo aiutò ad arrivare in camera ed a stendersi sul letto, e lui trasse un profondo respiro, chiudendo gli occhi. La ragazza si chinò su di lui e gli scostò con delicatezza i capelli dalla fronte sudata. Era un po’ pallido.
Lui riaprì gli occhi e la guardò. «Puoi… portarmi un altro cuscino, per favore?» mormorò e Misty annuì, con un sorriso, per poi arrampicarsi per metà sulla scaletta e sporgersi a recuperare il cuscino dal letto di sopra.
«Grazie.» disse Ash, piano «E grazie anche per prima. Non te l’avevo ancora detto.»
«Non mi ringraziare, non ce n’è bisogno.» rispose lei, tornando ad appoggiare i piedi sul pavimento, con il cuscino stretto al petto. Senza che lui avesse bisogno di chiederglielo glielo sistemò delicatamente sotto la gamba destra, attenta a non fargli ancora più male. Come aveva fatto qualche ora prima, gliela accarezzò piano, in un movimento fluido e costante.
Lo vide richiudere gli occhi, ed inspirare lentamente.
Si sedette al suo fianco e continuò, accarezzandogli la gamba dolorante prima con le dita e poi con il palmo.
«Ti fa ancora molto male, non è vero?» gli chiese dopo un po’ e lui socchiuse gli occhi per guardarla.
«È sopportabile.» disse «Se rimango immobile e se cerco di non pensarci.»
«Allora non ci pensare.» gli disse lei, dolcemente. Tacque per un istante e poi aggiunse: «Ti voglio bene, lo sai, vero?»
Lui annuì. Aveva chiuso gli occhi di nuovo e le dispiacque disturbarlo, ma c’era qualcosa che doveva assolutamente dirgli.
«Ash? L’uomo con la cicatrice sulla faccia… era uno del Team Rocket, ne sono sicura. L’avevo già visto, alla base a Forestopoli. Sono sicura di non sbagliarmi.»
Le palpebre di lui si sollevarono di scatto, e Ash provò a mettersi a sedere, ma lei glielo impedì sporgendosi precipitosamente verso di lui e appoggiandogli una mano sulla spalla.
«No, sta’ giù.» sussurrò «Non c’è bisogno che ti alzi. Riposati.»
Ash scosse la testa. «Cavolo, Misty, mi hai appena detto che il tizio che mi ha preso a calci è uno di quelli che hanno tentato di ammazzarci entrambi, come pensi che dovrei fare a riposarmi?!»
«Non lo so.» disse lei «Però resta giù comunque. E poi non credo che siamo in pericolo ora, tu eri andato a cercarli, no?»
Lui annuì. Aveva rinunciato a cercare di alzarsi e Misty gli tolse la mano dalla spalla.
«Avresti potuto dirmelo. Sarei venuta con te.»
«Misty, non c’è bisogno che tu mi segua ad ogni passo che faccio. Dico davvero.»
La ragazza scosse la testa. «Hai rischiato di farti ammazzare, te ne rendi conto, vero?»
«Me la sarei cavata comunque.» disse Ash. Voltò la testa di lato. «Non ho bisogno di nessuno.»
«Dovresti imparare a riconoscere i tuoi limiti.» mormorò Misty. Le parole di Ash l’avevano ferita, ma si sforzò di non darlo a vedere. Gli appoggiò una mano sulla spalla. «Riposati, dai. Prova a dormire un po’.»
«Va bene.» sospirò Ash «Misty?»
Lei, che si era già alzata e già si stava dirigendo verso la porta, si fermò e tornò a guardarlo.
«Cosa c’è?»
«Scusa.» mormorò lui, dopo un istante «Non è vero che me la sarei cavata comunque.»
Non disse “Non è vero che non ho bisogno di nessuno”, ma Misty giudicò che poteva essere abbastanza. Gli sorrise.
«Non ci pensare.» gli disse «Va un po’ meglio la gamba?»
Ash annuì, e lei non ebbe bisogno di guardarlo negli occhi per capire che stavolta le stava dicendo la verità. Tornò verso di lui e si sedette di nuovo al suo fianco.
«Vuoi che rimanga fino a che non ti addormenti?»
E per una volta, Ash si disse che ammettere una piccola, piccolissima debolezza non l’avrebbe ucciso. Perché la voleva vicina. Voleva davvero che rimanesse.
«…D’accordo.»
*
«Purtroppo sono costretto a comunicarle che abbiamo fallito. Ketchum e l’altra mocciosa sono riusciti a cavarsela. Non ci sono stati di alcuna utilità.»
A rispondere alla voce dell’uomo, attraverso la ricetrasmittente, fu una voce femminile gelida e apparentemente priva di emozioni.
«Significa che tre dei miei migliori uomini non sono stati in grado di tener testa a uno zoppo e a una ragazzina…?»
«Le chiedo perdono, signora. Non si ripeterà.»
«…Lo spero. Mettete in pratica la seconda parte del piano. E stavolta non tollererò errori.»
*
Per un istante, i cespugli di biancospino si confusero davanti ai suoi occhi, e Misty pensò che si sarebbe resa ridicola mettendosi a piangere come una bambina dove tutti potevano vederla. Anche se, considerate le circostanze, avrebbe avuto buone ragioni per farlo.
Cinque mesi prima sia lei che Ash avevano rischiato la vita. E non era solo un modo di dire. I modi di dire potevano adattarsi alle avventure che avevano vissuto in precedenza, tutte quelle esperienze strampalate e magari pericolose, ma spesso addirittura divertenti, che costituivano i quattro anni delle loro vite che avevano trascorso viaggiando insieme, e crescendo insieme. Poi lei era dovuta tornare a casa, e quando aveva rivisto Ash era stato per cercare di impedire la sua morte. Ne erano usciti vivi, ma stavolta avevano rischiato la vita davvero. I modi di dire potevano restarne fuori, questa volta. Aveva visto Ash in un letto d’ospedale, senza più un briciolo della sua forza e della sua determinazione. Aveva sofferto, e l’aveva visto soffrire, e ancora doveva vederlo ogni giorno sopportare il dolore alla gamba e fingere che tutto fosse ancora come prima.
Ed anche se cercava di evitarne il solo pensiero, sapeva di non esagerare affermando che tutto stava per ricominciare di nuovo.
Tutto ciò a cui una volta erano sopravvissuti quasi per miracolo, e di sicuro senza poter affermare di esserne usciti sani e salvi, stava per tornare indietro a completare ciò che la prima volta aveva lasciato a metà.
Il dolore. La paura.
Il vento leggero le fece volare i capelli, portando con sé le corolle di alcuni minuscoli fiorellini bianchi. Sì, aveva paura. E sapeva che anche Ash aveva paura, nonostante lui si sforzasse di mostrarsi forte anche quando era chiaro che non lo era.
Aveva sentito la sua voce ridotta ad un sussurro tremante; l’aveva guardato negli occhi e vi aveva visto uno sguardo perso e spaventato. L’aveva visto sul punto di crollare, quando aveva creduto di non essere forte abbastanza per sopportare il dolore alla gamba, ed il fatto di essere costretto a dipendere da qualcuno quando ancora non poteva camminare.
E l’aveva tenuto fra le braccia mentre piangeva. L’aveva stretto forte, facendogli appoggiare la testa sulla propria spalla; aveva sentito i singhiozzi scuotere la sua schiena e gli aveva sussurrato che andava tutto bene, che era tutto finito, che non era più intrappolato sotto il crollo che l’aveva quasi ucciso. Che anche se di solito era lui a confortare gli altri con frasi del genere, andava bene ugualmente. Ash era una delle persone più determinate che aveva mai conosciuto; ma dentro di lui qualcosa era rimasto bambino, non era al passo con la forza che ostentava e con il suo ritenersi una specie di supereroe, imbattibile ed invulnerabile. Super Ash Ketchum, che non si arrende di fronte alle sconfitte, che scavalca gli ostacoli e continua a lottare, che accorre in aiuto di chiunque si trovi in difficoltà anche quando si tratta di un nemico. Super Ash Ketchum, che non ha paura di nulla.
Ma lei sapeva che Ash non era veramente così.
C’erano cose che lo spaventavano. E ancora di più lo spaventava l’idea di ammetterlo.
Misty era fermamente convinta che, quando cinque mesi prima si era trovato ad un passo dalla morte ed aveva avuto davvero paura forse per la prima volta in tutta la sua vita, in seguito l’avesse turbato di più il fatto di aver avuto paura che il ricordo degli interminabili minuti in cui l’unico appiglio che aveva avuto per non precipitare in un baratro era stato il suono della sua voce nel walkie-talkie.
Lei gli voleva bene. Amava il suo essere irragionevole e pieno di buone intenzioni, determinato e testardo fino all’ottusità. Non le importava che spesso potesse apparire poco brillante – se non addirittura stupido – e ormai non le importava più neppure che per quattro anni fosse stato così insensibile nei suoi confronti, e che lo sarebbe stato ancora, se non gli avesse praticamente urlato in faccia che era venuta ad Hoenn per impedire che il Team Rocket gli facesse del male quando non c’era nient’altro di cui le importasse a parte lui.
Però non sopportava che fosse stupido al punto di farsi del male.
Infilarsi nel parcheggio sotterraneo senza dire nulla a nessuno di loro era stata una mossa completamente idiota, soprattutto ora che per via della gamba non riusciva più a sostenere sforzi troppo intensi. Forse aveva addirittura rischiato di rimetterci la pelle, non soltanto di farsi molto più male. Ed in ogni caso, se solo avesse chiesto a lei o a chiunque altro di accompagnarlo, probabilmente ora sarebbe stato in piedi, e non disteso a letto con un cuscino sotto la gamba ed un bruttissimo livido sul viso.
C’erano momenti in cui aveva voglia di afferrarlo per le spalle e scuoterlo e urlargli Sei uno stupido, sei uno stupido, non lo vedi che così fai male anche a me?!
Aveva avuto voglia di farlo quando l’aveva visto per terra nel parcheggio, a stringersi la gamba dolorante, eppure aveva rifiutato il suo aiuto fino a che non si era visto costretto ad avere qualcosa a cui appoggiarsi per non cadere lungo disteso sull’asfalto dopo cinque passi.
Se l’incubo a cui erano sfuggiti una volta fosse ricominciato, Ash rischiava di mettersi in guai ancora più seri solo per dimostrare a se stesso che sapeva come uscirne. E forse, quando si fosse accorto di non esserne capace, sarebbe stato troppo tardi perché potesse tiralo fuori lei.
Aveva paura. Aveva paura di morire. E aveva paura di perderlo solo per il suo voler dimostrare a tutti i costi di essere ancora Super Ash Ketchum.
Si asciugò gli occhi, accorgendosi di avere anche le guance bagnate di lacrime. Le spazzò via rapidamente e tirò su col naso, guardandosi intorno per controllare che nessuno l’avesse vista.
Forse anche lei si stava nascondendo, come Ash. O più semplicemente, non voleva che qualcuno degli altri la vedesse piangere, perché poi avrebbe dovuto spiegarne il motivo ed esprimere le sue paure ad alta voce, rendendole reali.
Attraversò lentamente il rettangolo di cortile sul retro del pokemon center, fermandosi quando arrivò davanti alla staccionata che lo divideva dalla strada. Aveva lasciato Ash addormentato e se n’era andata in punta di piedi per non piangere davanti a lui.
Appoggiò le mani sulla staccionata, stringendo le dita sul legno.
Sì, anche lei si stava nascondendo. Ma almeno, lei non si faceva del male.
«Misty?»
Sussultò e si voltò di scatto, ad incontrare gli occhi azzurri e preoccupati di Vera. Quando la riconobbe lasciò andare in un lungo sospiro l’aria che aveva trattenuto senza neppure rendersene conto nei polmoni. Si appoggiò con la schiena alla staccionata, portandosi una mano al petto, come per calmare i battiti furiosi ed irragionevoli del suo cuore. Era solo Vera.
«Mi hai spaventata a morte, lo sai?!»
«Scusa.» disse Vera. Scosse la testa. «Sei preoccupata?»
«Come dovrei essere?!» ribatté Misty «Per poco quei tre tizi sbucati da nulla non hanno ammazzato di botte Ash, e anche me, se Ash non avesse trovato le mie pokeball.»
Vera sospirò. «Scusa, era una domanda idiota.» mormorò, e poi si morse le labbra ed abbassò gli occhi per un istante prima di tornare a guardarla «Misty senti… sei proprio sicura che Ash stia bene? Intendo, la gamba… non è la stessa che si era rotto? Non pensi che dovrebbe almeno farsi vedere da un medico…?»
Misty scosse la testa, e per qualche istante non seppe cosa rispondere. Accarezzò distrattamente uno dei rametti carichi di fiori bianchi.
«La gamba di Ash… non è mai guarita del tutto.»
La vide spalancare gli occhi di colpo.
«Cosa?!»
«Non dirgli che te l’ho detto.» si affrettò ad aggiungere Misty, desiderando di non aver mai aperto bocca «Non dirlo neppure agli altri. Neppure a Drew. Per favore.»
La ragazzina scosse la testa, senza capire. «Perché non dovrei? Cosa– »
«Ash non vuole che gli altri si accorgano che non è forte come vorrebbe.» la interruppe Misty, serrando le dita attorno al rametto di biancospino. Alcuni fiori bianchi si staccarono e caddero a terra. «La sua gamba non è mai tornata completamente a posto. Capita ancora che gli faccia male, soprattutto quando camminiamo per parecchio tempo, ed è per questo che chiedo così spesso di fermarci. Perché lui non vuole farlo.»
Vera la guardava, gli occhi azzurri ancora più grandi e ancora più spalancati.
«Non dirlo a nessuno.» ripeté Misty «Per favore. Soprattutto non a lui. So che è stupido, so perfettamente che è stupido, ma Ash non vuole che si sappia.»
Vera annuì. «Sì, so com’è Ash.» disse. Poi scosse lentamente la testa. «Ma davvero non ha mai smesso di fargli male? Non lo immaginavo neppure!»
«Lo so.» sospirò Misty. Si ravviò i capelli all’indietro con la mano; il vento glieli aveva fatti volare davanti al viso. «Dice di essercisi preso un calcio, ma credo che in realtà siano stati molto più di uno. Comunque no, non penso che dovrebbe farsi vedere da un dottore. Tu non gli dirai niente, vero?»
«No, non glielo dirò.» si affrettò a rispondere Vera «Non lo dirò neppure a Drew.»
Misty annuì, e per un po’ rimasero in silenzio entrambe. Il vento riprese a soffiare.
«Pensi davvero che volessero i documenti del Team Rocket…?» domandò poi Vera, con un filo di voce. Misty annuì cupamente.
«Sì, ho paura di sì.»
«Uno di loro l’avevo già visto.» ricordò la ragazzina. E di colpo le venne in mente dove. «Nella… nella base del Team Rocket, al Monte Luna. Quando sono andata con Drew e Jessie a cercare quei fascicoli. Oddio, era veramente lui! Come ho fatto a non accorgermene?»
«Sì, sono del Team Rocket.» sospirò Misty «Non so perché non abbiano le R sui vestiti, ma sono loro. Uno di loro aveva una cicatrice sulla faccia. L’avevo già incontrato a Forestopoli.»
Tacquero entrambe di nuovo. Stavolta il silenzio fu più lungo, e Misty tornò a voltarsi verso la strada. Ormai era quasi buio, e l’ingresso al parcheggio sotterraneo era un rettangolo scuro. Se anche uno degli uomini in nero fosse stato ancora lì, difficilmente sarebbe riuscita a vederlo.
Sospirò. Di colpo ebbe voglia di tornare da Ash.
Voltarsi e spalancare gli occhi fu tutt’uno.
«Vera ATTENTA!»
Lei ebbe appena il tempo di compiere un mezzo giro su se stessa, con un grido più di sorpresa che di paura effettiva. Poi, la mazza da baseball impugnata dall’uomo alle sue spalle si abbatté sulla sua testa, colpendola sul lato sinistro della fronte.
Vera rimase in piedi per qualche istante, sbattendo le palpebre, mentre un rivolo di sangue le colava dalla tempia. Poi cadde lunga distesa, finendo con il viso contro il terreno.
«Vera!»
Misty non ebbe il tempo di chinarsi a controllare come stava. L’uomo in nero buttò a terra la mazza da baseball e la afferrò per le spalle, rivoltandola in modo da poterle bloccare i polsi dietro la schiena; e la spinse con violenza contro la staccionata. Cercò inutilmente di liberarsi.
«AIUTO! QUALCUNO MI AIUTI!»
«Sta’ zitta, troia!» ruggì l’uomo. Tentò di tapparle la bocca, ma per farlo dovette tenerle i polsi con una sola mano e Misty si divincolò con forza, riuscendo a scrollarsi di dosso la sua stretta.
Cadde fra i biancospini. Atterrò graffiandosi le braccia e le gambe, ma non si fermò certo a controllare i danni. Si rimise in piedi e scavalcò la staccionata, tanto in fretta che solo per miracolo non cadde a faccia in giù sull’asfalto. Riuscì appena in tempo ad aggrapparsi ad una delle travi orizzontali che componevano la recinzione, ma cadde comunque male, storcendosi la caviglia destra.
Si rialzò ignorando il dolore, e ringraziando che non ci fosse Ash al suo posto, un attimo prima che l’uomo in nero si sporgesse verso la strada e potesse afferrarla di nuovo.
Mentre correva si voltò indietro. Vide Vera ancora a terra; non si era mossa di un millimetro da prima. Poi vide l’uomo scavalcare a sua volta la staccionata e si dimenticò di lei. Si sforzò disperatamente di accelerare, e appena in tempo si rese conto che le gambe la stavano portando verso il parcheggio. L’ultimo posto sulla terra dove intendeva rimettere piede.
Cambiò direzione, ma si rese conto che era proprio nel parcheggio che sarebbe dovuta andare a finire. Perché un altro degli uomini era sbucato da chissà dove e le tagliava la strada.
Si infilò nell’entrata del parcheggio. Una fitta di dolore acuto le attraversò la caviglia e per poco non le fece perdere l’equilibro. Tese le mani in avanti per prevenire una caduta e riuscì a recuperarlo, riprendendo a correre. Nel parcheggio era quasi completamente buio.
Quando si voltò di nuovo indietro li vide spaventosamente vicini, ma comunque più distanti di quanto non avesse immaginato. Se si fosse fermata anche per un solo istante le sarebbero comunque stati addosso prima che riuscisse anche solo a pensare di mettersi a correre di nuovo.
Non seppe da dove provenisse la prontezza di riflessi che le permise di cambiare fulmineamente direzione, in un angolo quasi retto, quando una terza sagoma scura le si parò davanti. Era l’uomo con la cicatrice. Misty corse fra le file di veicoli parcheggiati, e stava già iniziando a pensare che sarebbe riuscita a raggiungere l’altra uscita quando la suola di una delle sue scarpe da ginnastica sbatté contro qualcosa, forse un’irregolarità dell’asfalto, bloccandola a metà passo e catapultandola in avanti.
Cadde in avanti scorticandosi i palmi delle mani e le ginocchia che già le bruciavano. Rapidamente rotolò sulla schiena, appena in tempo perché uno degli uomini che si era scagliato verso di lei convinto di averla già in pugno finisse invece a sbattere la faccia sull’asfalto. Gli altri due erano rimasti indietro. Potevano essere veloci, ma erano talmente massicci che faticavano a seguirla negli stretti passaggi fra le auto.
L’uomo a terra riuscì ad afferrarla per una caviglia, ringhiando e dandole della troia, mentre si rimetteva in piedi aggrappandosi al cofano di un’auto. Lo scalciò via.
Le ombre, scure ed intense come macchie di colore ad olio, potevano aver giocato a favore dei tre agenti Rocket – al diavolo, perché non chiamarli con il loro nome…? – quando avevano colto di sorpresa Ash, che non poteva aspettarsi di trovare non uno ma ben tre avversari; ora, forse, poteva sfruttarle lei a proprio vantaggio.
Non poteva raggiungere nessuna delle due uscite, ma li aveva distanziati sufficientemente. Si insinuò nello stretto passaggio fra due auto ed andò ancora oltre, dove la luce era più lontana e le ombre erano più fitte. Corse ancora per qualche metro, china in avanti, nascondendosi dietro le auto in sosta. Poi si fermò, acquattandosi fra un’auto rossa ed un furgone, a riprendere fiato con il cuore che le batteva così forte da temere che potesse esploderle nel petto.
Rimase nascosta nel buio, tremando, ascoltando le voci furenti dei tre uomini.
«Dove diamine si è cacciata?!»
«L’avevi in pugno, idiota! Come hai fatto a fartela scappare?!»
Lentamente, cercando di fare meno rumore possibile, si piegò e strisciò sotto al furgone. E non si meravigliò affatto di rendersi conto, quando infine riuscì ad infilarsi completamente nell’angusto spazio fra l’asfalto ed il veicolo, che aveva le guance rigate di lacrime.
«Non può essere uscita. Deve essere da qualche parte qua dentro.»
«Dovrà venire fuori prima o poi.»
Più vicini. Non riusciva a vederli e questo la spaventava molto di più che sapere con certezza di averli alle calcagna. Se non erano da nessuna parte potevano essere ovunque.
«Non può essere troppo lontana.»
Sussultò quando vide un paio di stivali di cuoio comparire nella striscia di debole luce che riusciva a vedere davanti a sé. Stivali come quelli che calzava Attila quando l’aveva presa a calci
(se ti dico di saltare tu cosa rispondi?)
facendole desiderare di perdere conoscenza o di morire, qualunque cosa, purché la smettesse.
Chiuse gli occhi con forza e si coprì la testa con le braccia, rimanendo sdraiata nel buio, tremando in tutto il corpo.
Li sentì allontanarsi di nuovo. Per qualche minuto ancora sentì le loro voci ed i loro ringhi di rabbia, sentì uno di loro sferrare un calcio ad una delle auto; minuti in cui riuscì a non mettersi a gridare solo affondando i denti nel labbro inferiore con tanta forza da farlo quasi sanguinare e obbligandosi a tenere la mente focalizzata sull’immagine di Ash, Ash che l’aveva sentita gridare mentre cercava di liberarsi in cortile, Ash che veniva a salvarla, Ash che veniva a salvarla…
(Ash non sta venendo a salvarti, Ash è al pokemon center, idiota, nemmeno sa che sei qui, ed è un bene che non lo sappia, pensa a cosa gli hanno fatto prima)
Poi non sentì più niente. Per dieci minuti buoni rimase ancora nascosta sotto al furgone, certa che si fossero appostati da qualche parte, aspettando solo che mettesse fuori la testa per avventarsi su di lei. Rimase in silenzio, in ascolto, e quando ancora non sentì niente si arrischiò a togliersi le braccia da sopra la testa e a strisciare verso la riga di luce. Si sporse appena.
Non c’era nessuno.
Cautamente uscì da sotto il furgone e si rimise in piedi sulle gambe che le tremavano tanto da pensare che non l’avrebbero retta.
Stava quasi per convincersi di avercela fatta.
«ECCOLA!»
Si voltò in tempo per vedere i tre agenti Rocket piombarle addosso ognuno da una diversa direzione. E tutto quello che poté fare fu appiattirsi contro la parete metallica del furgone.
Le furono addosso quasi contemporaneamente. Provò ancora a lottare per liberarsi, sapendo ormai che sarebbe stato perfettamente inutile; erano in tre, tutti e tre superavano quasi sicuramente il metro e novanta di statura ed i cento chili di peso, e lei era solo una ragazzina.
Tutto quello che riuscì a fare fu mollare un calcio in uno stinco ad uno dei tre, e graffiare con le unghie la faccia dell’uomo con la cicatrice, lasciando profondi solchi scarlatti sulla guancia non attraversata dal segno della vecchia ferita.
Uno dei tre le premette qualcosa sulla bocca, qualcosa che poteva essere un fazzoletto. Riconobbe l’odore del cloroformio.
Poi non sentì nient’altro.
CONTINUA...