BREAK MY FALL

II.

Raggiunsero Hawthorn City attorno alle quattro del pomeriggio.

Hawthorn non era una città grande, non vi era neppure una palestra di pokemon; Misty però insistette perché si fermassero comunque e passassero la notte nel piccolo pokemon center anziché di nuovo all’aperto. Ash ovviamente aveva capito benissimo che lo stava facendo solo per consentire a lui di riposarsi e non aveva protestato, visto che la prospettiva di passare la notte in un letto vero e non nel sacco a pelo non gli faceva certo schifo, anzi.

L’infermiera Joy li accolse come al solito con un sorriso ed indicò loro le loro stanze, ignorando completamente Brock che come sempre si era praticamente inginocchiato ai suoi piedi pronto a giurarle amore eterno. Fortuna che si riprendesse in fretta dalle delusioni d’amore, si disse Vera fra sé e sé e non riuscì a trattenere un sorrisetto.

Misty entrò nella stanza ed appoggiò distrattamente lo zaino per terra ai piedi di uno dei letti mentre Ash entrava dietro di lei. Erano soli, poiché le stanze erano da quattro e Vera e Drew avevano acconsentito a dividere la loro con Brock e Max.

Sorrise guardando Ash che raggiungeva il letto e ci si buttava sopra come se non ne vedesse uno da mesi. Lui si stese sulla schiena, intrecciando le dita dietro la testa, e contemplò con scarso interesse le doghe di legno della rete che reggeva il letto superiore prima di chiudere gli occhi per qualche istante. Quando li riaprì, sopra di lui c’era il viso di Misty.

Non l’aveva sentita avvicinarsi. Si era chinata appena, appoggiando le mani alle ginocchia, e lo guardava con i capelli che le cadevano in avanti. Vicino alla staccionata che circondava il cortile del pokemon center crescevano cespugli di biancospino ed in quella stagione erano in fiore. Misty ne aveva strappato un rametto e se l’era infilato fra i capelli, sopra l’orecchio destro. I minuscoli fiori bianchi risaltavano contro il colore acceso della sua chioma in un grazioso contrasto e improvvisamente Ash ebbe voglia di baciarla.

«Come va?» gli chiese Misty gentilmente «La gamba ti fa male?»

«No, non molto.» rispose, ed era vero. Non era completamente a posto – non lo sarebbe stata mai, probabilmente – ma una volta tanto il dolore non si era acuito più di tanto ed era rimasto sopportabile. «Non più di prima, almeno.»

Misty sorrise appena e gli appoggiò la mano sul polpaccio, facendola scivolare fino alla caviglia in un lento massaggio attraverso la stoffa dei jeans. L’aveva già fatto prima, qualche volta. Non che sapesse davvero cosa stava facendo; ma era piacevole, ed in ogni caso Ash avrebbe giurato che funzionasse, almeno un po’.

«Meglio?» domandò e lui annuì, richiudendo gli occhi.

«Continua.»

Annuì, continuando a far scorrere lentamente le dita lungo la sua gamba, in qualcosa a metà fra un massaggio vero e proprio ed una carezza. «Sicuro di non volermi dire che cosa hai sognato?» gli chiese poi, e lui riaprì gli occhi per guardarla.

«Ti ho detto che non mi ricordo.»

«Sì, ti ho sentito.» la mano della ragazza si fermò a metà strada fra il ginocchio e la caviglia «E credevo che tu avessi sentito me quando ti ho detto che ti conosco troppo bene per crederti quando dici una bugia. Hai uno sguardo diverso, sai?»

Non le rispose. Misty sospirò e si sedette sul letto vicino a lui. Si ravviò i capelli all’indietro con la mano ed il rametto di fiori bianchi le cadde sulla spalla. Ash tese la mano e lo prese, per poi tenerlo fra le dita.

«È biancospino.» disse Misty, appoggiando la mano sulla sua e chiudendovela attorno «Ho letto da qualche parte che simboleggia la speranza.»

«Appropriato.» si lasciò sfuggire Ash, e lei ritirò la mano e lo guardò, aggrottando le sopracciglia.

«Appropriato per cosa?»

«Dicevo tanto per dire.» sbuffò il ragazzo. Misty continuò a guardarlo in quel modo, come se fosse decisa a fargli sputar fuori le parole con la forza dello sguardo. E la cosa peggiore era che probabilmente ci sarebbe riuscita, così afferrò il cuscino e se lo schiacciò sulla faccia, desiderando di non aver mai detto nulla.

«Lascia perdere.» borbottò; e poi: «Sono stanco.»

Misty gli tolse il cuscino dalle mani e quando lui cercò di riprenderselo lo lanciò sul pavimento.

«Io non lascio perdere un bel niente, e poi che cavolo di scusa sarebbe che sei stanco? Mica ti devi alzare per raccontarmi il sogno.»

Ash roteò gli occhi.

«Mi fa male la gamba.»

«Mi hai appena detto di no.» ribatté lei, incrociando le braccia «La gamba ti fa male solo quando ti fa comodo, e poi neanche questa è una scusa! Ti ho chiesto di raccontarmi uno stupido incubo, non di correre la maratona.»

«Ma se ti ho detto che non mi ricordo!» esclamò Ash, domandandosi per quanto ancora sarebbe dovuta andare avanti «E restituiscimi il cuscino.»

Lei si alzò e lo raccolse, non per ridarglielo bensì per nasconderselo dietro la schiena, lontano dalla sua portata.

«E va bene.» disse «E allora dirò a tutto il mondo che sei un fifone e che te la fai sotto per uno stupido sogno e– »

Non riuscì a continuare, perché Ash la afferrò per la vita e la tirò a sé fino a farle appoggiare le labbra sulle sue.

«Era l’unico modo per farti stare zitta.» le disse poi, con un sorrisetto, mentre lei si puntellava con le mani al materasso per non cadergli addosso.

«Sei sleale.» protestò, con le guance più rosse dei suoi capelli. Ash la guardò incredulo.

«Io, eh? Non so tu, ma io quello che stavi facendo lo chiamerei ricatto.»

Lei gli lanciò il cuscino in faccia e si rialzò, arrabbiata. «E va bene, fa’ come ti pare, non mi importa.» borbottò, sebbene sapessero entrambi che in realtà le importava eccome. Raggiunse la finestra senza più degnarlo di un’occhiata e si appoggiò al davanzale, contemplando senza troppo interesse il panorama.

Il rametto di biancospino era per terra ai piedi del letto. Ash lo raccolse e lo fece rigirare fra le dita, piano. Alcuni fiorellini bianchi si staccarono e caddero sui listelli bruni del parquet come neve.

Speranza.

Ne aveva bisogno.

Aveva visto una donna, nel suo sogno. Una donna dai lunghi capelli rosso rame, raccolti in una treccia che terminava all’altezza della vita, trattenuta da un nastro color verde mare. Aveva visto anche che alcune ciocche sfuggivano alla disordinata acconciatura, e le ricadevano sulla fronte e attorno al viso; e non era strano che in un sogno si notassero simili particolari? Ash aveva visto persino lo sguardo che aveva negli occhi, così malinconico, come se quella che aveva intorno fosse solo finzione e la realtà fosse ben diversa.

La donna camminava lentamente su e giù per la stanza, cantando a bassa voce una ninna nanna al fagotto che teneva fra le braccia. Avvicinandosi Ash aveva visto che si trattava di una bambina di uno o due anni. Si era aspettato che la donna lo vedesse, e magari si spaventasse e stringesse al petto la piccola, ma era come se lui non fosse veramente lì. Le era arrivato così vicino da poterla toccare e la donna continuava a non vederlo e a cullare la bambina.

La piccola invece aveva alzato la testa ed aveva teso una manina verso di lui, come se l’avesse non solo visto, ma anche riconosciuto. La donna aveva seguito lo sguardo della bimba, incuriosita, e per un istante lei e Ash si erano guardati direttamente negli occhi, ma la donna non stava guardando veramente lui. Gli stava guardando attraverso. Non lo vedeva.

Ash aveva guardato di nuovo la bambina ed aveva provato una stretta al cuore nel riconoscere gli occhi che guardavano lui dal visetto minuscolo. Verdi, di quella sfumatura unica che non aveva mai visto in nessun’altra. Ed i capelli erano rossi, corte ciocche di una tonalità leggermente più accesa di quella della donna; il colore di un cielo al tramonto. Era Misty.

La donna aveva sistemato la figlia – perché sì, quella donna non poteva essere altro che sua madre, nonostante Ash non l’avesse mai vista neppure in fotografia – fra le soffici coperte di una culla di legno bianco, continuando a cantare sommessamente la sua ninna nanna. Ed era stato a quel punto che il sogno, che fino a quel momento era stato solo vagamente inquietante, era diventato un incubo.

Piccole macchie scarlatte avevano macchiato le lenzuola, cadendo dal volto della donna come lacrime. La bambina aveva cominciato a piangere.

Ash si alzò in piedi di scatto, lasciando cadere a terra quasi con rabbia il rametto di biancospino. Le gocce di sangue sulle lenzuola bianche. Si sforzò di mantenere a fuoco quell’immagine, perché non voleva rivedere il resto, quello che veniva dopo. Perché se avesse smesso di guardare le gocce di sangue, avrebbe dovuto vedere la pozza scura ai piedi della culla. Avrebbe dovuto vedere il letto d’ospedale, e Misty.

La sua Misty, la Misty di adesso. Non la bambina.

Ma quello era soltanto un sogno, giusto? Misty stava bene ed era in piedi davanti alla finestra, a guardare ostentatamente nel vuoto con l’aria di trovarlo interessante, ad aspettare che andasse a chiederle scusa. Così sospirò e la raggiunse, e si appoggiò al davanzale vicino a lei.

«D’accordo, me lo ricordo il sogno.» ammise e lei si voltò a guardarlo «Però non mi va di parlarne, quindi smetti di chiedermelo, d’accordo?»

Lei scosse la testa. «Perché?» volle sapere.

«Beh, perché…» iniziò Ash, ma si rese conto di non sapere come continuare.

Perché parlarne lo renderebbe ancora più vero.

Perché non voglio rivederlo di nuovo, non voglio andare oltre le gocce di sangue.

«Perché era solo un sogno.» concluse, e quando lei lo guardò dubbiosa si sforzò di risponderle con un sorriso «Era un sogno, tutto qui, e non mi va di parlarne ora che è finito. Okay?»

«Okay.» rispose Misty, poco convinta. Aprì la finestra, e l’odore dei biancospini che crescevano anche nel minuscolo cortile sul retro invase la stanza. Alcuni dei rami carichi di fiori bianchi arrivavano così vicino a loro che sarebbe bastato sporgersi un po’ per coglierne qualcuno.

«Sono belli.» disse Misty in tono vagamente sognante, offrendo il viso al vento leggero che le fece volare i capelli oltre le spalle. Lui annuì, ma non stava guardando i biancospini.

Per un attimo aveva scorto la sagoma di un uomo, oltre la staccionata. Là riusciva a vedere l’ingresso di quello che doveva essere un parcheggio sotterraneo o qualcosa del genere, ed era là che l’uomo era scomparso non appena i suoi occhi avevano incrociato per un istante quelli del ragazzo. Ora non vedeva altro che ombra.

Forse era solo paranoia, forse l’uomo che aveva visto era un semplice passante. Ma gli era parso che ci fosse qualcosa di sospetto nel suo atteggiamento, o nei grossi occhiali scuri che gli nascondevano buona parte del viso. O negli abiti neri dalla testa ai piedi.

Per un istante pensò addirittura al Team Rocket, a Hun e Attila e tutti gli altri, ma sarebbe stato impossibile non notare la grande R rossa sul petto delle divise di quegli agenti.

Non si accorse che Misty lo guardava fino a che non sentì la sua voce chiamarlo, progressivamente più preoccupata, come se stesse ripetendo il suo nome già da un bel pezzo.

«Ash? Tutto bene…?»

«Ma sì, tutto bene.» le rispose, ma la guardò solo per un istante, per poi tornare ad osservare il passaggio che conduceva al parcheggio sotterraneo. Non c’era nessuno. Paranoia, pensò.

«Tutto bene.» ripeté, tornando a voltarsi verso Misty. Riuscì anche a sorriderle. «Stavo pensando.»

«Sembravi uno che ha visto un fantasma.» sbuffò lei, quasi come se lo stesse rimproverando; e lui non riuscì ad impedirsi di pensare che in un certo senso aveva ragione, che aveva davvero visto un fantasma. Forse non il fantasma di una persona, ma il fantasma dell’incubo a cui erano scampati per chissà quale miracolo.

«Andiamo a cercare gli altri, d’accordo?» le disse, e lei annuì. Mentre lo seguiva verso la porta si ritrovò a pensare che se prima l’aveva tirata a sé per baciarla non era solo per farla stare zitta, ma perché non sopportava di sentirsi dire che era un fifone neppure quando era soltanto uno scherzo.

Raggiunse la porta prima di lui. Ash camminava lentamente, forse per non zoppicare.

Misty gli prese la mano.

 

*

 

Trovarono tutti gli altri nella hall, dopo aver constatato che nella stanza attigua alla loro non c’era nessuno. Vera era sul divano e gli altri le stavano intorno, a parte Drew, che era seduto al suo fianco e le circondava le spalle con un braccio.

«Che succede?» volle sapere Ash, precedendo Misty. Ora che aveva affrettato il passo zoppicava un pochino, Misty se ne accorse; ma si fermò prima che potesse notarlo chiunque altro.

Max si voltò a guardarlo sbuffando.

«Vera dice di aver visto un tizio strano in giardino.» lo informò, con il tono che avrebbe potuto usare se la sorella maggiore avesse sostenuto di aver visto un’automobile librarsi in volo sopra al tetto del pokemon center. Si stupì quando Ash parve prendere le sue parole molto più sul serio di quello che aveva creduto.

«Non era in giardino.» precisò Vera, offesa «Io ero in giardino. Lui era fuori, al di là della staccionata.»

«Che aspetto aveva?» domandò Ash, battendo sul tempo Max che stava per iniziare a dire qualcosa di indubbiamente poco carino, e che per dimostrarlo alzò gli occhi al cielo. Vera guardò l’amico con gratitudine.

«Era vestito di nero.» disse, e quasi inconsciamente Ash serrò la mano a pugno fino a farsi male. Se ne accorse solo Misty. «E aveva un paio di occhiali da sole. L’ho visto una volta quando siamo arrivati, e all’inizio non ci ho neanche fatto caso, perché stava semplicemente camminando lungo la strada, anche se mi ha guardata e… non so, mi ha fatto venire i brividi, anche se non gli ho visto gli occhi per via degli occhiali da sole. Ho anche pensato che mi pareva di averlo già visto, ma poi mi sono detta che magari me l’ero immaginato. Solo che poi quando sono tornata in giardino l’ho visto passare di nuovo. Era come se mi stesse tenendo d’occhio, o stesse tenendo d’occhio tutto il pokemon center. Quando si è accorto che lo stavo guardando se n’è andato di fretta.»

«Eri sola?» indagò Ash.

Vera annuì. «Volevo raccogliere dei fiori.» disse, e infatti Ash vide che teneva in mano alcuni rametti fioriti in un mazzetto disordinato, bianchi e delicati come quello che Misty si era messa fra i capelli.

È biancospino… ho letto da qualche parte che simboleggia la speranza.

«Non ti ha fatto del male, vero?» domando a Vera e lei scosse immediatamente la testa.

«No, te l’ho detto. Mi ha vista e se n’è andato. Mi ha solo spaventata un po’… cioè, era strano, sembrava qualcosa tipo una spia, come nei film d’azione. Scusa, era una stupidaggine.»

Aveva cercato di dirlo con una risatina, come se Max avesse avuto ragione a liquidare le sue parole come pure assurdità; ma lo sguardo che aveva negli occhi rimase lo stesso, turbato se non proprio spaventato, nonostante il sorriso.

Misty richiamò la sua attenzione appoggiandogli la mano su un braccio. «Tutto bene?» gli domandò in un sussurro, quando si voltò a guardarla «Ti ho visto fare una faccia strana. Che succede?»

Per un istante fu tentato di mentirle di nuovo. Era il suo modo di proteggerla; Misty poteva proteggere lui – o almeno provarci – ricoprendolo di attenzioni, lui invece aveva un altro modo per farlo, ed era tacere, tenerla lontana da tutto quello che poteva farle male. O da quello che poteva spaventarla, anche se con il passare del tempo si rendeva conto ogni giorno di più di quanto fosse ridicolo, perché la verità era che Misty era forte. Forse più di lui.

Schiuse le labbra, pronto a risponderle Niente, e poi si bloccò.

«È che ho visto anch’io un tizio simile a quello che ha visto Vera.» le rispose invece e poi tentò di sorriderle, come se davvero fossero state solo assurdità. Paranoia, come già aveva pensato prima, quando aveva visto l’uomo vestito di nero svanire nel passaggio. «Non ti preoccupare, magari era soltanto un passante.»

«Non sono preoccupata.» disse Misty «Anche se mi pare che tu lo sia.»

«Ma no, perché dovrei esserlo?» ribatté, e ignorò ostentatamente lo sguardo di lei, lo stesso che aveva negli occhi quando gli aveva detto che non aveva senso che le mentisse, perché riusciva ad accorgersene.

In quel momento Vera rise, una risata forzata e falsa come il sorriso di poco prima.

«Sì, dai, magari era solo un passante.» disse. La voce le tremava un pochino, e dal tono pareva che stesse cercando di convincere se stessa, prima degli altri. Sollevò uno dei rametti di biancospino e lo osservò assorta, fino a che Drew non chiuse la mano sulla sua.

«È tutto a posto.» le disse, quando lei si voltò a guardarlo «Non ti farà male.»

«Lo so.» rispose lentamente la ragazzina «È che… avresti dovuto vedere il modo in cui mi ha guardata. Avreste dovuto vederlo tutti.»

Ash annuì senza nemmeno rendersene conto. Aveva visto l’uomo in nero solo per un istante ed aveva incrociato il suo sguardo per ancora meno, senza contare gli occhiali da sole. Eppure, quella visione lo inquietava ancora di più del suo incubo.

Per terra vicino a piedi di Vera c’era un rametto di fiori bianchi, che doveva essere caduto dal mazzo che teneva in mano.

Speranza, pensò Ash guardandolo.

E ripensò a Misty che gli diceva di aver letto da qualche parte il significato di quel fiore. E poi pensò a Misty così come l’aveva vista in sogno, pensò al letto d’ospedale, al sangue.

Drew tolse gentilmente il mazzo di fiori di mano a Vera, che lo stava stringendo al punto che la mano le tremava, probabilmente senza rendersene conto. Alcuni fiorellini bianchi le caddero sulle ginocchia. Uno solo raggiunse il pavimento. Speranza. Così gli aveva detto Misty.

Eppure non ci credeva neanche un po’.

 

*

 

Le gocce di sangue. Le gocce di sangue che cadevano lentamente sulle lenzuola bianche, come pioggia. Come lacrime.

Si stava sforzando di tenere a fuoco quell’immagine, di non andare oltre. Eppure sapeva già che non ci sarebbe riuscito, perché ora sarebbe arrivato il momento in cui avrebbe sentito il pianto della bambina, e poi il momento in cui, guardando giù, avrebbe visto la pozza rosso scuro che si allargava sul pavimento, ai piedi della culla, raggiungendo le punte delle sue scarpe da ginnastica e macchiandole di rosso.

Si fermò, chiuse gli occhi per un istante e poi li riaprì.

Davanti a lui c’era il passaggio che conduceva al parcheggio sotterraneo, o qualunque altra cosa fosse. Ash si guardò intorno nervosamente, ma non c’era nessuno. Solo asfalto e qualche corolla bianca che il vento aveva portato fin lì.

Si infilò nel passaggio camminando lentamente, una volta tanto non per il dolore alla gamba. Era veramente un parcheggio, un’area asfaltata che si estendeva per almeno sessanta metri sia in lunghezza che in larghezza. Non vi erano parcheggiati più di una trentina di veicoli, ma le zone d’ombra erano sufficienti a nascondere ben più di una sola persona.

«C’è qualcuno?» si arrischiò a chiamare, con le mani a coppa attorno alla bocca. Ovviamente non ricevette risposta, ma un’auto imboccò il passaggio proprio in quel momento ed anche se non rischio di investirlo il rombo improvviso del motore gli fece schizzare il cuore in gola.

Si appiattì contro la parete di cemento, mentre il guidatore lo oltrepassava probabilmente senza neppure vederlo. E lasciò andare l’aria che senza neppure accorgersene aveva trattenuto.

Azzardò qualche altro passo, addentrandosi fra le file di veicoli, mentre ad una ventina di metri da lui l’auto si fermava e ne scendevano un uomo biondo e alto ed una ragazza. Ash attese che se ne andassero, poi si guardò intorno di nuovo. Come prima, non vide nessuno.

«C’è qualcuno?» ripeté, iniziando a sentirsi stupido. La sua voce riecheggiò nel locale sotterraneo senza che ci fosse alcuna risposta. Era quasi completamente buio, le uniche fonti di luce erano l’ingresso che si era lasciato alle spalle ed uno sul lato opposto, da cui lo raggiungeva la luce scarsa della sera che iniziava a calare.

Si incamminò fra due file di veicoli. Lì le ombre erano ancora più intense, scure e dense come se fossero state dipinte da tratti di pennello intinto nella pittura nera. Chiunque vi si sarebbe potuto nascondere, soprattutto se indossava abiti scuri. Nascondersi, e magari schizzare fuori all’improvviso per piantargli un coltello nella schiena.

Di colpo rimpianse di aver lasciato le proprie pokeball al pokemon center.

L’aria era più fredda che fuori, ed un brivido improvviso gli corse lungo la spina dorsale, spingendolo a stringersi le braccia attorno al corpo. E per l’ennesima volta, si ritrovò a pensare al suo sogno.

Le gocce di sangue sulle lenzuola. Minuscole macchie scarlatte e perfettamente circolari. In sogno aveva abbassato lo sguardo ed aveva visto la pozza sul pavimento di piastrelle bianche, scura e densa. Quando era tornato ad alzare gli occhi, la donna e la piccola non c’erano più. Davanti a lui c’era Misty, la sua Misty di quindici anni, ed era distesa fra le lenzuola candide di un letto d’ospedale.

L’aveva osservata incredulo, aveva visto il volto innaturalmente pallido, le ciglia abbassate a celare i suoi splendidi occhi verdi, i capelli sparsi sul cuscino. Sopra la sua testa era sospeso un sacchetto trasparente pieno di liquido chiaro e da lì un tubicino sottile le raggiungeva il braccio, abbandonato ed inerte sulle lenzuola. Vicino al suo letto, un macchinario monitorava incessantemente il battito del suo cuore, disegnandolo in regolari onde verdastre ed incomprensibili su uno schermo nero. Ne aveva sentito il suono monotono ed insistente, un bip acuto e regolare che gli si era insinuato nella mente, al punto che gli era parso di sentirlo anche al risveglio, anche dopo aver aperto gli occhi ed essersi ritrovato a guardare in quelli di Misty.

In sogno aveva provato a raggiungerla. Eppure qualcosa gliel’aveva impedito, adesso non ricordava più bene che cosa. Sapeva di aver abbassato lo sguardo di nuovo e di aver visto grosse gocce di sangue cadere sulle punte bianche delle sue scarpe da ginnastica, già macchiate di rosso. Si era premuto le mani sullo stomaco, e quando le aveva portate davanti agli occhi aveva visto i palmi rossi di sangue.

Ricordava di essere caduto, poi, e di aver provato ad arrancare verso Misty, perché di colpo sapeva di non poter fare altro, sapeva che c’era un’ombra nera china sul letto d’ospedale, un’ombra pronta a farle del male. E alzando gli occhi l’aveva vista davvero, ai piedi del letto. Aveva in mano un cuscino.

Quando aveva guardato di nuovo Misty l’aveva vista per terra, sull’asfalto. Una macchia scura si andava allargando vicino al suo corpo e la pioggia la lavava via. Era stato allora che lei l’aveva svegliato.

Scosse la testa con forza, nell’ennesimo tentativo di scacciare quelle immagini. Nel parcheggio non c’era nessuno. Solo ombre, e la sua immaginazione un po’ troppo fervida.

Stava per rinunciare e tornare indietro, quando da qualche parte alle sue spalle giunse una serie di attutiti tonfi metallici, come se qualcuno avesse colpito con il piede una lattina di bibita facendola rotolare lontano.

Si voltò di scatto, in tempo per scorgere una sagoma che svaniva rapidamente nella penombra.

Senza neppure pensare la inseguì.

«Aspetta! Fermati! Chi diavolo sei?»

La sagoma scura non si fermò, e Ash la seguì fra le file di auto parcheggiate fino a che non si rese conto di non riuscire più a vederla. Si fermò e si guardò intorno di nuovo.

Vide l’uomo in nero accovacciarsi dietro il cofano di un’auto, e chinarsi a sussurrare in quella che gli parve una ricetrasmittente. Questa volta non corse. Si avvicinò adagio, e riuscì ad afferrare uno spezzone di frase prima che l’uomo si accorgesse di lui.

«…accorto della nostra presenza. Dobbiamo passare alla seconda parte del piano?»

Gli si avventò addosso schiacciandolo contro l’asfalto, riuscendoci probabilmente solo avendolo colto di sorpresa, dato che l’uomo lo superava di parecchio sia in altezza che in corporatura. La ricetrasmittente gli cadde di mano.

«Chi diavolo sei?!» ripeté Ash, tenendolo inchiodato a terra «Perché ci stai spiando?!»

«Va’ al diavolo.» ringhiò l’uomo per tutta risposta e se lo scrollò di dosso senza troppa difficoltà, facendolo cadere dolorosamente sulla schiena. Un attimo dopo stava fuggendo di nuovo, ed Ash impiegò qualche istante di troppo a rialzarsi. Quando fu in piedi non riusciva più a vederlo.

Fu l’uomo in nero a vedere lui e lo afferrò per le spalle, mandandolo a sbattere contro una delle colonne che sostenevano il soffitto della struttura. L’urto fu doloroso e violento e l’aria sfuggì dai polmoni del ragazzo in una soffocata esclamazione di dolore.

Non esitò neppure per un istante. Gli sferrò una ginocchiata che lo colpì dritto all’inguine e l’uomo lanciò un grido e allentò la presa, quel tanto che bastava a permettergli di liberarsi di lui con uno spintone. Corse quasi alla cieca verso l’uscita, ignorando il dolore che stava iniziando a pulsargli nella gamba destra.

Era quasi fuori quando si ritrovò la strada sbarrata da altri due uomini in nero. Registrò brevemente che uno dei due, che aveva metà del viso attraversata da una cicatrice, aveva un’aria vagamente familiare; ma un istante più tardi stava già correndo verso la direzione opposta, sentendo lo scalpiccio alle sue spalle farsi sempre più vicino.

Cinque mesi prima, forse sarebbe riuscito a seminarli ed a raggiungere l’altra uscita. Ora però si rese conto di non essere abbastanza veloce.

Non quanto lo era prima, non più. Per colpa di quella stupida gamba.

Si voltò indietro per vedere quanto vantaggio gli rimanesse ancora – scoprendoli spaventosamente vicini – e andò a sbattere contro il cofano di un’auto. Cadde malamente e quando provò a rialzarsi aggrappandosi alla macchina la sua gamba destra cedette, facendolo ricadere in ginocchio.

I due uomini in nero si fermarono a pochi passi da lui.

Non ebbe bisogno di voltarsi per sapere che dietro di lui c’era il terzo, quello che aveva sorpreso a parlare nella ricetrasmittente.

Provò di nuovo ad alzarsi in piedi e stavolta ci riuscì, ma il dolore era troppo forte perché potesse anche solo sperare di riuscire a correre. I due uomini ghignarono e si mossero verso di lui. Ash indietreggiò di un passo e bastò quello perché la sua gamba cedesse di nuovo. La caduta di poco prima era stata brutta, realizzò. Forse troppo.

L’ultima volta che la gamba gli aveva fatto così male era stato più di tre mesi prima.

Cercò comunque di indietreggiare, senza alzarsi da terra, fino a che non si ritrovò con la schiena contro il fianco di un’auto. I tre uomini lo accerchiavano.

Si spinse ancora di più contro l’auto, con il cuore che correva ad una velocità tripla al normale, stringendosi il polpaccio destro con la mano.

Uno degli uomini in nero, quello con la cicatrice sul viso, ghignò scoprendo i denti giallastri.

«Oh, poverino.» lo derise malignamente «Ti fa male la gamba? Ora non puoi più scappare…»

Lo dici tu, pensò Ash, ma evitò di dirlo, perché una parte di lui sapeva benissimo che aveva ragione.

«Chi… chi diavolo siete?» gracchiò, e la sua voce fu poco più che un bisbiglio tremante nel silenzio del parcheggio, molto più incerta di quanto non avesse desiderato.

«Non ti riguarda.» ghignò l’uomo «Però so che tu hai qualcosa che ci appartiene, moccioso.»

In quel momento un’altra auto si infilò nel parcheggio. I fari proiettarono coni di luce nella penombra ed il rombo del motore distrasse per un istante i tre uomini. Senza fermarsi a pensare neppure per un istante, Ash si rialzò scaricando il peso sulla gamba sana e riuscì ad arrampicarsi sul cofano dell’auto che aveva alle spalle. Rovinò miseramente sull’asfalto dall’altra parte; ma almeno ora avrebbe avuto la blanda protezione del veicolo parcheggiato, almeno per qualche istante.

E qualche istante gli sarebbe stato sufficiente. Doveva essergli sufficiente. Si rialzò aggrappandosi all’auto parcheggiata, affondandosi i denti nel labbro inferiore per resistere al dolore che non era più solo una pulsazione fastidiosa, ma un dolore vero e proprio, solo vagamente minore di quello che aveva sopportato durante la riabilitazione. Quando staccò le mani dal tettuccio della macchina credette che sarebbe caduto di nuovo.

Riuscì a rimanere in piedi, pallido e con la fronte imperlata di sudore. Troppo tardi si rese conto di non essere stato abbastanza veloce. I tre uomini in nero sbucarono dai due lati del veicolo, e lui si ritrovò in trappola di nuovo.

 

*

 

«Ash?»

Seppe che non lo avrebbe trovato lì prima ancora di schiudere la porta della stanza e trovarla silenziosa ed immersa nella penombra. Tuttavia infilò dentro la testa e cercò a tentoni l’interruttore, e solo quando la luce artificiale delle lampade disegnò con precisione i contorni degli oggetti attorno a lei si convinse che davvero non era lì.

D’accordo, e con quello aveva concluso i possibili posti in cui cercarlo. Aveva anche chiesto a Vera e lei si era stretta nelle spalle e le aveva risposto che non le pareva di averlo visto.

Con un sospiro, entrò ugualmente nella stanza, chiudendosi la porta alle spalle. Sul comò di fianco al letto di Ash c’era ancora il rametto di biancospino, ormai appassito. Qualcuno doveva averlo raccolto da terra. Quasi tutti i fiorellini superstiti si staccarono quando lo prese in mano. Abbandonati lì vicino c’erano lo zaino di Ash e le sue pokeball. Beh, se non altro non poteva essere andato lontano, si disse; ed abbozzò un sorrisetto che si spense pochi istanti dopo. Per qualche motivo, nonostante la ragione le dicesse che non aveva motivo di preoccuparsi, di colpo si sentiva inquieta più che mai.

Sospirò di nuovo e si lasciò cadere seduta sul letto, raccogliendo da terra il proprio zaino che aveva abbandonato lì chissà quando ed appoggiandoselo distrattamente sulle ginocchia. Senza sapere veramente che cosa stesse facendo, vi frugò all’interno fino a trovare quello che cercava.

Cinque mesi prima Ash le aveva regalato il suo cappello. Non l’aveva mai indossato, tranne quando era stato lui a sistemarglielo in testa in modo graziosamente storto, come aveva constatato quando poi aveva osservato la propria immagine allo specchio. Il motivo era così infantile che se ci pensava bene faceva ridere persino lei.

Aveva l’odore di Ash. Non voleva cancellarlo con il suo.

Ora però lo prese e lo indossò sistemandolo con attenzione sui capelli sciolti, che ora le arrivavano appena sotto le spalle. C’era uno specchio sulla parete e lei si alzò ed esaminò la propria immagine con attenzione, prima di constatare che in quel modo sembrava un po’ ridicola e scuotere la testa con un sorriso quasi invisibile.

Mentre tornava verso il letto per riporre il cappello nello zaino, casualmente lo sguardo le cadde sulla finestra. Avrebbe liquidato quella vista senza pensarci, se non avesse visto l’ingresso al parcheggio sotterraneo in cui, senza che lei lo immaginasse neppure lontanamente, in quel momento Ash si trovava in guai più che seri.

Di colpo le venne in mente qualcosa.

Ash guardava in quella direzione, quando aveva visto sul suo viso quell’espressione che le aveva fatto venire i brividi. E poi le aveva detto…

Si precipitò verso la finestra e la spalancò, sporgendosi fuori, senza accorgersi di starsi stringendo quasi convulsamente al petto il suo cappello.

Le aveva detto di aver visto un tizio simile a quello vestito da Vera.

Vera non aveva parlato di R rosse sugli indumenti dell’uomo vestito di nero. Non vi aveva accennato neppure lontanamente, e neanche Ash l’aveva fatto. Eppure il pensiero della ragazza andò al Team Rocket. All’organizzazione spietata che cinque mesi prima li aveva quasi uccisi.

Non vide Ash fuori dal pokemon center, né attorno all’ingresso nel parcheggio né altrove.

Eppure un istante più tardi aveva lanciato sul letto il suo cappello, e afferrato lo zaino stava correndo verso la porta, veloce quanto le gambe le permettevano.

 

*

 

Di nuovo, indietreggiò fino ad andare a sbattere la schiena contro uno degli sportelli della macchina. Stavolta era in piedi, ma non poteva sperare che cambiasse veramente le cose.

«Bel tentativo.» ghignò l’uomo con la cicatrice. Si tolse gli occhiali da sole e Ash vide i suoi occhi, di un azzurro chiaro e slavato, ma non fu tanto il colore ad impressionarlo quanto lo sguardo che aveva. Uno sguardo folle, lo sguardo di qualcuno che potrebbe uccidere una persona con la noncuranza di qualcuno che schiaccia una mosca.

Si addossò ancora di più all’auto. In un inutile tentativo, portò la mano alla cintura dei jeans; ma ricordò di colpo di aver lasciato in camera le sue pokeball.

L’uomo rise, buttando la testa all’indietro. «Che cosa vorresti fare, sentiamo…?»

«Che… che cosa volete?» riuscì a domandare, e la voce gli tremò così tanto che le parole risultarono quasi incomprensibili. Al diavolo. La gamba gli faceva male, però… però forse…

Non pensò. Semplicemente, si staccò dall’auto parcheggiata e si catapultò in avanti, verso il metro scarso di spazio fra l’uomo con la cicatrice ed uno dei sui compagni. Ma seppe di non avercela fatta prima ancora di sentire mani che lo afferravano, bloccandolo.

Due degli uomini lo immobilizzarono, afferrandolo per le braccia. Cercò di liberarsi, senza che quelli allentassero la presa neppure per un istante. Neppure quando mollò un calcio ad uno dei due con la gamba sana. Erano troppo forti. Eppure, continuò a lottare, arrivando perfino ad affondare i denti in una delle mani che lo tenevano bloccato.

L’unico risultato che ottenne fu di ricevere un violento calcio sulla gamba destra, che lo fece gridare di dolore. Smise di opporsi. Faceva troppo male.

Faticava persino a tenere a fuoco l’immagine del terzo uomo davanti a sé. Era quello con la cicatrice sul viso, ma l’esplosione di dolore che gli aveva attraversato la gamba era stata tanto intensa da oscurargli la vista per qualche istante.

«Hai qualcosa che ci appartiene.» ripeté l’uomo con la cicatrice.

Ash scosse la testa, lentamente.

«Non so di cosa tu stia parlando.» mormorò.

Sapeva già di essere in guai seri, tremendamente seri. Ma lo constatò una volta di più quando il pugno dell’uomo scattò verso di lui e lo colpì duramente in piena faccia, con tanta violenza da fargli piegare la testa sulla spalla sinistra.

 

CONTINUA...