BREAK MY FALL
I.
Fallen three times in a row
Waking up with vertigo
But you were there to break my fall
Before I had to face it all…
(Natalie Imbruglia, I won’t be lost)
«Svegliati… Ash, svegliati!»
Iniziò tutto con un sogno. Con un incubo, per la precisione. La volta precedente era iniziata allo stesso modo, ma allora nessuno dei due aveva potuto lontanamente immaginare quanto spaventoso sarebbe stato quello che ne sarebbe seguito. Chiamiamola intuizione, se volete, ma stavolta Ash pensò che non fosse solo un incubo della stessa risma di tutti quelli che avevano seguito quelle esperienze orribili e che, per quanto inquietanti potevano considerarsi, del tutto normali; qualunque strizzacervelli l’avrebbe confermato.
Pensò invece che ci fosse qualcos’altro, e non solo perché aveva smesso di avere incubi come quelli ormai da mesi. Pensò che qualcosa di altrettanto orribile stesse per accadere. Fu per questo che quando Misty lo svegliò, preoccupata e spaventata per averlo sentito gridare nel sonno, non le disse niente e finse di non ricordare.
«Tutto bene? Stavi urlando!»
«Ma sì, tutto bene. Era un sogno.»
Misty lo guardò poco convinta. Non aveva mai raccontato ad Ash dell’incubo che, in un certo senso, cinque mesi prima aveva segnato l’inizio di tutto quanto; dunque lui non poteva immaginare che quelle parole l’avessero inquietata quasi come se le avesse detto che all’improvviso un tizio alto un metro e novanta per cento chili di muscoli era sbucato dal sottobosco e aveva tentato di strangolarlo nel sonno.
Non poteva saperlo, ma vide comunque l’ombra di timore che le oscurò lo sguardo.
Lei non aveva avuto incubi quella notte; aveva dormito di un sonno sereno fino a che le urla di Ash non l’avevano riportata di colpo alla realtà. Si era tirata su a sedere, già completamente sveglia; e quando aveva constatato che lui gridava nel sonno si era precipitata a cercare di svegliarlo, prima di dover subire le lamentele di quattro amici ben poco entusiasti di essere stati strappati in piena notte al mondo dei sogni.
Eppure mentre lo scuoteva e lo chiamava per svegliarlo, si era sentita avvolgere da un terrore inspiegabile da un punto di vista razionale. Come se qualunque cosa stesse spaventando Ash fosse uscita dall’incubo e le stesse alle spalle, una presenza impalpabile ma non per questo innocua.
Pronta a sferrare un attacco mortale.
Gli si sedette accanto mentre lui lentamente si tirava su nel sacco a pelo, ancora visibilmente scosso nonostante le parole con cui aveva cercato di rassicurare lei e se stesso. Era un sogno. Ma non esistevano sogni che fossero solo sogni, questo lei l’aveva imparato molto tempo prima, ed il ricordo di quegli eventi ancora le faceva correre brividi gelidi e spietati lungo la spina dorsale.
«Che cosa hai sognato?» gli domandò, sperando che lui le rispondesse qualcosa che a posteriori si sarebbe rivelato stupido, tipo che un Bulbasaur gigante l’aveva inseguito per tutta Hoenn con l’intento di divorarlo. Ma Ash non si sarebbe messo a gridare per un incubo come quello, lo sapeva bene. Eppure, per quanto inutile, lo sperò comunque.
Lui scosse la testa, con uno sguardo vacuo negli occhi.
«Non mi ricordo.» disse, e lei ebbe l’impressione che non stesse dicendo la verità. Decise però di non insistere e lo osservò preoccupata, constatando che era pallido e che aveva il viso imperlato di sudore come se davvero avesse corso per fuggire da qualcosa.
«Ti senti bene?» gli domandò, tendendo una mano per scostargli qualche ciocca di capelli dalla fronte sudata. Ash annuì.
«Ma sì, sto bene. Ho solo fatto un brutto sogno.»
Aveva un’aria talmente poco convincente che Misty gli appoggiò la mano sulla fronte, tentando di stabilire se scottasse.
«Sicuro? Magari hai un po’ di febbre…»
«Non ho la febbre.» protestò Ash, lievemente imbarazzato da tutte quelle attenzioni. Si scostò per sottrarsi al tocco delle sue dita, che in effetti gli erano parse fresche, come se fosse la sua fronte ad essere più calda del normale; ma decise di ignorarlo. «Misty, sto bene. Davvero.»
Lei lo guardò dubbiosa ancora per qualche istante; poi gli appoggiò le mani sulle spalle e lo spinse giù, obbligandolo a infilarsi di nuovo nel sacco a pelo.
«Allora cerca di rimetterti a dormire.» gli disse, non prima di essersi piegata verso di lui ed avergli posato un bacio leggero su una tempia «Saranno almeno le due di notte.»
«Agli ordini.» scherzò Ash e si sforzò di sorridere, nonostante la prospettiva di richiudere gli occhi dopo un incubo del genere non lo allettasse poi così tanto. Misty se ne accorse, ed indugiò al suo fianco, accarezzandogli i capelli.
«Vuoi che rimanga fino a che non ti addormenti?»
«Sì, e magari poi puoi anche cantarmi una ninna nanna.» sbuffò, desiderando però che lei gli rimanesse vicina per davvero «Sto bene. Non ti preoccupare.»
Misty dovette intuire quali erano i suoi veri pensieri, perché invece di alzarsi e tornare ai propri sogni interrotti e al calore del proprio sacco a pelo continuò ad accarezzargli i capelli, piano.
«Potrei rimanere comunque.» disse dolcemente «Tanto ormai sono sveglia.»
«Se proprio ci tieni.» disse Ash. Aveva cercato di dirlo con noncuranza, ma non era riuscito ad impedire a se stesso di pensare: Grazie.
Lei piegò le labbra in un sorrisetto malizioso. «Sì, ci tengo proprio.» decretò «Ora dormi.»
«D’accordo.» acconsentì Ash, chiudendo gli occhi. Sbadigliò e si raggomitolò in cerca di una posizione più comoda, stupendosi di constatare che aveva sonno di nuovo. Probabilmente era per via di Misty, che gli stava vicina, ad impedire come un’ancora che la marea lo portasse lontano. Ad impedire che cadesse quando si ritrovava a vacillare. Ad essergli vicina come aveva sempre fatto.
Stavano insieme da cinque mesi, eppure non si poteva dire che le cose fra loro fossero veramente cambiate. Il tempo che trascorrevano insieme era più o meno come Ash lo ricordava da prima che lei tornasse a Cerulean. Il modo un po’ diverso in cui lei lo guardava e lo toccava, i baci che si scambiavano, erano una piacevole aggiunta al modo in cui le cose si svolgevano abitualmente fra loro prima che le desse quel bacio nella stanza d’ospedale a Viridian City. Ma a parte quello, le giornate con lei erano esattamente come le aveva immaginate e desiderate durante i sei mesi che avevano passato lontani.
Parlavano moltissimo, lei lo sosteneva ogni volta che si trovava ad affrontare una sfida e si preoccupava per lui ogni volta che si cacciava nei guai; litigavano come sempre, e talvolta le teneva il muso, o lei a lui, ma alla fine facevano pace. Un paio di volte si erano promessi di non litigare più, ma sapevano entrambi che quel bisticcio non sarebbe stato l’ultimo. Qualche volta si tenevano per mano mentre camminavano. Qualche volta Misty gli dava la buonanotte con un bacio che non mancava mai di lasciarlo senza parole. Qualche volta era lui a farlo, e allora Misty gli buttava le braccia al collo e gli sussurrava Ti voglio bene con le labbra vicine al suo orecchio.
In fondo, quello che li univa era sempre stato chiaro, di una dolcezza implicita e nascosta e per questo infinitamente naturale. Non avevano cambiato atteggiamento l’uno nei confronti dell’altra; ancora, spesso Misty lo provocava con qualche battutina pungente e lui fingeva di offendersi. Non l’aveva mai chiamata amore o qualche altro nomignolo simile, né lei l’aveva mai fatto con lui; e se capitava che si appartassero, come qualche volta facevano, era più per sfuggire alle imbarazzanti prese in giro e allusioni varie dei loro cosiddetti amici che per quell’irresistibile bisogno di pomiciare che sembrava spingere tutte le altre coppie.
E per entrambi era perfetto così. Di più ancora che perfetto, forse, aveva pensato talvolta Ash.
Lo pensò anche adesso, mentre lentamente sentiva il tocco delle sue dita sui propri capelli farsi sempre più lontano, mentre lentamente scivolava di nuovo nel sonno. Mentre si addormentava sorrise appena.
Misty continuò ad accarezzargli i capelli fino a che non sentì il suo respiro farsi pesante e regolare e non fu certa che dormisse. Attese ancora per qualche istante, poi gli appoggiò di nuovo la mano sulla fronte, non del tutto convinta.
Le parve che fosse un pochino caldo, ma non certo in modo preoccupante. Si domandò per un istante se fosse il caso di svegliare Brock, ma poi decise che non era necessario. Ash doveva avere qualche linea di febbre, ma di sicuro non era nulla di grave e probabilmente non era nulla di più che una conseguenza del suo incubo.
Si chinò a sfiorargli le labbra con un bacio, e lui nel sonno sussurrò il suo nome.
*
Ash e Misty non furono i soli a non dormire, quella notte.
Poco dopo che Ash ebbe richiuso gli occhi, stavolta verso un sonno sereno, e che Misty si fu infilata di nuovo nel suo sacco a pelo, Vera si destò di scatto, dopo un brutto sogno che non avrebbe ricordato né al risveglio né mai.
Non appena si svegliò i suoi occhi cercarono immediatamente la sagoma di Drew addormentato nel sacco a pelo. Era vicino a lei, ma di colpo le parve che fosse troppo distante e senza neppure pensare si sporse verso di lui e gli appoggiò la testa sul ventre, rannicchiandosi contro di lui come una bambina.
Drew non si svegliò, ma bastò quello a farla sentire più sicura. Cinque mesi prima era stato difficile convincerlo a proseguire il suo viaggio con loro, dal lupo solitario qual’era; eppure fin dall’inizio era stata sicura che alla fine l’avrebbe avuta vinta. Perché in fondo, segretamente, anche Drew desiderava rimanere con lei, e lei questo l’aveva sempre saputo.
Ricordava benissimo come, quella sera, lui le si fosse seduto davanti, su uno dei letti della loro stanza al pokemon center di Viridian. Le aveva preso una mano e l’aveva tenuta fra le sue, ed il suo sguardo si era perso sulle sue dita sottili e affusolate, mentre il cuore di lei iniziava a correre un po’ più velocemente del normale.
Poi, di colpo, Drew aveva alzato gli occhi verso di lei e l’aveva guardata. «Ho deciso. Vengo con te.» le aveva detto, e lei lo aveva guardato quasi incredula per un istante e poi gli aveva buttato le braccia al collo, con un gridolino di gioia.
Lui l’aveva tenuta stretta ed anche se non poteva vederlo in viso Vera sapeva che aveva sulle labbra il suo inconfondibile sorriso, dolce e beffardo allo stesso tempo, quel sorriso che una volta aveva il potere di lasciarla senza parole e che ora era diventato parte della sua quotidianità. Poi Drew l’aveva presa per la vita e l’aveva allontanata da sé quel tanto che bastava per poterla guardare negli occhi di nuovo.
«Vera… ascoltami.» le aveva detto e lei aveva annuito, dondolando piano la testa, gli occhi fissi nel verde di quelli di lui.
Drew aveva sollevato la mano, accarezzando le punte dei suoi capelli castani sciolti attorno al viso dalle fattezze quasi infantili. Quando le aveva parlato l’aveva fatto lentamente, guardandola come se non esistesse nient’altro nella stanza a parte loro.
«Mentre eravamo al Monte Luna io… ho promesso a me stesso che ti avrei detto delle cose, se ne fossimo usciti vivi.» le aveva detto e lei aveva sentito il battito del proprio cuore accelerare di nuovo.
«Quali cose…?» era riuscita a chiedergli, in un sussurro sottile sottile.
Per tutta risposta Drew si era piegato verso di lei e le aveva dato un bacio sulle labbra. «Ti amo.» le aveva detto poi «Ti amo, piccola Vera. Ecco quali cose.»
Lei l’aveva guardato, del tutto incapace di parlare; per qualche istante anche del tutto incapace di formulare un pensiero di senso compiuto. Poi aveva sorriso, lentamente, e l’aveva abbracciato appoggiando la testa sulla sua spalla, con gli occhi lucidi di lacrime insensate ed il cuore che batteva così forte da farle pensare che doveva sentirlo anche lui.
«Anch’io.» gli aveva detto, e poi: «Ti voglio bene.»
Lui l’aveva baciata sui capelli e aveva sorriso. Poi aveva allungato alla cieca una mano dietro di sé fino a trovare il proprio zaino, che aveva appoggiato sul letto poco prima. Lo aveva afferrato alla cieca per sfilarne qualcosa, e Vera aveva saputo di cosa si trattasse prima ancora di vederla.
Drew le aveva porto una rosa rossa ancora in boccio.
«Dimenticavo… questa è per te.» le aveva detto, e poi l’aveva baciata di nuovo.
Nel buio, Vera si raggomitolò contro Drew, un piccolo sorriso a piegarle le labbra sottili mentre scivolava di nuovo nel sonno. Aveva ancora quella rosa, l’aveva conservata nel suo zaino avvolta in un fazzoletto, ed anche se ormai era secca ed aveva perso quasi tutti i petali per nulla al mondo si sarebbe sognata di buttarla via.
Quella notte non ebbe altri brutti sogni.
*
«Mi hai veramente detto quelle cose?»
«Sì… le ho dette davvero.»
«Perché…?»
Le labbra di lei che sfioravano le sue, per un istante solo, delicate come una carezza. E poi il verde infinito dei suoi occhi, le sue guance rosse.
«Secondo te…?»
Ash sognava. Sognava una scena realmente accaduta, quasi cinque mesi prima, nella stanza bianca del Viridian City Memorial. Misty si era seduta sullo scomodo letto d’ospedale, con lo sguardo fisso a terra e l’imbarazzo che le faceva bruciare il viso. E lui le era andato incontro e si era chinato verso di lei per baciarla.
Era stato un bacio dolce e impacciato, inesperto, perché era il primo bacio per entrambi. Ash aveva lasciato cadere le stampelle, che avevano fatto rumore cadendo sul pavimento ma nessuno dei due ci aveva badato, o se ne era anche soltanto accorto. Le aveva accarezzato i capelli, con dolcezza.
Quando infine si era staccato da lei, Misty l’aveva guardato con quegli occhi di un verde incredibile e le guance più rosse dei suoi capelli.
Anch’io ti amo, avrebbe voluto dirle; ma sapeva che non ci sarebbe riuscito senza balbettare assurdamente e senza distogliere lo sguardo. Quindi aveva preferito tacere ed aveva abbozzato un sorriso, sfiorandole con le dita le punte dei capelli.
«Mi ci è voluto un po’ per rendermene conto.» aveva detto invece, sperando che il resto potesse rimanere implicito «Mi perdoni?»
Lei l’aveva guardato da sotto in su per un istante; poi, invece che rispondere, aveva intrecciato le dita dietro la sua nuca e l’aveva tirato verso di sé, fino a fargli appoggiare le labbra sulle proprie.
«Basta come risposta?» aveva sussurrato contro la sua bocca. Poi l’aveva lasciato andare.
Sorrideva.
Aveva sorriso anche lui.
«Sembrava un sì.» aveva detto, e lei aveva annuito.
«Lo era.» gli aveva risposto e poi, inspiegabilmente, aveva cominciato a ridacchiare. Si era coperta la bocca con una mano quando si era resa conto del suo sguardo sconcertato.
«Certo che… se farmi prendere a botte da Attila è servito ad arrivare a questo, quasi quasi lo rifarei.» aveva detto. Allora nessuno dei due lo sapeva, ma sarebbe stata l’ultima volta in cui avrebbero nominato uno degli sgherri del Team Rocket.
«Scema.» l’aveva rimproverata Ash con dolcezza e le si era seduto accanto, prendendola fra le braccia. Misty aveva appoggiato la testa sulla sua spalla e lui si era ritrovato a farsi scorrere fra le dita qualche ciocca dei suoi capelli. E a ricordare quello che lei le aveva detto con il walkie-talkie, mentre lui era intrappolato in uno spazio di poco superiore a quello che avrebbe avuto in una bara, con la gamba destra schiacciata da un cumulo di macerie che pulsava di un dolore inimmaginabile, e ogni respiro che era sempre più difficile nell’aria ormai irrespirabile. A ricordare la sua voce fra le interferenze, dal walkie-talkie ancora stretto nella mano sudata. Non aveva avuto la forza di risponderle, non era neppure del tutto cosciente, non più. Ma l’aveva sentita. L’aveva sentita ed anche se all’inizio non era riuscito a ricordare, quella notte di colpo le sue parole gli si erano affacciate alla mente, troppo distinte, troppo reali per essere un prodotto della sua mente stanca o il frammento di qualche sogno dimenticato al risveglio.
Ti prego. Io… ti amo, Ash. Ti amo tantissimo, lo sai? Non puoi mollare così. Ti amo.
Così, senza neppure pensare, le aveva detto: «Anch’io.»
Lei gli aveva appoggiato le mani sulle spalle, voltandosi per guardarlo negli occhi. L’aveva guardato come se avesse capito, nonostante quelle parole che non riusciva a pronunciare.
«Anche tu che cosa?» gli aveva comunque chiesto, dolcemente, e lui era arrossito.
«Beh anch’io… sai…» aveva farfugliato e non era riuscito ad andare avanti. Lei aveva sorriso e l’aveva abbracciato, perché davvero aveva capito, davvero le bastava quello.
«Lo so.» gli aveva sussurrato ed erano rimasti in quel modo a lungo, l’uno nelle braccia dell’altra, fino a che Vera non aveva infilato la testa nella stanza per chiedere qualcosa e poi si era immobilizzata, aveva balbettato un flebile «Ho interrotto qualcosa…?» e poi era schizzata via a velocità lampo. Misty aveva avuto voglia di tirarle addosso qualcosa, ma contemporaneamente aveva anche voglia di ridere, e l’aveva abbracciato di nuovo. Lui le aveva dato un bacio sui capelli e poi, quando Misty aveva di nuovo alzato il viso verso di lui, l’aveva baciata di nuovo sulle labbra domandandosi per quale motivo avesse aspettato così tanto.
Misty gli era sempre stata vicina. L’aveva sempre aspettato.
E lui era stato così idiota da non accorgersene. Ma ora, forse, non importava più.
Quella sera, prima di lasciarlo solo nella stanza d’ospedale quando ormai l’orario di visita era terminato da un bel pezzo, Misty l’aveva baciato sulla fronte prima di dargli la buona notte. Il mattino dopo, svegliandosi, l’aveva trovata già vicino al suo letto.
«Ciao.» gli aveva detto, con un sorriso, mentre lui si tirava su a sedere lentamente. La gamba gli faceva ancora male, ma ora il dolore era sopportabile, ridotto ad una pulsazione sorda e lontana.
Guardando l’orologio sul comò aveva visto che non erano neppure le sei e mezza.
«Sei tornata dopo che mi sono addormentato e hai passato la notte qui o cosa?» le aveva chiesto sbadigliando, e lei aveva riso.
«No, scemo.» aveva risposto «Sono qui solo da cinque minuti. Come stai?»
«Meglio.» le aveva risposto, senza mentire.
Misty si era sporta verso di lui e gli aveva sfiorato le labbra con un bacio. Solo allora si era convinto che era reale, che quello che aveva desiderato per tanto tempo senza neppure rendersene conto era diventato vero.
*
Penombra. Odore di polvere e ragnatele, odore di abbandono. Un vecchio capannone industriale ormai in disuso, in cui rimaneva solo qualche traccia della fervida attività ospitata qualche decennio prima. Ombre e inutili fantasmi, carcasse di macchinari non più funzionanti.
«Molti di voi li conoscono già. Per gli altri…»
La foto, scattata di sfuggita, da un fotografo non visto dai soggetti ritratti, mostrava una ragazza sulla quindicina, con i capelli rossi lunghi fino alle spalle, colta nell’atto di voltarsi a rivolgere un sorriso al ragazzo al suo fianco. Di lui si vedevano poco più che il profilo ed capelli scuri. La foto ritraeva anche altre persone, una ragazzina con i capelli castani e gli occhi azzurri ed un ragazzo bruno ed alto; ma la donna indicava la ragazza dai capelli rossi.
«Lei è il nostro obiettivo principale. Come molti di voi sanno, il suo nome è Misty Waterflower.» il dito indice della mano inguantata si spostò ad indicare il ragazzo che camminava vicino a lei «Lui invece è Ash Ketchum. Anche se non sembra, sono ossi duri entrambi.»
Silenzio nelle fila di uomini e donne davanti a lei. In un moto di rabbia, la donna serrò la foto nel pugno chiuso, accartocciandola.
«Trovateli. Comunicatemi la loro posizione. Per il momento limitatevi a questo. Chiaro?»
La risposta le giunse alle orecchie come una sola voce.
«Sissignora.»
*
Continuava ad avere in mente le immagini dell’incubo.
Gli erano tornate in mente quella mattina, mentre si piegava verso Misty addormentata per scuoterla e svegliarla; di colpo, tutto gli era comparso davanti agli occhi con violenza, quasi come un capogiro fortissimo. Aveva scosso la testa con forza nel tentativo di liberarsi di quella sensazione ed aveva provato a concentrarsi sull’altro sogno, quello in cui Misty l’aveva baciato nella stanza d’ospedale. Quelle immagini però stavano già scivolando via come era logico che facessero i sogni al risveglio; mentre le altre, quelle orribili, erano chiare e nitide nella sua memoria, quasi fossero marchiate a fuoco.
Troppo nitide per essere solo un sogno.
Era questo il pensiero che lo tormentava, come se una voce aliena che non era proprio la sua voce lo ripetesse ininterrottamente dietro di lui da ore. Il fatto che fossero così nitide, così spaventosamente reali, come se le avesse vissute davvero. O di più ancora. Anche i ricordi svaniscono con il passare del tempo, anche se più lentamente dei sogni; quelle immagini però rimanevano ed il passare delle ore non le scalfiva. Gli bastava chiudere gli occhi per rivedere davanti a sé il sorriso dolce della donna dai capelli color rame… o la pozza di sangue scuro sul pavimento. Il sangue che cadeva sulle punte delle sue scarpe da ginnastica.
Doveva essersi comportato in modo strano per tutta la mattina, perché Misty gli aveva chiesto più di una volta se si sentisse bene. Le aveva sempre risposto di sì, senza sentirsi molto credibile, e difatti lei non aveva lasciato perdere. Gli aveva appoggiato la mano sulla fronte e quando lui si era ritratto protestando che non aveva la febbre lei aveva incrociato le braccia, offesa.
«Mi hai svegliata in piena notte gridando come se ti stessero tagliando la gola, scusa tanto se sono preoccupata.» aveva sbuffato «Sul serio Ash, ti senti bene? È da stanotte che sei strano. Davvero non ti ricordi che cos’hai sognato?»
«Davvero.» le aveva risposto e poi le aveva sorriso «Fidati.»
Così poi aveva dovuto cercare di far finta che fosse tutto normale e c’era anche riuscito bene, per un po’. Aveva sorriso e scherzato ed era riuscito a convincere persino Misty, che all’inizio aveva continuato a guardarlo dubbiosa.
«Quanto manca alla prossima città?»
Brock consultò la cartina che teneva in mano. «Vediamo… dovremmo essere più o meno qui e quindi… ancora una decina di chilometri, temo.»
Era una risposta che avrebbe preferito non sentire. Una decina di chilometri era un bel po’ di strada da fare a piedi e la gamba stava iniziando a fargli male. La ferita era guarita da tempo ed ora ne rimaneva solo una brutta cicatrice che gli attraversava il polpaccio, e l’osso fratturato si era saldato perfettamente; ma capitava talvolta che sentisse dolore, soprattutto quando il tempo era brutto o quando camminavano per molto. Non era un dolore insopportabile – neppure lontanamente paragonabile a quello che aveva provato mentre era sepolto sotto il crollo che solo per miracolo non aveva ridotto in poltiglia la sua gamba destra – ma era comunque fastidioso e seccante ed alla lunga lo costringeva a zoppicare un pochino.
Gli dava fastidio che i suoi amici se ne accorgessero ed il più delle volte cercava qualche scusa per fermarsi fino a che il dolore non iniziava a scemare. Misty naturalmente se ne accorgeva comunque (aveva rinunciato a capire come ci riuscisse) e talvolta, se proprio non gli riusciva di escogitare qualche scusa prima che il solo pensiero di percorrere un altro metro gli facesse venire voglia di gridare, gli veniva in aiuto proponendo lei una sosta.
Sospettava in realtà che Misty si sentisse in colpa. La frana l’aveva travolto perché aveva pensato prima a spingere via lei che a mettere in salvo se stesso, ma non ci aveva neppure lontanamente pensato fino a che un giorno, durante la sua riabilitazione, Misty l’aveva aiutato a rialzarsi ed a sedersi su una sedia dopo che era caduto e lui aveva visto che aveva gli occhi lucidi, come se stesse per mettersi a piangere. La cosa l’aveva scioccato talmente – perché lei era stata per tutto il tempo qualcosa come un’ancora, e non l’aveva mai vista vacillare, tutt’al più lo sosteneva quando a vacillare era lui – che per una breve manciata di secondi non era neppure riuscito a pensare a qualcosa da dirle. Poi, con un sorriso nervoso, le aveva chiesto che cosa avesse. Dopotutto era lui ad essersi sfracellato miseramente sul pavimento bianco dell’ospedale e non stava certo piangendo, le aveva fatto notare; e lei aveva esitato per un momento e poi aveva sussurrato: «Mi dispiace.»
«Non è colpa tua.» le aveva detto, sconcertato da quelle parole e soprattutto dal modo in cui le aveva pronunciate, come se davvero dovesse chiedergli scusa di qualcosa.
Misty aveva raccolto una delle sue stampelle da terra e si era seduta vicino a lui senza guardarlo.
«Come fai a dirlo?» gli aveva domandato «Se non mi avessi spinta via non– »
«Ehi.» l’aveva interrotta Ash. Le aveva preso le mani e le aveva tenute nelle sue. «Ehi! Nessuno te ne sta facendo una maledetta colpa. Tanto meno io. Capito?»
Anche perché lo rifarei, aveva aggiunto, ma solo dentro di sé. Anche mille volte, anche se dovessi rimetterci anche l’altra gamba, lo rifarei comunque.
Lei non gli aveva risposto e Ash si era sporto verso di lei e le aveva dato un bacio sulla fronte, a cui almeno lei aveva risposto con un piccolo sorriso. Da allora non ne avevano più parlato, ma Ash continuava a credere che lei si sentisse ancora in colpa.
Ora Misty gli camminava accanto, ed anche se poteva sembrare assorta nei suoi pensieri in realtà stava continuando a volgere lo sguardo verso di lui, come controllando il ritmo sempre meno fluido della sua andatura o i suoi tentativi di trattenere piccole smorfie di dolore ogni volta che poggiava a terra il piede destro. Lo faceva sempre, tutte le volte che camminavano. Ormai doveva essere diventato qualcosa di quasi inconscio.
«Ci fermiamo?» propose improvvisamente, adocchiando il tronco caduto di un albero su un lato del sentiero «Vorrei riposarmi… sono un po’ stanca.»
«D’accordo.» acconsentì Brock, neanche troppo sorpreso poiché in realtà anche lui aveva già avuto qualche sospetto in proposito, sospetto che si era sempre guardato bene dall’esprimere ad alta voce poiché conosceva Ash bene quasi quanto lo conosceva Misty e sapeva quali fossero le cose che era meglio tacere, con lui.
Misty prese la mano di Ash e lo guidò verso il tronco dell’albero. «Grazie.» le disse lui in un sussurro, quando furono sufficientemente lontani dal resto del gruppo. Lei gli rivolse un piccolo sorriso.
«Di nulla.» rispose «Ti fa male la gamba, vero?»
«Sì.» sospirò Ash, dopo un attimo di esitazione. Si scostò, però, quando Misty fece per circondargli la vita con un braccio come per aiutarlo. «Ce la faccio.» le disse, mentre lei lo guardava poco convinta «Davvero.»
Raggiunse il tronco caduto e si sedette, distendendo la gamba destra davanti a sé, lasciando andare un piccolo sospiro di sollievo e di frustrazione insieme. Misty gli si sedette vicino.
«Va meglio?» gli domandò apprensiva e lui annuì.
Misty era sempre rimasta al suo fianco. Subito dopo il crollo che aveva in un certo senso segnato la fine dell’incubo a cui erano scampati per chissà quale miracolo, la sua gamba destra era in condizioni pietose (a distanza di mesi, Misty avrebbe continuato a risentire nei propri incubi la voce grave e troppo distaccava del medico che li informava che soltanto grazie al modo in cui Brock aveva tempestivamente fermato l’emorragia non era stato necessario ricorrere all’amputazione). La riabilitazione era stata lunga, ed erano state molte le volte in cui aveva creduto di non farcela, ed aveva desiderato di poter semplicemente mollare tutto ed al diavolo quella dannata gamba, al diavolo tutto quanto. Non era mai stato il tipo di persona che si arrende davanti alle difficoltà; ma l’essere stato così vicino alla morte aveva cambiato qualcosa, spingendo in qualche angolo che non riusciva più a raggiungere la parte di lui che era forte o che almeno riusciva a far finta di esserlo. La verità era che là sotto, suo malgrado, aveva scoperto di avere paura. L’averlo ammesso aveva cambiato il suo modo di vedere molte cose e non solo; gli pareva che avesse cambiato il modo in cui gli altri vedevano lui. Sciocchezze, forse; ma se doveva essere sincero con se stesso, come in realtà raramente era, non sapeva che cosa ne sarebbe stato di lui se non fosse stato per Misty.
Lei era sempre stata lì, pronta a confortarlo ed a ripetergli che era tutto a posto, che andava bene così, ogni volta che ne aveva avuto bisogno. Ad afferrarlo al volo e sostenerlo ogni volta che aveva rischiato di cadere. Tranne una volta, quando gli aveva confessato di sentirsi in colpa.
Quando finalmente aveva potuto iniziare a percorrere brevi tragitti senza l’ausilio delle stampelle aveva avuto ancora più bisogno di averla vicina. Perché per la prima volta nella sua vita era costretto ad ammettere di non essere pienamente autosufficiente. Il dolore era ancora forte e peggiorava se cercava di rimanere in piedi troppo a lungo; ed in ogni caso doveva fermarsi dopo pochi passi, certo che altrimenti la gamba avrebbe ceduto. E non era tanto per scongiurare il rischio di cadere a faccia in giù sul pavimento che aveva bisogno di Misty, bensì perché improvvisamente si sentiva come se qualunque persona attorno a lui lo guardasse con compassione. E lui, naturalmente, era troppo orgoglioso per poterlo sopportare.
L’aveva detto a Misty, una sera, mentre erano seduti entrambi sul suo letto, lui con la gamba destra ancora bendata distesa davanti a sé e Misty a gambe incrociate al suo fianco.
«Non essere così duro con te stesso.» gli aveva detto lei «La gente non ti guarda in modo diverso solo perché hai una gamba rotta o perché… per una volta sei un comune mortale e non un supereroe.»
L’aveva detto in tono asciutto e quasi severo, come se lo stesse rimproverando. Quando non le aveva risposto ed aveva continuato a guardare il pavimento, l’espressione sul volto di lei si era addolcita e Misty l’aveva circondato con le braccia, tirandolo verso di sé.
«Vieni qui.» aveva sussurrato, mentre gli faceva appoggiare la testa sulla propria spalla «Vuoi sapere cosa vedo io quando ti guardo? Vedo che hai fatto tutto quello che potevi per proteggermi, anche quando significava rischiare la vita. Vedo che zoppichi perché hai pensato a me prima che a te stesso, nella grotta del Monte Luna. E vedo che sei stanco e che avresti voglia di mollare tutto quanto, ma che ti stai ancora sforzando di andare avanti, e se toccasse a me io… io non so se ci riuscirei, non so se sarei altrettanto forte. No Ash, non vedo proprio niente per cui dovrei provare compassione.»
E poi l’aveva stretto forte fra le braccia e lui si era domandato come avesse fatto senza di lei nei sei mesi che avevano passato lontani. Come avrebbe fatto, se fosse dovuta andare via di nuovo.
Lui non era capace di chiedere aiuto. Si sarebbe sfracellato a terra piuttosto che dire Tienimi, così non cado. Misty lo sapeva, e proprio per questo a lei non aveva bisogno di dirlo. Era lei ad accorgersi quando stava per cadere.
Ed alla fine, averla vicina si era rivelata la sua medicina più forte, così come le sue parole erano state il suo ossigeno più vero mentre era intrappolato sotto il crollo. Un giorno, semplicemente, aveva aperto gli occhi e si era ritrovato a contemplare il soffitto bianco sopra la sua testa… ed aveva capito. Per quanto assurdo potesse sembrare, aveva capito che quello che Misty diceva era vero, che il massimo che riusciva a fare andava bene, anche se non era quello che avrebbe voluto. Non aveva provato niente di particolare in quel momento, niente brividi improvvisi o lampanti prese di coscienza di un cambiamento avvenuto, ma in seguito, quando si sarebbe guardato indietro, avrebbe compreso che solo in quel momento e non molto prima come credeva era tornato ad essere il vero Ash Ketchum.
Quello che avrebbe sempre continuato a lottare, qualunque cosa accadesse. Qualunque fosse l’ostacolo da superare.
Ed incredibilmente, da quel momento in poi i suoi progressi si erano fatti più rapidi. Capitava ancora che sentisse dolore, ma una settimana dopo aveva lasciato definitivamente quel dannato ospedale ed aveva insistito per farlo sulle proprie gambe, senza usare una sedia a rotelle come il regolamento prevedeva.
Ora però non stava pensando al dolore alla gamba, per quanto fastidioso ed insistente potesse essere. Stava pensando al sogno. A quelle immagini che in un altro momento forse gli sarebbero parse prive di logica, eppure ora lo inquietavano profondamente.
«Sei sicuro di stare bene?» gli domandò Misty in quel momento, distogliendolo per qualche istante dalle sue riflessioni. Aveva tirato su le gambe, appoggiando i piedi sul tronco dell’albero, e si abbracciava pigramente le ginocchia. «Sei un po’ pallido…»
«Sono a posto.» le rispose «Il dolore sta passando. Tra poco ci rimettiamo in cammino, okay?»
«Se lo dici tu.» sbuffò Misty gonfiando graziosamente le guance, vagamente offesa dal modo in cui lui rifiutava le sue attenzioni. Ash sorrise quasi divertito e quando lei se ne accorse gli mostrò la lingua. Poi però rispose al suo sorriso e si sporse a dargli un rapido bacio sulle labbra.
«Ti voglio bene, lo sai?» gli disse, e lui annuì.
«Lo so. Anch’io.»
«E allora dovresti sapere anche che lo capisco, quando non mi dici la verità.» ribatté lei, e troppo tardi Ash si accorse di essere stato preso abilmente in trappola. Misty incrociò le braccia e lo guardò. «Mi vuoi dire cosa c’è che non va? È per via della gamba?»
Era una domanda sensata, ma i pensieri di Ash erano così lontani che per un istante non capì che cosa Misty volesse dire. Quando ci arrivò scosse la testa.
«Ma no, non è per via della gamba.» disse e poi sospirò «Credo che sia per via del sogno. Mi è rimasta addosso una sensazione strana.»
Prima che lei potesse replicare si alzò in piedi, nonostante il dolore non fosse ancora passato del tutto. Si sforzò comunque di ignorarlo, e poi non era più nemmeno un dolore vero e proprio, più che altro un fastidio. Giudicò che sarebbe riuscito a percorrere il tratto di strada rimanente senza che diventasse insopportabile.
Mentre si dirigeva verso gli altri, gli parve di scorgere per un istante un rapido movimento tra le fronde del sottobosco, come se qualcuno si stesse nascondendo alla sua vista. Si fermò e guardò con più attenzione, senza però scorgere nulla di strano.
Rimase per qualche istante a contemplare i cespugli, poi si strinse nelle spalle e raggiunse assieme a Misty il resto del gruppo. Inconsapevole di come ogni suo movimento fosse osservato da occhi poco benevoli.
CONTINUA...