Every creature on Earth dies alone
Ogni creatura sulla terra quando muore è sola.
E non importa quanto forte stringi la sua mano mentre siedi accanto a lei, non
importa se ti aggrappi alla sagoma troppo esile del suo corpo e affondi le dita
nella stoffa sottile del camice da ospedale. Non importa quanto a lungo le
ripeti “sono qui, non ti lascio sola”, perché anche se rimani, anche se la
stringi forte a te nel momento in cui il suo cuore cessa di battere e il suo
respiro si ferma e la linea sui monitor si fa piatta, anche se continui a
stringerla anche dopo, quando di lei non resterà altro che un involucro
immobile e vuoto, quando arriverà quel momento è comunque così che sarà:
sola.
Perché lo siamo tutti – soli – quando quel momento arriva. Anche con
la stanza piena di tutti coloro che abbiamo amato, piena delle loro lacrime
trattenute a stento e dei loro occhi arrossati e di fiori appoggiati sul comò,
così piena che sembra non rimanga più spazio per l’aria da respirare. E te
ne rendi conto mentre la vedi spegnersi a poco a poco, mentre la stretta della
sua mano sulla tua si fa sempre più debole, che puoi rimanere al suo fianco e
puoi ripeterle “sono qui” ogni volta che lei mormora il tuo nome fino a che
non avrai più voce e finché quelle due parole non avranno perso ogni
significato perché le hai pronunciate troppe volte – come i ciottoli levigati
e arrotondati dalla corrente di un fiume fino a perdere del tutto la loro forma
– ma non potai esserle accanto davvero quando quel momento verrà.
Ogni creatura sulla terra quando muore è sola.
E finisce tutto così, nell’odore pungente dei medicinali che fa lacrimare gli
occhi e stringere lo stomaco, nella poca luce che filtra dalla finestra con le
tapparelle abbassate perché fuori c’è il sole, e a volte in giornate così
belle lei piange, perché morirà in questo letto, senza più poter vedere il
sole davvero. Finisce qui, nei suoni monotoni e pigri dei macchinari attorno al
letto, nel suo sguardo che pian piano si spegne e nel ticchettio infinito
dell’orologio alla parete.
Finisce in un vortice di promesse infrante e sogni che rimarranno chiusi in un
cassetto e si riempiranno di polvere, di parole che ti sentirai risuonare nella
mente, inutili, ogni volta che ti sveglierai nel cuore della notte e rimarrai
steso ad ascoltare il silenzio.
[«Mi devi ancora ripagare quella bici, Ash Ketchum.»
«Ancora?! Pensavo che te ne fossi dimenticata ormai…»
«Illuso. Non me ne dimenticherò mai!»
«…uff. Ti ho detto che un giorno te la ripagherò, cos’altro vuoi che ti
dica?!»
«Un giorno QUANDO, per esempio!»
«Un giorno!»
«Sai cosa penso…? Che non vuoi che io me ne vada!»
«Ma figurati…»
«E invece sì! Non sapresti dove andare a sbattere la testa, senza di me! Ti
perderesti chissà dove nel giro di un paio di giorni.»
«Ehi, non sono COSÌ incapace!»
«Ah no?! Ma se non passa giorno in cui non ti vai ad infilare in chissà quale
guaio!»
«Non è ver–»
«No? NO? Devo parlarti di tutte le volte che precipiti da qualcosa o vai a
schiantarti contro qualcosa o rischi di annegare – e devo ancora capire come
fai visto che sai nuotare benissimo, o vieni attaccato da un pokemon o– »
«Okay, okay, ho afferrato il concetto!»
«…o vai ad infilarti in guai talmente assurdi che ogni volta mi chiedo COME
DIAVOLO FAI, e io devo venire a tirarti fuori!»
«Okay, OKAY! Non voglio che tu te ne vada! Sei contenta adesso?»
«Mi sembra il minimo!»
«…mi mancheresti, comunque.»
«…»
«…davvero.»
«…mica me ne vado ora, stupido. Non c’è bisogno di fare quella faccia lì.»
«Non sto facendo nessuna faccia.»
«Sì invece.»
«…sai cosa vorrei? Viaggiare per sempre come adesso.»
«Per sempre?»
«Sì… vedi l’orizzonte?»
«Sì…»
«Lo voglio raggiungere. E poi andare al di là.»
«…»
«Non dici niente?»
«…Ci andremo insieme, un giorno.»]
E mentre tutto finisce tu guardi il tempo che passa, e il gocciolio lento delle
flebo e le lancette instancabili dell’orologio, e lei che di tanto in tanto
apre gli occhi e guarda i tuoi, arrossati e cerchiati perché sono giorni che
non dormi davvero, e ti domanda cosa fai ancora qui, con la voce che assomiglia
sempre di più a un sussurro. E le dici che non hai alcuna intenzione di andar
via, e sorridi, o almeno ci provi, anche se ti trema la voce perché hai voglia
di piangere, ma non vuoi farlo davanti a lei. E poi lei scivola di nuovo nel
sonno, perché è così debole che non capisci come possa essere ancora qui e
non sbriciolarsi in frammenti minuscoli davanti ai tuoi occhi, e tu puoi
piangere, ma rimani lo stesso qui.
Tutto finisce qui e ora, in questa stanza, e mentre l’orologio scandisce
un’altra ora che passa tu ripeti a lei e a te stesso che non la lascerai sola,
ma nel silenzio che segue capisci ogni volta che il momento in cui non potrai più
seguirla è sempre più vicino, e allora pensi a tutte quelle promesse che ormai
non sono altro che parole dette al vento, pensi Un giorno ci andremo insieme
e che quel giorno non arriverà mai, e aspetti che lei si addormenti di nuovo,
perché ancora non vuoi che ti veda piangere.
Ogni creatura sulla terra quando muore è sola.
E non serve che lei si aggrappi alla tua mano con la poca forza che le rimane
stringendola fin quasi a farti male, come se stesse per precipitare da un dirupo
e tu fossi l’unico appiglio. Non serve perché fra un attimo, o forse ancora
meno, quella stretta si allenterà e di lei non rimarrà più nulla. E allora
non potrai più essere con lei.
E dopo tante ore passate in questa stanza che sa di malattia e di chiuso fra
poco in quel letto non ci sarà più nessuno, e la tua mano non stringerà più
niente, e ad ascoltarti mentre ripeti “sono qui” ci sarà solo il silenzio
di una stanza vuota.
È il capolinea, qui e ora. E mentre la baci – finalmente, e soltanto ora –
e ripeti ancora quelle due parole sulle sue labbra e fra i suoi capelli in un
sussurro tremante, mentre fai scivolare le braccia attorno al suo corpo e la
stringi forte, più forte che puoi, mentre lei ti risponde per l’ultima volta
e mentre la linea sui monitor si fa piatta, capisci davvero che in questo
momento puoi stringerla finché vuoi, ma ora siete soli tutti e due. E puoi
piangere, adesso, perché non c’è più nessuno che possa vederti. Così
piangi, fino a che non ti sembra che ogni singhiozzo stia per farti esplodere il
petto, ma lo stesso tutto questo vuoto che ti circonda e ti schiaccia non se ne
va.
Finisce tutto così. In una manciata di istanti.
E di tutto questo tempo non rimane più nulla, solo frammenti e cocci che non
sai come raccogliere e rimettere insieme, perché sono appuntiti e taglienti, e
maneggiarli fa ancora più male che lasciarli a terra.