COLLAPSE
La scritta sul cartello avvisava che la demolizione
dell’edificio sarebbe iniziata da lì ad una ventina di minuti. Ad avvalorare
il concetto, c’erano le strisce di nastro giallo con la scritta DANGER –
KEEP OUT con cui l’intera area era stata circondata allo scopo di tenere
lontano qualche imprudente curioso. Probabilmente non avrei notato nessuna delle
due cose se non fosse stato per quello che accadde dopo.
Sarebbe bastato un singolo dettaglio differente perché non accadesse nulla, in
verità. Se Togepi avesse scelto un altro momento per saltare giù dalle sue
braccia e allontanarsi. Se i lavori di demolizione fossero iniziati appena un
paio di minuti più tardi. Se non si fosse trovata esattamente in un punto che
dalla prospettiva degli addetti ai lavori risultava del tutto invisibile.
Se l’avessi afferrata per un braccio quando non era ancora troppo lontana, e
l’avessi trattenuta.
Non pensai nemmeno di trattenerla in realtà. Mi accorsi del cartello e del
nastro solo quando ormai era troppo tardi. Quando avrei potuto pensavo al
prossimo incontro che mi attendeva in palestra, e non notai nulla.
Guardavo altrove e non vidi Togepi che le sfuggiva dalle braccia e si
allontanava per curiosare in giro. La sentii però esclamare «Ehi, Togepi, dove
stai andando?!» e quando mi voltai la vidi precipitarsi ad inseguirlo. «Fai
attenzione.» le dissi, quando la vidi sollevare il nastro per passarvi al di
sotto; ma senza troppa convinzione, perché credevo che i lavori nel cantiere
fossero fermi in quel momento. Beh, non ci pensai nemmeno, per la verità, che i
lavori avrebbero potuto riprendere proprio in quel momento.
Raggiunse ed afferrò Togepi quasi subito. Non prima, però, che gli scavatori
si mettessero in moto. Lei forse non se ne accorse, preoccupata com’era di
recuperare Togepi prima che finisse per farsi male; io sì. Fu allora che vidi
il cartello. E fu circa due secondi dopo che realizzai cosa stava per succedere.
«Misty!» esclamai. «Misty, vieni via! Sbrigati!»
«Arrivo.» ribatté, vagamente irritata. Non si era accorta di nulla. Aveva
raggiunto Togepi e si chinò per afferrarlo. «Un attimo.»
Un attimo era già troppo. Mi infilai anch’io sotto il nastro giallo di
protezione, intenzionato a raggiungerla e trascinarla via di peso e magari anche
darle della stupida per non essersi accorta che se non si fosse tolta da lì subito
avrebbe rischiato di farsi ridurre in poltiglia dalle macerie. Diamine, come
faceva a non essersi ancora accorta di nulla? Quelle dannate macchine facevano
un baccano d’inferno.
Ma era troppo tardi. Me ne resi conto pochi istanti più tardi, quando Brock mi
gridò di fare attenzione. Era troppo lontana.
«MISTY, VIENI VIA DA LÌ, SUBITO!»
Lei si voltò, lasciando inavvertitamente andare Togepi. Il pokemon, che già
guardava dalla parte opposta a quella di lei e aveva quindi già visto quello
che stava per succedere, sfuggì alla presa allentata delle sue mani e si
allontanò di nuovo, abbastanza da trovarsi il salvo. Misty no. La frazione di
secondo che impiegò per voltarsi indietro fu già troppo. Per lei fu già
troppo tardi nel momento in cui spalancava gli occhi davanti alla parete
dell’edificio che si accartocciava e collassava su se stessa come fosse fatta
di carta. Anche se avesse iniziato a correre in quell’esatto momento non
sarebbe comunque riuscita a mettersi in salvo in tempo.
E probabilmente – che diamine, sicuramente, anche se dopo avrei
ritenuto certo il contrario e avrei incolpato me stesso – non l’avrei
raggiunta in tempo nemmeno io. Quello che pareva in quel momento e ancora sembra
nei miei ricordi svolgersi al rallentatore avvenne in realtà nel giro di
pochissimi secondi. Se anche avessi corso, dubito che sarei riuscito a coprire
anche solo metà della distanza che mi separava da lei prima che dove c’era
lei ci fossero soltanto detriti e polvere.
E comunque non corsi. Non ci riuscii. Quando provai a farlo, ogni singola parte
del mio corpo rifiutò di obbedirmi. Non riuscii neanche a gridare; bloccata
anche la voce, insieme al respiro.
Mentre le macerie la sommergevano io riuscii soltanto a guardare.
Smisi di muovermi. Smisi di pensare.
Probabilmente smisi anche di respirare davvero.
E poi iniziai a correre.
Di quello che è successo poi non ho proprio dei ricordi. Cioè, sì, ma non
sono ricordi veri, di quelli che comunemente si intendono con la parola ricordi.
Sono flash. Chiari, precisi. In technicolor. Ma totalmente slegati l’uno
dall’altro. Nella mia mente non hanno un ordine logico. Se voglio che ce
l’abbiano, devo raccoglierli uno ad uno ed ordinarli con calma.
Ricordo di averla vista svanire sotto le macerie. È un’immagine velocissima,
una frazione di secondo. La vedo sollevare un braccio per cercare inutilmente di
proteggersi la testa e un istante più tardi ci sono solo calcinacci e polvere.
Sono una valanga, sommergono e soffocano anche il suo grido. Quando la polvere
si dirada non riesco più a vederla.
Ricordo di essere corso verso il crollo. Forse ho urlato il suo nome, mentre
correvo. Non ricordo. So che dopo mi sarei ritrovato con la voce rauca e la gola
che bruciava, come se avessi gridato a lungo. Mi ricordo di aver scavato fino ad
avere le mani piene di sangue. Dopo, quando sarei stato sufficientemente lucido
da ricordarmelo, avrei constatato di essermi scorticato e ferito le dita e le
nocche e di essermi strappato due unghie alla radice. Ricordo di aver scavato
fino a non avere più fiato, fino a che non mi si è annebbiata la vista e per
poco non sono caduto riverso sul cumulo di macerie. Ricordo Brock che cerca di
fermarmi, di obbligarmi a respirare, a riprendere fiato almeno per un minuto.
Non ricordo che cosa gli ho urlato (anche se sono certo che non si trattasse di
qualcosa che ripeterei), ma ricordo di averlo spinto via con rabbia e di aver
ripreso a scavare.
Poi ricordo di aver tenuto fra le braccia il suo corpo inerte e ferito,
terrorizzato all’idea di farle ancora più male e senza neppure sapere se ci
fosse ancora lei dentro a quel corpo, o se stessi stringendo solo un
involucro vuoto e senza vita. Ricordo di averle tolto dal viso i capelli pieni
di terra e di averla implorata di svegliarsi.
Ricordo di aver corso con lei in braccio fino all’ospedale. Misty era alta
almeno dieci centimetri più di me e pesava più o meno altrettanto, o poco
meno; e in condizioni normali non sarei riuscito a trasportarla così a lungo,
soprattutto correndo e con il sole cocente d’inizio estate a bruciarmi la
testa e le spalle, già totalmente sfinito com’ero. Qualcuno però mi ha detto
che le persone in stato di shock sono capaci di incredibili exploit fisici.
Mentre correvo con Misty priva di sensi fra le braccia non mi accorsi della
fatica. Non mi accorsi del battito furioso del mio cuore, del dolore al petto
per i polmoni che reclamavano aria, o delle gambe che da un momento all’altro
avrebbero potuto smettere di reggermi.
Non mi resi conto di nulla finché non raggiungemmo l’ospedale. Non so chi fu
a togliermi Misty dalle braccia. Non ricordo. So solo che, chiunque fosse, lo
fece appena in tempo; perché appena ebbi le braccia libere dal peso del suo
corpo le pareti iniziarono a girarmi intorno. Poi non ricordo più niente.
Mi svegliai disteso in un letto d’ospedale. Da qui in poi i miei ricordi sono
un po’ più chiari e logici. C’era Brock con me. Mi disse che secondo il
medico che mi aveva visitato potevo alzarmi, se mi sentivo abbastanza in forze. Non
mi sentivo abbastanza in forze, ma ci provai comunque e per poco non finii
lungo disteso a terra. Brock mi sostenne e mi obbligò a sedermi. Mi disse di
rimanere seduto almeno per un paio di minuti. Non ero d’accordo, ma avevo
l’impressione che se avessi provato di nuovo a mettermi in piedi avrei
rischiato un’altra volta di sbattere la faccia a terra.
«Misty.» mormorai. Sentii male alla gola e la mia voce risuonò rauca, debole.
Quando abbassai lo sguardo sulle mie mani vidi che erano bendate. Ricordai la
valanga di macerie e il modo in cui il suo corpo era rimasto totalmente molle e
inanimato quando l’avevo sollevata da terra, come quello di una bambola di
pezza. «Come sta? È…?»
Io non finii e Brock non mi rispose subito. Esitò per qualche istante, serrando
le labbra e tormentandosi le mani.
«È viva.» disse alla fine. «Ma non… i medici non sono sicuri che ce la farà.»
Io tacqui. Brock mi disse quello che i medici avevano detto a lui mentre io ero
privo di sensi. Mi disse che aveva fratture, traumi interni. Qualcosa alla
testa. Man mano che andava avanti la sua voce diventava sempre più incerta. Mi
disse che era stata sottoposta a più di un intervento e che era andato tutto
bene, ma le sue condizioni rimanevano comunque gravi. E mi disse che non aveva
ancora ripreso conoscenza. Io non dissi nulla per tutto il tempo. Tenni lo
sguardo basso, fisso sulle mie mani fasciate e strette a pugno tanto da farle
tremare.
Quando Brock finì di parlare per un lungo momento non riuscii a reagire.
«…Posso andare da lei?» domandai poi. Brock annuì. Mi aiutò ad alzarmi e
mi accompagnò in corridoio tenendomi un braccio attorno alla schiena, e
stavolta non protestai, perché non ero ancora sicuro di riuscire a reggermi a
lungo sulle gambe. Più tardi Brock mi avrebbe detto che ero rimasto svenuto per
circa cinque ore; ma mi sentivo comunque esausto come se non avessi dormito per
una settimana intera.
Nella stanza di Misty c’era silenzio. È la cosa che ricordo meglio. Quel
silenzio innaturale fatto da tutta una serie di brusii di fondo, i rumori
sommessi e i bip dei macchinari attorno al suo letto.
Lei avrebbe potuto essere morta, per quello che ne sapevo. Nella sagoma immobile
sul letto non c’era nessun segno, nessun indizio che mi dicesse che era ancora
viva. Il suo viso era di un pallore terreo, innaturale. Attorno alla fronte
aveva delle bende. L’alzarsi ed abbassarsi del suo petto al ritmo del respiro
era talmente debole da essere impercettibile. Le ciocche di capelli che
sbucavano dalle bende erano sparpagliate sul cuscino; quelle onde color tramonto
erano l’unica nota di colore all’interno della stanza. C’era una parte di
me che voleva correre subito da lei, chiamarla, forse anche scuoterla –
dimenticando che molto probabilmente le avrei fatto male – per farle aprire
gli occhi. Ma c’era anche un’altra parte che mi teneva i piedi inchiodati a
terra, una parte che ripeteva non posso, non ce la faccio.
Devo essere rimasto immobile appena oltre la soglia a lungo, perché Brock mi
domandò se davvero me la sentissi di entrare. Io annuii e feci del mio meglio
per mettere a tacere quella parte di me che avrebbe voluto chiudere gli occhi e
che si sentiva male al solo vederla in quel modo.
Rimasi seduto accanto al suo letto a lungo. Abbastanza da vedere la lancetta
delle ore dell’orologio sulla parete compiere quasi due giri completi.
Brock cercò più volte di convincermi ad andare a riposarmi e io rifiutai. Mi
portò qualcosa da mangiare che toccai a malapena e che poi rischiai di dover
vomitare. Rimase con me per un po’ di tempo. Mi disse di aver affidato sia
Togepi che Pikachu all’infermiera Joy del pokemon center annesso
all’ospedale e io mi resi conto di non aver affatto pensato a Pikachu fino a
quel momento. Poi mi disse che mentre io scavavo per liberarla aveva cercato di
fermare gli addetti ai lavori. Il frastuono dei macchinari aveva coperto le sue
grida. Mi disse che avrebbe voluto andare a cercare aiuto, ma che aveva però
pensato che non poteva farlo senza allontanarsi, e che se mi avesse lasciato lì
in quel momento e gli scavatori si fossero di nuovo diretti da quella parte
avrebbe dovuto essere lui a sollevarmi di peso e tirarmi via da lì, o sarei
stato sommerso dalle macerie anch’io senza neppure accorgermene, ed era vero,
perché in quel momento non mi sarei accorto di niente. Io ascoltai senza
dire nulla, limitandomi ad annuire, con lo sguardo fisso sulla mano di Misty
stretta fra le mie.
Poi rimasi di nuovo solo con lei. Da un certo momento in poi i miei ricordi si
fanno di nuovo confusi. Faticavo a tenere gli occhi aperti e i ricordi veri si
mescolano ad un vago dormiveglia dal quale continuavo a riscuotermi di colpo
spalancando gli occhi per poi scivolarvi di nuovo.
Da un certo momento in poi non ricordo molto bene, dicevo. Credo di aver pianto.
Sono certo di averle detto che le voglio bene, e che doveva svegliarsi, per
forza. E sono certo di averle tenuto la mano per tutto il tempo. Ricordo le sue
dita bianche e sottili fra le mie bendate.
E ricordo alla fine di aver appoggiato al letto le braccia incrociate, con la
mano ancora stretta su quella di lei, e di aver appoggiato la testa alle
braccia. Erano passate quasi ventiquattr’ore. Mi addormentai quasi nel momento
stesso in cui chiusi gli occhi.
***
Misty si svegliò poco dopo le prime luci dell’alba. Ci mise un po’ a
ricordare, a capire dove si trovasse, cosa fosse successo.
Poi ricordò il crollo, il dolore accecante e infine il buio. Aprì con cautela
gli occhi, con la sensazione che le palpebre fossero pesanti almeno una
tonnellata. La prima cosa che vide fu il soffitto bianco sopra la sua testa. La
seconda, quando provò a guardarsi attorno, fu Ash. Dormiva con la testa e le
braccia appoggiate al suo letto. In una mano stringeva ancora la sua.
«Ash.» sussurrò, piano. Non voleva svegliarlo. Vedeva i segni scuri che aveva
sotto gli occhi e i capelli arruffati. Si domandò per quanto tempo fosse
rimasto lì.
Lui non si svegliò. Misty esplorò la stanza con lo sguardo. Era indubbiamente
quella di un ospedale. Vide i macchinari che circondavano il suo letto, le linee
verdoline che disegnavano pazienti il battito del suo cuore sui monitor.
Storcendo leggermente il collo verso destra individuò un treppiede di metallo
che sosteneva la sacca di una flebo, il cui tubicino sottile andava ad infilarsi
nel suo braccio.
Non sentiva dolore ora. Provò a sollevare la mano libera, quella che non era
stretta in quella di Ash, per portarsela davanti agli occhi, tanto per
accertarsi di essere davvero viva e di essere davvero lì. Scoprì
di essere troppo debole per riuscirci ed iniziò ad avere paura. Strinse la mano
attorno a quella di Ash.
Lui sussultò appena e poi aprì gli occhi. Si ritrovò a guardare dritto in
quelli di Misty e lei per un paio di istanti ebbe l’impressione di vederlo trattenere
il respiro.
«…Misty…» mormorò poi, tirandosi su a sedere. «Sei… sei sveglia…»
Lo disse come se non ci credesse, come se volesse accertarsene. Come se volesse
constatare che il suono di quelle parole fosse davvero quello giusto. Lei annuì
piano, e sorrise, un po’ incerta. Ash rimase solo a guardarla, fisicamente
incapace di fare o dire qualunque cosa. Poi lei vide i suoi occhi riempirsi di
lacrime, e lo vide sporgersi verso di lei come se volesse abbracciarla. Si fermò
all’ultimo momento però, probabilmente temendo di farle male; e si accontentò
di soffocare contro la sua spalla un attacco di singhiozzi secchi e quasi
isterici.
«…Ash.» articolò lei, sinceramente sorpresa. Sollevò una mano per quanto
le riusciva e gli accarezzò una spalla, debolmente. «Cosa…?»
Lui provò a trattenere i singhiozzi, si rese conto di non riuscirci e rinunciò,
rimanendo con il viso contro la sua spalla; tutto in una manciata di secondi. «Mi
hai fatto paura.» riuscì infine a spiegare, in un tono di voce incerto e quasi
da bambino. «Credevo… che stessi per morire…»
Misty non disse niente. Continuò ad accarezzargli la spalla attendendo che si
calmasse, perché se anche gli avesse chiesto qualcosa ora era probabile che lui
non sarebbe riuscito a risponderle.
Appena riuscì a smettere di piangere Ash si tirò su, passandosi il braccio
sugli occhi per spazzare via le lacrime. «Scusa.» disse. La sua voce tremava
ancora un po’. «Sono uno stupido.»
Le prese di nuovo la mano, esitò.
«Come stai…?»
«Non ne sono sicura.» rispose lei. Si guardò intorno. «Da quanto tempo sono
qui?»
Ash volse lo sguardo in direzione dell’orologio sulla parete. «Più o meno…
un giorno e mezzo.» disse, calcolando velocemente il tempo trascorso.
Misty non rispose. Tremò leggermente al pensiero di essere rimasta priva di
sensi per tutto quel tempo. Poi spalancò gli occhi.
«Togepi.» ricordo in quel momento. «Era con me quando…»
«Sta bene.» la tranquillizzò Ash. «Si è allontanato. Si trova al pokemon
center qui vicino ora.»
Lei lasciò andare l’aria che senza accorgersene aveva trattenuto. Volse lo
sguardo in direzione delle loro mani intrecciate e solo allora si accorse che
quelle di Ash erano avvolte dalle bende. Le dita, che sbucavano dalla
fasciatura, erano scorticate e gonfie.
«Che ti è successo alle mani…?»
Lui abbassò gli occhi per guardarle, dando l’impressione di essersene
ricordato solo in quel momento. «Nulla.» disse. «Non importa.»
Chiaramente non era nulla, ma capì che non le avrebbe detto di più. Gli
sfiorò le dita ferite con una carezza leggera.
Ci avrebbe ripensato poco dopo, quando Ash si sarebbe alzato per andare a
cercare il medico. Le ferite sulle mani. E quella stanchezza profonda, abissale,
che gli aveva visto addosso. Per quanto potesse aver vegliato vicino al suo
letto le era parso troppo sfinito perché potesse essere solo quello.
Formulò per metà una conclusione, poi ci rinunciò, giudicando di essere
ancora troppo intontita per riuscire a pensare lucidamente. Ci avrebbe pensato
poi. O gliel’avrebbe chiesto. Forse.
Il medico disse loro che Misty si sarebbe ripresa completamente. I giorni di
ricovero in ospedale, prima di poter essere dimessa, non sarebbero stati pochi;
ma era considerabile fuori pericolo.
Ash, che aveva ascoltato le parole dell’uomo in camice bianco assieme a Brock
che l’aveva subito raggiunto appena aveva saputo che Misty aveva ripreso i
sensi, si rese conto di stare piangendo di nuovo solo quando l’immagine del
medico si confuse davanti ai suoi occhi. Spazzò via le lacrime con il dorso
della mano e tirò su col naso, ma non riuscì a trattenere un ultimo singhiozzo
stremato e quasi del tutto silenzioso. Quasi. Brock lo sentì. Gli si avvicinò
e gli appoggiò una mano sulla spalla.
«Va tutto bene.» rispose meccanicamente Ash. «Sono solo… ancora un po’
scosso, credo. Sto bene.»
«Non hai niente per cui scuoterti…» lo rassicurò Brock. «Misty sta bene.»
Ash annuì. «Sì.» mormorò, e si sforzò di trattenere ogni singola goccia di
pianto. Brock sorrise.
Il medico indicò la stanza alle proprie spalle con un cenno. «Ha chiesto di
voi.» disse. «Potete entrare. Cercate di non stancarla.»
Stavolta Ash non ebbe bisogno di esitare sulla soglia come più di
ventiquattr’ore prima. Stavolta lei era sveglia, e il suo volto ancora troppo
pallido si illuminò di un debole sorriso quando li vide. La raggiunse e si
sedette di nuovo vicino al letto. Avrebbe voluto dirle molte cose; che le voleva
bene, per esempio, o che era felice che fosse viva e stesse bene, che altrimenti
non sapeva cosa avrebbe fatto. Invece finì per dirle soltanto: «Non lo fare più.
Stupida, non provare mai più a spaventarmi così!»
Abbassò gli occhi. Lei individuò il lieve tremito nella sua voce e tese una
mano verso di lui, afferrandogli un polso.
«…Ash.»
Lui tornò ad alzare la testa. Lo sguardo che lei gli rivolse fu curiosamente
severo.
«Non ti azzardare a piangere un’altra volta o giuro che appena ne ho
la forza scendo dal letto e ti picchio. Sto bene, non sto per morire.»
«Non sto affatto piangendo.» protestò lui, fingendosi offeso. In realtà
quello sciocco rimprovero lo fece sentire improvvisamente meglio. Respirò ed
ebbe la sensazione di farlo per la prima volta dal momento del crollo.
Dopo, quando si alzò per uscire dalla stanza, Misty trattenne la sua mano per
qualche istante.
«Grazie.» disse, piano.
Ash fu sul punto di chiederle per cosa, ma quando incrociò il suo sguardo vide
che lo sapeva. Che lei lo sapeva.
Scosse la testa e basta, con un sorriso. Pensò che prima o poi le avrebbe detto
tutte quelle cose. Ora contava solo che fosse viva, che sarebbe tornata a stare
bene. Contava solo quel momento.